Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Se son tasse fioriranno

dal Fatto Quotidiano del 10 gennaio

“Riduzione delle tasse nel 2010? Questa frase dal presidente non è mai stata pronunciata”.
Così Paolo Bonaiuti, il portavoce del presidente del Consiglio, smentiva una frase attribuita a Silvio Berlusconi nel giorno dell’Epifania. Era solo questione di tempo, però, prima che Berlusconi smentisse la smentita.

In un’intervistina a Repubblica (!), piazzata con understatement a  pagina 11 , Berlusconi dice: “Ci sono delle emergenze. Come la riforma tributaria, la riforma della giustizia e la riforma istituzionale”. Poi aggiunge: “Con Tremonti stiamo studiando una riforma tributaria, un progetto che avevamo indicato già nel 1994″.

E infatti, per il momento, il “grande dibattito” auspicato dal ministro dell’Economia si declina nella pubblicazione sul sito Internet del ministero delle Finanze, in bella vista sulla homepage, del “libro bianco” sulla riforma fiscale del 1994, firmato Tremonti. Un reperto archeologico di politica tributaria che risale ai tempi in cui Berlusconi prometteva la “rivoluzione liberale” con il miraggio delle due sole aliquote sull’Irpef, sognando le flat tax anglosassoni.

Ovviamente la rivoluzione non si è mai realizzata e i liberisti come Antonio Martino che all’epoca si erano lasciati sedurre dal berlusconismo thatcheriano ora sono disillusi e ai margini. Ma il governo, conferma Berlusconi, vuole riprovarci. Il problema è sempre lo stesso: dove sono i soldi per ridurre le tasse? Una questione delicata, soprattutto adesso che le entrate sono in calo per la recessione (e forse pure per l’evasione) e che, come ricorda lo stesso Tremonti, l’aumento del debito pubblico si traduce in una “tassa” da otto miliardi all’anno per gli interessi.

Neppure all’Università di Chicago citano più la curva di Laffer – se tagli le tasse il gettito sale perché l’economia cresce e i contribuenti le pagano più volentieri – quindi lo slancio riformatore di Berlusconi e Tremonti rischia di esaurirsi in fretta. Per quel poco che si può intravedere dietro le anticipazioni di Tremonti, gli scenari possibili sono due.

Primo: l’introduzione di un modello “bonusmalus” che riduce le tasse a qualcuno e le alza a qualcun altro giudicato meno meritevole lasciando praticamente invariato il gettito. Servirebbe a incentivare la green economy e a penalizzare i settori poco graditi (come le banche o i petrolieri) e a vantare il successo di una riforma.

Seconda ipotesi, più probabile: il gettito che entrerà in cassa con la proroga dello scudo fiscale (da dicembre ad aprile) verrà speso per un intervento una tantum, magari a ridosso delle regionali. Non sarà una riforma, ma è il massimo che Berlusconi e Tremonti si possono permettere.

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11/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Se Bersani Parla di tasse

da Il Fatto Quotidiano del 7 ottobre

A meno di una settimana dal congresso del Partito democratico, finalmente uno dei candidati – il vincitore annunciato – inizia a parlare di cose concrete. Pierluigi Bersani, in un’intervista al “Sole 24 Ore” di ieri, prima si produce in imprescindibili riflessioni sul “nesso tra questione democratica e questione socio-economica”. Poi passa a temi comprensibili. Questa l’idea di fondo: bisogna ridurre le tasse. Soprattutto quelle sul lavoro, ma non solo, anche alle categorie o ai soggetti che dimostrano maggiore fedeltà fiscale. E “il nuovo patto economico-fiscale” con le piccole e medie imprese può significare solo una cosa: noi vi riduciamo le tasse, voi vi impegnate a pagarle tutte. Forse, ma solo forse, si potrebbe pensare anche a una tassa patrimoniale (che colpisce la ricchezza accumulata, non il reddito), almeno come minaccia da agitare per guadagnare potere contrattuale.
Per la prima volta da molto tempo sembra di scorgere l’embrione di un’idea a sinistra. Ai tempi di “le tasse sono bellissime” di Tommaso Padoa-Schioppa e Vincenzo Visco c’era l’approccio dei due tempi. Prima si risana la finanza pubblica con una cura lacrime e sangue e una lotta spietata all’evasione, poi si riducono le imposte a chi lo merita (come ha fatto il centrosinistra di Prodi intervenendo sul cuneo fiscale, la differenza tra quanto costa il lavoratore all’impresa e quanto ottiene in busta paga). Ma Bersani deve aver letto sul “Corriere della Sera” il primo editoriale con cui Francesco Giavazzi ha ricominciato a scrivere di politica economica, qualche settimana fa: il Pdl e Silvio Berlusconi – scriveva l’economista bocconiano – hanno definitivamente rinunciato alla “rivouzione liberale”, all’idea che per stimolare l’economia si debba ridurre la pressione fiscale. Si limita – ma questo Giavazzi non lo esplicitava – ad ampliare le zone grigie in cui i furbi, e quindi meritevoli, possono prosperare a spese degli altri. Vedi lo scudo fiscale.
Nel mercato della politica, quindi, si è creato un vuoto: ci sono soggetti, imprenditori e commercianti, che vogliono sentir parlare di riduzione delle tasse. Bersani l’ha capito e ha abbandonato i due tempi. Le tasse si riducono subito e, al contempo, si concordano nuovi modi per farle pagare. Difficile dire se un governo di centrosinistra sarebbe poi in grado di farlo davvero, ma almeno è un’idea.

07/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

Redditi (dichiarati) da poveri e consumi da ricchi

Il problema dei dati è che di solito si guardano separatamente. Ma questa volta è inevitabile considerarli insieme, vista la tempistica. Lunedì il Tesoro ha presentato le prime analisi su quanto hanno dichiarato gli italiani nel 2008, cioè informazioni sui redditi del 2007 che risultano al fisco. Ieri l’Istat, invece, ha comunicato quanto hanno speso, con i dati sui consumi. E non c’è neppure bisogno di appellarsi ai soliti calcoli di quante auto di alta gamma o barche di quindici metri vengono immatricolate ogni anno, per capire che c’è un problema.

Non si tratta delle punte, dei ricchissimi o degli evasori totali. Basta guardare le medie. Secondo quanto risulta al Tesoro, l’Italiano medio guadagnava nel 2007 circa 1.580 euro al mese. Ma l’Istat dice che una famiglia italiana, sempre in media, spendeva 2.539 euro al mese. E la recessione non ha cambiato molto le cose, anche perché ci sono stati alcuni rincari, come la benzina: 2.485 euro al mese nel 2008. Mille euro in più del reddito mensile. Si può obiettare che spesso i redditi in una famiglia da lavoro sono due. Se così fosse risulterebbe che, a fine mese, restano 645 euro non spesi, ma solo nell’ipotesi (fantascientifica) che le mogli guadagnino quanto i mariti. Non male. Ma se i due coniugi hanno quella quota di surplus, possono anche permettersi di fare un figlio, magari due. Ed ecco che rispunta l’immagine di un Paese povero: una famiglia di quattro persone spende in un mese 3.136 euro, 24 euro in più di quelli che incasserebbe sommando due redditi medi. Quindi ci sono solo due modi per sopravvivere: o ci si indebita o ci si affida ad altre entrate non dichiarate al fisco. Visto che, come ci ricorda sempre il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, siamo uno dei Paesi dove i privati sono meno indebitati al mondo, è chiaro che la soluzione preferita è l’evasione fiscale.

Fare i conti in tasca ai veneti o ai lombardi, tradizionali imputati di evasione, è complesso: nella fabbrichetta di famiglia ci lavora magari anche il figlio o la moglie del titolare, mentre l’Istat calcola i consumi di tutta la famiglia ed è difficile sovrapporli alle dichiarazioni dei redditi individuali. Ma vediamo il Mezzogiorno, dove la famiglia monoreddito è la norma: l’immagine che l’agenzia delle entrate riceve delle regioni meridionali è quella di un contesto al limite della povertà. Il reddito medio in Lombardia è 22.460 euro all’anno, quello della Calabria 13.410. La Puglia e la Basilicata stanno appena meglio, intorno a 14mila. Una famiglia del Mezzogiorno spende però 1.969 euro al mese. Un livello di consumo difficile da sostenere se l’unico a lavorare è, per esempio, il tipico capofamiglia calabrese che guadagna soltanto 1.117 euro al mese (media regionale) con la moglie casalinga. Insomma: l’evasione si vede, perché i dati sui consumi possono mentire molto meno di quelli sulle tasse. Uno per tutti: la famiglia che dipende dai redditi di un imprenditore o libero professionista – categoria che spende 3.600 euro al mese, una cifra che secondo il fisco potrebbe permettersi solo il 4,3 per cento degli italiani, meno di due milioni di persone. Peccato che, soltanto le partite Iva, siano 8,8 milioni.

I consumi, però, confermano che le differenze tra le aree italiane ci sono davvero, anche se non così accentuate come sembrerebbe guardando le dichiarazioni dei redditi: la spesa per il cibo è la stessa da nord a sud, circa 470 euro al mese. Quello che fa la differenza tra regioni ricche e povere sono i consumi non alimentari, dalla casa (639 euro al mese) ai trasporti (366) o l’abbigliamento (150). Nelle regioni meridionali, dove ci sarebbe un reddito medio di 1453 euro, si spendono ben 1.440 euro per queste voci. Al Nord, dopo aver sostenuto i costi della sussistenza, per tutto il resto ne avanzano 2.300.

15/07/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento