Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Più Pil per tutti!

dal Fatto Quotidiano del 19 gennaio

di Carlo Stagnaro

direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni

A Giulio Tremonti il Pil non piace. “Ho l’impressione che la realtà non sia completamente catturata dalle statistiche sul Prodotto interno lordo”, ha detto a un convegno dell’Aspen Institute sul tema. “Se fossero calcolate e acquisite come rilevanti – ha aggiunto – cose come la bellezza, l’ambiente, la storia, il clima, l’Italia avrebbe una imbarazzante prima posizione, seguita a molte distanze da altre lande”. Tremonti non è originale.

L’inadeguatezza del Pil è al centro di un’ampia riflessione tra gli economisti, e ha avuto importanti ricadute politiche: la più significativa è il rapporto elaborato dalla “commissione Stiglitz” per conto del presidente francese, Nicolas Sarkozy, allo scopo di costruire una sorta di “Pil della felicità”. Una volta calcolato per tutti i paesi, il risultato – non sorprendentemente – è che Parigi guadagna posizioni accorciando, in particolare, il gap rispetto agli odiati yankee. Non è un caso, probabilmente, che molti nemici del Pil abbiano in mente indicatori che favoriscono i rispettivi paesi, e sminuiscono i primati altrui. La questione, però, non è se il Pil sia imperfetto o rozzo. Lo è, naturalmente. I suoi limiti sono molti e sono noti: per esempio, non include le attività non monetarie, che pure generano valore. Così, se una donna delle pulizie percepisce un reddito e dunque contribuisce al Pil, una casalinga – pur svolgendo le stesse mansioni – non ne viene fotografata. Oppure, il Pil considera tutte le attività pubbliche: quando, però, un ente o una società pubblica frena la concorrenza, o quando la burocrazia rende difficoltosa la vita delle imprese, sarebbe ragionevole attribuire un segno negativo, anziché positivo, al suo ruolo nell’economia. Infine, il ministro dell’Economia ha ragione: tante cose – la storia, l’ambiente, il clima, la bellezza, e altro ancora – non entrano nel Pil. Tuttavia, la correttezza delle critiche non cancella una verità difficile da contrastare: il Pil è il peggiore degli indicatori, tranne tutti gli altri. Alcuni di essi presentano un grado ancora maggiore di arbitrarietà. Il clima, per esempio, come può essere considerato? E come è possibile esprimere una valutazione unica a livello nazionale? Il clima delle Alpi è molto diverso da quello della Sicilia: qual è migliore? In altri casi, anche prendendo per buone le misure, è discutibile l’interpretazione. Le diseguaglianze sociali sono generalmente considerate come un esempio del fallimento del Pil: eppure, qualcuno potrebbe preferire un paese meno eguale, ma con un ascensore sociale più dinamico, a uno più statico e meno diversificato. Non è una provocazione: gli italiani migrano negli Stati Uniti, raramente avviene il contrario. Gli economisti si sono sforzati di valutare la felicità – generalmente attraverso la somministrazione di questionari – ma, alla fine, i risultati hanno comunque un ampio margine di ambiguità: in fondo, se per esempio un individuo decide di sacrificare un’unità di felicità in cambio di un reddito più alto, lo fa – evidentemente – perché trova più soddisfacente quel tipo di vita. Cioè, paradossalmente, è più felice così. In ogni caso, non dovrebbe stupire il fatto che la maggior parte degli indicatori teoricamente anti-Pil (felicità, benessere, qualità della vita, eccetera) sono generalmente fortemente correlati… al Pil. Questo suggerisce che, tendenzialmente, anche se non necessariamente, le società più ricche sono anche più felici. Come si dice a Genova, se i soldi non danno la felicità, figuriamoci la miseria. Cosa c’è, allora, dietro la voglia di scalzare il Pil?

Sul piano ideologico, c’è un profondo scetticismo verso la capacità dei mercati di creare e allocare ricchezza con efficienza ed equità: quindi, abolire il Pil serve a dar campo libero alle politiche pubbliche.

Da tempo Tremonti interpreta una posizione interventista, protezionista e corporativa, coerente con tale obiettivo. Su un terreno più concreto, il ministro potrebbe essere infastidito, più che dal Pil, dalle sue conseguenze, che spera di rendere meno percepibili attraverso la sua rivisitazione: forse il Pil della felicità, a differenza di quello consueto, nel 2009 non ha perso cinque punti percentuali, e in rapporto a esso il debito pubblico non si avvicina al 120 per cento né il deficit al 5,3 per cento. Se il Pil della felicità serve a nascondere informazioni, anziché fornirne di nuove, contro le perplessità di Tremonti non si può che berlusconianamente esclamare: più Pil per tutti!

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19/01/2010 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO | , , , , , , , , , , , | 1 commento

Il governo di Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi ama ricordare un aneddoto del giorno della nomina alla Banca d’Italia: dopo la comunicazione si incammina da piazza Venezia a Roma verso via del Corso. I cronisti pensano che stia andando a rendere omaggio a Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli. E invece lui, con un colpo di scena perfettamente calcolato, li spiazza, girando in una strada laterale. Doveva ringraziare padre Rozzi, il gesuita che è stato il suo maestro al liceo Massimo e guida dopo un grave lutto familiare, non certo la politica che, per un accidente storico, lo aveva promosso alla poltrona tecnica più importante del Paese.

RISIKO. Quasi quattro anni dopo il rapporto con la politica resta lo stesso, un coinvolgimento diretto e allo stesso tempo distaccato, nonostante tutti lo vedano sempre in procinto di smettere i panni del tecnico per quelli del politico (lo stesso succedeva, ciclicamente, anche al suo predecessore Antonio Fazio).
Mario Draghi oggi è al centro di un risiko di nomine, o almeno di speculazioni, che potrebbe portarlo alla guida di un governo tecnico o alla testa della Banca centrale europea. Molto dipende da come verranno riempite le altre caselle: il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aspira alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei  ministri economici dell’area euro, Massimo D’Alema sogna la poltrona di ministro degli Esteri europeo dell’Unione post- trattato di Lisbona, a catena – se Draghi andasse alla Bce – bisognerebbe trovare un altro governatore della Banca d’Italia, e potrebbe essere Lorenzo Bini Smaghi, che ora sta proprio nel consiglio della Bce, e  che avrebbe il placet di Tremonti.
Oltre alle nomine, nelle ultime settimane le tensioni con il ministro Tremonti (frequenti in questa legislatura) sono state originate, nell’ordine, da: gli applausi al discorso di Draghi al meeting di Rimini di Cl, merito anche del nuovo stile comunicativo con discorsi scritti interrotti da interventi a braccio; la richiesta di Draghi di alzare l’età pensionabile e le risposte del governo (“la riforma è già stata fatta”); le critiche della Banca d’Italia allo scudo fiscale con replica del ministro; la creazione della Banca del Mezzogiorno voluta da Tremonti che aggira il potere autorizzativo della Banca d’Italia sulla creazione di nuove istituzioni creditizie. Con un paio di mesi di anticipo, a luglio, il servizio studi della Banca d’Italia aveva pubblicato un working paper dal titolo “Quali politiche per il Sud? Il ruolo delle politiche nazionali e regionali nell’ultimo decennio” che si può leggere come  una bocciatura preventiva dei nuovi piani regionali vagheggiati dal governo Berlusconi di cui la Banca del Mezzogiorno è il cardine.

IL POTERE. Proprio dal servizio studi bisogna partire per capire il potere presente di Draghi che serve a mettere le basi di quello futuro, a palazzo Chigi o all’Eurotower di Francoforte, dove ha sede la Bce. Draghi ha riorganizzato il pensatoio della Banca d’Italia in quattro sezioni, statistica, economia reale, finanza pubblica, economia monetaria. A capo c’è sempre Salvatore Rossi che, però, dai tempi di Antonio Fazio, è salito di grado e ora è direttore centrale per la ricerca economica. La tempistica dei quaderni di ricerca della Banca d’Italia è stata negli ultimi due anni troppo precisa per essere casuale, basti ricordare quest’estate lo studio sui divari di reddito e prezzi tra Nord e Sud Italia che ha chiuso il dibattito sulle gabbie salariali volute dalla Lega, rafforzando quel ruolo di via Nazionale che alcuni osservatori definiscono di “Cassazione dell’Economia”. I maliziosi dicono che ormai il servizio studi è la clava che Draghi cala sul dibattito politico per conquistarne l’egemonia. Chi conosce personalmente il governatore, invece, lascia intuire un’altra interpretazione. Franco Bruni, economista della Bocconi tra i più autorevoli, negli anni Settanta studiava al MIT di Boston insieme a Draghi e Mario Baldassarri (ora con il Pdl) alla scuola del premio Nobel Franco Modigliani: “Erano i primi tempi in cui si usava l’econometria, passavamo le nottate con i computer a schede a far girare modelli, ma riuscivamo a non perdere il contatto con la realtà, anche italiana, grazie a Modigliani che discuteva con noi i suoi editoriali per il ‘Corriere della Sera’. Dovevamo anche aiutare Bob Solow e Paul Samuelson, due futuri Nobel, a preparare i loro appunti per le audizioni al Congresso”. A tutti e tre i giovani dottorandi resta l’imprinting: la ricerca, anche al più teorica, deve essere declinata in qualcosa di utile, cioè suggerimenti di politica economica. All’epoca Baldassarri era il più portato per gli aspetti concreti, l’unico a sapere a quanto ammontasse il Pil dell’Italia. Draghi era a metà tra la fascinazione per la teoria e la propensione a diventare un uomo del fare.

Dopo gli anni da direttore generale del Tesoro, in cui ha maturato grande esperienza per gli equilibri di potere romani e si è procurato anche parecchi nemici, Draghi sembra ver trovato ora l’equilibrio che più si addice alle sue inclinazioni caratteriali. Alla Banca d’Italia ha formato il suo ‘governo’, cioè il direttorio che è l’organo di comando di via Nazionale. Ignazio Visco, economista di fama internazionale, rappresenta l’anima più accademica, il teorico del gruppo. Annamaria Tarantola è stata promossa da Draghi, prima donna nel direttorio, dalla vigilanza dove è ricordata come uno dei cani da guardia più feroci dell’operato delle banche italiane. Giovanni Carosio, già numero due del comitato di Basilea che ha fissato negli scorsi anni le regole di patrimonializzazione delle banche (ora contestate da più parti) ha avuto da poco una chiamata “ad personam” di rilievo: guida il Comitato europeo per la supervisione bancaria, il Cebs, che sta costruendo la nuova vigilanza bancaria europea cui spetta il compito di riempire  le falle evidenziate dalla crisi. Chi ha gestito il delicato equilibrio tra funzioni nazionali e internazionali di via Nazionale è Fabrizio Saccomanni, il sessantasettene direttore generale della Banca d’Italia che due giorni fa – in una delle sue rare prese di posizione pubbliche – ha analizzato lo scudo fiscale davanti alle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato: lo scudo – ha detto – può avere effetti positivi sulla ripresa se i capitali degli evasori rimpatriati vengono investiti nelle imprese, ma potrebbe anche incentivare l’evasione futura. Immediata replica di Tremonti che ha detto “provvedimenti come questo ci sono in tutti i Paesi”.

Il compito più difficile di Saccomanni è stato in questi mesi conciliare le due cariche del governatore, evitando l’impressione che ne trascurasse una: oltre a essere alla testa della Banca d’Italia, Draghi presiede il Financial Stability Forum che dopo il G20 di Londra dello scorso aprile è diventato Financial Stability Board, promosso a principale foro di dialogo economico dove si discute del futuro dell’architettura finanziaria mondiale. Ne fanno parte banchieri centrali, capi di Stato e di governo e ministri dell’Economia (o loro rappresentanti) e i vertici delle principali istituzioni internazionali finanziarie. Sono i “topi a guardia del formaggio”, come li ha definiti una volta Tremonti con una delle sue battute più pungenti, sostenendo che la soluzione alla crisi non poteva arrivare da chi aveva applicato fino a ieri le regole alla base del tracollo.

LE REGOLE. Dai working group del Financial Stability Forum sono arrivate le proposte sui limiti alle retribuzioni dei manager, sui nuovi criteri di capitalizzazione e sulla disciplina da applicare agli strumenti finanziari derivati. L’ascesa del FSB è stata parallela alla progressiva prevalenza del G20 sul G8, sintomo dell’impossibilità di gestire la nuova governance globale della finanza senza il coinvolgimento dei Paesi emergenti. Il successo – anche di immagine – della presidenza Draghi del FSB lo rende un candidato più credibile del suo rivale Axel Weber, governatore della Bundesbank, per la poltrona della Bce. Draghi è sempre a tutti i summit che contano, dal G20 al G8, dai vertici europei di politica economica alle riunioni dei banchieri centrali come Jackson Hole, in Wyoming. Saccomanni, che è stato al Fondo monetario internazionale e responsabile dei rapporti con l’estero della Banca d’Italia, lo supporta sulla scena internazionale e si assicura che il governatore sia sempre informato e adeguatamente attivo nelle faccende italiane. Draghi, nella sua doppia veste, può  tradurre in suggerimenti di politica economica le suggestioni teoriche che gli derivano dai simposi internazionali e, viceversa, sviluppare considerazioni derivanti dalla pratica quotidiana in principi generali che devono ispirare la ristrutturazione della finanza globale. “Nei prossimi anni la guida del Financial Stability Board potrebbe essere per Draghi un compito più affascinante rispetto alla Bce, soprattutto quando sarà completato il riassetto del Fondo moentario internazionale e delle altre istituzioni”, dice il professor Bruni. Anche sulla scena internazionale Tremonti ha cercato il confronto con Draghi, promuovendo il suo global legal standard, la carta dei principi per una nuova finanza che, almeno negli ultimi vertici internazionali, non è riuscita a conquistare la testa dell’agenda.

LE PROSSIME TAPPE. Draghi, quindi, potrebbe anche decidere di restare alla Banca d’Italia e alla guida del FSB, se sarà riconfermato nel 2012, quando scade il suo mandato (non più a vita dopo l’esperienza di Antonio Fazio). “In fondo – spiega un esperto conoscitore di via Nazionale – i casi di governatori che hanno lasciato la poltrona più alta per prendere la guida del governo sono pochissimi: Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, ma quelli erano tempi di vera emergenza, Luigi Einaudi, che diventò vicepresidente del Consiglio prima di andare al Quirinale, e Lambeto Dini, che però era direttore genrale. Gli altri passaggi dall’istituzione alla politica sono stati più graduali”. Qualunque cosa decida di fare Draghi, però, nel suo presente continua la dialettica con il ministro Tremonti: prossimo match alla giornata del risparmio, il 29 ottobre, quando entrambi parleranno delle condizioni della finanza italiana.

19/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Appunti dal G8/7: La fine di un club

Da ieri il G8, di fatto, non esiste più. “Non so più se mi trovo a un G8, G14, G20 o cosa”, dice il direttore generale del Fondo monetario Dominique Strauss-Khan in una conferenza stampa a cui partecipa una manciata di giornalisti, a causa del caos organizzativo negli accrediti. Il suo “bad joke”, come lo chiama lui, coglie il senso politico della giornata. Ma la risposta, che chiarisce la natura del summit in corso all’Aquila e anche l’entità della sua ambizione, arriva in quei minuti: gli otto grandi, d’accordo con i principali paesi emergenti, hanno deciso di rendere permanente il foro del G14 all’interno dei vertici del G8. Lo ha confermato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in serata: “Il G8 esiste già da anni e ora non è più idoneo a gestire l‘economia mondiale, il G14 potrebbe essere una soluzione che consente una vera dialettica al suo interno e rappresenta le maggiori economie e i maggiori Paesi produttori di anidride carbonica”. Ed è chiaro che se da ora in avanti i capi di governo saranno sempre quattordici, è solo questione di tempo prima che l’etichetta di G8 cada in disuso, così come a suo tempo si era sostituita alla formula temporanea del G7+1 quando era stata cooptata la Russia. Brasile, Cina, India, Sud Africa Messico più, su pressioni anche dell’Italia, anche l’Egitto. “Così nessuno potrà più dire di non essere rappresentato: con l’Egitto ci sarà anche il mondo islamico, mentre il Sud Africa garantiva una rappresentanza africana ma non poteva fare da referente a quella che è una delle aree cruciali nelle relazioni diplomatiche ed economiche attuali”, spiega al Riformista il viceministro al Commercio estero Adolfo Urso, che ha lavorato alla preparazione del vertice. “Il passaggio al G14 è un passo importante nella governance economica che potrebbe preludere a un’evoluzione anche in campo politico, credo che i processi di assestamento nelle formule dei summit si svolgeranno in parallelo a una modifica di assetti come quello del Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove prima o poi si supererà lo schema attuale”, dice Urso.

Strauss-Khan ha spiegato perché un G8 senza gli emergenti non ha più senso: “Non è ancora il momento di implementare le exit strategy dalla crisi, ma bisogna cominciare a pensare a come risolvere gli squilibri che le politiche anticrisi stanno aggiungendo a quelli strutturali. Negli Stati Uniti i tassi di risparmio saliranno e questo, combinato con gli effetti della recessione, farà venire meno in modo quasi permanente quella forte domanda di consumi che finora ha trainato l’economia mondiale finora”. Quindi i paesi emergenti che finora hanno visto il loro Pil trascinato al rialzo grazie alle esportazioni, dovranno cominciare a puntare più sulla domanda interna, invece che su quella estera, cambiando il proprio modello di sviluppo. Le conseguenze, anche per quanto riguarda, la regolazione dei tassi di cambio sono che servirà un maggiore coordinamento. E qui si coglie il problema del passaggio al G14: “In questa crisi si è visto il primo vero esempio di politiche di risposta coordinate, tutti hanno sostenuto la domanda, tutti hanno ridotto i tassi di interesse, tutti ora dovranno sostenere il lato dell’offerta”, ha detto Strauss Khan. E questo è stato possibile perché il nucleo forte del G8 è stato compatto all’interno del G20: incentivare la cooperazione allargata a 14 è un passo in più verso il consolidamento della formula a 20 (tutti, qui all’Aquila, continuano a citare il G20 di Pittsburgh in settembre come l’ennesimo appuntamento decisivo). Il rischio per il G8 è quindi quello di avere gli stessi problemi dell’Unione europea, un’espansione potenzialmente illimitata che impedisce di fissare confini. Già ieri, oltre ai quattordici, c’erano anche Indonesia e Corea del Sud e, contando tutte le bandiere esposte all’ingresso del Media Village di Coppito si arriva a trenta. I corrispondenti spagnoli, dal prato all’interno al Village, hanno subito dedicato lunghe corrispondenze alla fine della “cumbre” degli otto che finora li ha esclusi (e questa è la prima volta che, invitati proprio dai cugini rivali d’Italia, la delegazione spagnola partecipa al summit). Perché se nel G14 c’è perfino un Paese in via di sviluppo come l‘Egitto, sarà sempre più difficile tenere fuori la Spagna.

L’allargamento senza fine piace molto alle Ong che vorrebbero un summit dove tutti sono rappresentati, come la sterminata (e quasi senza poteri) assemblea generale dell’Onu che si riunirà a settembre. “Ci vorrebbe un G162, non si andrà da nessuna parte finché pochi possono decidere il destino di tutti gli altri”, dice un volontario della Global Coalition against Poverty, la più efficace Ong (un ombrello che ne racchiude diverse, in realtà) all’Aquila, con la campagna “Press the G8”, e ha perfino convinto Berlusconi a presentare le proprie richieste in un documento che il presidente del Consiglio ha distribuito a cena ai colleghi mercoledì sera. Eppure proprio le Ong potrebbero trovarsi ora in difficoltà: un conto è andare allo scontro con i Paesi ricchi e avidi che non finanziano la lotta alla malaria o non condonano il debito di stati poverissimi. Tutt’altra cosa attaccare un G14 dove ci sono due Paesi africani e i tre campioni degli ex-poveri, Brasile, India e Cina.

Mentre si discute molto di governance, però, sui dossier non si ottengono risultati definitivi: c’è il rischio che il nuovo Istituto mondiale per catturare l’anidride carbonica annunciato dal premier australiano Kevin Rudd e da Obama nel pomeriggio – uno dei pochi progetti concreti – serva a poco, visto che la Cina si sfila dall’accordo sul clima, smentendo così l’auspicio di Berlusconi (“meglio un accordo di minima con tutti che impegni ambiziosi che chiedono sacrifici solo ai Paesi occidentali”), l’Onu parla di “grande occasione mancata”. E i cinesi ribadiscono il loro intento di creare un’alternativa al dollaro come valuta di riserva globale, mentre sugli aiuti ai Paesi poveri le Ong devono arrendersi all’evidenza che dei sessanta miliardi di euro promessi non c’è traccia. Unico vero risultato politico della giornata: i leader del G14 si sono impegnati a organizzare un meeting dei ministri del commercio prima del G20 di Pittsburgh, a settembre, per arrivare al summit con un accodo su quella che Urso definisce la “chiusura politica” dei negoziati della Wto aperti a Doha nel 2001. Poi arriverà la chiusura effettiva all’inizio del 2010. Resta una perplessità: davvero c’è bisogno di un vertice internazionale al mese? “La governance della globalizzazione è sempre più complessa e niente è efficace come un incontro faccia a faccia”, risponde Strauss Khan.

10/07/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Le dodici tavole finanziarie

moses

A Novembre sembrava potesse essere una nuova Bretton Woods, una riforma dell’architettura finanziaria mondiale, magari con un nuovo accordo sui cambi delle monete. Ad aprile era diventata una carta dei principi con l’ambizione di essere per l’economia l’equivalente della Carta europea dei diritti dell’uomo, un testo non vincolante, ma da cui non sia possibile prescindere nella stesura delle normative nazionali. In marzo era perfino entrato nei comunicati del G7 finanziario a Roma, e se ne era discusso al G20 di Londra un mese dopo. Ieri, finalmente, una bozza del Global legal standard voluto dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti e promesso da Silvio Berlusconi come la cifra della presidenza italiana del G8 è stata resa pubblica.

La sede in cui i «dodici principi per un’economia più forte, più giusta e più sana» vengono presentati è quella di un blog, il Global Standard Blog, appunto, che è parte del dibattito via web (community.oecd.org/community/gcls?view=blog, bisogna sapere l’indirizzo perché sulla home page non c’è alcun link) che si svolge sul sito dell’Ocse, l’organizzazione dei paesi più industrializzati, seguito al vertice di Lecce del 12 e 13 giugno.
Sono dodici punti, «principi comuni e standard sulla proprietà, l’integrità e la trasparenza», caricati sul sito da Nicholas Bray, il capo ufficio stampa Ocse. Tutti gli standard sono al condizionale, perché indicano come l’economia dovrebbe essere dopo la crisi. Dall’evasione fiscale («Tutti gli attori del business, indipendentemente dalla loro forma legale, dovrebbero adempiere ai loro doveri fiscali»), a «ogni forma di protezionismo dovrebbe essere bandita». Gli strumenti finanziari non dovrebbero essere usati per nascondere i veri beneficiari delle scatole cinesi societarie, e la rincorsa verso il basso nelle condizioni lavorative e ambientali si dovrebbe evitare «attraverso la cooperazione internazionale e la convergenza dei quadri normativi nazionali». L’elenco dei desiderata continua con l’auspicio che gli stipendi dei manager non siano sproporzionati rispetto alle possibilità dell’azienda e che la corruzione venga punita severamente.

Due le domande rivolte agli utenti: «Cosa vorreste vedere nel Global Standard? Cosa dovrebbero considerare i leader nelle loro riflessioni sul Global Standard?». Per ora non ci sono commenti.

Come spiega una nota introduttiva, adesso si apre il dibattito, perché il Global standard è un «work in progress» che, quindi, non può entrare nell’agenda del G8 che si apre domani all’Aquila se non come bozza. Berlusconi lo aveva già anticipato nei giorni scorsi: «Siamo ancora lontani da un risultato, ci vogliono ancora molti passaggi». E infatti nell’intervista di ieri al Giornale che presenta il vertice, il Global Standard che doveva essere la cifra della presidenza italiana non è nominato. Resta da capire se e come gli Standard saranno discussi nelle sessioni del G8, come aveva auspicato Tremonti e come doveva essere nelle intenzioni orginarie: di crisi e dossier economici – i più importanti sono l’aiuto allo sviluppo e il commercio internazionale – si discuterà soprattutto il primo giorno del vertice. Sarà quella l’occasione per affrontare l’argomento.
Gli sherpa, i rappresentati con delega dei governi, hanno lavorato in questi mesi con un gruppo di giuristi organizzato da Tremonti (di cui fanno parte, tra gli altri, Giulio Napolitano, Enrico Letta e Guido Rossi), per individuare i punti da cui partire per riformare la finanza mondiale. La Germania spingeva per una carta dei principi che non fosse strettamente finanziaria ma di più ampio respiro, l’Italia avrebbe preferito un focus più preciso. Si è trovata la mediazione nella formula del Global Legal Standard. Ma nel frattempo la cronaca ha complicato il processo di elaborazione del documento. Gli Stati Uniti di Barack Obama hanno fatto la loro riforma della supervisione, dando più poteri alla Federal Reserve, l’Unione europea ha annunciato la propria, con la creazione di un’autorità che valuterà i rischi sistemici. E il Financial Stability Board guidato da Mario Draghi si è imposto come il foro internazionale dove banchieri centrali e governanti stabiliscono i principi da tradurre in concreto a livello nazionale. In questo nuovo scenario l’urgenza con cui era stato lanciato il progetto degli standard si è progressivamente affievolita. «É un lavoro complesso, un cammino importante, che non si può chiudere in sei mesi», ha detto sabato Tremonti.

07/07/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La crisi vista dai think tank italiani: tutto ruota intorno a Tremonti

aspen

Il terreno su cui si consuma gran parte dello scontro intellettuale tra i think tank italiani è quello della crisi. Le origini, l’analisi, le tempistiche, le previsioni e, soprattutto, le risposte politiche per uscirne. Soltanto nell’ultima settimana, oltre alle tante già attive, sono nate altre due istituzioni ibride, un po’ culturali e molto politiche: la fondazione Italia Futura ispirata da Luca Cordero di Montezemolo, e Robinson Crusoe, rivista di dibattito sul web voluta da Giulio Tremonti e Giuliano Amato e coordinata dall’economista Mauro Marè. La prima ha scelto un approccio pragmatico, partendo dalle micropolitiche e non dall’analisi delle grandi questioni di scenario, finanzierà con 30 mila euro il progetto più innovativo tra quelli che partecipano a un concorso. Un’iniziativa lascia intendere un messaggio di politica economica: dalla crisi si esce grazie alle idee dei singoli, meglio agire da stimolo nella società imprenditoriale che denunciarne le rigidità. Crusoe parte invece con un manifesto programmatico, in inglese, per spiegare le dieci debolezze dell’Italia, dal debito alla spesa pubblica, chiudendo con un invito a essere ottimisti (come sollecita il governo e Silvio Berlusconi da mesi).

Sia Tremonti che Amato sono, rispettivamente, presidente ed ex presidente anche dell’Aspen Institute, che di crisi discute da due anni nei seminari a porte chiuse e pubblicamente sulla rivista Aspenia diretta da Marta Dassù: l’ultimo numero si chiama “Krìsis”. Tremonti spiega nel saggio introduttivo che questo è soprattutto un momento di cambiamento, l’occasione per accettare finalmente un’Unione europea intergovernativa, che possa emettere titoli di debito. La vera novità culturale del saggio di Tremonti è che il ministro, da critico di una globalizzazione costruita sul debito privato, suggerisce di riconsiderare in prospettiva storica l’importanza del debito pubblico come propellente della crescita: a supporto cita le performance dell’Italia degli anni Ottanta.

L’azione politica di Tremonti è stata però, finora, rigorista: poca spesa per avere saldi di bilancio sostenibili. Una linea che viene contestata, in forme diverse, da tutti i siti di dibattito a sinistra. Non si tratta di veri e propri think tank (non sono strutture permanenti ma piazze virtuali dove si incontrano persone con idee simili), però hanno la stessa funzione dei pensatoi strutturati: dare idee alla politica e monitorare le politiche della maggioranza. Il sito più a sinistra è Economia e politica, che fa capo all’economista Riccardo Realfonzo, oggi assessore al bilancio a Napoli. Realfonzo promuove da tempo la tesi che il debito pubblico non va ridotto ma stabilizzato, rifinanziandolo senza chiedere sacrifici all’economia reale nel nome del rigore di bilancio. Uno degli articoli pubblicati più di recente, a firma dello storico del pensiero economico Guglielmo Forges Davanzati, è dedicato a «Il governo, la crisi e i costi sociali del rigore finanziario».

Più complesso individuare una linea editoriale precisa nella voce.info, il sito di riferimento per gli economisti di appartenenza – o almeno di cultura – bocconiana: nell’editoriale collettivo che celebra il settimo compleanno del sito, si ringrazia il ministro Tremonti «di tante solerti attenzioni. Vuol dire che ha paura del nostro giudizio. Non glielo faremo certo mancare. Neanche per un giorno. Neanche per un’ora. Anche perché non siamo certo noi i catastrofisti. Ricordiamoci di chi in questi anni ha più volte evocato l’apocalisse». Non prevale una visione netta della crisi, se non che può rivelarsi il momento per le riforme, soprattutto nel mercato del lavoro e nella razionalizzazione della spesa pubblica. Sul piano macro alcuni collaboratori, come Francesco Daveri, continuano a segnalare i pericoli della deflazione (per ora solo teorici) e dell’eccesso di regolazione di emergenza. Ancora più difficile individuare i tratti comuni degli interventi nel blog collettivo noisefromamerika, meno accademico e più informale della voce.info, dove si sfogano economisti italiani che lavorano negli Stati Uniti. Anche in quel caso la critica a Tremonti sembra essere uno dei pochi punti fermi.

farefuturo

A destra le posizioni sono più marcate, c’è anche una divisione di compiti. La fondazione Farefuturo, presieduta da Gianfranco Fini e diretta a Adolfo Urso, ha appena pubblicato un rapporto di cinquecento pagine che invece di analizzare l’origine della crisi analizza il contesto in cui l’Italia dovrà competere. Individua una soluzione che, in sintesi, è la difesa del Made in Italy: lotta alla contraffazione, incentivi alle piccole imprese a crescere di dimensione, attirare investimenti esteri per proiettarsi poi nel mondo con basi più solide, un po’ sul modello della Fiat di Sergio Marchionne.

Il centro Tocqueville-Acton si concentra sul vuoto di valori che la crisi ha evidenziato. Con un piede nel mondo vaticano, il pensatoio animato da economisti come Flavio Felice (Università Lateranense) e Stefano Zamagni (consultore del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace) parlano di un «mercato da civilizzare». La sponda politica è quella dell’Udc di Pierferdinando Casini, il punto di riferimento la dottrina sociale della chiesa, l’obiettivo un’economia ricca di valori anche quando si parla di nuove tecnologie e si usano formule matematiche. Michael Novak, in uno degli articoli più recenti pubblicati sul sito, ha denunciato le «eresie economiche degli statalisti», ma ha ammonito anche i liberisti: «I processi di mercato funzionano bene solo se sottoposti a un sistema di regole, e solo sulla base di regole del gioco certe. Un mercato senza regole è una finzione dell’immaginazione». E i liberisti che più hanno difeso la deregulation in Italia sono quelli dell’Istituto Bruno Leoni. Il think tank diretto da Alberto Mingardi continua a preoccuparsi degli eccessi della regolazione (cui la politica può ricorrere approffittando della crisi) e delle tentazioni keynesiane cui è soggetta la nostra cultura. Ma ha un approccio più prudente nel valutare la situazione italiana. «Al governo si chiede autorevolezza in una fase cruciale. Ma anche dalla società civile dovrebbe venire qualcosa d’un po’ meglio», ha scritto Mingardi, che – da liberista – auspica che «ciascuno aiuti se stesso, sperando nella complicità delle stelle». Il ministro Tremonti, nella formula d’azione «economia sociale e di mercato» ha trovato la sintesi per combinare le istanze caratteristiche dei tre pensatoi di destra.

04/07/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il grande romanzo americano di Doonesbury

Ogni giorno, su 1400 quotidiani nel mondo, Garry Trudeau racconta l’America più liberal da quasi quarant’anni. Per la prima volta il fumetto più odiato dai politici americani viene raccolto in un’edizione integrale (in Italia e non negli Stati Uniti), a partire dalle primissime storie del 1970.

DOONESBURY

Forse il Grande Romanzo Americano, quello che tutti gli studenti di scrittura creativa e i colletti bianchi in pensione sognano di firmare, è già stato scritto. Anzi, viene scritto tutti i giorni, ma trattandosi di fumetti questo primato difficilmente verrà riconosciuto a “Doonesbury”, la striscia di Garry B.Trudeau che appare ogni giorno su 1400 quotidiani nel mondo. In Italia la case editrice Black Velvet ha appena iniziato a pubblicarne la raccolta integrale (operazione meritoria ma senza precedenti, neppure in America), un volumone di 472 pagine (27 euro) che raccoglie i primi tre anni di storie, dal 1970 al 1972, curata da Omar Martini e Matteo Stefanelli.

 

In quegli anni Trudeau era poco più di una matricola a Yale, l’università in cui studiava un ragazzo due anni più grande con un cognome importante, George Bush. Suo coetaneo e amico era invece Howard Dean, che nel 2004 farà le prove generali della politica sul web perdendo le primarie democratiche contro John Kerry, a sua volta sconfitto dal presidente George Bush in cerca della riconferma.“Doonesbury” debutta nel 1970, le prove generali Trudeau le aveva fatte sul giornale universitario Bull Tales: è la prima striscia distribuita con in modo “sindacato” dalla Universal Press Syndicate: un unico fumetto pubblicato su più quotidiani, un metodo che farà la fortuna degli autori e trasformerà alcune strisce in successi americani prima e globali poi.
Nella prima striscia c’è già condensato il senso di 38 anni di vignette quotidiane: B,D., il campione di football entrato a Yale con la borsa di studio per meriti sportivi, aspetta il suo nuovo compagno di stanza con una birra in mano e l’elmetto da partita in testa. Lui, repubblicano che sogna l’esercito, sciovinista, fidanzato con una bionda ovviamente cheerleader. E il suo nuovo roommate, Michael Doonesbury, occhiali, intellettuale che finirà per diventare ovviamente giornalista prima all’università poi nella stampa vera, incarnazione del liberal archetipico, che odia Richard Nixon e si sente coscienza critica dell’America. Sono solo gli inizi, “Doonesbury” è poco più di una strip comica, i personaggi sono un po’ delle macchiette che rappresentano i tipi umani che Trudeau incontra all’università. A ventidue anni il giovane autore si gode la celebrità e ancora non ha deciso bene cosa vuole fare da grande. «Un narratore», si definisce oggi nelle rare interviste che concede, solo alla carta stampata, perché in televisione c’è andato una sola volta in più di trent’anni.

Già nelle prime, quotidiane, storie brevi si intravedono le caratteristiche di quello che “Doonesbury” diventerà. Non c’è solo il gusto per la battuta finale, il meccanismo comico è diverso da quello dei “Peanuts” di Charles Schultz o del “Calvin & Hobbes” di Bill Watterson: non si ride solo per la gag nella terza vignetta o per l’eterna ripetizione della stessa scena (Lucy continuerà a togliere il pallone quando Charlie Brown calcia, lo sappiamo). B.D. e Michael Doonesbury studiano, danno gli esami, cambiano ragazza, si laureano, cercano lavoro. Invecchiano, fin da subito, quando sono ancora giovanissimi. Cambiano. Loro e tutti i personaggi che si aggiungono, ancora un po’ stilizzati, da Mark Slackmayer che occupa l’ufficio del rettore tutte le settimane al piccolo chimico Bernie che vuole diventare licantropo con la formula giusta (poi abbandonato, quano la serie si evolve). Nel volume pubblicato da Black Velvet B.D. riesce ad arruolarsi e parte per il Vietnam: diventa amico con un vietcong ma questo non gli impedisce di godersi la guerra, lui che vuole solo ammazzare quanti più rossi possibile. Nessuno si fa male, quasi nessuno muore. «Quando ho mandato B.D. in Vietnam avevo 22 anni, ora ne ho 58. So più cose», ha spiegato nel 2005 Trudeau quando ha amputato una gamba a B.D. Perché l’ex quarterback si è fatto tutte le guerre, seguendo la bandiera, e nell’ultima, nelle sabbie fuori Baghdad ha perso una gamba (si vede una scena di quel momento in alto in questa pagina).

Trudeau ha studiato i blog dei marines e ne ha creato una rassegna on line “The sandbox”, ha scambiato mail con loro (tutti gli hanno risposto entusiasti di collaborare), ed è andato all’ospedale Walter Reed per i veterani a fare ricerche. Quando ha chiesto a un soldato amputato di raccontargli la propria esperienza lui ha chiesto a cosa servisse. Quando ha saputo che Trudeau voleva capire come raccontare la mutilazione di B.D. il veterano è rimasto scosso: «Davvero è successo questo a B.D.?», chiedeva il soldato amputato, lui davvero, nel suo letto.

Di ritorno dall’Iraq B.D. si togli anche l’elmetto da football, per la prima volta in 35 anni: «É un personaggio da reinventare». E anche gli altri sono cambiati, qualcuno è morto per Aids negli anni Novanta, qualcuno è andato a lavorare per la Cia e a imparare come torturare i terroristi, qualcuno – come Mark Slackmayer – ha scoperto di essere gay e continua a fumare marjuana come ai tempi dell’università.
Di solito Doonesbury è classificata come una striscia di satira politica, perché in tanti, da Nixon a Henry Kissinger a John McCain, la temevano e la temono, e per le folgoranti intuizioni di Trudeau: George Bush è un elmo da centurione romano vuoto, Arnold Schwartzenegger una enorme mano da molestatore (è stato accusato da molte donne di essere un po’ troppo espansivo), il fumantino Newt Gingrich è una bomba pronta ad esplodere. Obama ancora non ha un simbolo, «forse è perché lei è l’uomo del cambiamento, troppo complesso e dinamico per essere appresentato in un simbolo», lo blandisce uno dei suoi collaboratori in una striscia pubblicata questa settimana. Trudeau è diventato un editorialista influente, con le sue strisce appaiate agli editoriali tradizionali nelle pagine dei commenti. Negli ultimi anni, con l’evoluzione del gergo fumettistico, “Doonesbury” è stato considerato come il precursore – e il massimo interprete – del graphic journalism, il tentativo di raccontare l’attualità con il fumetto (nonostante tempi di produzione piuttosto lunghi).

Ma “Doonesbury” è soprattutto un romanzo, e la raccolta pubblicata da Black Velvet è utile a capirlo. È una storia dell’America contemporanea vista con gli occhi di un baby boomer di successo, che frequenta le università giuste e legge il New York Times, che riesce a intercettare i cambiamenti della coscienza collettiva dell’America come solo un liberal della east coast può fare, rispettando tutti i cliché di quell’atteggiamento che fa imbestialire i conservatori e che Tom Wolfe ha riassunto in “Radical chic” (Castelvecchi), per cui si devono amare le Pantere nere – ci sono anche in “Doonesbury” – ma chiedendosi anche se davvero saprà apprezzare adeguatamente quel pezzetto di Roquefort servito dal cameriere in livrea in una serata newyorkese. Doonesbury incarna però anche quell’elemento che esiste solo nella narrativa americana di vivere la grande Storia anche come parte dell’esperienza di vita personale: l’inserimento – per ovvie ragioni narrative – dei personaggi in tutte le vicende rilevanti dell’attualità politica e di costume non risulta artificioso. Trudeau riesce a evitare l’effetto “signora in giallo” (nessuno può assistere a un omicidio al giorno, anche quando è in vacanza) proprio perché è americano, perché nei capelli scompigliati, negli occhiali e nella schiena curva del personaggio di Michael Doonesbury è riassunta la consapevolezza liberal di quello che succede, l’incapacità (un po’ ostentata e un po’ studiata a tavolino) di separare la Storia dell’America dalla propria.

“Doonesbury” è un fumetto che in Italia è poco conosciuto, se ne è parlato soprattutto quando il suo traduttore storico, il giornalista Enzo Baldoni, è stato ucciso in Iraq. Non è facile inserirsi nel flusso di una narrazione così americana e così progressiva se non si comincia dall’inizio. Oggi è pubblicato da Linus e tutti i giorni dall’Unità. Ma per apprezzare davvero “Doonesbury” bisogna leggerlo raccolto in volume. E questo è un po’ sorprendente, visto che da 39 anni esce sui quotidiani in piccole dosi giornaliere.

08/06/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , | Lascia un commento