Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

L’illusionismo dell’inflazione

dal Fatto Quotidiano del 16 gennaio

di Ugo Arrigo

professore di Scienza delle finanze all’Università Bicocca

E’ vero che nel 2009 la recessione economica, grazie alla bassa inflazione, non ha penalizzato il potere d’acquisto degli italiani? In occasione della pubblicazione dei dati provvisori Istat sull’inflazione di dicembre i media hanno riportato con risalto, in almeno tre versioni, una dichiarazione in tal senso del ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola: nella prima la bassa inflazione dimostrerebbe come la crisi non abbia penalizzato più di tanto il potere d’acquisto dei cittadini; nella seconda cade il “più di tanto” e quindi il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato proprio penalizzato dalla crisi; nella terza non solo il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato penalizzato dalla crisi ma in molti casi si sarebbe accresciuto. Quale di queste versioni è dimostrabile? La bassa dinamica dei prezzi è un dato di fatto: con solo un +0,8 per cento nel 2009 l’inflazione è ai minimi storici dell’ultimo cinquantennio. Un secondo dato di fatto è la crescita più robusta delle retribuzioni nel medesimo periodo.

Poiché molti contratti di lavoro sono stati chiusi nella prima parte del 2008, prima del manifestarsi della recessione, nell’anno appena trascorso le retribuzioni hanno risentito positivamente di quegli accordi e hanno registrato una dinamica sensibilmente più elevata rispetto ai prezzi. Le retribuzioni contrattuali dovrebbero infatti chiudere il 2009 con un incremento del 3,1 per cento rispetto al 2008, oltre due punti percentuali in più dell’inflazione. Vanno meglio i lavoratori dell’industria (+3,6 per cento) rispetto a quelli dell’agricoltura (+3,1) e dei servizi (+2,8 per cento) mentre nel settore pubblico l’incremento è interamente imputabile ai comparti a contrattazione collettiva, con i dipendenti dei ministeri al +3,8 per cento e quelli delle autonomie territoriali, della sanità e della scuola al 3,6-3,5 per cento. I dati precedenti, tutti più elevati rispetto alla dinamica dei prezzi, danno apparentemente ragione all’affermazione del ministro Scajola nella sua versione più impegnativa.

Vi sono tuttavia alcuni fattori che ne limitano la portata relativamente ottimistica. In primo luogo l’incremento di potere d’acquisto è solo un effetto di breve periodo, destinato presto a rovesciarsi. La recessione ha infatti moderato i prezzi più rapidamente dei salari ma nel tempo è probabile che moderi i salari molto più a lungo dei prezzi. Quasi metà dei contratti collettivi in vigore è in scadenza in questi mesi ed è certo che non potrà essere rinnovata rapidamente e a condizioni comparabili a quelle della precedente tornata.

La recessione, dopo aver interessato i prezzi, inizierà pertanto a farsi sentire anche sulle retribuzioni mentre l’inflazione non potrà che risalire dai bassi valori correnti. A spingerla non è solo l’uscita dalla crisi, che non sappiamo esattamente quando si verificherà, ma le tensioni già esistenti sui prezzi delle materie prime e l’inspiegabile crescita dei prezzi nominalmente “controllati” dai poteri pubblici: a fronte di prezzi dei beni fermi o in discesa, il tasso di crescita tendenziale delle tariffe dei servizi regolati è passato dall’1 per cento del dicembre 2008 a oltre il 3 per cento degli ultimi mesi.

Il secondo fattore in grado di moderare l’ottimismo è il fatto che, utilizzando le statistiche disponibili, abbiamo sinora confrontato la dinamica dei prezzi con quella delle retribuzioni lorde e non dei redditi effettivamente disponibili. In passato i secondi sono cresciuti meno delle prime a causa di un crescente prelievo fiscale, soprattutto su base locale. I dati sui redditi disponibili delle famiglie, riferiti quindi a tutti i redditi e a tutte le famiglie, non solo a quelle che percepiscono redditi da lavori dipendente, smentiscono che la crisi abbia migliorato il potere d’acquisto: come riportato dall’ultimo bollettino statistico della Banca d’Italia, il reddito disponibile reale delle famiglie consumatrici si è ridotto di mezzo punto percentuale nel 2008 rispetto al 2007 e di oltre un punto percentuale nel primo semestre 2009 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

E’ davvero improbabile che questa dinamica si sia rovesciata nell’ultimo. Possiamo a questo punto provare un riepilogo: la crisi ha colpito molto alcuni (chi è passato dall’occupazione alla disoccupazione o alla cassa integrazione) e in media ha colpito tutti, dato che il reddito reale disponibile delle famiglie è sceso. Non ha ancora colpito e forse ha un po’ aiutato, ma solo transitoriamente, chi ha conservato il posto di lavoro e aveva visto rinnovato il proprio contratto collettivo prima dell’inizio della crisi.

Ogni ottimismo appare quindi ingiustificato.

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18/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Istat nel caos: Biggeri senza poteri?

Ancora una volta il Consiglio dei ministri si è riunito e si è sciolto senza nominare un nuovo presidente dell’Istat, l’istituto nazionale di statistica. Succede da mesi, ma la data di ieri era diversa. Per legge il presidente può rimanere in carica solo 45 giorni dopo lo scadere del mandato, senza possibilità di proroghe. E il calcolo, lo confermava anche l’ufficio stampa dell’Istat fino a pochi giorni fa, si fa dal primo giugno, perché il presidente Luigi Biggeri è stato nominato la prima volta (nel 2001) in quella data. Adesso prevale, anche in ambienti vicini all’istituto, un’altra tesi: i conti si fanno dal 24 giugno, la data in cui è stato riconfermato nel 2005. E quindi il governo ha ancora tempo. Non è solo una questione di burocrazia: se vale la prima ipotesi, da oggi Biggeri non ha più poteri, ogni suo atto potrà essere dichiarato nullo, l’Istat si trova senza un vertice e con un direttore generale, Giovanni Fontanarosa, ad interim. Una situazione che il sindacato dei lavoratori della ricerca, Usi/RdB definisce di «paralisi totale». E secondo il sindacato non ci sono dubbi: «L’Avvocatura di Stato ha più volte ribadito che quello che vale è la manifestazione di volontà politica del Consiglio dei ministri in ordine alla conferma che, nel caso del professor Biggeri, avvenne addirittura nel corso della riunione del governo del 13 maggio 2005». Quindi il presidente dell’Istat sarebbe senza poteri addirittura da due settimane.

L’unica certezza è che c’è in corso una partita che dura da mesi tra il ministro Renato Brunetta, che formalmente deve indicare il nome del successore di Biggeri, e Giulio Tremonti che, da ministro dell’Economia, vuole avere un ruolo nella scelta. I loro staff hanno la consegna del silenzio assoluto sulla materia. I tempi, però, non consentono più lunghe negoziazioni. Come si è detto nelle scorse settimane, l’ipotesi più probabile è il commissariamento, cioè sottoporre l’istituto di statistica direttamente al governo che nomina un commissario. E visto che Biggeri è ancora al suo posto, si rafforza l’ipotesi che possa essere lui stesso il commissario. Ieri Biggeri si è anche mostrato collaborativo con il governo: «Questo è il miglior Dpef mai letto», ha detto commentando la presentazione del documento di bilancio da parte di Tremonti. Mentre Brunetta e Tremonti continuano a cercare di far prevalere i propri candidati, rispettivamente la professoressa Fiorella Kostoris e il professor Carlo Andrea Bollino. L’Istat si troverebbe così in mano governativa proprio mentre in parlamento continua l’iter un emendamento alla legge di bilancio che mira a sottrarre la nomina del presidente al governo. La proposta di scegliere un presidente con il voto dei due terzi delle commissioni parlamentari competenti ha ottenuto l’unanimità in Senato e ora è alla seconda lettura alla Camera: il numero uno della statistica verrebbe equiparato, nella procedura di nomina, a un garante di un authority. Intanto si continua con il negoziato politico.

E la rilevanza della questione è chiara dalla frequenza con cui le statistiche dell’Istat vengono attaccate da Tremonti (che però non se la prende mai direttamente con Biggeri) e dal ministro dello Sviluppo Claudio Scajola. I numeri dell’Istat dicono quanto è grave la crisi, quali politiche stanno funzionando e quali hanno fallito, quanto sono più ricchi o più poveri gli italiani. Le crescenti pressioni della politica cominciano a inquietare chi, nel proprio lavoro, si deve affidare a quelle cifre. Secondo quanto risulta al Riformista, alla Banca d’Italia – che usa numeri dell’Istat per elaborare, per esempio, il proprio bollettino mensile – sta crescendo la preoccupazione per la scarsa affidabilità dei dati della gestione Biggeri. E c’è il timore che, con un Istat commissariato, l’attendibilità delle statistiche possa solo peggiorare.

16/07/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento