Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Nuovi ammortizzatori (forse) e vecchi buchi

dal Fatto Quotidiano del 12 gennaio

di Stefano Sacchi

Università degli Studi di Milano

La recessione può essere in dirittura di arrivo, ma la fine della crisi occupazionale è, purtroppo, di là da venire. Nei prossimi mesi aumenteranno sia i disoccupati, ben oltre i 2,1 milioni del recente dato Istat relativo a novembre 2009, sia gli scoraggiati, cioè quanti rinunciano a cercare lavoro perché ritengono di non poterlo trovare. Soprattutto, il ritorno ai livelli occupazionali precedenti alla crisi sarà questione di anni. Nonostante i peana intonati alla Cassa integrazione da politici e giornalisti, il sistema di protezione sociale italiano non è equipaggiato per contrastare efficacemente una situazione di questo genere. Dei circa 15 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati che in Italia possono perdere il lavoro (esclusi quindi i dipendenti pubblici a tempo indeterminato) oltre 3 milioni sono esclusi dalle indennità di disoccupazione. Gli interventi varati dal governo hanno dimezzato questa platea, portandola a quell’1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati esclusi da qualsiasi tipo di sostegno al reddito in caso di disoccupazione di cui parla il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. A questi si possono sommare circa 5 milioni di autonomi, che la crisi ha colpito duramente. Negli ultimi tempi si registra un’ampia convergenza fra governo, opposizione e parti sociali sulla necessità di una riforma degli ammortizzatori sociali, anche se nelle più recenti dichiarazioni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, la questione è scomparsa dalle priorità. Ad ogni modo, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi afferma di voler introdurre (sebbene a seguito dell’attuazione di una legge delega, e probabilmente non prima del 2012) un’indennità di disoccupazione generalizzata. Tale intervento dovrà però essere di tipo esclusivamente assicurativo, cioè basarsi sulla pregressa (e sufficiente) contribuzione da parte del lavoratore.

In tutti i paesi europei sono in vigore sussidi di disoccupazione di tipo assicurativo, ma accanto a questi vi sono quasi sempre schemi di assistenza sociale (che è cosa ben diversa dall’assistenzialismo) per quanti non si qualificano per il sostegno del primo tipo. Questi schemi, che prescindono da requisiti contributivi e sono invece sottoposti alla prova dei mezzi (non solo il reddito, ma anche il patrimonio), sono in molti paesi integrati con il reddito minimo garantito. Nella visione delineata dal governo, questa strada appare esplicitamente preclusa: il sussidio di disoccupazione dovrebbe essere esclusivamente assicurativo, senza alcuno spazio per schemi di assistenza sociale (né tantomeno per quello schema di reddito minimo che manca, nell’Europa a 27, solo in Italia, Grecia e Ungheria). Il problema è che, dato il funzionamento del mercato del lavoro italiano, le carriere interrotte che contraddistinguono molti lavoratori e i bassi salari che li affliggono, un’indennità di questo tipo replicherebbe le vaste esclusioni di cui si parlava prima. La soluzione non può che passare attraverso l’introduzione di un sistema a due livelli. Accanto a un’indennità di disoccupazione di stampo assicurativo, che potrebbe benissimo essere estesa agli autonomi (a condizione che ne versino i relativi contributi, legati al reddito, così da disincentivare l’evasione fiscale e contributiva) e che sarebbe interamente finanziata dai contributi dei lavoratori, dovrebbe essere introdotta un’indennità di assistenza sociale, rivolta a quei lavoratori che non riescono (a cagione della discontinuità lavorativa e/o dei bassi salari) a soddisfare i requisiti per lo schema di primo livello. Occorrerebbe poi introdurre uno schema di reddito minimo, sì da rendere l’Italia un paese civile.

Tutto molto bello, si dirà, ma i costi? E’ possibile mostrare come, in un anno “medio” come il 2008, il primo livello potrebbe essere finanziato con un’aliquota contributiva inferiore a quella attuale, mentre l’indennità di disoccupazione di secondo livello e il reddito minimo potrebbero esser finanziati razionalizzando in senso equitativo l’attuale spesa per assistenza sociale, incredibilmente inefficiente e ingiusta poiché perlopiù basata solo su criteri di reddito e non anche sul patrimonio. Ovviamente in anni di disoccupazione più elevata si spenderebbe di più, ma anche nella situazione attuale sono state stanziate risorse straordinarie (per 9 miliardi di euro), in larga parte non utilizzate proprio perché i lavoratori non riescono ad accedere alle tutele. La riforma degli ammortizzatori sociali appare, sullo sfondo della crisi e nel contesto del regime italiano di “flex-insecurity”, difficilmente eludibile. L’impostazione della riforma che fa capolino nel dibattito pubblico rischia, però, di dar luogo a un fenomeno collettivo di illusione cognitiva: un’indennità di disoccupazione a carattere esclusivamente assicurativo, senza un forte e ben congegnato pilastro di assistenza sociale, rischierebbe di perpetuare la platea degli esclusi da qualsiasi tutela, dando a decisori pubblici e cittadini l’impressione, fallace, di aver risolto i problemi per molti anni a venire.

15/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , | Lascia un commento

Regolamento di conti/1: Il governatore che insiste con gli ammortizzatori

Mario Draghi

Questa volta c’è soltanto silenzio, nessuna reazione. Eppure il governatore della Banca d’Italia, venerdì a Padova, ha ripetuto lo stesso dato che aveva alimentato tante polemiche a giugno: in Italia ci sono 1,6 milioni di persone che se perdono il lavoro si trovano abbandonate, senza coperture, neppure quella cassa integrazione che nel disomogeneo sistema italiano diventa un privilegio di pochi. Nonostante le promesse di Silvio Berlusconi – “nessuno sarà abbandonato” – secondo le elaborazioni della Banca d’Italia su dati Istat e Inps, dice Mario Draghi, “circa 1,2 milioni di lavoratori dipendenti non avrebbero copertura in caso di interruzione del rapporto di lavoro, a cui si affiancano 450mila lavoratori parasubordinati che non godono di alcun sussidio o che non hanno i requisiti per accedere ai benefici introdotti dai provvedimenti del governo”. Una cifra che, rapportata ai 23,4 milioni di occupati censiti dall’Istat, dato 2008, significa che quasi il sette per cento dei lavoratori è privo di protezioni. Per questo Draghi auspica una riforma degli ammortizzatori sociali. Quando aveva detto le stesse cose sei mesi fa era stato Berlusconi in persona a contestarlo: “Questa è un’informazione di Draghi che non corrisponde alle cose che emergono dalla nostra conoscenza della realtà italiana”. Ma poi, in commissione Lavoro alla Camera, il sottosegretario Pasquale Viespoli aveva dovuto ammettere che i numeri della Banca d’Italia non erano poi così lontani dal vero.

GLI INDIFFERENTI. Questa volta le parole di Draghi, invece, non hanno suscitato commenti se non quelli dei sindacati che, compatti, appoggiano sempre l’idea di riformare (ampiandole) le protezioni per chi perde il lavoro. Quando, a ottobre, il governatore aveva intimato che “bisogna alzare l’età pensionabile” non aveva ottenuto neppure la sponda dei sindacati. Il governo, e il ministro del’Economia nello specifico, si limitò a dire che “la riforma è già stata fatta”. L’unica occasione in cui il governatore ha provocato reazioni dall’esecutivo è stato il convegno sul Mezzogiorno in cui ha bocciato i pilastri della politica berlusconiana e tremontiana per il Sud (cioè piani straordinari regionali e Banca del Sud per dare credito agevolato). Tremonti aveva provato addirittura, senza riuscirci, a bloccare il simposio. La freddezza del governo Berlusconi verso la Banca d’Italia è tale che, dopo l’intervento di Draghi al meeting di Comunione e liberazione, ci fu chi sostenne che ormai il governatore si rivolgeva  al Partito democratico, dettando le linee di un programma di politica economica alternativo.

IL POTERE. Draghi, ancora più economista che politico, parla per citazioni. Basta vedere lo studio che ha scelto di citare a sostegno del suo intervento sugli ammortizzatori, un lavoro firmato da Bruno Anastasia, Massimo Mancini e Ugo Trivellato. Nel paper dei tre economisti si legge: “La ragione principale che in genere si adduce per spiegare il (finora) mancato approdo ad una riforma generale è quella dell’eccesso paventato di costi, non si fanno le nozze con i fichi secchi” anche se c’è il forte sospetto che “il sistema attuale in realtà dispiaccia meno di quanto sembri agli attori sociali, nei quali prevale non di rado un riflesso conservatore, e scarso sia, invece, il consenso non tanto sui principi generali di riforma”. Tradotto: i politici, inclusi quelli di questo governo, preferiscono conservare il potere discrezionale di decidere chi ha diretto a quanta protezione, ,modificando le risorse per la cassa integrazione e per la previdenza. Anche se questo comporta abbandonare al loro destino 1,6 milioni di persone.

21/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

Salvare i giornali di partito?

da Antefatto.it

L’approvazione della Finanziaria in commissione bilancio ha fatto scattare l’allarme: – “I tagli all’editoria previsti dalla Finanziaria costituiscono un’operazione di regime con cui si vuole tappare la bocca a quei tanti, piccoli giornali che ancora esprimono voci critiche della società”, è il grido di dolore di Gianni Montesano, direttore della Rinascita della sinistra (settimanale del Pdci sconosciuto alle masse).

La questione è semplice: nel 2008 Giulio Tremonti ha cambiato le regole per il finanziamento pubblico all’editoria. Come succede poi in Italia, le nuove regole sono state congelate per placare gli scontenti. E ora, con la Finanziaria 2010, dovrebbero entrare in vigore. I giornali saranno finanziati con un fondo unico, ma perderanno il “diritto soggettivo”.

Tradotto: il Gazzettino del Quartiere, se ne ha diritto, può attingere al fondo per la quota che gli compete, finché il fondo non si esaurisce. Ma resta un margine di incertezza sulla disponibilità e, soprattutto, gli editori non possono iscriverli a bilancio. Conseguenza: i conti dei giornali diventano all’improvviso fragilissimi e le banche faranno molte più storie a concedere quei crediti che sono vitali per la sopravvivenza. Tanto che, dice il sindacato di giornalisti, è a rischio la sopravvivenza di cento testate e Pd, parte degli ex di An e la Lega rumoreggiano. Per una parte della maggioranza, e per Silvio Berlusconi nello specifico, c’è il piacevole effetto collaterale di mettere in difficoltà (o di far chiudere) testate sgradite o poco amate come Il Secolo d’Italia, che appoggia Gianfranco Fini, Avvenire, il Manifesto, ecc.

Però, come ha denunciato anche il Fatto, ogni anno si sprecano milioni di euro per finanziare testate inesistenti o lette soltanto dai propri redattori, soldi distribuiti con un meccanismo opaco che assegna risorse a organi di stampa di partiti inesistenti o a cooperative che hanno alle spalle editori forti (come la famiglia Angelucci, per esempio). Qualcuno obietta che certi giornali, come Il Secolo o la Padania, servono al dibattito delle idee. Il contribuente può sempre obiettare: “Perché devono usare le mie tasse per sostenere il giornale dei leghisti o un ‘quotidiano comunista’, come si definisce il Manifesto?”.

La vicenda di questi giorni rende evidente il problema: finché i finanziamenti ai giornali vengono assegnati in modo così discrezionale, senza regole chiare e senza scelte politiche nette (per dirne una: si finanziano i quotidiani perché sono una parte dell’attività politica o perché sono uno strumento essenziale del dibattito democratico?) ci sarà sempre qualche scontento.

Che fare, dunque? Ci sono almeno tre soluzioni, di cui però nessuno osa parlare apertamente. La prima è cancellare i finanziamenti pubblici all’editoria (nel 2008, quelli relativi al 2007 erano oltre 200 milioni di euro). La seconda decidere che si finanziano i giornali in quanto espressione delle idee dei partiti, quindi tanto vale dare i soldi direttamente a loro, ai partiti. Terza ipotesi: quei soldi si spendono per “aiuti” automatici, come quelli già in essere, tipo un’Iva più bassa rispetto ad altri prodotti e parziali rimborsi degli abbonamenti postali, così si incentiva il settore. Poi tutti competono nel libero mercato, ma con costi più bassi. E vinca il migliore. Ma la politica preferisce tenere il suo potere discrezionale e assicurarsi che qualche centinaia di giornalisti stia sempre con il fiato sospeso, sapendo che il proprio posto di lavoro e lo stipendio sono a rischio.

09/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , | 1 commento

LA FIDUCIA MASCHERATA

da Il Fatto dell’8 dicembre

Sulla carta l’appello di Gianfranco Fini è stato rispettato. Il 25 novembre il presidente della Camera aveva chiesto alla maggioranza di cui fa parte di evitare il solito rito del maxiemendamento finale: Finanziaria modificata con un unico emendamento (e centinaia di commi) su cui viene posto un voto di fiducia. Che chiude ogni discussione e impedisce ogni dissenso dentro la maggioranza. Il governo si è attenuto alla forma: il voto di fiducia forse non ci sarà, ma soltanto perché la Finanziaria è stata blindata già in commissione Bilancio. Quando Fini ha detto che avrebbe avuto difficoltà “ad accettare un voto di fiducia su un testo diverso da quello uscito dalla commissione” non intendeva suggerire la linea che la maggioranza ha poi seguito. Per la prima volta tutta la riformulazione della manovra è stata appaltata al relatore (del Pdl) Massimo Corsaro. Le vere decisioni sono state prese in sedi diverse dalla commissione, come il comitato di politica economica del Pdl.

Il dettato di Fini è stato quindi rispettato: la fiducia ci sarà sul testo uscito dalla commissione – senza ulteriori modifiche – come richiesto Ma soltanto perché il maxiemendamento è stato già blindato in anticipo. L’opposizione ha abbandonato la commissione Bilancio lasciando la maggioranza da sola a votare il maxiemendamento perché il risultato, al di là del rispetto formale delle procedure, è stato proprio quello che Fini voleva evitare: il governo decide in autonomia di portare a 9 miliardi l’entità della Finanziaria e come ripartire le risorse in arrivo con lo scudo fiscale senza che nessuno possa discutere le decisioni.

Ieri pomeriggio Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo, ha però confermato che a gennaio ci sarà un decreto legge, appendice non irrilevante della manovra economica. Per decreto il governo progherà gli incentivi per il settore degli elettrodomestici e – forse – per l’auto se si trova un’intesa con la Fiat a cui il governo chiede garanzie sulla tutela dei posti di lavoro, soprattutto nello stabilimento di Termini Imerese (Palermo). L’opposizione già dimostra la sua contrarietà perché su un decreto legge c’è un margine di discussione ancora inferiore a quello sulla Finanziaria blindata.

09/12/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

Termini Imerese: La fine di un progetto

Dopo l’annuncio di un nuovo periodo di cassa integrazione, hanno passato la notte nel municipio, uno dei loro si è inventato sindaco alternativo, i sindaci veri di tutta la zona si sono riuniti per discutere la situazione: gli operai di Termini Imerese combattono una battaglia che non ha possibilità di vittoria. Sono calati in Sicilia anche il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, che si occupa delle trattative con la Fiat anche sugli incentivi alla rottamazione, e il sottosegretario Gianfranco Micciché. “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, hanno urlato gli operai ai due esponenti del governo.

LA FINE. Ma Termini Imerese è spacciata. Non solo per le dichiarazioni dell’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne che ha annunciato da tempo che dal 2011 a Termini non si produrranno più automobili (che cosa si farà non è ancora chiaro). E non è neanche colpa soltanto dei dati sul costo del lavoro. Già nel 2004 l’allora capo di Fiat Auto Herbert Demel spiegava ai sindacati che un’ora di lavoro costa 30 euro in Polonia e in Turchia, 55 a Melfi, 75 a Pomigliano e Cassino, 80 a Mirafiori e 90 a Termini Imerese. “Ma il costo del lavoro non è la variabile decisiva”, ripete spesso Marchionne, che guarda al costo complessivo. A segnare il destino della fabbrica è la sua storia, il suo declino prevedibile, almeno in una certa misura fin dall’inizio: “Termini non ha funzionato”, è il bilancio di quasi 40 anni di storia secondo Giuseppe Berta, professore di Storia economica alla Bocconi ed ex direttore dell’archivio storico Fiat. Bastano due numeri per capirlo: quando Termini ha iniziato l’ultima fase di declino, negli anni più difficili per il gruppo all’inizio di questo decennio, il suo indotto era di soli 500 posti di lavoro. E non è aumentato mentre i dipendenti si riducevano ai 1400 circa di oggi. “É un’azienda costruita in un posto assurdo secondo qualsiasi valutazione razionale”, dice Berta. La fabbrica più sbagliata della Fiat, secondo Berta, è considerata Pomigliano d’Arco costruita con logiche di divisione del lavoro tayloristiche quando ormai il modello della catena di montaggio era superato. Ma a posteriori perfino quella si è rivelata meglio di Termini che è completamente isolata, intorno non ha alcun tessuto industriale in grado di valorizzarla, mentre Pomigliano è messa meglio da quel punto di vista.

GLI INIZI. Per capire le ragioni di un fallimento storico bisogna tornare alle origini e alla scelta di espansione nel Mezzogiorno. Era il 1970, alla Fiat c’era una gestione in condominio di due amministratori delegati, l’ingegner Gaudenzio Bono e Umberto Agnelli. Il Lingotto deve confrontarsi con due problemi strutturali: la prima motorizzazione degli italiani si è conclusa da tempo, la domanda interna stagna, le finanze del gruppo sono deteriorate tanto che nel giro di un paio d’anni porterà l’azienda (con un passivo di 150 miliardi nel settore auto) sull’orlo della “irizzazione”, cioè del passaggio sotto la mano pubblica dell’Iri. Nell’aprile del 1970 la Fiat annuncia un piano con ambizioni strategiche pluridecennali: investimenti per 250 miliardi di lire – sfruttando i finanziamenti offerti dal governo a chi puntava sul Mezzogiorno – nelle regioni meridionali. É la prima volta che la Fiat cerca di “esportare l’industrializzazione”, come dice Berta. Secondo lo storico Valerio Castronovo, autore del monumentale “Fiat, una storia del capitalismo italiano”, la dirigenza del Lingotto era convinta che questa operazione avrebbe “esorcizzato il pericolo che Torino continuasse a essere investita da ingenti ondate migratorie” e migliorato l’immagine di un’azienda accusata di “una politica gretta, antimerdionalista e contrari agli stessi interesssi di uno sviluppo equilibrato nell’area torinese”. Secondo altre interpretazioni, invece, era troppo tardi per perseguire un’industrializzazione più armonica tra Nord e Sud, perché l’immigrazione a Torino durava da oltre vent’anni. L’ambizione era di creare 19.000 posti di lavoro e altrettanti nell’indotto. Non è successo.

L’ascesa della SicilFiat, nome originario dello stabilimento, dura solo un quindicennio. Per sette anni al progetto partecipa anche la Regione Sicilia come finanziatore, si parte con 350 addetti che fabbricano la 500, poi il boom con la Panda a metà degli anni Ottanta, con un terzo turno di lavoro per fabbricare la Panda. Negli anni Novanta iniziano le ristrutturazioni, prima per produrre la Tipo, poi la Punto. Inizia la cassa integrazione, i contratti a tempo determinato non vengono rinnovati, Torino inizia a chiedersi che senso abbia tenere aperto lo stabilimento.

CAMBIA IL PATTO. Secondo molti osservatori delle vicende di casa Agnelli, il rapporto tra l’azienda e lo Stato si è retto su un tacito patto: il bilancio pubblico sostiene la Fiat nei momenti di difficoltà e in cambio il Lingotto garantisce occupazione. Ora il numero di lavoratori Fiat al Sud sta diminuendo: 5.000 a Pomigliano, 5.200 a Melfi, 4.000 a Cassino. La concessione degli incentivi e del supporto della linea torinese nei negoziati commerciali con la Corea del sud senza contropartite occupazionali certifica che la natura del patto è cambiata.

Spiega il professor Berta: “Se crediamo che l’automobile abbia un futuro anche in Italia, dobbiamo fare delle scelte drastiche, non si possono produrre 600mila auto in 6 fabbriche diverse”. Ovvero: quello che oggi interessa alla politica (e forse anche al Paese, sostiene qualcuno) è che la Fiat mantenga in Italia il cervello e il controllo del gruppo, non qualche centinaio o migliaio di posti di lavoro non più competitivi. Anche se il costo (politico e sociale) è che qualche altro modello verrà prodotto nello stabilimento serbo acquisito da poco o in Polonia.

20/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , | 1 commento

Conti pubblici comincia l’assalto alla diligenza

dal Fatto Quotidano del 28 ottobre

Ora che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti è stato ridimensionato (presiederà un comitato per la politica economica, cioè non decide più da solo), il Partito della Spesa Pubblica può iniziare a smantellare la Finanziaria a colpi di emendamenti. Una “manovra” che era stata varata a luglio senza tagli e senza spese, che non toccava l’impianto di politica economica deciso su base triennale nel 2008, prima che la crisi economica si aggravasse.

 Ieri, però, il Centro studi Ref ha scritto nel suo report periodico che il Pil italiano scenderà del 4,8 per cento nel 2009, nel 2011 il rapporto con tra debito e Pil sfonderà il 120 per cento e “la finanza pubblica è entrata in una trappola che riflette non tanto problemi nella conduzione della politica di bilancio quanto il mancato sviluppo degli ultimi quindici anni”.
Ieri in Senato c’è stato un primo incontro tra i vertici del Pdl per discutere gli emendamenti alla Finanziaria, poi è cominciato il dibattito in commissione che si chiuderà entro giovedì. A quel punto il testo arriverà all’aula del Senato. Ma è alla Camera che si deciderà davvero, forse con un maxiemendamento, quando sarà chiaro il gettito dello scudo fiscale (si spera almeno 5 miliardi) che è la vera torta da spartire. C’è poi la finanziaria parallela, l’emendamento proposto dal senatore del Pdl Mario Baldassarri, che è una vera “manovra” da 37 miliardi, 12 dei quali destinati al taglio dell’Irap. Per le entrate che dovranno coprire l’intervento, oltre allo scudo, si conta su consistenti tagli di spesa. Anche il Partito democratico preme per un intervento dal lato della spesa, questa mattina presenterà un pacchetto di emendamenti che, nel complesso, vale 30 miliardi e va dal credito d’imposta per il Mezzogiorno a tagli fiscali per il lavoro dipendente, fino a una riduzione dell’Irap, rilanciata da poco da Silvio Berlusconi e seguita da grandi polemiche, per le società di persone. “ I nostri emendamenti sono più precisi di quelli di Baldassarri, soprattutto sulla copertura, dal risparmio di spesa a  un’accentuazione della Robin Hood Tax, alla tassazione movimentazioni bancarie”, spiega il senatore Pd Vidmer Mercatali.

Qualunque sia il destino in aula degli emendamenti, il Partito della Spesa dentro il governo sta moltiplicando i segnali di attivismo. Oggi Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo economico e contrappeso di Tremonti, presenterà le “22 zone franche” in territori disagiati dove si pagheranno meno tasse per facilitare la creazione di imprese. E il ministro delle Regioni Raffaele Fitto, anche lui un avversario del rigorismo tremontiano, annuncia che “ora c’è bisogno di una fase che guardi a scelte di sviluppo che possano essere ancora più incisive di quelle fatte finora e consentano la ripresa”.

 
 Il problema è che mentre tutto l’arco costituzionale discute di come spendere di più, dalla Banca d’Italia arriva un segnale non rassicurante. Il rendimento dei titoli del debito pubblico che sono stati venduti all’asta è in crescita. Tradotto: l’Italia continua ad accumulare debito pubblico che ora comincia a diventare più costoso (visto che gli investitori hanno ricominciato a investire in Borsa e non hanno più bisogno del porto sicuro dei titoli di Stato). “Il pericolo che si torni alla spesa pubblica in un momento così delicato c’è e se cediamo alla tentazione rischiamo di giocarci i prossimi 10 anni”, dice Giacomo Vaciago, economista della Cattolica di Milano.

“Il governo aveva una strategia – spiega Vaciago – tagliare per tre anni la spesa corrente e iniziare nella parte finale della legislatura a ridurre le tasse vincere di nuovo le elezioni. Ma intanto la crisi sta riportando la produzione industriale al livello di dieci anni fa e, invece di reagire con una vera politica industriale, si finanziano solo gli ammortizzatori sociali”.
Infatti, da destra e da sinistra, la priorità sembra quella: la spesa pubblica verrà usata un po’ per spese assistenziali e un po’ per placare i piccoli imprenditori che iniziano a rumoreggiare, costringendo la Confindustria di Emma Marcegaglia ad alternare posizioni concilianti con richieste di nuovi interventi. Secondo Vaciago, “in questa fase rischiamo che tutto il mondo riparta mentre noi aspettiamo di andare a rimorchio dei nostri mercati di esportazione, la Francia, dove la politica industriale c’è stata e ha funzionato, e la Germania, dove il nuovo governo Merkel inizierà a ridurre le tasse. Serve una strategia politica chiara, perché in questa crisi sono le nostre imprese migliori quelle che soffrono di più e il governo non le sostiene, lasciando loro come unica possibilità di sviluppo quella di investire all’estero”.

29/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , | Lascia un commento

DISSENSI DA FINE CRISI

da Il Fatto Quotidiano del 22 ottobre

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

In fondo è poco importante quanto c’è di vero nella presunta congiura contro il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Quello che conta è che, forse perché la crisi è percepita come meno grave o quasi finita, dentro il governo stanno emergendo chiaramente due linee di politica economica.

Da alcuni giorni “Libero” attacca Tremonti, sostenendo che dentro il Pdl ci sono in lavorazione programmi economici “non tremontiani”. Mercoledì è circolato anche un documento, diffuso on-line dal sito notapolitica.it, con il decalogo delle cose da fare. Al primo punto c’è la riduzione delle tasse, a partire dall’imposta sul reddito delle persone fisiche. Ed è questo il nodo principale: finora Tremonti ha imposto una linea di prudenza sull’uso della spesa pubblica contro la crisi, soffocando l’anima più liberista della coalizione che continua a credere nella riduzione delle imposte per dare carburante alla ripresa. E contendo anche quella più statalista che avrebbe voluto una maggiore spesa pubblica di tipo assistenziale.

Oltre alle interviste un po’ su tutti i giornali – uno per tutti: Claudio Scajola, capofila dei non tremontiani sul “Corriere” –  ieri sono arrivate anche le parole di Silvio Berlusconi a certificare l’inizio di una nuova fase. Il presidente del Consiglio ha detto che “il governo ha allo studio interventi per ridurre la pressione fiscale, aumentare i consumi  e agevolare gli investimenti: tra questi il taglio graduale  dell’Irap fino alla sua soppressione”. Niente di nuovo, l’abolizione dell’Irap è presente da sempre nei programmi elettorali, l’Europa l’ha chiesta, Confindustria la reclama da anni. Ma il problema è sempre lo stesso: come si finanzia la sanità senza i 38 miliardi dell’Irap? La risposta, ovviamente, non c’è. I leghisti direbbero che la soluzione di tutto è nel federalismo fiscale. Ma non c’è ancora neppure quello.

La rilevanza delle parole di Berlusconi non è quindi di merito, ma di agenda setting. Con poche parole Berlusconi liquida un dibatitto che stava diventando difficile da gestire, quello seguito all’elogio del posto fisso fatto da Tremonti. Dibattito che lo aveva costretto a una pubblica dichiarazione di concordia con il suo ministro dell’Economia che viene parzialmente stemperata proprio dall’intervento sull’Irap. Rimettere al centro del confronto politico il tema del taglio delle tasse – a cui anche il Pd (lato Pierluigi Bersani) sembra ora sensibile – significa sconfessare il rigorismo tributario di Tremonti. Almeno a parole. Nei fatti si vedrà.

23/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Nessuno ha il posto fisso

da Il Fatto Quotidiano del 21 ottobre

Tremonti e Berlusconi

Tremonti e Berlusconi

Giulio Tremonti è stato preso in parola. La sua apologia del posto fisso, lunedì pomeriggio, ha innescato reazioni dentro la maggioranza e non solo. “Penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare un progetto di vita e la famiglia”, aveva detto il ministro. E ieri è arrivata un inaspettato appoggio da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha detto: “Confermo la mia completa sintonia con il ministro Tremonti. Per noi, come dimostrano i provvedimenti presi in questi mesi a  tutela dell’occupazione, è del tutto evidente che il posto  fisso è un valore e non un disvalore”. La Confindustria, invece, non ha gradito la nuova linea tremontiana. La presidentessa Emma Marcegaglia ha detto che “riteniamo che la cultura del posto fisso è un ritorno al passato non possibile, che peraltro in questo Paese ha creato problemi”. Seguono decine di repliche, più caute dalla maggioranza, più critiche dall’opposizione, con Antonio Di Pietro (Idv) che chiede di vedere i soldi e Cesare Damian (Pd) che domanda addirittura le dimissioni di Berlusconi e Tremonti.

Il problema è che non è affatto chiaro quale proposta politica ci sia dietro l’elogio del posto fisso. Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi prova ad ampliare il concetto, parlando di “occupabilità”. L’obiettivo – secondo Sacconi – dovrebbe essere garantire ai lavoratori la possibilità di essere sempre idonei, per competenze e preparazione, a trovare un lavoro. Ma Tremonti ha parlato esplicitamente di “posto fisso”.

“L’alternativa non può essere tra posto fisso e mobilità assoluta, serve una flessibilità governata. Credo che il discorso di Tremonti fosse rivolto soprattutto a quelli che dalla sua parte hanno esagerato con la flessibilità, contro la precarietà ideologica”, dice al “Fatto” il senatore del Pd Tiziano Treu, che da ministro del primo governo Prodi ha introdotto i primi contratti flessibili (poi Rifondazione ha fatto cadere il governo prima che la riforma venisse completata introducendo adeguati ammortizzatori sociali). La distinzione tra posto fisso e precariato è poi molto più sfumata di quanto le proposte di Tremonti lascino intendere. Lo spiega il professore della Statale di Milano Stefano Sacchi che, con Fabio Berton e Matteo Ricchiardi, ha appena pubblicato “Flex-Insecurity” (Il Mulino): “In Italia l’unico posto davvero fisso è quello nella pubblica amministrazione, dove infatti i lavoratori non pagano l’assicurazione contro la disoccupazione, perché non sussiste il rischio di perdere il lavoro”. Per il resto, anche nel settore privato, non possono dire di avere un vero posto fisso anche molti di quelli che sono assunti a tempo indeterminato (in tre milioni hanno contratti di durata limitata). Per due ragioni. Intanto perché un terzo degli italiani nel privato lavorano per un’azienda che ha meno di 15 dipendenti, dove quindi non vige l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e possono dunque essere licenziati da un giorno all’altro. Si tratta anche di imprese che, in quanto piccole, sono esposte a un elevato rischio di fallimento. E se l’impresa fallisce, non si salva nessuno. Ma la condizione di insicurezza è più generale: “Un terzo dei contratti a tempo pieno e indeterminato nel settore privato dura meno di un anno e la metà meno di due”, dice Sacchi. Quindi anche chi, in teoria, ha il posto fisso lo perde spesso nel giro di pochi mesi. E non sempre perché ha trovato un lavoro migliore, visto che nel 40 per cento dei casi alla fine del rapporto di lavoro c’è la disoccupazione. Il mercato del lavoro, quindi, è già flessibile, a prescindere da quali siano i contratti di lavoro applicati. Secondo l’Ocse, infatti, il mercato del lavoro italiano è paragonabile a quello danese per grado di flessibilità (il problema è che da noi non ci sono gli stessi ammortizzatori sociali per chi resta disoccupato).

Quindi è difficile capire in quale ricetta  politica, compatibile con  le esigenze del sistema produttivo italiano, possano tradursi  le parole di Tremonti. Prova a spiegarlo Michel Martone, ordinario di Diritto del lavoro all’Università di Teramo e alla Luiss: “L’alternativa ai contratti a termine è un aumento della disoccupazione. Tornare indietro significa anche avere di nuovo le piazze piene di persone che protestano per il lavoro nero e la difficoltà di trovare un posto”. Dietro l’elogio del posto fisso  – e in coerenza con il retroterra culturale di una parte della maggioranza – ci potrebbe essere un progetto diverso, per evitare di scaricare tutto il peso della flessibilità su una generazione ma senza ripristinare le rigidità del passato. “Estendere l’articolo 18 a tutti è impossibile, ma si può ripensarlo, tornando alla proposta originale di Marco Biagi di non applicarlo ai nuovi assunti sostituendolo con una serie di tutele che crescono con il passare del tempo”. In pratica invece di essere assunti per un anno, si potrebbe firmare un contratto a tempo indeterminato ma l’azienda avrebbe la facoltà di licenziare anche senza giusta causa per un certo periodo.

Per le alternative di politica economica, come la riforma degli ammortizzatori sociali, sarebbe difficile trovare i soldi.

22/10/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

NEL NOME DELL’IMMUNITA’

da Il Fatto Quotidiano del 20 ottobre

Giancarlo Galan

Giancarlo Galan

La cronaca della giornata di ieri registra due notizie in apparenza non collegate tra loro: al Senato, dove già è stato annunciato da giorni un disegno di legge di Lucio Malan del Pdl per ripristinare l’immunità parlamentare, ne spunta un altro, di Giuseppe Valentino, altro senatore del Pdl. Valentino è un finiano e la sua mossa serve a certificare il placet di Gianfranco Fini al ritorno dell’immunità (che già era arrivato alla Camera con gli interventi del deputato Fabio Granata).

L’altro fatto di ieri è il susseguirsi di prese di posizione e polemiche sulla candidatura alla guida del Veneto: Renato Brunetta, in un’intervista, dice che non si candiderà a Venezia ma che vorrebbe la riconferma di Giancarlo Galan alla Regione. La Lega considera già sua la presidenza veneta, ma Galan dice che vuole ricandidarsi comunque anche se il suo partito, il Pdl, ha già deciso di sostenere il candidato leghista, forse Luca Zaia. Il coordinamento del Pdl veneto esprime “la ferma volontà di mantenere la guida della Regione Veneto in capo a Giancarlo Galan”. E tutto questo nella sostanziale indifferenza di Roma. Come può succedere che la periferia sfidi così apertamente l’autorità del centro senza conseguenze?

La risposta si può vedere proprio nelle reazioni alla bocciatura costituzionale del lodo Alfano. Per Berlusconi la priorità è trovare una via di uscita: che si tratti di introdurre una nuova immunità parlamentare, di accelerare la riforma Alfano della giustizia o di un provvedimento di tipo diverso, il Cavaliere ha bisogno del massimo supporto disponibile. Non può prescindere dalla Lega sia per avere i voti necessari ma anche perché se, come alcuni indizi lasciano intuire, lo scontro con il Quirinale dovesse diventare più aspro, Berlusconi vuole la certezza che Umberto Bossi non appoggi alcun altro governo (nel caso si arrivasse alle dimissioni). E l’unico modo per assicurarsi contro il ribaltone è mantenere il potere contrattuale che deriva dalle regionali del 2010. Il presidente del Consiglio non può neanche correre il rischio, però, di una spaccatura dentro il Pdl su un nuovo asse (di difficile definizione, comunque pro-Galan e regionalista), soprattutto ora che Fini sembra aver ridimensionato le sue recenti velleità di autonomia culturale. Quindi mantiene un margine di ambiguità, promettendo e smentendo, rassicurando e offrendo garanzie. A tutti. Almeno finché sarà possibile.

20/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Il governo di Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi ama ricordare un aneddoto del giorno della nomina alla Banca d’Italia: dopo la comunicazione si incammina da piazza Venezia a Roma verso via del Corso. I cronisti pensano che stia andando a rendere omaggio a Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli. E invece lui, con un colpo di scena perfettamente calcolato, li spiazza, girando in una strada laterale. Doveva ringraziare padre Rozzi, il gesuita che è stato il suo maestro al liceo Massimo e guida dopo un grave lutto familiare, non certo la politica che, per un accidente storico, lo aveva promosso alla poltrona tecnica più importante del Paese.

RISIKO. Quasi quattro anni dopo il rapporto con la politica resta lo stesso, un coinvolgimento diretto e allo stesso tempo distaccato, nonostante tutti lo vedano sempre in procinto di smettere i panni del tecnico per quelli del politico (lo stesso succedeva, ciclicamente, anche al suo predecessore Antonio Fazio).
Mario Draghi oggi è al centro di un risiko di nomine, o almeno di speculazioni, che potrebbe portarlo alla guida di un governo tecnico o alla testa della Banca centrale europea. Molto dipende da come verranno riempite le altre caselle: il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aspira alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei  ministri economici dell’area euro, Massimo D’Alema sogna la poltrona di ministro degli Esteri europeo dell’Unione post- trattato di Lisbona, a catena – se Draghi andasse alla Bce – bisognerebbe trovare un altro governatore della Banca d’Italia, e potrebbe essere Lorenzo Bini Smaghi, che ora sta proprio nel consiglio della Bce, e  che avrebbe il placet di Tremonti.
Oltre alle nomine, nelle ultime settimane le tensioni con il ministro Tremonti (frequenti in questa legislatura) sono state originate, nell’ordine, da: gli applausi al discorso di Draghi al meeting di Rimini di Cl, merito anche del nuovo stile comunicativo con discorsi scritti interrotti da interventi a braccio; la richiesta di Draghi di alzare l’età pensionabile e le risposte del governo (“la riforma è già stata fatta”); le critiche della Banca d’Italia allo scudo fiscale con replica del ministro; la creazione della Banca del Mezzogiorno voluta da Tremonti che aggira il potere autorizzativo della Banca d’Italia sulla creazione di nuove istituzioni creditizie. Con un paio di mesi di anticipo, a luglio, il servizio studi della Banca d’Italia aveva pubblicato un working paper dal titolo “Quali politiche per il Sud? Il ruolo delle politiche nazionali e regionali nell’ultimo decennio” che si può leggere come  una bocciatura preventiva dei nuovi piani regionali vagheggiati dal governo Berlusconi di cui la Banca del Mezzogiorno è il cardine.

IL POTERE. Proprio dal servizio studi bisogna partire per capire il potere presente di Draghi che serve a mettere le basi di quello futuro, a palazzo Chigi o all’Eurotower di Francoforte, dove ha sede la Bce. Draghi ha riorganizzato il pensatoio della Banca d’Italia in quattro sezioni, statistica, economia reale, finanza pubblica, economia monetaria. A capo c’è sempre Salvatore Rossi che, però, dai tempi di Antonio Fazio, è salito di grado e ora è direttore centrale per la ricerca economica. La tempistica dei quaderni di ricerca della Banca d’Italia è stata negli ultimi due anni troppo precisa per essere casuale, basti ricordare quest’estate lo studio sui divari di reddito e prezzi tra Nord e Sud Italia che ha chiuso il dibattito sulle gabbie salariali volute dalla Lega, rafforzando quel ruolo di via Nazionale che alcuni osservatori definiscono di “Cassazione dell’Economia”. I maliziosi dicono che ormai il servizio studi è la clava che Draghi cala sul dibattito politico per conquistarne l’egemonia. Chi conosce personalmente il governatore, invece, lascia intuire un’altra interpretazione. Franco Bruni, economista della Bocconi tra i più autorevoli, negli anni Settanta studiava al MIT di Boston insieme a Draghi e Mario Baldassarri (ora con il Pdl) alla scuola del premio Nobel Franco Modigliani: “Erano i primi tempi in cui si usava l’econometria, passavamo le nottate con i computer a schede a far girare modelli, ma riuscivamo a non perdere il contatto con la realtà, anche italiana, grazie a Modigliani che discuteva con noi i suoi editoriali per il ‘Corriere della Sera’. Dovevamo anche aiutare Bob Solow e Paul Samuelson, due futuri Nobel, a preparare i loro appunti per le audizioni al Congresso”. A tutti e tre i giovani dottorandi resta l’imprinting: la ricerca, anche al più teorica, deve essere declinata in qualcosa di utile, cioè suggerimenti di politica economica. All’epoca Baldassarri era il più portato per gli aspetti concreti, l’unico a sapere a quanto ammontasse il Pil dell’Italia. Draghi era a metà tra la fascinazione per la teoria e la propensione a diventare un uomo del fare.

Dopo gli anni da direttore generale del Tesoro, in cui ha maturato grande esperienza per gli equilibri di potere romani e si è procurato anche parecchi nemici, Draghi sembra ver trovato ora l’equilibrio che più si addice alle sue inclinazioni caratteriali. Alla Banca d’Italia ha formato il suo ‘governo’, cioè il direttorio che è l’organo di comando di via Nazionale. Ignazio Visco, economista di fama internazionale, rappresenta l’anima più accademica, il teorico del gruppo. Annamaria Tarantola è stata promossa da Draghi, prima donna nel direttorio, dalla vigilanza dove è ricordata come uno dei cani da guardia più feroci dell’operato delle banche italiane. Giovanni Carosio, già numero due del comitato di Basilea che ha fissato negli scorsi anni le regole di patrimonializzazione delle banche (ora contestate da più parti) ha avuto da poco una chiamata “ad personam” di rilievo: guida il Comitato europeo per la supervisione bancaria, il Cebs, che sta costruendo la nuova vigilanza bancaria europea cui spetta il compito di riempire  le falle evidenziate dalla crisi. Chi ha gestito il delicato equilibrio tra funzioni nazionali e internazionali di via Nazionale è Fabrizio Saccomanni, il sessantasettene direttore generale della Banca d’Italia che due giorni fa – in una delle sue rare prese di posizione pubbliche – ha analizzato lo scudo fiscale davanti alle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato: lo scudo – ha detto – può avere effetti positivi sulla ripresa se i capitali degli evasori rimpatriati vengono investiti nelle imprese, ma potrebbe anche incentivare l’evasione futura. Immediata replica di Tremonti che ha detto “provvedimenti come questo ci sono in tutti i Paesi”.

Il compito più difficile di Saccomanni è stato in questi mesi conciliare le due cariche del governatore, evitando l’impressione che ne trascurasse una: oltre a essere alla testa della Banca d’Italia, Draghi presiede il Financial Stability Forum che dopo il G20 di Londra dello scorso aprile è diventato Financial Stability Board, promosso a principale foro di dialogo economico dove si discute del futuro dell’architettura finanziaria mondiale. Ne fanno parte banchieri centrali, capi di Stato e di governo e ministri dell’Economia (o loro rappresentanti) e i vertici delle principali istituzioni internazionali finanziarie. Sono i “topi a guardia del formaggio”, come li ha definiti una volta Tremonti con una delle sue battute più pungenti, sostenendo che la soluzione alla crisi non poteva arrivare da chi aveva applicato fino a ieri le regole alla base del tracollo.

LE REGOLE. Dai working group del Financial Stability Forum sono arrivate le proposte sui limiti alle retribuzioni dei manager, sui nuovi criteri di capitalizzazione e sulla disciplina da applicare agli strumenti finanziari derivati. L’ascesa del FSB è stata parallela alla progressiva prevalenza del G20 sul G8, sintomo dell’impossibilità di gestire la nuova governance globale della finanza senza il coinvolgimento dei Paesi emergenti. Il successo – anche di immagine – della presidenza Draghi del FSB lo rende un candidato più credibile del suo rivale Axel Weber, governatore della Bundesbank, per la poltrona della Bce. Draghi è sempre a tutti i summit che contano, dal G20 al G8, dai vertici europei di politica economica alle riunioni dei banchieri centrali come Jackson Hole, in Wyoming. Saccomanni, che è stato al Fondo monetario internazionale e responsabile dei rapporti con l’estero della Banca d’Italia, lo supporta sulla scena internazionale e si assicura che il governatore sia sempre informato e adeguatamente attivo nelle faccende italiane. Draghi, nella sua doppia veste, può  tradurre in suggerimenti di politica economica le suggestioni teoriche che gli derivano dai simposi internazionali e, viceversa, sviluppare considerazioni derivanti dalla pratica quotidiana in principi generali che devono ispirare la ristrutturazione della finanza globale. “Nei prossimi anni la guida del Financial Stability Board potrebbe essere per Draghi un compito più affascinante rispetto alla Bce, soprattutto quando sarà completato il riassetto del Fondo moentario internazionale e delle altre istituzioni”, dice il professor Bruni. Anche sulla scena internazionale Tremonti ha cercato il confronto con Draghi, promuovendo il suo global legal standard, la carta dei principi per una nuova finanza che, almeno negli ultimi vertici internazionali, non è riuscita a conquistare la testa dell’agenda.

LE PROSSIME TAPPE. Draghi, quindi, potrebbe anche decidere di restare alla Banca d’Italia e alla guida del FSB, se sarà riconfermato nel 2012, quando scade il suo mandato (non più a vita dopo l’esperienza di Antonio Fazio). “In fondo – spiega un esperto conoscitore di via Nazionale – i casi di governatori che hanno lasciato la poltrona più alta per prendere la guida del governo sono pochissimi: Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, ma quelli erano tempi di vera emergenza, Luigi Einaudi, che diventò vicepresidente del Consiglio prima di andare al Quirinale, e Lambeto Dini, che però era direttore genrale. Gli altri passaggi dall’istituzione alla politica sono stati più graduali”. Qualunque cosa decida di fare Draghi, però, nel suo presente continua la dialettica con il ministro Tremonti: prossimo match alla giornata del risparmio, il 29 ottobre, quando entrambi parleranno delle condizioni della finanza italiana.

19/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento