Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

L’illusionismo dell’inflazione

dal Fatto Quotidiano del 16 gennaio

di Ugo Arrigo

professore di Scienza delle finanze all’Università Bicocca

E’ vero che nel 2009 la recessione economica, grazie alla bassa inflazione, non ha penalizzato il potere d’acquisto degli italiani? In occasione della pubblicazione dei dati provvisori Istat sull’inflazione di dicembre i media hanno riportato con risalto, in almeno tre versioni, una dichiarazione in tal senso del ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola: nella prima la bassa inflazione dimostrerebbe come la crisi non abbia penalizzato più di tanto il potere d’acquisto dei cittadini; nella seconda cade il “più di tanto” e quindi il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato proprio penalizzato dalla crisi; nella terza non solo il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato penalizzato dalla crisi ma in molti casi si sarebbe accresciuto. Quale di queste versioni è dimostrabile? La bassa dinamica dei prezzi è un dato di fatto: con solo un +0,8 per cento nel 2009 l’inflazione è ai minimi storici dell’ultimo cinquantennio. Un secondo dato di fatto è la crescita più robusta delle retribuzioni nel medesimo periodo.

Poiché molti contratti di lavoro sono stati chiusi nella prima parte del 2008, prima del manifestarsi della recessione, nell’anno appena trascorso le retribuzioni hanno risentito positivamente di quegli accordi e hanno registrato una dinamica sensibilmente più elevata rispetto ai prezzi. Le retribuzioni contrattuali dovrebbero infatti chiudere il 2009 con un incremento del 3,1 per cento rispetto al 2008, oltre due punti percentuali in più dell’inflazione. Vanno meglio i lavoratori dell’industria (+3,6 per cento) rispetto a quelli dell’agricoltura (+3,1) e dei servizi (+2,8 per cento) mentre nel settore pubblico l’incremento è interamente imputabile ai comparti a contrattazione collettiva, con i dipendenti dei ministeri al +3,8 per cento e quelli delle autonomie territoriali, della sanità e della scuola al 3,6-3,5 per cento. I dati precedenti, tutti più elevati rispetto alla dinamica dei prezzi, danno apparentemente ragione all’affermazione del ministro Scajola nella sua versione più impegnativa.

Vi sono tuttavia alcuni fattori che ne limitano la portata relativamente ottimistica. In primo luogo l’incremento di potere d’acquisto è solo un effetto di breve periodo, destinato presto a rovesciarsi. La recessione ha infatti moderato i prezzi più rapidamente dei salari ma nel tempo è probabile che moderi i salari molto più a lungo dei prezzi. Quasi metà dei contratti collettivi in vigore è in scadenza in questi mesi ed è certo che non potrà essere rinnovata rapidamente e a condizioni comparabili a quelle della precedente tornata.

La recessione, dopo aver interessato i prezzi, inizierà pertanto a farsi sentire anche sulle retribuzioni mentre l’inflazione non potrà che risalire dai bassi valori correnti. A spingerla non è solo l’uscita dalla crisi, che non sappiamo esattamente quando si verificherà, ma le tensioni già esistenti sui prezzi delle materie prime e l’inspiegabile crescita dei prezzi nominalmente “controllati” dai poteri pubblici: a fronte di prezzi dei beni fermi o in discesa, il tasso di crescita tendenziale delle tariffe dei servizi regolati è passato dall’1 per cento del dicembre 2008 a oltre il 3 per cento degli ultimi mesi.

Il secondo fattore in grado di moderare l’ottimismo è il fatto che, utilizzando le statistiche disponibili, abbiamo sinora confrontato la dinamica dei prezzi con quella delle retribuzioni lorde e non dei redditi effettivamente disponibili. In passato i secondi sono cresciuti meno delle prime a causa di un crescente prelievo fiscale, soprattutto su base locale. I dati sui redditi disponibili delle famiglie, riferiti quindi a tutti i redditi e a tutte le famiglie, non solo a quelle che percepiscono redditi da lavori dipendente, smentiscono che la crisi abbia migliorato il potere d’acquisto: come riportato dall’ultimo bollettino statistico della Banca d’Italia, il reddito disponibile reale delle famiglie consumatrici si è ridotto di mezzo punto percentuale nel 2008 rispetto al 2007 e di oltre un punto percentuale nel primo semestre 2009 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

E’ davvero improbabile che questa dinamica si sia rovesciata nell’ultimo. Possiamo a questo punto provare un riepilogo: la crisi ha colpito molto alcuni (chi è passato dall’occupazione alla disoccupazione o alla cassa integrazione) e in media ha colpito tutti, dato che il reddito reale disponibile delle famiglie è sceso. Non ha ancora colpito e forse ha un po’ aiutato, ma solo transitoriamente, chi ha conservato il posto di lavoro e aveva visto rinnovato il proprio contratto collettivo prima dell’inizio della crisi.

Ogni ottimismo appare quindi ingiustificato.

18/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Ecco cos’è successo quest’estate in Borsa

Ecco il pezzo che è uscito ieri, mi scuso per il ritardo. Nel frattempo il cda di Risanamento è stato rinviato ancora, al nove settembre. E sembra di percepire che sia in corso, sottotraccia, un vero braccio di ferro con la Consob: cederanno prima le banche, tirando fuori i soldi, o la commissione di Cardia esentandole dall’obblico di Opa?

Piazza Affari

Piazza Affari

Con l’arrivo di settembre finisce, almeno sul calendario, l’estate di Piazza Affari: nei mesi delle vacanze la Borsa è stata dominata da ascese (Francesco Gaetano Caltagirone) e declini (Luigi Zunino) che ancora non hanno completato la loro parabola, mentre gli investitori si sono interrogati a lungo sulle vere intenzioni di Carlo De Bendetti e ancora non hanno trovato tutte le risposte. All’inizio della settimana che segna il ritorno alla normalità dopo la pausa estiva, con le città che – secondo Assoedilizia – si ripopolano del 95 per cento dei propri abitanti, ecco il punto della situazione sulle avventure della finanza d’estate. Per chi si è perso le puntate precedenti.

Risanamento. All’apertura della Borsa, ieri, il titolo di Risanamento ha toccato i massimi dell’anno, a 0,56 euro per azione. Segnale che il mercato è ottimista sul futuro del gruppo immobiliare oggi controllato da Luigi Zunino, che ha tre miliardi di debiti ed è sull’orlo del fallimento. Ma l’accordo tra le banche creditrici sembra pronto e Risanamento potrà continuare ad esistere grazie a un aumento di capitale e all’emissione di nuovo debito garantito dalle banche. In cambio, prenderanno il controllo dell’azienda, estromettendone il fondatore che – dopo una sfolgorante ascesa, grazie al progetto del quartiere Santa Giulia a Milano – ha portato la società al collasso sotto il peso dei debiti. Almeno in teoria: ieri il consiglio di amministrazione della società, che doveva ufficializzare l’accordo trovato con le banche (che nei rispettivi cda dovrebbero aver già varato il piano) è finito nel nulla e verrà riconvocato nei prossimi giorni. All’inizio dell’estate, dopo la richiesta della procura di Milano, l’ipotesi del fallimento sembrava quella più probabile, invece le cose sembra stiano andando diversamente. Resta però un ulteriore problema: quando le banche diventeranno azioniste, dopo la conversione dei crediti in azioni, supereranno complessivamente la soglia del 30 per cento che rende obbligatorio lanciare un’offerta pubblica d’acquisto sull’intero capitale, agli attuali (alti) prezzi di mercato. Gli istituti di credito hanno chiesto alla Consob di essere esentati dall’obbligo, adducendo anche lo stato di crisi della società, ma la commissione di vigilanza sta ancora studiando il dossier e, quando avrà raggiunto una conclusione, lo comunicherà in via riservata allo studio legale che ha sollevato il quesito per conto delle banche. Non sono chiari i tempi, ma ci vorrà sicuramente ancora qualche giorno e forse questo spiega il rinvio del cda deciso ieri.

Intesa Sanpaolo. Il principale creditore di Risanamento è Intesa San Paolo, la banca guidata da Corrado Passera che alla fine della scorsa settimana ha presentato i conti semestrali: non eccezionali ma soddisfacenti – secondo gli analisti – per essere da tempo di crisi, 1,6 miliardi di utile netto. L’esposizione verso Risanamento è di oltre 700 milioni e Passera è stato quindi uno dei più attivi, insieme al banchiere Salvatore Mancuso (ex Banco di Sicilia, ebbe un duro scontro con Alessandro Profumo dopo l’acquisizione da parte di Unicredit) che ha seguito il dossier su mandato di Intesa. Se questa vicenda si sta risolvendo, un’altra che si pensava potesse chiudersi nei mesi estivi è rimasta aperta. All’inizio di luglio, infatti, l’autorità Antitrust ha bocciato anche la versione leggera del patto tra due azionisti della banca, le Assicurazioni Generali e l’istituto francese Crédit Agricole, per agire in sintonia in modo da «preservare e accrescere nel tempo il valore delle rispettive partecipazioni». La dialettica con l’Antitrust conitnuerà per tutto il 2009, ma Passera ha già detto che non ha intenzione di far pagare alla banca una multa – che può andare da 500 milioni a cinque miliardi di euro – causata dalle scelte dei suoi azionisti.

Generali. E proprio le Assicurazioni Generali sono state al centro di un dibattito che ha attraversato – sottotraccia – l’estate di Borsa, non solo per la vicenda Crédit Agricole. Tra il 19 e il 20 agosto l’imprenditore immobiliare romano Francesco Gaetano Caltagirone ha comprato azioni del gruppo assicurativo di Trieste per 1,6 milioni di euro, che si sono aggiunti ai 6,94 spesi pochi giorni prima. Risultato finale: una partecipazione che sfiora il due per cento e che rende Caltagirone, che è anche vicepresidente del Monte dei Paschi di Siena (a sua volta nel capitale delle Generali), uno degli azionisti più influenti nell’autunno in arrivo. Già la scorsa estare il costruttore aveva fatto acquisti e da tempo ha eletto le Generali a rifugio protetto per la sua enorme liquidità in questi anni di crisi finanziaria, ma questa volta l’accrescimento della quota è stato letto come una mossa per acquisire una posizione di influenza nella partita che sta iniziando per determinare il successore dell’attuale presidente del gruppo, Antoine Bernheim, ottantaquattrenne, che dovrebbe lasciare. Anche se l’ipotesi di un suo rinnovo non è completamente da escludere. L’estate, considerando i mesi di luglio e agosto, è andata molto bene per il titolo in Borsa, che ha conseguito un rialzo di circa il 17 per cento.

Management&Capitali. All’inizio dell’estate Carlo De Bendetti, editore di Repubblica, mette in vendita un fondo di investimento per comprare, ristrutturare e rivendere imprese in difficoltà fondato nel 2005. Vengono lanciate due offerte pubbliche d’acquisto da due suoi soci, la famiglia Segre e il finanziere Giovanni Tamburi, subordinate alla restituzione di quasi tutta la liquidità ai soci. Quando le due opa diventano efficaci, il 13 agosto, si scopre a sorpresa che l’Ingegnere sta comprando invece di vendere e a prezzi superiori a quelli di mercato e delle due opa, da quindici a diciannove centesimi contro dodici. Diventa quindi quasi impossibile il successo per le due opa, che si chiuderanno il 15 settembre, visto che nessuno venderà le sue azioni a un prezzo tanto inferiore a quello pagato da chi meglio conosce l’azienda, cioè l’azionista di controllo. L’ultimo sviluppo è l’ingresso nella partita di Modena Capitale Industry Partecipations, una finanziaria emiliana che ha dichiarato l’interessa a lanciare una terza opa. Consob sta valutando i documenti e già la prossima settimana dovrebbe chiarire se l’opa può essere lanciata. Per De Benedetti l’operazione ha un valore più simbolico che monetario (M&C ha una sola partecipazione pregiata in pancia), a differenza dell’altro fronte d’autunno aperto per l’Ingegnere. Cioè quello Fininvest, che riguarda la holding principale dell’apparato finanziario debenedettiano, la Cir, mentre di M&C si occupa la Romed. I tempi non sono chiari, ma è da prima dell’estate che si attende la decisione del giudice Raimondo Mesiano: nel 2007 una sentenza della Cassazione ha accertato la corruzione del giudice Vittorio Metta che ha assegnato la Mondadori a Silvio Berlusconi annullando il precenente accordo che la attribuiva a De Bendetti. Sulla base della sentenza, la Cir ha chiesto un miliardo di danni alla Fininvest e la fase istruttoria del procedimento è conclusa. Ma è difficile dire quanto si dovrà aspettare per la decisione del giudice.

Agnelli. A ferragosto l’agenzia delle entrate, nell’ambito di una campagna preparatoria dello scudo fiscale, annuncia di aver aperto un provvedimento sull’eredità di Gianni Agnelli. Il fisco si basa sulle affermazioni di Margherita Agnelli, figlia dell’Avvocato, che da anni sostiene l’esistenza di un patrimonio occulto, nascosto nei paradisi fiscali, la cui entità – anche ammessa l’esistenza – è difficile da stimare, Margherita sostiene sia di oltre un miliardo di euro. Mentre procede la causa civile di Margherita, la prossima udienza è il 12 novembre, l’estate della famiglia si chiude con tensioni crescenti tra gli eredi di Gianni, mentre sul lato industriale le notizie sono positive. Tra luglio e agosto Exor, la holding che controlla la Fiat, ha guadagnato oltre il 14 per cento, approfittando dell’ottimismo sui mercati, mentre il titolo di Fiat è salito da 7,3 a circa 8,2 euro. Sergio Marchionne, l’amministratore delegato, sta cercando casa a Detroit per manifestare – anche fisicamente – il proprio interesse alla gestione di Chrysler, dopo l’alleanza, e il Lingotto ha annunciato ieri la presentazione al salone dell’auto di Francoforte della Punto Evo, nuova versione della Grande Punto.

02/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

L’assenza di Andreatta

Dieci anni dopo. Nel dibattito sul riformismo aperto quest’estate da Prodi manca il professore di Trento che fu tra i pochissimi a costruire una cultura di governo di centrosinistra. Un libro ricostruisce la sua esperienza da ministro del Tesoro

Beniamino Andreatta

 
Beniamino Andreatta

Quando Romano Prodi ha scritto l’ultimo suo editoriale sul Messaggero, il giorno di ferragosto, sembrava parlare di Beniamino Andreatta. O meglio, della sua assenza. Il dibattito sulla sconfitta elettorale alle europee è durato pochi giorni, scriveva Prodi, poi è svanito nel nulla prima di arrivare al nocciolo della questione: «Il riformismo ha perso la fiducia in se stesso e preferisce inseguire le piattaforme e i programmi degli altri pensando che, per rovesciare le fortune elettorali, sia sufficiente criticare gli errori e i comportamenti dei governanti». Il pezzo si chiudeva ricordando che «chi non è capace di nuotare conto corrente non sarà mai in grado di risalire il fiume». E tra poco saranno dieci anni dall’uscita dalla vita pubblica dell’ultimo uomo politico che ha tutte le caratteristiche riformiste di cui Prodi non riesce più a vedere traccia: era il quindici dicembre del 1999 quando Andreatta si accasciava in parlamento, durante il dibattito sulla legge finanziaria. Dopo quasi un decennio in coma, si è spento il 26 marzo del 2007 a 87 anni. «Difficile dire cosa sia rimasto della lezione di Andreatta nella cultura politica del centrosinistra attuale, bisognerebbe prima capire in cosa questa consista», dice Fernando Salsano, ricercatore all’università di Tor Vergata che ha appena pubblicato per Il Mulino “Andreatta ministro del Tesoro” (332 pagine, 28 euro).

Nel suo libro Salsano ricostruisce una parte dell’esperienza politica di Andreatta, i suoi due brevi passaggi dal ministero dell’Economia (resta da raccontare Andreatta l’atlantista, l’ispiratore dell’Ulivo, il regista dell’ascesa di Romano Prodi, il professore universitario, il democristiano atipico). Ma già così questa visione parziale è sufficiente a rispondere ad alcune delle questioni aperte dall’intervento di Prodi. Intervistato dal Riformista, il senatore del Pd Nicola Rossi ha commentato così l’intervento dell’ex presidente del Consiglio: «Il nostro è stato un tentativo del tutto inutile. Abbiamo commesso un errore. Pensare che la cultura politica della Terza via di Tony Blair si potesse adottare in Italia è stata una speranza mal posta, da noi una sinistra liberale non era possibile e nlo è ancora meno oggi». In realtà il libro di Salsano ricorda che Andreatta era riuscito a trovare posizioni di centrosinistra (da democristiano) e liberali e le aveva maturate proprio durante le sue esperienze di governo. Spiega Salsano: «Andreatta viene da una versione cattolica del keynesianesimo, ma una volta al governo si trova alle prese con una forte inflazione e instabilità politiche che non permettono il mantenimento di politiche di sostegno alla domanda. Diventa più monetarista, ma non passa da un’ortodossia all’altra, perché rimane sempre capace di rivedere prontamente le proprie posizione sulla base dell’esperienza. E questo è forse uno degli aspetti più importanti della sua azione di governo».

Quando il professor Andreatta diventa per la prima volta ministro del Bilancio è il 1979, un’esperienza che dura solo tre anni perché a dicembre del 1982 Amintore Fanfani viene incaricato di formare un nuovo governo ma Andreatta si è fatto troppi nemici e ne viene escluso. In quel breve lasso di tempo Andreatta riesce ad affrontare molti dei problemi strutturali che ancora oggi, un quarto di secolo dopo, continuano a essere al centro del dibattito pubblico e ai quali il centrosinistra non riesce a dare risposte convincenti (giudicando dai dati elettorali). Il suo approccio è, pur declinato in modi differenti, sempre quello di creare un vincolo esterno che costringa gli attori a quello scatto verso l’efficienza di cui, da soli, sono incapaci. Nel 1981 il problema del debito pubblico non è meno grave di oggi (nel 2009 dovremmo arrivare al 118 per cento), ma c’è una differenza: quando il ministero del Tesoro emette titoli di debito e una parte di questi non viene collocata presso gli investitori, la Banca d’Italia si impegna a farsene carico finendo per sostenere di fatto la politica di spesa pubblica. Andreatta riesce a ottenere il famoso “divorzio”, trasformando una raffinata concoscenza scientifica dell’economa in forza politica: verifica con i suoi consulenti legali che sia in suo potere farlo poi, d’intesa con l’allora governatore della banca centrale Carlo Azeglio Ciampi, tronca con una lettera il rapporto tra Tesoro e Banca d’Italia. Non avviene alcun dibattito pubblico, in pochi afferrano la portata del provvedimento: da quel momento in poi il ministero avrebbe dovuto faticare molto di più per ottenere finanziamenti, rispettando le regole di mercato senza più la rete di protezione offerta da Bankitalia che, a sua volta, ritrovava un’indipendenza che le mancava da trent’anni, quando il vincolo era stato introdotto.

Prodi, a ferragosto, scrive che manca chi ha «il coraggio di scontentare molti e ha la forza di ricomporre il proprio elettorato». E l’uso dei vincoli esterni che caratterizzò l’azione di Andreatta aveva proprio questa funzione, ridurre le zavorre di privilegio che l’Italia non poteva più permettersi (irritando quindi i privilegiati) nel nome di un interesse collettivo difficile da capitalizzare poi nell’urna e che – forse – si poteva perseguire solo in un sistema politico privo di alternanza al governo. L’adesione al Sistema monetario europeo, la battaglia per la fine dell’intervento straordinario nel mezzogiorno e quella (persa) per il contenimento del deficit, oltre all’accordo con il commissario europeo Karel van Miert per ridurre l’indebitamento delle aziende pubbliche al livello delle loro concorrenti private: decisioni che costringono gli attori a sforzi prima non richiesti per migliorare l’efficienza nell’utilizzo delle risorse, soprattutto perché spesso queste risorse sono il denaro pubblico. Ma che non vengono ben recepite dai colleghi di governo, in particolare dal Partito socialista che ottiene l’allontanamento di Andreatta dai ministeri finché l’agonia della prima repubblica e Mani Pulite, da cui il professore esce indenne, eliminano il potere di veto dei socialisti. E Andreatta torna al governo nel 1993, prima al Bilancio poi, dopo pochissimi mesi, al ministero degli Esteri. I momenti in cui Andreatta ha davvero la possibilità di agire sull’economia italiana sono brevissimi, soprattutto se comparati a quelli di cui disporranno alcuni dei suoi successori (il più longevo dei quali è Giulio Tremonti), eppure sembra aver concentrato in quei pochi mesi iniziative e prese di posizione su tutto quello di cui l’Ulivo prima e il Partito democratico poi si sarebbero dovuti occupare, dalla battaglia federalista per responsabilizzare gli enti locali nella gestione dei soldi trasferiti da Roma, alla gestione del mercato del lavoro, con un’attenzione maggiore al salario reale che a quello nominale regoalrmente eroso dall’inflazione, fino ai rapporti con il sistema bancario a proposito del quale aveva ben chiara la necessità di combinare la pressione della concorrenza per ridurre i costi dei servizi con le esigenze di stabilità.
Eppure Andreatta è scomparso dal dibattito interno del Partito democratico: pur essendo nel decennale dalla sua uscita dalla vita pubblica, alla festa nazionale del Pd di Genova il suo nome non è mai stato fatto e nel sito del partito l’unica sua traccia è un articolo di Enrico Letta, che con Andreatta ha lavorato e ne ha ereditato la gestione del centro studi Arel. Ma forse anche questa sconfitta postuma non avrebbe scoraggiato il professore con la pipa. Ha detto di lui Prodi, ricordandolo a febbraio, quando gli è stata intitolata una sala del ministero dell’Economia: «Proprio nel momento in cui si frammentava un’ipotesi, immediatamente riusciva a costruirne un’altra con un senso del domani che io, onestamente, non ho mai ritrovato in nessun’altra persona. Il senso cioè che le cose si potessero sempre cambiare. Le sconfitte non lasciavano in lui minimamente traccia né di astio né di ritirata. Erano semplicemente degli episodi rispetto ai quali andava avanti».

30/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Non sarà che CDB si è pentito dell’addio alla finanza?

Duello d’estate. Per ora Alessio Nati non lancia l’Opa ma compra. L’editore di “Repubblica” sale quasi al 20 per cento e presto la terza Opa potrebbe doverla lanciare proprio lui. Forse CDB si è pentito di aver annunciato l’addio alla finanza.

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Ieri il mercato ha assistito a un’altra puntata della lunga, e sempre più strana, agonia di Management&Capitali. Negli episodi precedenti: Carlo De Benedetti, editore di Repubblica, crea nel 2005 un fondo di investimento per rilevare e ristrutturare imprese in difficoltà; quattro anni dopo il progetto è deludente, CDB lo mette in vendita, restituisce quasi tutti i soldi in cassa agli azionisti; due suoi soci, la famiglia Segre (con la società Mi.mo.se) e Giovanni Tamburi (con Second Tip) laciano due offerte pubbliche d’acquisto per ottenere il controllo del fondo impegnandosi a comprare azioni dagli altri azionisti a un prezzo di poco superiore a quello di mercato. Appena le due opa diventano efficaci, il 13 agosto, l’Ingegnere rivela di aver comprato fuori mercato più del due per cento del capitale, a carissimo prezzo: sedici centesimi per azione invece di dodici (quanto offriva la più generosa delle due opa).

Lunedì si è mossa la Consob, l’autorità che vigila sulla Borsa, che ha chiesto lumi a De Benedetti e ad Alessio Nati, marito della figlia di primo letto di CDB, che a luglio sembrava pronto a lanciare una terza opa. E la mossa di De Benedetti sembrava funzionale a preparargli il terreno, facendo capire che la società (con alcune partecipazioni di dubbio valore e 40 milioni di euro in cassa) valeva più di quanto le due opa la valutavano. Un po’ tutti si aspettavano quindi che oggi Nati scoprisse le carte, lanciandosi ufficialmente alla conquista di M&C. Gli investitori ne erano così sicuri che la sua azienda, Investimenti&Sviluppo, stava volando in Borsa, nonostante tutti sapessero che l’eventuale investimento sarebbe stato a titolo personale e non tramite I&S.

Invece no. Con un breve comunicato, Nati ha spiegato che «allo stato non è sua intenzione promuovere un’offerta pubblica di acquisto sulle azioni della società Management&Capitali S.p.A.». Alla quale però resta interessato. Nello stesso comunicato si legge di un «acquisto ai blocchi» fatto il 14 agosto e che diventerà operativo il 21 agosto (cioè ha comprato titoli che ancora non sono però fisicamente in suo possesso) con cui Nati sale al 5,3 per cento di M&C «e non esclude di effettuare prossimamente ulteriori acquisti». Sorpresa numero due: dall’aggiornamento della Consob sulle partecipazioni rilevanti si è scoperto ieri che Carlo De Benedetti, sempre attraverso la sua finanziaria Romed con cui aveva fatto gli acquisti precedenti, è salito al 19,639 per cento (comprando a prezzi altissimi) del capitale, oltre un punto in più rispetto all’ultimo shopping che lo aveva portato dal 16 al 18 per cento. Ricapitolando: De Bendetti si sta comprando – a un prezzo gonfiato dall’attenzione che si è creata intorno a M&C – azioni della società che lui stesso ha messo in vendita, insieme al parente Alessio Nati. Le due opa in corso (a cui si può aderire, cioè vendere le proprie azioni ai contendenti, entro il 15 settembre) sono state spazzate via dalle mosse di CDB: nessuno venderà a 12 centesimi per azione se l’Ingegnere continua a comprare a oltre 16. Ieri il titolo, che è sceso del cinque per cento, si è assestato sui 17 centesimi.

Le domande che gli osservatori si pongono ora sono due: che succederà? E perché l’editore di Repubblica sta facendo qualcosa di così difficile da interpretare? Alla prima si può provare a rispondere, più complicato con la seconda. Lo scenario che si delinea è il seguente. In tempi brevi, appena si voterà su qualcosa o si prenderanno decisioni strategiche per il futuro di M&C, risulterà evidente che De Benedetti e Nati agiscono in squadra: già ora, sommando le loro quote, si arriva sopra il 25 per cento. Tenendo conto che M&C ha ricomprato il 13 per cento di azioni proprie e che Nati ha detto che salirà ancora, quasi certamente i due – insieme – oltrepasseranno la soglia del 30 per cento del capitale. Quindi saranno costretti, come imposto dal testo unico della finanza, a lanciare un opa. Alla Consob spetterà il compito di accertare che i due effettivamente si muovano in coppia e che, quindi, procedano all’opa obbligatoria. Non è dato sapere come si muoverà la famiglia Segre, da sempre compagna di avventure finanziarie dell’Ingegnere: probabilmente lo sosterrà anche in questa ultima fase della partita. Con Giovanni Tamburi, il capo della Second Tip, i rapporti sono invece deteriorati in modo irrimediabile: a maggio CDB ha sciolto il patto di sindacato che lo legava a Tamburi senza rispettare il preavviso richiesto di sei mesi, troncando una collaborazione con la Tamburi Investment Partners iniziata un paio di anni fa, nel momento più difficile per M&C in cui serviva un partner con esperienza nel settore del private equity. Tamburi, probabilmente, dovrà quindi rassegnarsi a non poter ottenere il controllo di M&C sul quale aveva progetti imprenditoriali: se e quando CDB lancerà la sua opa, si limiterà a rivendergli a 16 o 17 centesimi le azioni che ha comprato a 11, consolandosi con la plusvalenza.

Il perché di tutto questo è chiaro solo a CDB. In ambienti finanziari circolano un paio di spiegazioni. La prima: De Benedetti non era soddisfatto della piega che stava prendendo l’eutanasia di M&C, forse si è accorto di averlo dato per finito prima del tempo e piuttosto che vederlo rifiorire nelle mani di Tamburi è disposto a riprenderselo tutto a caro prezzo anche se non sa bene cosa farsene. La seconda teoria è che CDB si sia un po’ pentito di aver annunciato a gennaio, in una conferenza stampa con tutta la famiglia, la sua progressiva uscita di scena dalla finanza. Doveva conservare solo il potere sul business editoriale. Ma forse la finanza continua a esercitare troppo fascino sull’uomo che, in un altro secolo, sognò addirittura a comprarsi il Belgio con la Société Générale de Belgique.

19/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Un libro per l’estate: “Dio&Dollaro” di Walter Russel Mead

 

Ci sono stati molti tentativi di fare “Orientalismo”, come l’ha definito Edward Said, ma pochissimi di un serio Occidentalismo. Riassumere e teorizzare un intero universo culturale, per coglierne l’essenza, è un’impresa così impegnativa da sembrare talvolta priva di senso, soprattutto se l’autore vi appartiene. Ci hanno provato un paio di anni fa due politologi, Ian Buruma e Avishai Margalit con un libretto pubblicato da Einaudi, “Occidentalismo. L’Occidente agli occhi dei suoi nemici”. Ma lo sforzo di Walter Russel Mead, di cui è appena uscito per Garzanti “Dio&Dollaro: La Gran Bretagna, l’America e le origini del mondo moderno” (560 pp., 32 euro) è di molto superiore per estensione e ambizioni.

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La prima parte del volume è dedicat ai nemici. Dalla Spagna cattolica di Filippo secondo ai nazisti fino ad Al Quaeda, per quattrocento anni in tanti hanno odiato quel mondo anglosassone che poi è diventato il simbolo dell’Occidente. Hanno provato a distruggerlo e hanno fallito. E secondo Mead questo non può essere un caso. Mead è uno dei più famosi analisti di relazioni internazionali, oggi è senior fellow per la politica estera presso il Council on Foreign Relations, e nels uo libro cerca di spiegare quella storia di successi che è stata spesso classificiata come “eccezionalità americana” ma che, più correttamente, è stata in realtà eccesionalità anglosassone.

La tesi di fondo, che muove dalla divisione di Karl Popper tra società aperte e società chiuse, è questa: la cultura anglosassone è quella che più di ogni altra ha dimostrato di saper abbracciare e dominare il cambiamento. E quindi si è adattata mentre altre, da quella cattolica mediterranea a quella islamica a quella tedesca si incancrenivano nella celebrazione del proprio passato glorioso. Prima c’erano gli olandesi, che avevano intuito il potenziale del commercio internazionale nel diciassettesimo secolo, poi gli inglesi hanno inventato la finanza, con le società per azioni e il debito pubblico, e li hanno scalzati. Da allora il mondo occidentale è stato plasmato da quel misto di cultura protestante conservatrice e progessismo liberal che da sempre convivono, prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti. «Come fa una cultura a trovare le risorse per sperimentare il cambiamento? Questa è la vera questione, perché il capitalismo produce e richiede questo: cambiamento. Nel ventuensimo secolo la velocità del cambiamento sta crescendo, e quindi l’importanza delle variabili culturali che determinano la predisposizione al cambiamento, la flessibilità e la capacità di adattamento diventano sempre più rilevanti. Ed è per questo che non ritengo che la crisi attuali determina la fine dell’era anglosassone», ha spiegato Mead in una conversazione con “Il Riformista”. Ma il sospetto è legittimo: la Grande recessione deriva da una crisi finanziaria incubata e poi esplosa nel mondo anglosassone. La Gran Bretagna è il Paese con i debiti privati più alti del mondo, gli eccessi delle banche d’affari di Wall Strett li stiamo pagando tutti, forse quel modello di sviluppo che era nato proprio con la geniale intuizione che il rischio poteva essere suddiviso tra più soggetti e che lo Stato poteva agire come un soggetto di mercato invece che da sovrano autoritario, è arrivato alla fine della sua esperienza storica. Risponde Mead: «Abbiamo avuto trecento anni di crisi finanziarie: quando succedono puoi pensare di abbandonare il capitalismo, o continuare a combattere. In acluni paesi ci sono crisi e poi tutto continua come prima, ma altri imparano e capiscono come cambiare. Credo per esempio che l’euro sia stata una di queste risposte a crisi del passato, ma a sua volta ha determinato una crisi sociale. Le economie eruropee più dinamiche si sono adattate, la Germania si è confrontata con un euro forte e ha reagito aumentando la propria produttività e tornando, anche in un contesto mutato, uno Paese leader. Altri, come la Francia e l’Italia si sono confrontati con gli stessi problemi ma senza essere capaci delle stesse reazioni. E sono le variabili culturali a determinare la differenza».

Il libro di Mead si legge come un manifesto di orgoglio Wasp e quindi gli si può anche perdonare di trascurare le tante ombre nella storia americana, dal Vietnam all’Iraq.

A destra il libro di Mead – liberal convinto – è molto piaciuto per l’enfasi data alla componente religiosa, non troppo diversa da quella implicita che davano i neoconservatori. Eppure non è stato colto un punto: la religione per Mead è solo uno degli aspetti che formano la cultura, quasi un tentativo di rendere assolute norme di organizzazione sociale di cui si era sperimentata l’efficacia. L’idea calvinista della predestinazione (la ricchezza indica il favore di Dio), per esempio, si è rivelata molto più utile di quella cattolica della ricchezza come un peccato da espiare con la carità. Quindi, sia che si vada verso un mondo sempre più secolare, sia che si accetti la tesi di John Micklethwait che “god is back”, gli anglosassoni sono ancora una volta i meglio posizionati per affrontare il cambiamento.

13/07/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Appunti dal G8/5: Aspettando Obama

Scrivo dalla sala in cui ieri sera ha parlato Berlusconi e ora, a minuti, dovrebbe parlare di nuovo, insieme a Barack Obama, in qualità di presidenti del Forum delle economie maggiori. Uno dei tanti livelli di governance in questo summit.

Domani lo scrivo meglio sul Riformista, ma anche se pochi se ne sono accorti oggi il G8 ha finito di esistere. La decisione di rendere permanente la collaborazione G8+G5 (o 6, se l’Egitto sponsoirizzato dall’Italia resterà) significa che d’ora in avanti si incontretanno sempre 14 leader, non più otto. Forse era inevitabile, ma comunque è rilevate e secondo me è il vero risultato politico di questo vertice che, sotto tanti aspetti, è stato organizzato e gestito molto male.

Nel cortile ho incontrato prima Robert Zoellick, della World Bank, poi Pascal Lamy, direttore della Wto. Ho provato ad avvicinarlo, ma non vuole rispondere alle domande : “I am not improvising”. Aveva una vistosa cravatta rosa e più capelli che in foto.

Ora aspetto Obama e Silvio. Tutti siamo curiosi di capire se dietro il podio c’è il solito rialzo per limitare il dislivello.

09/07/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Istat: deficit/pil al 9,3 per cento nel primo trimestre. Quanto dobbiamo preoccupuarci?

GUIDO TABELLINI. Per il rettore della Bocconi bisogna agire subito per ridurre la spesa pubblica.

Professor Tabellini, la stupisce un deficit al 9,3 per cento del Pil nel primo trimestre?

Questi dati si inseriscono in un trend globale, comune a tutti i paesi Ocse. Soprattutto quelli avanzati, a partire da Stati Uniti e Gran Bretagna, che hanno problemi di finanza pubblica anche superiori a quelli italiani. Ma sono dati che ci confermano l’importanza di guardare al futuro e ragionare su come gestire il mondo dopo la crisi. Non sono dati sorprendenti, ma per un Paese con il debito pubblico dell’Italia, ribadiscono l’urgenza di agire ora per arginare la crescita della spesa pubblica futura e dare credibilità alla nostra finanza pubblica.

Come?

Servono provvedimenti troppo a lungo rimandati, come un intervento sulle pensioni, che ci aiutino a rientrare dalla spesa come quello delle pensioni, che ci aiutino a rientrare dalla

Visto che la situazione della finanza pubblica si sta comunque deteriorando per il calo del Pil, non valeva la pensa spendere, abbandonando la linea di prudenza contabile tenuta da Tremonti?

Non necessariamente. Bisognava sicuramente fare di più non spendere per sostenere l’economia reale e questo non per forza significa spendere. Il governo si è affidato troppo agli stabilizzatori automatici, mentre avrebbe dovuto essere più proattivo. E questo vale tuttora: più aspettiamo ad agire, peggio è: il pericolo per ora è ancora la deflazione, non certo l’inflazione. E’ ancora importante sostenere l’economia reale. E c sono tante cose che si possono fare senza dissestare ulteriormente la finanza pubblica, dalla riforma dell’università che è in dirittura d’arrivo e speriamo non venga più rimandata, alle liberalizzazioni. Oppure la riforma della scuola. Scelte difficili, che non costano molto ma che avrebbero un grande impatto.

Ma ci sono le condizioni politiche per farlo? Perché le liberalizzazioni che intaccano rendite di posizione generano, per loro natura, tensioni sociali nei gruppi che le subiscono.

Per il governo l’alternativa è dare l’impressione di fare troppo poco in una situazione critica. E forse, da un punto di vista politico, è peggio che rischiare di scontentare qualcuno.

La linea di Berlusconi è che ormai la crisi è soprattutto psicologica e irrazionale, perché i fondamentali si sono assestati. Lei che ne pensa?

 Ha inciso moltissimo nei mesi passati, soprattutto fuori dall’Italia. Ora stiamo entrando in una fase diversa, in cui un po’ di fiducia sta iniziando a tornare. Gli aspetti psicologici diventeranno quindi sempre meno importanti, quello che conterà sono i fondamentali dell’economia che diventeranno il vero parametro per valutare l’andamento della crisi.

 

MARCO FORTIS. Il direttore della fondazione Edison spiega perché stiamo meglio di quel che sembra.

Professor Fortis, come spiega questo dato sul deficit?

La cosa interessante da notare è che il primo trimestre è quello che sconta il calo più forte del Pil, perchè la recessione si è concentrata tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. In particolare per gli esportatori come Giappone, Germania e Italia. Anche a valori correnti, la botta è stata forte. Il primo trimestre è sempre anche il trimestre che ha le uscite maggiori, come dimostra il fatto che lo scorso anno era il 5,7 per cento, molto più basso di quello finale. C’è una stagionalità. Se lo valutiamo nel più lungo periodo, e usiamo i dati della Commissione europea, il rapporto deficit/pil proiettato sul 2009-2010 è meno del cinque per cento. Di tutte le variabili, questa è quella che mi preoccupa meno. Abbiamo una spesa pubblica che cresce poco, 0,5 per cento all’anno, e non deteriora i conti pubblici. E visto che stiamo facendo poca spesa pubblica anticrisi, non dovrebbe peggiorare. Il problema è l’andamento del Pil, il denominatore.

E rispetto agli altri paesi?

Altrove, sorpattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, sta esplodendo il debito pubblico. Sconteranno un rapporto deficit/pil del 14 per cento, ma su base annua non trimestrale.

Quali sono le conseguenze politiche di dati come questi?

Io faccio l’economista, poi in politica si può dire tutto e il suo contrario. È chiaro che questo dato può essere strumentalizzato, ma come ho detto non è da drammatizzare. Il Pil non ci dice tutto: i consumi italiani caleranno meno di quelli di altri Paesi, le famiglie italiane hanno meno debiti e ricominceranno a consumare. Per noi è un problema che smettano di consuamre le famiglie degli altri paesi, perché questo danneggia le nostre imprese esportatrici che, tra l’altro, smettono di investire. Il nostro Pil cala più di quello di altri perché cala l’export.

Berlusconi dice che la crisi è ormai solo psicologica. È così?

Abbiamo problemi strutturali che c’erano anche prima della crisi. Ma Tremonti ha ragione a essere prudente, perché i grandi paesi che si dovranno indebitare avranno bisogno di emettere molti titoli di debito pubblico, facendo concorrenza ai notri Btp. Per questo dobbiamo stare molto attenti, E per ora le nostre aste stanno andando bene, ma il Tesoro deve rinnovare 300 miliardi in scadenza. Senza i conti a posto, nessuno ce li rinnoverebbe. E se smettono di rifinanziarci il debito, la crisi si trasferisce sui dipendenti pubblici.

 

03/07/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento