Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Quel (poco) che sappiamo della riforma fiscale

da Il Fatto Quotidiano del 12 gennaio

Una vignetta di Marilena Nardi

Ieri Silvio Berlusconi è tornato a Roma, un mese dopo il suo ferimento a Milano, e ha annunciato l’intenzione di intervenire entro il 2010 in materia fiscale. Vediamo per punti che cosa potrebbe succedere.

Di che cosa si discute?

Per il momento non c’è molto di concreto. Le ipotesi sono due: una riforma fiscale di ampio respiro, come vorrebbe il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, oppure un progetto più semplice di riduzione delle aliquote Irpef, come promette Silvio Berlusconi dal 1994. Infatti l’unico documento ufficiale disponibile, pubblicato sulla home page del sito del ministero dell’economia (mef.gov.it), è il “Libro bianco” scritto proprio da Tremonti nel 1994.

Cosa cambierebbe?

Stando al “libro bianco” di Tremonti il progetto dovrebbe portare a un cambiamento nella struttura delle aliquote. Nel 1994 si facevano quattro ipotesi, per un Irpef (cioè l’imposta sul reddito delle persone fisiche) a una, due o tre aliquote. L’ipotesi prevalente sembra quella a due aliquote, probabilmente 23 e 33 per cento (ma nel progetto originale erano 27 e 40). Oggi le aliquote sono sei, dal 23 al 43 per cento. Quella del 43 per cento diventerebbe 33 (per chi dichiara un reddito superiore a 100mila euro). Per gli altri un’aliquota unica al 23 per cento.

Chi ci guadagnerebbe?

Stando alle dichiarazioni 2008, gli italiani che guadagnano più di 200 mila euro sono soltanto 75 mila. Per i 21 milioni che già pagano il 23 per cento o meno non cambierà nulla. Per 13 milioni sarà una differenza minima (-4 per cento dell’aliquota), mentre i benefici più consistenti andranno a chi guadagna dai 55 mila euro in su. I più contenti di tutti saranno quelli che oggi pagano il 43 per cento e si ritroveranno inseriti nello scaglione di chi paga il 23, con un taglio del 20 per cento. Si tratta di 380 mila contribuenti che dichiarano tra i 75 e i 100 mila euro.

Quale sarebbe il risparmio?

Questa è la domanda più complicata. Per due ragioni: ogni caso è diverso e bisognerebbe avere informazioni più precise sulle contropartite. Secondo una simulazione della Cgia di Mestre, due coniugi con un figlio a carico e un reddito pro capite di 21.500 euro risparmierebbero 530 euro. Un lavoratore dipendente con 30mila euro, un figlio e una moglie a carico ne risparmierebbe 820.

Dov’è il trucco?

Nel libro bianco del 1994 si legge che il peso dell’Irpef sul totale del gettito scenderà dal 35 al 31 per cento. Nel complesso le imposte sulle “cose” saliranno dal 40 al 46 per cento e quelle sulle “persone” scenderanno dal 60 al 54 per cento. Tradotto: se da un lato si taglia, da un altro si dovrà aumentare. C’è l’ipotesi di una parziale tassa patrimoniale, per tassare non soltanto il reddito ma anche il patrimonio, concepita in funzione anti-evasione. Un’altra fonte di copertura dei  tagli all’Irpef dovrebbe essere il riordino dell’Iva, ritoccando al rialzo le aliquote che gravano sui consumi tassati meno del 20 per cento (alcuni beni alimentari come pane e pasta, l’editoria, l’elettricità e il gas). La conseguenza negativa, almeno da un punto di vista teorico, è che si procede a tagli fiscali mirati mentre gli aumenti sono generalizzati, perchè riguardano beni di consumo di uso diffuso.

E per chi resta alla stessa aliquota?

I 21 milioni che non beneficiano della riduzione dell’aliquota si troveranno comunque a finanziare gli sconti fiscali per i più abbienti pagando i beni con l’Iva aumentata. Quindi, anche per rispettare l’articolo 53 della Costituzione che impone la progressività dell’imposizione fiscale (i ricchi devono pagare di più anche in percentuale), dovrebbe essere previsto un meccanismo di quoziente famigliare. Questo è il punto più confuso, perchè tutti quelli che invocano il quoziente hanno in mente obiettivi e strumenti diversi per aiutare fiscalmente la famiglia. L’orientamento che sembra delinearsi è quello di superare il sistema attuale di micro-incentivi orientati soprattutto al sostegno della demografia preferendo un intervento più unitario che consideri l’ampiezza del nucleo famigliare (e non soltanto il numero di famigliari a carico) oltre al reddito complessivo.

Si farà davvero?

Difficile. Anche considerando l’innalzamento dell’Iva e le altre coperture servirebbero forse altri 20-30 miliardi che non ci sono (e l’ipotesi di procurarseli emettendo nuovo debito pubblico non sembra percorribile). Lo scenario  più probabile è che il gettito proveniente dalla proroga dello scudo fiscale, ancora ignoto ma nel probabile ordine di 4-5 miliardi, potrebbe essere usato per un intervento una tantum a beneficio delle famiglie, da annunciare a ridosso delle elezioni regionali di primavera.

12/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La prudenza (italiana) della Fiat

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La Punto Evo

Mentre ad Auburn Hills, Detroit, dove ha sede la Chrysler, c’è  grande fermento per la presentazione del nuovo piano industriale dell’amministratore delegato Sergio Marchionne, in Italia il gruppo Fiat mantiene una posizione di attesa. Pochi modelli nuovi, molti restyling di quelli vecchi e innovazioni importanti, come la nuova ammiraglia Lancia, rimandate a quando partiranno le produzioni congiunte con Chrysler. “In Fiat Marchionne punta su nuove motorizzazioni, come il nuovo motore multi air e presto un bicilindrico o turbo a bassi consumi, che intercetta una domanda di auto più ecologiche”, spiega Giuseppe Volpato, economista industriale autore per Il Mulino di “Fiat group automobiles, un’araba fenice nell’industria automobilistica”.

Una strategia che consente di evitare gli altissimi costi della produzione di nuovi modelli ma permette di vendere a un prezzo più alto quelli aggiornati, dando l’impressione di non essere immobili. Nell’ultima trimestrale Fiat spiega di aver stimato per il 2009 una riduzione della domanda del 20 per cento, ma nei primi nove mesi il suo fatturato si è ridotto solo dell’1,4 per cento rispetto allo scorso anno. Che, nel ramo automobili del gruppo, significa 538.900 veicoli immatricolati.

Il cardine della strategia attendista è la Punto Evo, presentata al salone di Francoforte e in vendita dal 10 ottobre che ha avuto un’ottima accoglienza sul mercato: “Abbiamo migliorato la Grande Punto per inserirla in un ambiente cambiato, perché riuscisse a mantenere la sua attitudine innovativa”, ha detto Roberto Giolito, il direttore stile di Fiat che progettò la nuova 500.

Le operazioni di restyling funzionano bene sui veicoli Fiat, più complicate su quelli degli altri marchi del gruppo. Spiega il professor Volpato che “l’Alfa Romeo è in una situazione complessa, un prodotto atteso come la nuova 166 è stato rinviato ancora, ma MiTo si vende ma meno di quanto si poteva sperare, molto dipenderà da come andranno la Milano e la Torino, rispettivamente aggiornamenti della 147 e della 157”. Il caso Lancia è il più delicato. La cura Marchionne di Fiat era partita proprio da lì, grazie anche al responsabile marketing Luca De Meo (ora in Volkswagen), con il grande successo della Ypsilon, ora un po’ invecchiata. “Il problema è che la Thesis, l’ammiraglia, non si riesce a vendere”, spiega Volpato. E proprio su Lancia si testeranno le sinergie con Chrysler. Il rilancio della casa di Detroit partirà dai marchi Jeep e Cherokee e dai mini-Suv, ma la prima auto con marchio Chrysler prodotta da Fiat dovrebbe arrivare nel 2013. E potrebbe essere proprio quella la nuova ammiraglia di cui la Lancia ha bisogno, uno stesso modello commercializzato con due marchi diversi sulle due sponde dell’Atlantico.

Uno degli effetti delle strategie ormai sempre più internazionali del gruppo è che i modelli da cui dipende il successo non sono più quelli prodotti in Italia: la Uno, decisiva per i mercati sudamericani, è prodotta in Brasile; la Cinquecento per le grandi città americane sarà fatta in Messico; la Qubo (di cui è stato appena presentato il restyling Trekking) è fabbricata in Turchia. E altri modelli presto potrebbero essere trasferiti nello stabilimento in Serbia da poco acquisito.

06/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La ripresa non basterà: l’industria perde i pezzi

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Dopo la revisione al rialzo delle stime della Commissione europea (il Pil italiano nel 2007 scenderà solo del 4,7 per cento), ieri sono arrivati i dati sulla cassa integrazione: una riduzione di quasi il 10 per cento tra settembre e ottobre. Segnale che le cose hanno smesso di peggiorare. Ma un rapporto della Banca d’Italia dimostra che il problema più grosso è che quando la ripresa arriverà, il sistema produttivo italiano potrebbe trovarsi così sfiatato da non riuscire ad approfittarne.

Tre imprese su dieci tra le 3874 sondate da Bankitalia stimano di chiudere il 2009 con piani di investimento ridimensionati rispetto a gennaio scorso e, soprattutto, quelle che prevedono di ridurre gli investimenti anche nel 2010 sono il 6 per cento in più di quelle che sperano di aumentarli. Tradotto: anche nel primo anno positivo dopo la grande recessione, quando l’economia italiana crescerà secondo la Commissione europea dello 0,7 per cento, le aziende che cercheranno di aggredire la ripresa saranno meno di quelle che continueranno a risentire della crisi. “Con la recessione è fisiologico che si verifichi una scrematura delle imprese, ma il rischio è che sia indiscriminata, punendo le nostre imprese più dinamiche che hanno tentato l’espansione internazionale e ora si trovano più esposte”, spiega lo storico dell’Economia Giuseppe Berta che ha appena pubblicato la nuova edizione del suo “L’Italia delle fabbriche” (Il Mulino). La tesi è sostenuta dallo studio di due economisti, Antoine Berthou e Charlotte Emlinger, pubblicato sul sito Voxeu.org: la domanda dei prodotti da esportazione di alta qualità – come quelli che produce l’Italia – soffre di più il calo del Pil. Nonostante la diffusa convinzione che per il lusso non ci sia mai crisi.

Il sondaggio della Banca d’Italia dimostra che le imprese italiane che lavorano con l’estero sono in uno stato confusionale: un terzo pensa che nei prossimi sei mesi le cose andranno meglio, un terzo che resteranno stabili e un terzo che peggioreranno. Considerando il proprio mercato di riferimento (per alcune l’Italia, per altre quello globale), il 40 per cento delle imprese che nei sei mesi scorsi ha sofferto la recessione si aspetta un periodo altrettanto lungo di sofferenza.  “La durata della crisi per l’Italia è una variabile decisiva – dice il professor Berta – perché mette alla prova le risorse interne delle nostre imprese, a partire dalla capitalizzazione”. E aziende piccole e medie di capitale ne hanno poco e continuano ad avere problemi nell’ottenere credito dalle banche visto che, come dimostra il sondaggio, quelle che dichiarano di trovare difficoltà quando vanno a chiedere finanziamenti sono un terzo. E ben il 28,2 per cento dichiara di aver visto respinta la richiesta di credito. La combinazione di una bassa domanda interna, di difficoltà a livello internazionale e stretta nei finanziamenti bancari rende pessimiste le imprese: una su tre stima di chiudere in perdita il 2009, il 36 per cento di ridurre l’occupazione nell’anno. Un anno fa, nello stesso sondaggio, quelle che prevedevano bilanci in rosso erano solo il 17 per cento.

Per chi vuole essere ottimista, c’è sempre la Fiat. In Europa continua a guadagnare quote di mercato (e dovrebbe ottenere il rinnovo degli incentivi), ora che è saltata la vendita di Opel ai russi di Magna potrebbe tornare all’assalto della casa di produzione tedesca per completare la sua espansione internazionale. Ieri pomeriggio l’amministratore delegato del gruppo, Sergio Marchionne, ha iniziato a presentare i piani di rilancio per la Chrysler (inglobata dalla Fiat a gennaio con una joint venture): punterà sulla 500 prodotta in Messico – da offirire prima in versione Abarth – ma soprattutto su Jeep e Cherokee, perché le auto ad alto consumo, addolcite dalle tecnologie verdi di Fiat, ora sono tornate popolari con il petrolio a 80 dollari al barile. “La Fiat è stata per anni una sequoia in una foresta di alberi nani, ma ora il suo ruolo nell’economia italiana è cambiato. Se il tentativo di Marchionne riuscirà, il Lingotto diventerà una vera impresa globale”, spiega Berta, che da anni studia la storia della casa di Torino. Come dire: anche il nuovo dinamismo della Fiat non basta più per trainare il sistema produttivo italiano.

Secondo Berta “l’Italia industriale del 1970 era una clessidra irregolare: una base di piccole e piccolissime imprese, un vertice di aziende pubbliche e private di dimensioni rilevanti e in mezzo le medie imprese. Poi si è espansa la metà bassa del corpo della clessidra ed è venuto meno il vertice”. Il problema è che con la crisi inizia a ingolfarsi  anche il motore di imprese medie che aveva sostituito il vertice. E la ripresa, che in Italia sarà comunque al massimo una crescita di poco superiore allo zero, potrebbe arrivare troppo tardi.

05/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , | Lascia un commento

Spiegare Facebook a Kissinger

da Il Fatto Quotidiano del 6 ottobre

Il libro di Joshua Cooper Ramo
Il libro di Joshua Cooper Ramo

«Joshua, secondo te dovrei aprirmi una pagina su Facebook?», a 86 anni Henry Kissinger cerca ancora di mantenersi aggiornato, perché è uomo troppo intelligente per pensare di potersi permettere di vivere solo di rendita. Anche il suo status di americano più influente del mondo in questioni di politica internazionale non è a rischio. Heinz Alfred Henry Kissinger, Il segretario di Stato di Richard Nixon che chiuse la guerra del Vietnam (e contribuì al colpo di Stato contro Salvador Allende in Cile), quando ha qualche dubbio generazionale alza il telefono e chiama Joshua Cooper Ramo, managing director della Kissinger Associates, la società di consulenza del grande vecchio della diplomazia. “Una volta mi ha chiamato per chiedermi “Ma che coza diafolo è Tvitter?”, Ramo imita il famoso accento tedesco che, nonostante una vita passata in America, Kissinger ostenta ancora come un vezzo. Ramo ha 45 anni, ha studiato fisica ed economia, si è appassionato di politica internazionale e ha cominciato a lavorare per il settimanale “Time”, occupandosi all’inizio di necrologi, “perché i morti non protestano” e diventando poi il capo della redazione esteri. Poco dopo i trent’anni ha deciso che “limitarmi a osservare quello che succedeva non mi bastava più, quando ti trovi in posti come il Sudan e capisci che le persone con cui parli sono spacciate, ti viene voglia di fare qualcosa, oltre che scrivere un articolo”. Si prende un anno sabbatico, come si può fare nei grandi giornali americani. Va in Sud Africa a lavorare in un ospedale dove curano i malati di Aids, poi si trasferisce a Pechino, per stare al centro del cambiamento. Passa un periodo in una banca d’affari, studia il mandarino (“ci vogliono almeno due anni e mezzo”) e inizia a lavorare per la Kissinger Associates. E’ la società di consulenza strategica che Kissinger ha costruito quando è uscito dalla politica – “per mantenere la sua rete di relazioni” – e che assiste le imprese (a pagamento) e i governi (gratis). A Pechino Ramo spiega alle aziende straniere come fare affari in un Paese in cui  “non esiste lo stato di diritto, tutto all’inizio è illegale e quello che conta è capire le dinamiche della politica, sapersi muove in un contesto in cui non esiste la possibilità di persuadere la controparte ma solo di manipolarla”.

Partecipare alla trasformazione di un Paese formalmente comunista nella seconda (per ora) potenza capitalista del mondo ha aiutato Ramo a capire che le categorie di pensiero del suo maestro Kissinger, forse – e con molto rispetto – andavano aggiornate. Ha scritto un libro che esce ora in edizione italiana per Eliot, “Il secolo imprevedibile (320 pagine, 18,50 euro) che è dedicato “ai miei mentori”, perché “l’ho scritto per spiegare a Henry che il suo mondo non esiste più”. Un saggio che sta diventando un testo di studio obbligatorio nelle accademie dove si addestrano i futuri vertici dell’esercito americano e dei servizi segreti, ma anche business school. Perché racconta una visione del mondo, un modo di pensare globale, che è lontanissima da quella che nella vulgata è diventata la Realpolitik di Kissinger, ispirata alle fredde strategie teutoniche di Otto von Bismarck dove ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.

Lo spunto principale, per la verità, gli è venuto dal dibattito aperto dal saggio di Thomas Friedman “Il mondo è piatto”, qualche anno fa. Un libro a tesi – la globalizzazione è inarrestabile ma buona – che ha suscitato entusiasmi e contestazioni, dimostrando il bisogno diffuso di cercare idee di sintesi per pensare il ventunensimo secolo. “Molte idee di successo che hanno dominato il dibattito negli ultimi quindici anni sono troppo semplicistiche, dalla fine della Storia di Francis Fukuyama al soft power di Joseph Nye”, dice Ramo.
Riassumere il libro non è facile, perché con uno stile tipicamente americano è costruito concatenando una serie di storie di successo. Ma si può partire dall’epigrafe di John Maynard Keynes: “Perdonate la mia foga, che ha ragione profonde nella speranza per il futuro. Questo è un argomento fondamentale per me. Io so, almeno in parte, cosa voglio. So anche, e molto chiaramente, cosa temo”. A Ramo si perdona la foga, anche perché è chiaro cosa teme: “Sono sicuro che adesso, nella grande crisi, stanno per arrivare i mercanti di paura. Basta vedere le classifiche dei libri più venduti in america, tutti saggisti ultraconservatori che mettono in guardia dai pericoli della modernità; ogni volta che parlo da un’emittente conservatrice le vendite del mio libro si impennano, anche se io non la penso affatto come loro”. Per evitare che i “mercanti di paura” sfruttino questo momento – come hanno fatto dopo l’undici settembre – è necessaria “una rivoluzione del pensiero”. L’idea di fondo di Ramo è che il ventunesimo secolo richieda di “cominciare a pensare in modo non lineare” o i risultati saranno disastrosi. Quando George Bush decise di invadere l’Iraq ragionò in modo lineare. Si abbatte il dittatore, quindi gli americani guadagnano consenso sufficiente per installare un regime amico che inevitabilmente renderà più stabile la regione. Si è visto come è andata. Altro esempio di ragionamento lineare che oggi non funziona più: se uno Stato vuole essere più sicuro, deve investire in spesa militare. Poi succede che si trova coinvolto in un conflitto con un avversario piccolo e sfuggente, tipo i vietcong o i talebani, e il risultato – ricorda Ramo non è incoraggiante: 21 a 1 per i piccoli contro i grandi negli ultimi duecento anni. Quindi bisogna cambiare approccio e perseguire quella che Ramo definisce la “sicurezza profonda”.

Per chi pensa la politica internazionale in modo classico, tipo Kissinger, la sicurezza si costruisce cementando alleanze, indebolendo gli avversari, conquistando posizioni egemoniche. Ma ora non basta più. Nel ventunensimo secolo perseguire la “sicurezza profonda” non significa alzare mura più alte dietro cui nascondersi o costruire cannoni più potenti: “Il nuovo approccio che serve in un nuovo contesto accetta la crescente complessità e l’incessante novità come dati di fatto”.
Il modello (organizzativo) da imitare – nella strategia come nella finanza – è quello di Hezbollah, il gruppo politico e terrorista libanese che i generali israeliani provano da anni a distruggere. “Conosco i leader di Hezbollah da quindici anni, da quando facevo il corrisponendente di ‘Time’. Li ho visti cambiare, evolversi, capire Internet e il ruolo dei media molto meglio e molto prima dei loro avversari, sfruttare le sconfitte per capire dove avevano sbagliato e correggere le proprie debolezze”. Il concetto chiave per ottenere la sicurezza profonda, sia per un’azienda che non vuole perdere la leadership di un settore che per uno Stato che vuole tutelare la propria esistenza, secondo Ramo è “la resilienza”, un termine preso in prestito dalla fisica che indica la proprietà che hanno i metalli di deformarsi senza rompersi. E in questo Hezbollah è maestra e i servizi segreti di Israele ne sono consapevoli: i terroristi che non vengono distrutti si evolvono, come i virus dell’influenza che cambiano più rapidamente dei vaccini. La strada per il successo, dice l’autore, “non è evitare i problemi, ma sottoporre il sistema a periodiche piccole crisi per evitare che ne arrivi una grande che lo distrugge”. Chi non è capace di cambiare, muore. La crisi finanziaria lo dimostra: “Il sistema finanziario continua a diventare sempre più efficiente e sempre più complesso. E questo è un bene, perché noi beneficiamo delle sue evoluzioni. Ma ormai le variabili sono così tante che è impossibile tenerle sotto controllo, quindi l’unico modo per evitare il peggio è fargli sviluppare al suo interno gli anticorpi di cui ha bisogno lasciando che si confronti con le difficoltà”. Un approccio opposto a quello di Alan Greenspan, l’ex presidente della Federal Reserve americana, che per vent’anni ha sostenuto  Wall Street ogni volta che dava segni di incertezza, invece di lasciare che il sistema correggesse da solo i suoi eccessi. La correzione è quindi arrivata in un colpo solo, molto più traumatico, con la crisi attuale. E ne stiamo ancora scontando i costi.

08/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Sta per tornare il panico bancario?

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Aspiegare l’andamento delle Borse di ieri, in rosso ovunque partendo da Wall Strett, basterebbe dire che qualcuno che ha comprato nei giorni scorsi sull’onda dell’entusiasmo per il “rally” estivo ora vende, sapendo che i rialzi non potevano durare in eterno.
Eppure c’è anche altro: venerdì sono fallite altre due banche americane. Rispettivamente il più grosso e il più piccolo fallimento bancario del 2009. Non è tanto questa la notizia che ha preoccupato le Borse, ormai abituate visto che si tratta dei crack numero settantasei e settantasette dell’anno. Ha inquietato di più scoprire che la Fdic, l’agenzia federale statunitense di assicurazione dei depositi ha finito i soldi. Secondo i calcoli della Saxo Bank, il rapporto tra riserve e depositi assicurati è 0,00 per cento. In cassa ci sono solo 648 milioni di dollari, mentre nel solo secondo trimestre ne sono stati necessari 11 miliardi.

Dopo la Grande Depressione del Ventinove, quando il governo degli Stati Uniti si è reso conto che la banca centrale (la Federal Reserve) istituita nel 1913 non bastava ad evitare le periodiche crisi bancarie, creò la Fdic. Da allora, come recita il sito web, «nessun americano ha più perso un dollaro». La Fdic assicura il rimborso ai risparmiatori che hanno sul conto fino a 250mila dollari, con un meccanismo automatico. Chi vuole svuotare il conto si presenta allo sportello, chiede indietro i soldi, la banca paga. Se gli attivi dell’istituto di credito non sono sufficienti a rimborsare tutti, la Fdic ci mette la differenza. La sicurezza psicologica di avere i soldi al sicuro ha permesso agli Stati Uniti di non sperimentare più bank run, la corsa agli sportelli, per quasi un secolo. A differenza di quanto succedeva in Europa dove solo nella crisi attuale è stata estesa la garanzia pubblica dei depositi (e la Northern Rock è passata dalla crisi di liquidità al fallimento proprio per il bank run). Venerdì la Fdic ha gestito il fallimento della grossa Colonial Bank e della piccola Community bank of Nevada: come succede in questi casi ha organizzato la loro acquisizione da parte di altri due istituti più in salute che ne hanno acquistato a prezzi scontati gli attivi. Ma nell’operazione la Fdic ha dovuto spendere oltre 185 milioni di euro.

Anche perché – e questo comincia a essere un problema rilevante – la qualità dei crediti bancari si sta rivelando molto inferiore da quanto risulta al bilancio. Nei due anni della crisi finanziaria il DIF, cioè il costo che la Fdic deve sopportare in percentuale rispetto agli attivi della banca, è cresciuto in modo esponenziale. Semplificando con un esempio: se la banca deve rimborsare ai suoi clienti 100 dollari ma, dopo aver riscosso i propri crediti esigibili, se ne trova in cassa solo 95, la Fdic deve fornire gli altri cinque dollari. Nel 2007 il rapporto era appunto del cinque per cento, ora siamo arrivati al trentuno, e la Fdic ha finito i soldi. Colpa delle banche, ovviamente, ma anche della politica: da un anno Washington manda messaggi contrastanti. Da un lato chiede ai banchieri di dire la verità su quanti titoli tossici hanno a bilancio, facendo pulizia, dall’altro allenta i criteri di valutazione proprio di quei titoli tossici perché un eccesso di rigore farebbe crescere ancora il numero di fallimenti. Così le banche stanno continuando a collassare ma, come scopre ogni volta la Fdic, le loro condizioni sono molto peggiori di quello che risulta dai libri contabili: in pratica hanno molti meno soldi di quello che dovrebbero e quindi tutelare i risparmiatori sta diventando sempre più costoso. Quindi? Il presidente americano Barack Obama non può certo chiudere la Fdic perché ha finito i fondi, pena una vera corsa a svuotare i conti e fallimenti a catena. Toccherà ricapitalizzarla, ci sono già 16 miliardi di dollari pronti stanziati e non ancora utilizzati. Trovarne altri non sarà semplice. Nell’attesa, le Borse si preoccupano.

18/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , | Lascia un commento

No stimulus, no party

Stato dell’Unione. Mentre il governo prepara la riforma della sanità (più tasse), l’economia continua a peggiorare. In America gli economisti sono divisi: visti gli scarsi risultati, il problema è che lo Stato ha speso troppo o che non ha osato abbastanza?

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Paul Krugman

Mentre in Italia si continua a parlare di una crisi che ormai è solo psicologica – lo ha fatto Silvio Berlusconi al G8 – negli Stati Uniti il dibattito è su quanto ci sia da preoccuparsi per un nuovo, imminente, aggravamento.
Ieri l’indice della Federal Reserve di Filadelfia sull’attività economica nella regione è sceso ancora, da -2,2 a -7,5, mentre gli anlisti si aspettavano solo -5. Ed ecco quello che si legge nell’ultima Istantanea mensile del presito e dell’intermediazione pubblicata ieri dal dipartimento del Tesoro americano, riferita al mese di maggio: «L’ambiente economico in cui operano le banche si è deteriorato ancora; l’economia continua a contrarsi e la disoccupazione a salire, ha raggiunto il 9,5 per cento in giugno, il livello più alto dal 1983. Il mercato immobiliare resta debole. Anche se a maggio è ripresa la costruzione di villette monofamiliari, il livello resta comunque più basso dell’80 per cento rispetto al picco del 2006». Sui mercati finanziari le cose vanno un po’ meglio, ma non di molto. A sette mesi dall’insediamento alla Casa Bianca di Barack Obama, i dati macroeconomici hanno una crescente rilevanza politica, perché cominciano a essere considerati il verdetto sulle politiche anticrisi dell’amministrazione.

SERVONO ALTRI STIMOLI?

Il presidente ha un problema: sarà difficile convincere il Congresso ad approvare altri pacchetti di stimolo all’economia – nel caso la situazione dovesse peggiorare, soprattutto dal punto di vista dell’occupazione – in un momento in cui tutti cercano di comportarsi come se la crisi fosse già finita. Goldman Sachs, la banca d’affari che è stata guidata dall’ex segretario al Tesoro Henry Paulson, ha ricominciato a fare utili: nel secondo trimestre i suoi utili hanno raggiunto il record di 3,44 miliardi di dollari. Un risultato dovuto alle opportunità che si aprono nei mercati al tempo di crisi, ai soldi pubblici che l’hanno sostenuta, al fallimento dei concorrenti ma anche alla garanzia implicita che in caso di emergenza lo Stato sarà di nuovo pronto a salvarla. «Dobbiamo preoccuparci per i profitti di Godlman? Io credo di sì», scrive l’economista clintoniano Robert Reich nel suo blog. La motivazione è nelle parole del responsabile finanziario della banca David Viniar, in un’intervista a Bloomberg: «Il nostro modello non è mai davvero cambiato, abbiamo ripetuto più volte che il nostro modo di fare business è rimasto lo stesso». Come dire: i problemi e gli eccessi che hanno determinato il collasso di Wall Street nno sono stati risolti. Altri istituti, come Bank of America stanno ricominciando anche la caccia ai manager migliori in circolazione, pagandoli con stipendi da prima della crisi, 6,6 milioni di dollari per un venditore di obbligazion (a BofA) E allora? Quello che è successo lo spiegava bene ieri sul Wall Street Journal Andy Kessler, ex manager di hedge fund: «Una volta compravo azioni di una piccola compagnia e non potevo credere alla mia fortuna. Ogni volta che il mio fondo comprava più azioni, il prezzo cominciava a salire. Quando finalmente abbiamo iniziato a vendere, il prezzo dei titoli è crollato a livelli inferiori a quando avevamo cominciato gli acquisti. E ho capito: eravamo noi il mercato». Traduzione: quando in giro ci sono pochi soldi e pochi compratori, basta una manciata di soggetti a influenzare la Borsa, a innescare un “rally”, come lo chiama la stampa finanziaria. E i dati della Federal Reserve di Saint Luis dimostrano che nell’ultimo anno è successo lo stesso: quando aumentava la base monetaria, perché la banca centrale tagliava i tassi o stampava moneta, l’indice Dow Jones saliva. Appena ha smesso, ha ricominciato a scendere. La Fed è stata il mercato. Le performance buone della Borsa da marzo a oggi hanno illuso molti che il peggio sia dietro le spalle, ma quei rialzi erano solo frutto dell’aumento della liquidità.

E a Washington e tra gli economisti comincia a circolare il sospetto che per lo stimolo fiscale valga lo stesso discorso che per lo stimolo monetario. Fin dai tempi della bocciatura del piano Paulson da 700 miliardi per ricomprare i titoli tossici delle banche, si confrontano due approcci: alcuni dei Repubblicani più liberisti vorrebbero far lavorare la distruzione creatrice, mentre gli altri – democratici inclusi – sono per usare la spesa pubblica a sostegno dell’economia. Oggi quel sostegno sembra poco efficace: a giugno l’inflazione è scesa dell’1,4 per cento, e non succedeva dal 1950. L’inflazione core, al netto dell’energia e degli alimentari, è scesa anche di più: -1,7. Dati che indicano come la recessione continui ad aggravarsi e che permettono a chi avversava gli simulus ai tempi dell’approvazione di denunciarne l’inutilità.

LE RAGIONI DELLA SPESA

Il premio Nobel Paul Krugman, che fin dalla campagna elettorale ha sempre chiesto interventi per oltre mille miliardi, ha spiegato dal suo blog perché spendere è stato (ed è) giusto. Questa l’argomentazione, tipicamente neokeynesiana: in situazioni normali c’è un equilibrio tra risparmi/spese dei privati e surplus/deficit dello Stato. Quano si entra in recessione, il tasso di risparmio dei privati aumenta, perché l’incertezza spinge a consumare meno e le aziende a fare meno investimenti, quindi a proporre meno obbligazioni ai privati. A differenza che dopo il crack di Borsa del 1929, questa volta il Pil è crollato meno perché i deficit pubblici hanno offerto ai privati possibilità di investimento (in titoli di Stato) e dato soldi alle aziende per sopravvivere e invesitre, così da temperare l’effetto dell’aumento del tasso di risparmio. «In altre parole: i deficit hanno salvato il mondo», scrive Paul Krugman.

Una tesi che ha il vantaggio di non ammettere confutazioni, visto che è impossibile dire come sarebbe ora il mondo se gli Stati Uniti non avessero deciso di far salire il deficit dal 3,2 per cento del Pil del 2008 al 13,7 previsto per il 2009. I critici rispondono che Krugman dimentica “the other hand”, come dicono gli economisti americani: se si accumula troppo debito pubblico, tra gli investitori qualcuno inizierà a dubitare della solidità del bilancio degli Stati Uniti, e quindi chiederà rendimenti più elevati per prestiti giudicati più rischiosi. Per questo la Fed di Ben Bernanke ha cominciato a comprare titoli di Stato a lungo termine – una prassi inusuale – per ridurne i rendimenti, cioè per rendere meno gravoso il peso del debito per lo Stato. Ma come dimostra Daniel Thornthon, vice presidente della Fed di Saint Luis, in un paper appena pubblicato, gli investitori continuano ad aspettarsi una crescita dell’inflazione. E quindi vogliono rendimenti alti dei titoli a lungo termine per compensarla.

L’unico modo per evitare che un’inflazione incoraggiata dal troppo debito (se i prezzi salgono, si verifica un trasferimento di ricchezza dal creditore al debitore, che deve rimborsare un valore reale inferiore) si combini con la recessione riproponendo la terribile stagflazione, stagnazione più inflazione, della fine degli anni settanta è che la crescita torni in fretta. Per questo il segretario al Tesoro Tim Geithner ha cominciato a girare il mondo spiegando a tutti che ci sono «segnali incoraggianti». E qualche risultato l’ha ottenuto: per la prima volta da mesi, la Cina ha ricominciato a comprare buoni del Tesoro americano. Geithner ha provato anche a presentare le dimissioni dello zar dell’auto Steven Rattner come un segnale che la fase di emergenza è finita. Anche perché nel frattempo Obama sta lavorando a una riforma della sanità che comporterà un aumento della pressione fiscale. E sarà difficile, se dovesse rivelarsi necessario, convincere il Congresso ad approvare sia un aumento della spesa pubblica per la sanità che un altro pacchetto di emergenza. Se Obama e Geithner dovessero rinunciare a provarci anche di fronte a un ulteriore deterioramento dell’economia reale, potremmo mettere alla prova la teoria di Krugman. Se l’economista di Princeton ha ragione, il rischio di un’altra Grande Depressione non è affatto alle nostre spalle.

17/07/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

I complici di Madoff sono le sue vittime

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La condanna del finanziere truffatore Bernard Madoff a 150 anni di carcere è singolare per almeno due ragioni. La prima è che viene presentata e percepita come una condanna esemplare di uno dei responsabili della crisi. Non è vero. Madoff applicava uno schema vecchio di un secolo (grandi ritorni ai primi investitori, grandi perdite per gli ultimi) ma che non c’entra con la bolla immobiliare e l’eccesso di credito alla base di questa crisi. L’unico legame è che la liquidità a buon mercato alimenta investimenti ad alto rischio come quelli di Madoff.
L’ex presidente del Nasdaq, dunque, non può essere un simbolo della crisi 2007-2009. Eppure, e questa è la seconda singolarità, lo sta diventando della nuova moralità. La sua condanna a 150 anni di carcere ha lo stesso valore di quella ai dirigenti della Enron per bilanci truccati: indica all’opinione pubblica che certi comportamenti non saranno più tollerati, crea uno stigma sociale che per i delitti dei colletti bianchi non è mai scontato.
C’è però un aspetto diseducativo nella condanna: i suoi maggiori complici passano per vittime, gli investitori che ora piangono miseria ma che ieri intascavano felici rendimenti di cui era facile immaginare l’origine illecita. Fidarsi di un finanziere che promette i rendimenti di Madoff è riprovevole quasi quanto organizzare la truffa.

30/06/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento