Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Più Pil per tutti!

dal Fatto Quotidiano del 19 gennaio

di Carlo Stagnaro

direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni

A Giulio Tremonti il Pil non piace. “Ho l’impressione che la realtà non sia completamente catturata dalle statistiche sul Prodotto interno lordo”, ha detto a un convegno dell’Aspen Institute sul tema. “Se fossero calcolate e acquisite come rilevanti – ha aggiunto – cose come la bellezza, l’ambiente, la storia, il clima, l’Italia avrebbe una imbarazzante prima posizione, seguita a molte distanze da altre lande”. Tremonti non è originale.

L’inadeguatezza del Pil è al centro di un’ampia riflessione tra gli economisti, e ha avuto importanti ricadute politiche: la più significativa è il rapporto elaborato dalla “commissione Stiglitz” per conto del presidente francese, Nicolas Sarkozy, allo scopo di costruire una sorta di “Pil della felicità”. Una volta calcolato per tutti i paesi, il risultato – non sorprendentemente – è che Parigi guadagna posizioni accorciando, in particolare, il gap rispetto agli odiati yankee. Non è un caso, probabilmente, che molti nemici del Pil abbiano in mente indicatori che favoriscono i rispettivi paesi, e sminuiscono i primati altrui. La questione, però, non è se il Pil sia imperfetto o rozzo. Lo è, naturalmente. I suoi limiti sono molti e sono noti: per esempio, non include le attività non monetarie, che pure generano valore. Così, se una donna delle pulizie percepisce un reddito e dunque contribuisce al Pil, una casalinga – pur svolgendo le stesse mansioni – non ne viene fotografata. Oppure, il Pil considera tutte le attività pubbliche: quando, però, un ente o una società pubblica frena la concorrenza, o quando la burocrazia rende difficoltosa la vita delle imprese, sarebbe ragionevole attribuire un segno negativo, anziché positivo, al suo ruolo nell’economia. Infine, il ministro dell’Economia ha ragione: tante cose – la storia, l’ambiente, il clima, la bellezza, e altro ancora – non entrano nel Pil. Tuttavia, la correttezza delle critiche non cancella una verità difficile da contrastare: il Pil è il peggiore degli indicatori, tranne tutti gli altri. Alcuni di essi presentano un grado ancora maggiore di arbitrarietà. Il clima, per esempio, come può essere considerato? E come è possibile esprimere una valutazione unica a livello nazionale? Il clima delle Alpi è molto diverso da quello della Sicilia: qual è migliore? In altri casi, anche prendendo per buone le misure, è discutibile l’interpretazione. Le diseguaglianze sociali sono generalmente considerate come un esempio del fallimento del Pil: eppure, qualcuno potrebbe preferire un paese meno eguale, ma con un ascensore sociale più dinamico, a uno più statico e meno diversificato. Non è una provocazione: gli italiani migrano negli Stati Uniti, raramente avviene il contrario. Gli economisti si sono sforzati di valutare la felicità – generalmente attraverso la somministrazione di questionari – ma, alla fine, i risultati hanno comunque un ampio margine di ambiguità: in fondo, se per esempio un individuo decide di sacrificare un’unità di felicità in cambio di un reddito più alto, lo fa – evidentemente – perché trova più soddisfacente quel tipo di vita. Cioè, paradossalmente, è più felice così. In ogni caso, non dovrebbe stupire il fatto che la maggior parte degli indicatori teoricamente anti-Pil (felicità, benessere, qualità della vita, eccetera) sono generalmente fortemente correlati… al Pil. Questo suggerisce che, tendenzialmente, anche se non necessariamente, le società più ricche sono anche più felici. Come si dice a Genova, se i soldi non danno la felicità, figuriamoci la miseria. Cosa c’è, allora, dietro la voglia di scalzare il Pil?

Sul piano ideologico, c’è un profondo scetticismo verso la capacità dei mercati di creare e allocare ricchezza con efficienza ed equità: quindi, abolire il Pil serve a dar campo libero alle politiche pubbliche.

Da tempo Tremonti interpreta una posizione interventista, protezionista e corporativa, coerente con tale obiettivo. Su un terreno più concreto, il ministro potrebbe essere infastidito, più che dal Pil, dalle sue conseguenze, che spera di rendere meno percepibili attraverso la sua rivisitazione: forse il Pil della felicità, a differenza di quello consueto, nel 2009 non ha perso cinque punti percentuali, e in rapporto a esso il debito pubblico non si avvicina al 120 per cento né il deficit al 5,3 per cento. Se il Pil della felicità serve a nascondere informazioni, anziché fornirne di nuove, contro le perplessità di Tremonti non si può che berlusconianamente esclamare: più Pil per tutti!

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19/01/2010 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO | , , , , , , , , , , , | 1 commento

Appunti dal G8/10: Un bilancio a freddo

 L’Aquila. Ora che Barack Obama è in Ghana, Carla Bruni non è più tra le macerie dell’Aquila e il summit si è chiuso senza la pubblicazione delle foto di Silvio Berlusconi, è tempo di bilanci per questo G8 2009, che secondo il presidente del Consiglio è stato «perfetto». Vediamo punto per punto.

 ASPETTATIVE. Si parlava di inutilità del summit prima ancora che cominciasse. Tutti gli osservatori vedevano nel vertice abruzzese le premesse per un disastro logistico, un’infinita serie di occasioni per gaffe tipo “Mister Obamaaa” e il rischio di un fallimento politico. Non è andata così. E se il summit è stato considerato da tutti un sostanziale successo è senza dubbio anche perché le aspettative della vigilia erano così basse.

  BERTOLASO. La Protezione civile era attesa alla prova della gestione contemporanea della città terremotata e della logistica del vertice. A parte qualche rigidità nelle comunicazioni con i giornalisti, il personale di Guido Bertolaso vanta un bilancio positivo. Nonostante lo sciame sismico e le strutture di Coppito riadattate in poche settimane, la Protezione civile è riuscita a far funzionare tutto. Il riconoscimento ufficiale di Berlusconi è arrivato più volte, fino alla promessa di prendere casa a L’Aquila, questa estate.

CINA. Le rivolte degli Uiguri nella regione dello Xinjiang hanno impedito al presidente cinese Hu Jintato di partecipare alle sessioni di lavoro del summit. Questo ha avuto due conseguenze: il mancato accordo sul clima (che probabilmente non ci sarebbe stato neppure con Hu presente) e, soprattutto, la scomparsa dall’agenda del vertice della questione monetaria. La Cina ormai ha deciso di reagire alle pressioni per la rivalutazione dello Yuan andando all’attacco: in cambio chiede che si trovi un’alternativa al dollaro come valuta di riserva. Un modo per dire che vorrebbe convertire i propri enormi crediti in moneta americana in qualcos’altro prima che perdano di valore per l’inflazione probabile dopo la crisi o a causa di una persistente svalutazione del dollaro. È un tema di cui molti, a partire dagli europei, sono disposti a discutere, ma serve l’impulso dei cinesi, gli unici con il potere contrattuale sufficiente.

IRAN. L’agenda del summit era soprattutto economica. Ma le elezioni iraniane e la proliferazione nucleare si sono imposti come uno degli argomenti principali. Berlusconi ha tenuto posizioni oscillanti tra la linea dura e «la mano tesa», come ha detto anche il ministro degli Esteri Franco Frattini riferendosi alla dichiarazione finale che parla di preoccupazione ma non accenna a misure punitive. Nella conferenza stampa conclusiva Berlusconi ha ribadito con una forza maggiore rispetto ai giorni precedenti che si è esclusa l’ipotesi delle sanzioni, lasciando intendere che nella gamma delle posizioni presenti nelle discussioni a porte chiuse, l’Italia stava su quelle più dialoganti.

MURDOCH. C’erano due vere incognite in questo G8: le foto di Antonello Zappadu – che non sono uscite – e le domande dei giornalisti stranieri, che non sono arrivate. Berlusconi ha tenuto tre conferenze stampa, due con possibilità di intervenire. La stampa italiana è stata innocua con punte di piaggeria. Le conferenze stampa di Berlusconi si sono sempre chiuse con un applauso. Nessuno dei corrispondenti stranieri più agguerriti nell’ultimo periodo, come Richard Owen del Times di Rupert Murdoch o Miguel Mora del Paìs, ha mai provato ad avvicinarsi al microfono per fare domande. Non è detto che ci sarebbero riusciti – la conferenza stampa finale è stata chiusa appena prima che toccasse a Claudio Tito di Repubblica – ma neppure ci hanno provato. Murdoch, principale indiziato del complotto internazionale antiberlusconiano, ha poi avuto la cortesia di scegliere proprio i giorni del G8 per pagare un milione di sterline per chiudere cause legali dovute a intercettazioni illegali fatte da investigatori privati su richiesta del suo gruppo editoriale News Corp.

OBAMA. Berlusconi ha gestito la presenza di Barack Obama in quello che forse era l’unico modo possibile: lasciandogli la scena. Obama in camicia tra le macerie, Obama che arriva con 3,5 miliardi per l’Africa già pronti mentre Berlusconi deve giustificarsi per i ritardi negli aiuti promessi, Obama che – pur limitandosi alla normale cortesia diplomatica – detta i titoli dei giornali italiani parlando di «eccezionale ospitalità». Berlusconi aveva una sfida davanti: stabilire un rapporto proficuo con il presidente americano dopo otto anni passati a presentarsi come il partner (e l’amico) più affidabile di George Bush. C’è riuscito, anche se il prezzo da pagare è stato ammettere i limiti dell’amministrazione Bush, come quando ha riconosciuto che l’America era cambiata riguardo al clima. Il presidente del Consiglio ha ceduto a Obama la presidenza del Major Economic Forum, uno dei sottovertici più rilevanti, e si è presentato accanto a lui con il podio senza rialzi, accettando il divario fisico e scenografico (quando parlava da presidente del G8, invece, aveva quello con il gradino).
 

RISULTATI. Gli otto sono stati molto abili a presentare come obiettivi raggiunti anche quelli dove è stata fatta solo un’operazione di immagine. I risultati concreti sono stati solo tre: impegno alla chiusura politica dei negoziati sul commercio entro il 2009, innalzamento dai 15 miliardi previsti ai 20 promessi degli aiuti per la sicurezza alimentare e la creazione di un istituto in Australia che coordinerà gli sforzi per la riduzione dell’anidride carbonica. Il foro del G14 sarà sempre affiancato al G8 fino a sostituirlo, probabilmente, in breve tempo. Su tutto il resto niente è stato raggiunto: di crisi si è parlato, ma trascurando i due argomenti più delicati. Cioè la disoccupazione che continuerà a crescere per diversi mesi e la questione monetaria, con la Cina che continua a chiedere lo studio di alternative al dollaro come moneta di riserva mondiale. Sul clima si è assistito a un fallimento quasi completo: a dicembre ci sarà la conferenza internazionale di Copenhagen e le grandi potenze e gli emergenti come Cina e India ancora non hanno concordato quali obiettivi darsi.L’accordo sul limite massimo dei due gradi di aumento della temperatura, pur se privo di ricadute operative, ha permesso di non rivendicare un successo, anche se minimo.

SARKOZY. La scelta di Carla Bruni di visitare L’Aquila da sola e non con le altre first lady le ha attirato le critiche, ormai abituali, di eccesso di protagonismo. Bisogna però capire il contesto: suo marito Nicolas Sarkozy, presidente della Francia, è stato completamente oscurato da Obama e perfino da Berlusconi e Gordon Brown (la cui moglie teneva un blog per il Guardian nei giorni aquilani). Le apparizioni pubbliche di Carla Bruni sono servite – sia a livello internazionale che soprattutto in Francia – a marcare la differenza francese, a riaffermare una primazia di forma se non di sostanza che sul piano politico Parigi non può più rivendicare in questo genere di vertici.

 STAFF. La squadra di Berlusconi si è molto spesa questa settimana per preparare il giusto clima ed essere pronto nel caso – non improbabile – di qualche gaffe diplomatica. Anche personaggi di solito abituati a stare lontani dal proscenio sono stati visibili e attivi, come Valentino Valentini. I momenti di tensione maggiore erano le conferenze stampa, Paolo Bonaiuti scrutava la platea temendo i giornalisti stranieri. Ma le domande che avrebbero creato problemi non sono arrivate.

13/07/2009 Posted by | Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Appunti dal G8/7: La fine di un club

Da ieri il G8, di fatto, non esiste più. “Non so più se mi trovo a un G8, G14, G20 o cosa”, dice il direttore generale del Fondo monetario Dominique Strauss-Khan in una conferenza stampa a cui partecipa una manciata di giornalisti, a causa del caos organizzativo negli accrediti. Il suo “bad joke”, come lo chiama lui, coglie il senso politico della giornata. Ma la risposta, che chiarisce la natura del summit in corso all’Aquila e anche l’entità della sua ambizione, arriva in quei minuti: gli otto grandi, d’accordo con i principali paesi emergenti, hanno deciso di rendere permanente il foro del G14 all’interno dei vertici del G8. Lo ha confermato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in serata: “Il G8 esiste già da anni e ora non è più idoneo a gestire l‘economia mondiale, il G14 potrebbe essere una soluzione che consente una vera dialettica al suo interno e rappresenta le maggiori economie e i maggiori Paesi produttori di anidride carbonica”. Ed è chiaro che se da ora in avanti i capi di governo saranno sempre quattordici, è solo questione di tempo prima che l’etichetta di G8 cada in disuso, così come a suo tempo si era sostituita alla formula temporanea del G7+1 quando era stata cooptata la Russia. Brasile, Cina, India, Sud Africa Messico più, su pressioni anche dell’Italia, anche l’Egitto. “Così nessuno potrà più dire di non essere rappresentato: con l’Egitto ci sarà anche il mondo islamico, mentre il Sud Africa garantiva una rappresentanza africana ma non poteva fare da referente a quella che è una delle aree cruciali nelle relazioni diplomatiche ed economiche attuali”, spiega al Riformista il viceministro al Commercio estero Adolfo Urso, che ha lavorato alla preparazione del vertice. “Il passaggio al G14 è un passo importante nella governance economica che potrebbe preludere a un’evoluzione anche in campo politico, credo che i processi di assestamento nelle formule dei summit si svolgeranno in parallelo a una modifica di assetti come quello del Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove prima o poi si supererà lo schema attuale”, dice Urso.

Strauss-Khan ha spiegato perché un G8 senza gli emergenti non ha più senso: “Non è ancora il momento di implementare le exit strategy dalla crisi, ma bisogna cominciare a pensare a come risolvere gli squilibri che le politiche anticrisi stanno aggiungendo a quelli strutturali. Negli Stati Uniti i tassi di risparmio saliranno e questo, combinato con gli effetti della recessione, farà venire meno in modo quasi permanente quella forte domanda di consumi che finora ha trainato l’economia mondiale finora”. Quindi i paesi emergenti che finora hanno visto il loro Pil trascinato al rialzo grazie alle esportazioni, dovranno cominciare a puntare più sulla domanda interna, invece che su quella estera, cambiando il proprio modello di sviluppo. Le conseguenze, anche per quanto riguarda, la regolazione dei tassi di cambio sono che servirà un maggiore coordinamento. E qui si coglie il problema del passaggio al G14: “In questa crisi si è visto il primo vero esempio di politiche di risposta coordinate, tutti hanno sostenuto la domanda, tutti hanno ridotto i tassi di interesse, tutti ora dovranno sostenere il lato dell’offerta”, ha detto Strauss Khan. E questo è stato possibile perché il nucleo forte del G8 è stato compatto all’interno del G20: incentivare la cooperazione allargata a 14 è un passo in più verso il consolidamento della formula a 20 (tutti, qui all’Aquila, continuano a citare il G20 di Pittsburgh in settembre come l’ennesimo appuntamento decisivo). Il rischio per il G8 è quindi quello di avere gli stessi problemi dell’Unione europea, un’espansione potenzialmente illimitata che impedisce di fissare confini. Già ieri, oltre ai quattordici, c’erano anche Indonesia e Corea del Sud e, contando tutte le bandiere esposte all’ingresso del Media Village di Coppito si arriva a trenta. I corrispondenti spagnoli, dal prato all’interno al Village, hanno subito dedicato lunghe corrispondenze alla fine della “cumbre” degli otto che finora li ha esclusi (e questa è la prima volta che, invitati proprio dai cugini rivali d’Italia, la delegazione spagnola partecipa al summit). Perché se nel G14 c’è perfino un Paese in via di sviluppo come l‘Egitto, sarà sempre più difficile tenere fuori la Spagna.

L’allargamento senza fine piace molto alle Ong che vorrebbero un summit dove tutti sono rappresentati, come la sterminata (e quasi senza poteri) assemblea generale dell’Onu che si riunirà a settembre. “Ci vorrebbe un G162, non si andrà da nessuna parte finché pochi possono decidere il destino di tutti gli altri”, dice un volontario della Global Coalition against Poverty, la più efficace Ong (un ombrello che ne racchiude diverse, in realtà) all’Aquila, con la campagna “Press the G8”, e ha perfino convinto Berlusconi a presentare le proprie richieste in un documento che il presidente del Consiglio ha distribuito a cena ai colleghi mercoledì sera. Eppure proprio le Ong potrebbero trovarsi ora in difficoltà: un conto è andare allo scontro con i Paesi ricchi e avidi che non finanziano la lotta alla malaria o non condonano il debito di stati poverissimi. Tutt’altra cosa attaccare un G14 dove ci sono due Paesi africani e i tre campioni degli ex-poveri, Brasile, India e Cina.

Mentre si discute molto di governance, però, sui dossier non si ottengono risultati definitivi: c’è il rischio che il nuovo Istituto mondiale per catturare l’anidride carbonica annunciato dal premier australiano Kevin Rudd e da Obama nel pomeriggio – uno dei pochi progetti concreti – serva a poco, visto che la Cina si sfila dall’accordo sul clima, smentendo così l’auspicio di Berlusconi (“meglio un accordo di minima con tutti che impegni ambiziosi che chiedono sacrifici solo ai Paesi occidentali”), l’Onu parla di “grande occasione mancata”. E i cinesi ribadiscono il loro intento di creare un’alternativa al dollaro come valuta di riserva globale, mentre sugli aiuti ai Paesi poveri le Ong devono arrendersi all’evidenza che dei sessanta miliardi di euro promessi non c’è traccia. Unico vero risultato politico della giornata: i leader del G14 si sono impegnati a organizzare un meeting dei ministri del commercio prima del G20 di Pittsburgh, a settembre, per arrivare al summit con un accodo su quella che Urso definisce la “chiusura politica” dei negoziati della Wto aperti a Doha nel 2001. Poi arriverà la chiusura effettiva all’inizio del 2010. Resta una perplessità: davvero c’è bisogno di un vertice internazionale al mese? “La governance della globalizzazione è sempre più complessa e niente è efficace come un incontro faccia a faccia”, risponde Strauss Khan.

10/07/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Appunti dal G8/5: Aspettando Obama

Scrivo dalla sala in cui ieri sera ha parlato Berlusconi e ora, a minuti, dovrebbe parlare di nuovo, insieme a Barack Obama, in qualità di presidenti del Forum delle economie maggiori. Uno dei tanti livelli di governance in questo summit.

Domani lo scrivo meglio sul Riformista, ma anche se pochi se ne sono accorti oggi il G8 ha finito di esistere. La decisione di rendere permanente la collaborazione G8+G5 (o 6, se l’Egitto sponsoirizzato dall’Italia resterà) significa che d’ora in avanti si incontretanno sempre 14 leader, non più otto. Forse era inevitabile, ma comunque è rilevate e secondo me è il vero risultato politico di questo vertice che, sotto tanti aspetti, è stato organizzato e gestito molto male.

Nel cortile ho incontrato prima Robert Zoellick, della World Bank, poi Pascal Lamy, direttore della Wto. Ho provato ad avvicinarlo, ma non vuole rispondere alle domande : “I am not improvising”. Aveva una vistosa cravatta rosa e più capelli che in foto.

Ora aspetto Obama e Silvio. Tutti siamo curiosi di capire se dietro il podio c’è il solito rialzo per limitare il dislivello.

09/07/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Dalla finanza al commercio: così cambia la crisi dal G20 al G8

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Tre mesi dopo.  A Londra la priorità era la lotta ai paradisi fiscali e la riforma della finanza. Dopo che Obama e l’Unione europea hanno presentato i loro piani, la priorità è diventata salvare la Wto.

 

Sono passati solo tre mesi dal G20 di Londra, quello officiato dal premier inglese Gordon Brown, eppure sembra che il G8 che sta per iniziare debba affrontare una crisi diversa. A Londra la priorità era la finanza, come riformarla, come stabilizzare le situazioni di emergenza (banche nazionalizzate, prestiti garantiti dalle casse dello Stato) e come evitare che il sostegno all’economia reale degenerasse in una nuova ondata di protezionismo. Angela Merkel, cancelliere tedesco più forte allora di oggi, era riuscita a distogliere l’attenzione dai problemi elettoralmente sensibili spostando il dibattito sui paradisi fiscali e sulle regole per gli hedge funds, i fondi speculativi che nulla hanno a che fare con la crisi ma che sono sempre un bersaglio allettante per i politici.

«I giochi veri si faranno al G8», diceva allora – pro domo sua – Silvio Berlusconi, che ancora pensava di presentare alla Maddalena il progetto di Giulio Tremonti, un “global legal standard” che ridefinisse le pratiche di buona condotta in campo economico. Invece le cose sono andate diversamente: il summit sarà all’Aquila, che continua a tremare, il global standard ci sarà in una versione minimalista (perché, dice Berlusconi, «è un lavoro complesso, un cammino importante, che non si può chiudere in 6 mesi»), e l’unica vera novità nella finanza internazionale è l’attivismo del Financial stability board presieduto da Mario Draghi, istituzione trasformata e rafforzata proprio dal G20 londinese.
Il Dow Jones è rimasto stabile (più 2 per cento in tre mesi), segno che la Borsa si è tranquillizzata, il presidente americano Barack Obama ha presentato la sua riforma per la supervisione finanziaria che rafforza la banca centrale e pochi giorni dopo anche l’Europa ha annunciato la propria, con nuove autorità incaricate di segnalare i rischi sistemici. Il petrolio è cresciuto da 50 a 70 dollari al barile, segnalando che l’economia mondiale – o almeno la speculazione, dice qualcuno – sta ripartendo.

L’unica vera emergenza rimasta è il commercio internazionale. «Il volume di scambi mondiali dovrebbe diminuire nel 2009 del dieci per cento circa, il declino più marcato dagli anni Trenta, le tentazioni protezioniste aumenteranno sicuramente prima di ridursi e un uso significativo di politiche che distorcono i flussi commerciali da parte dei Paesi più rilevanti potrebbe innescare un indesiderato effetto domino», scrivono Simon Everett, Bernard Hoekman e Oliver Cattaneo in un libro che raccoglie interventi in vista del G8, disponibile sul sito di dibattito economico voxeu.org (il volume si chiama “The fateful allure of protectionism: taking stock for the G8”). La tesi è che finora il commercio ha retto, senza collassare come dopo la crisi del Ventinove, perché c’era più spazio di manovra nelle politiche fiscali e monetarie, a differenze che negli anni Trenta quando l’approccio keynesiano non si era ancora affermato e i cambi fissi legavano le mani a banche centrali deboli e dipendenti dalla politica. Dopo aver sparato tutte le munizioni fiscali e monetarie, se la disoccupazione dovesse peggiorare – e sta peggiorando, si teme soprattutto per settembre – le politiche doganali potrebbero diventare una tentazione irresistibile per i governi.

Finora l’organizzazione mondiale del commercio, Wto, ha fatto da diga, mentre Paesi che non vi appartengono come Russia e Algeria diventavano sempre più protezionisti. Ma se all’Aquila il segretario Pascal Lamy non dovesse ottenere un accordo politico per chiudere i negoziati commerciali aperti nel 2001 entro la fine dell’anno, la capacità di tenuta della Wto potrebbe ridursi di molto. Berlusconi si è impegnato con Obama per «rilanciare il Doha round», cioè i negoziati in corso, poi ha detto che chiederà a Lamy di «convocare una nuova Doha», quasi come se quella attuale fosse data per persa. Comunque sia, il dossier commerciale è quello più delicato di questo G8, mentre la finanza che tanto preoccupava al G20 è ormai al terzo punto, preceduta anche dalle questioni climatiche.

06/07/2009 Posted by | Articoli, Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento