Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Nuovi ammortizzatori (forse) e vecchi buchi

dal Fatto Quotidiano del 12 gennaio

di Stefano Sacchi

Università degli Studi di Milano

La recessione può essere in dirittura di arrivo, ma la fine della crisi occupazionale è, purtroppo, di là da venire. Nei prossimi mesi aumenteranno sia i disoccupati, ben oltre i 2,1 milioni del recente dato Istat relativo a novembre 2009, sia gli scoraggiati, cioè quanti rinunciano a cercare lavoro perché ritengono di non poterlo trovare. Soprattutto, il ritorno ai livelli occupazionali precedenti alla crisi sarà questione di anni. Nonostante i peana intonati alla Cassa integrazione da politici e giornalisti, il sistema di protezione sociale italiano non è equipaggiato per contrastare efficacemente una situazione di questo genere. Dei circa 15 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati che in Italia possono perdere il lavoro (esclusi quindi i dipendenti pubblici a tempo indeterminato) oltre 3 milioni sono esclusi dalle indennità di disoccupazione. Gli interventi varati dal governo hanno dimezzato questa platea, portandola a quell’1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati esclusi da qualsiasi tipo di sostegno al reddito in caso di disoccupazione di cui parla il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. A questi si possono sommare circa 5 milioni di autonomi, che la crisi ha colpito duramente. Negli ultimi tempi si registra un’ampia convergenza fra governo, opposizione e parti sociali sulla necessità di una riforma degli ammortizzatori sociali, anche se nelle più recenti dichiarazioni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, la questione è scomparsa dalle priorità. Ad ogni modo, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi afferma di voler introdurre (sebbene a seguito dell’attuazione di una legge delega, e probabilmente non prima del 2012) un’indennità di disoccupazione generalizzata. Tale intervento dovrà però essere di tipo esclusivamente assicurativo, cioè basarsi sulla pregressa (e sufficiente) contribuzione da parte del lavoratore.

In tutti i paesi europei sono in vigore sussidi di disoccupazione di tipo assicurativo, ma accanto a questi vi sono quasi sempre schemi di assistenza sociale (che è cosa ben diversa dall’assistenzialismo) per quanti non si qualificano per il sostegno del primo tipo. Questi schemi, che prescindono da requisiti contributivi e sono invece sottoposti alla prova dei mezzi (non solo il reddito, ma anche il patrimonio), sono in molti paesi integrati con il reddito minimo garantito. Nella visione delineata dal governo, questa strada appare esplicitamente preclusa: il sussidio di disoccupazione dovrebbe essere esclusivamente assicurativo, senza alcuno spazio per schemi di assistenza sociale (né tantomeno per quello schema di reddito minimo che manca, nell’Europa a 27, solo in Italia, Grecia e Ungheria). Il problema è che, dato il funzionamento del mercato del lavoro italiano, le carriere interrotte che contraddistinguono molti lavoratori e i bassi salari che li affliggono, un’indennità di questo tipo replicherebbe le vaste esclusioni di cui si parlava prima. La soluzione non può che passare attraverso l’introduzione di un sistema a due livelli. Accanto a un’indennità di disoccupazione di stampo assicurativo, che potrebbe benissimo essere estesa agli autonomi (a condizione che ne versino i relativi contributi, legati al reddito, così da disincentivare l’evasione fiscale e contributiva) e che sarebbe interamente finanziata dai contributi dei lavoratori, dovrebbe essere introdotta un’indennità di assistenza sociale, rivolta a quei lavoratori che non riescono (a cagione della discontinuità lavorativa e/o dei bassi salari) a soddisfare i requisiti per lo schema di primo livello. Occorrerebbe poi introdurre uno schema di reddito minimo, sì da rendere l’Italia un paese civile.

Tutto molto bello, si dirà, ma i costi? E’ possibile mostrare come, in un anno “medio” come il 2008, il primo livello potrebbe essere finanziato con un’aliquota contributiva inferiore a quella attuale, mentre l’indennità di disoccupazione di secondo livello e il reddito minimo potrebbero esser finanziati razionalizzando in senso equitativo l’attuale spesa per assistenza sociale, incredibilmente inefficiente e ingiusta poiché perlopiù basata solo su criteri di reddito e non anche sul patrimonio. Ovviamente in anni di disoccupazione più elevata si spenderebbe di più, ma anche nella situazione attuale sono state stanziate risorse straordinarie (per 9 miliardi di euro), in larga parte non utilizzate proprio perché i lavoratori non riescono ad accedere alle tutele. La riforma degli ammortizzatori sociali appare, sullo sfondo della crisi e nel contesto del regime italiano di “flex-insecurity”, difficilmente eludibile. L’impostazione della riforma che fa capolino nel dibattito pubblico rischia, però, di dar luogo a un fenomeno collettivo di illusione cognitiva: un’indennità di disoccupazione a carattere esclusivamente assicurativo, senza un forte e ben congegnato pilastro di assistenza sociale, rischierebbe di perpetuare la platea degli esclusi da qualsiasi tutela, dando a decisori pubblici e cittadini l’impressione, fallace, di aver risolto i problemi per molti anni a venire.

15/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , | Lascia un commento