Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Quel (poco) che sappiamo della riforma fiscale

da Il Fatto Quotidiano del 12 gennaio

Una vignetta di Marilena Nardi

Ieri Silvio Berlusconi è tornato a Roma, un mese dopo il suo ferimento a Milano, e ha annunciato l’intenzione di intervenire entro il 2010 in materia fiscale. Vediamo per punti che cosa potrebbe succedere.

Di che cosa si discute?

Per il momento non c’è molto di concreto. Le ipotesi sono due: una riforma fiscale di ampio respiro, come vorrebbe il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, oppure un progetto più semplice di riduzione delle aliquote Irpef, come promette Silvio Berlusconi dal 1994. Infatti l’unico documento ufficiale disponibile, pubblicato sulla home page del sito del ministero dell’economia (mef.gov.it), è il “Libro bianco” scritto proprio da Tremonti nel 1994.

Cosa cambierebbe?

Stando al “libro bianco” di Tremonti il progetto dovrebbe portare a un cambiamento nella struttura delle aliquote. Nel 1994 si facevano quattro ipotesi, per un Irpef (cioè l’imposta sul reddito delle persone fisiche) a una, due o tre aliquote. L’ipotesi prevalente sembra quella a due aliquote, probabilmente 23 e 33 per cento (ma nel progetto originale erano 27 e 40). Oggi le aliquote sono sei, dal 23 al 43 per cento. Quella del 43 per cento diventerebbe 33 (per chi dichiara un reddito superiore a 100mila euro). Per gli altri un’aliquota unica al 23 per cento.

Chi ci guadagnerebbe?

Stando alle dichiarazioni 2008, gli italiani che guadagnano più di 200 mila euro sono soltanto 75 mila. Per i 21 milioni che già pagano il 23 per cento o meno non cambierà nulla. Per 13 milioni sarà una differenza minima (-4 per cento dell’aliquota), mentre i benefici più consistenti andranno a chi guadagna dai 55 mila euro in su. I più contenti di tutti saranno quelli che oggi pagano il 43 per cento e si ritroveranno inseriti nello scaglione di chi paga il 23, con un taglio del 20 per cento. Si tratta di 380 mila contribuenti che dichiarano tra i 75 e i 100 mila euro.

Quale sarebbe il risparmio?

Questa è la domanda più complicata. Per due ragioni: ogni caso è diverso e bisognerebbe avere informazioni più precise sulle contropartite. Secondo una simulazione della Cgia di Mestre, due coniugi con un figlio a carico e un reddito pro capite di 21.500 euro risparmierebbero 530 euro. Un lavoratore dipendente con 30mila euro, un figlio e una moglie a carico ne risparmierebbe 820.

Dov’è il trucco?

Nel libro bianco del 1994 si legge che il peso dell’Irpef sul totale del gettito scenderà dal 35 al 31 per cento. Nel complesso le imposte sulle “cose” saliranno dal 40 al 46 per cento e quelle sulle “persone” scenderanno dal 60 al 54 per cento. Tradotto: se da un lato si taglia, da un altro si dovrà aumentare. C’è l’ipotesi di una parziale tassa patrimoniale, per tassare non soltanto il reddito ma anche il patrimonio, concepita in funzione anti-evasione. Un’altra fonte di copertura dei  tagli all’Irpef dovrebbe essere il riordino dell’Iva, ritoccando al rialzo le aliquote che gravano sui consumi tassati meno del 20 per cento (alcuni beni alimentari come pane e pasta, l’editoria, l’elettricità e il gas). La conseguenza negativa, almeno da un punto di vista teorico, è che si procede a tagli fiscali mirati mentre gli aumenti sono generalizzati, perchè riguardano beni di consumo di uso diffuso.

E per chi resta alla stessa aliquota?

I 21 milioni che non beneficiano della riduzione dell’aliquota si troveranno comunque a finanziare gli sconti fiscali per i più abbienti pagando i beni con l’Iva aumentata. Quindi, anche per rispettare l’articolo 53 della Costituzione che impone la progressività dell’imposizione fiscale (i ricchi devono pagare di più anche in percentuale), dovrebbe essere previsto un meccanismo di quoziente famigliare. Questo è il punto più confuso, perchè tutti quelli che invocano il quoziente hanno in mente obiettivi e strumenti diversi per aiutare fiscalmente la famiglia. L’orientamento che sembra delinearsi è quello di superare il sistema attuale di micro-incentivi orientati soprattutto al sostegno della demografia preferendo un intervento più unitario che consideri l’ampiezza del nucleo famigliare (e non soltanto il numero di famigliari a carico) oltre al reddito complessivo.

Si farà davvero?

Difficile. Anche considerando l’innalzamento dell’Iva e le altre coperture servirebbero forse altri 20-30 miliardi che non ci sono (e l’ipotesi di procurarseli emettendo nuovo debito pubblico non sembra percorribile). Lo scenario  più probabile è che il gettito proveniente dalla proroga dello scudo fiscale, ancora ignoto ma nel probabile ordine di 4-5 miliardi, potrebbe essere usato per un intervento una tantum a beneficio delle famiglie, da annunciare a ridosso delle elezioni regionali di primavera.

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12/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

INFORMAZIONE INFLUENZATA

da antefatto.it

Poi dicono che uno smette di leggere i giornali. Succede che la pandemia, essendo appunto pan, colpisca pure i giornalisti. Suina o stagionale, poco importa, è sempre influenza. Questa mattina, termometro sotto il braccio, accendo il pc per vedere le rassegne stampa (non posso uscire a comprare le versioni cartacee). Repubblica: Virus A, 17 morti. Poi il Corriere ci informa, con un vero scoop, che l’influenza fa paura. Se uno ha tempo da perdere, e chi è malato ne ha, può addentrarsi nelle pagine interne dove si scopre che gli ambulatori medici sono pieni di persone con nasi colanti e frequenti colpi di tosse, mentre dagli ospedali si leva un grido disperato: Non intasate il pronto soccorso, statevene a casa, sotto le coperte.

Però la gente muore, obiettano i lettori preoccupati.

Ma basta spulciare tra le righe di articoli scritti da giornalisti irresponsabili per capire che i titoli sono una truffa, una secchiata di benzina sul fuoco dell’ipocondria. Un esempio a caso. Un trafiletto di Repubblica strilla: A Bolzano l’ultima vittima, una bambina di 11 anni. Bisogna superare 16 righe di parenti distrutti e aggettivi drammatici per scoprire che la piccola Martina aveva una polmonite che poi, complice l’influenza, si è aggravata diventando mortale. Quindi è morta di influenza o di polmonite? E tutti gli altri, cardiopatici, diabetici e malati di tumore per i quali l’influenza è stata solo l’ultima goccia, perché continuano a figurare negli elenchi delle vittime della suina?

C’è poi un dibattito, quasi una crocifissione, sul povero viceministro della Salute Ferruccio Fazio, ribatezzato topo gigio per imperscrutabili ragioni. Due le critiche: il vaccino è stato preparato troppo in fretta e ci sono troppe poche dosi a disposizione. Lenzuolate di inchiostro sull’argomento da cui faticosamente si capisce però che le due critiche si escludono: ci sono poche dosi perché? il vaccino è stato preparato in fretta, visto che bisognava vaccinare prima il personale sanitario così che gli ospedali e gli studi medici non fossero vuoti al momento di picco, che sta arrivando. Che doveva fare Fazio? E davvero c’è un’emergenza per gli effetti collaterali? Ma avete mai letto un qualsiasi bugiardino di un’aspirina o, per stare a farmaci da influenza, una tachipirina come quella che noi influenzati bloccati a letto dalla febbre prendiamo tre o quattro volte al giorno? C’è il mercurio, certo, ma come ricordano tutti i medici responsabili, c’è più mercurio in qualsiasi scatoletta di tonno o trancio di pesce spada. Poi ci sono i medici che non si vaccinano e non vaccinano perché non credono ai vaccini (o forse perché si guadagna molto poco con le vaccinazioni), ma c’è voluto qualche decennio anche perché si smettessero di usare le sanguisughe e i chirurghi imparassero a lavarsi le mani prima di operare.

Per fortuna, nelle rassegne stampa, dopo un po’ le pagine sull’influenza finiscono. E uno può rintanarsi sotto le coperte a leggere dell’ennesimo ritorno del dialogo tra Bersani e Berlusconi. Finalmente qualcosa di innocuo.

03/11/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO | , , , , , , , | Lascia un commento

Crisi: è davvero il momento della “fase due”?

Renato Brunetta annucia la "fase due" nella risposta alla crisi

Renato Brunetta annucia la "fase due" nella risposta alla crisi

Dopo mesi in cui il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha ripetuto che ormai la crisi economica è soltanto un problema di scarsa fiducia, ieri il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta ha annunciato: «Una volta approvata la Finanziaria, inizieremo a ragionare su come passare alla fase due, su come passare cioè dalla fase difensiva a quella dell’espansione e della stimolazione dell’economia».

Secondo Brunetta, che ha sempre rappresentato l’anima meno catastrofista dell’esecutivo, il peggio è passato e quindi è il momento di iniziare a pensare al dopo-crisi. L’espressione, “fase due“, è la stessa che si usava ai tempi del Governo Prodi, quando si dibatteva se il centrosinistra dovesse prima risanare i conti pubblici («fase uno») e poi fare le riforme strutturali o agire al contempo su entrambi i temi. Poi sono arrivate le elezioni anticipate che hanno impedito di realizzate la fase due. E, stando ai “si dice” degli ultimi giorni, la stessa eventualità potrebbe forse ripetersi anche questa volta, se davvero qualcuno nella maggioranza avesse interesse a votare a marzo 2010.
Stando ai dati di fatto, però, si nota come il governo si stia comportando su più tavoli come se la crisi fosse davvero finita. La Lega di Umberto Bossi continua a sollecitare l’introduzione di gabbie salariali, indicando nella riduzione delle differenze di potere d’acquisto una delle priorità dell’azione dell’esecutivo (cioè una misura strutturale, non di emergenza). Nell’ultimo consiglio dei ministri, venerdì, anche la decisione di modificare la normativa sull’offerta pubblica d’acquisto è stata presentata come un segnale di ritorno alla normalità: visto che la Borsa si è ripresa, dice il Governo, non è più necessario mantenere le barriere straordinarie costruite intorno alle aziende di interesse strategico per evitare che cadessero in mani straniere. In realtà la questione è più delicata, le modifiche saranno operative dal luglio 2010 e comportano un grado di discrezionalità per la Consob di cui è difficile valutare ad oggi le conseguenze. Brunetta – che ha sempre definito il sistema di ammortizzatori sociali italiano «il migliore del mondo» – rivendica la decisione di non detassare le tredicesime lo scorso anno, lasciando però intendere che si preparano nuove misure di stimolo e aggiungendo che, comunque, «la fase uno ci vede promossi».

Della «fase uno», però, si osservano alcuni strascichi: Sergio Marchionne, l’amministratore delegato della Fiat, ha chiesto nuovi incentivi all’acquisto di automobili per sostenere il settore, esattamente come un anno fa. I sindacati denunciano i buchi nella rete degli ammortizzatori sociali, mentre le cronache registrano nuovi casi di proteste di chi rischia di perdere il lavoro. A Porta a Porta, pochi giorni fa, Berlusconi ha rivendicato di aver stanziato 34 miliardi di euro «per garantire chiunque perda un posto di lavoro di essere aiutato dallo Stato». Ma dal Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria), anche con i calcoli più generosi, secondo l’analisi degli economisti della voce.info risulta che si tratta di circa 15 miliardi, ma distribuiti in quattro anni. E dei 5,35 miliardi per ammortizzatori in deroga, quindi vere misure straordinarie, ne sono stati versati solo 825. Finora Giulio Tremonti è stato il più prudente nel dichiarare chiusa la «fase uno»: pur sostenendo, come il resto del governo che l’Italia sta meglio di altri Paesi europei (tesi che si fonda su pochissimi dati), ha riconosciuto venerdì che «siamo ancora in terra incognita, abbiamo evitato la catastrofe ma le difficoltà non sono ancora terminate». E lo dimostrano i dati macroeconomici: l’Italia non ha ancora evitato il tracollo del Pil, quella riduzione del sei per cento che secondo l’Istat è il dato tendenziale (che si ottiene, cioè, proiettando la velocità di caduta dei primi sei mesi sul resto dell’anno). Anche nel migliore dei casi, ha ribadito la Commissione europea, la riduzione sarà del cinque per cento. Il superindice dell’Ocse, molto citato dal Governo, si è limitato a segnalare che c’è un’alta probabilità che per l’Italia si verifichi un’inversione di tendenza nei prossimi sei mesi, cioè che l’economia smette di scendere. Ma nulla ha detto su quanto possa essere intensa la ripresa. Gli effetti – preannunciati da mesi – sulla disoccupazione d’autunno ancora non si sono manifestati, almeno nelle statistiche, anche se hanno determinato una ritrovata sintonia tra la Confindustria e il sindacato della Cgil. Ma è troppo presto per dire che il temuto autunno caldo sia stato evitato.

Come dimostra l’utlimo sondaggio di Ipr marketing per Repubblica, il governo ha perso dieci punti di popolarità nel corso di un anno. E se davvero qualche esponente dell’esecutivo pensa che ci sia il rischio di andare alle elezioni in primavera, la «fase due» in cui la spesa pubblica entra in una fase espansiva potrebbe rivelarsi una necessità elettorale, più che la conseguenza dell’evoluzione della congiuntura.

20/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Guai a chi tocca Silvio, Piersilvio e Mondadori. Ora parla Marina

Dinasty? La primogenita della seconda generazione berlusconiana parla al “Corriere” senza nominare la sorellastra Barbara, che potrebbe contenderle la guida dell’editoria, mentre continua la trattativa sul divorzio di Veronica Lario, complicata dalle rivelazioni sulle escort. “Fortune” l’ha indicata ieri come la decima donna più potente al mondo.

Marina Berlusconi

Marina Berlusconi

Come si inserisce l’intervista al Corriere della Sera di Marina Berlusconi di ieri nella trattativa sulla separazione di Silvio Berlusconi e Veronica Lario? Se ne conoscono pochissimi dettagli, ma nella lunga estate di Berlusconi, iniziata con Patrizia D’Addario e finita con Noemi alla mostra del cinema di Venezia, il negoziato all’interno della famiglia è continuato.

Nuovi equilibri

Bisogna tener presente questo nel leggere le parole di ieri di Marina sul Corriere, lo stesso giornale che due giorni prima aveva lanciato in prima pagina (e in due paginoni interni) la pubblicazione dei verbali dell’inchiesta di Bari. Dallo scoop sono emersi dettagli sulle serate di Berlusconi e sulle sue frequentazioni femminili, quante donne e quanti incontri, che mettono Veronica nella posizione di forza di una moglie tradita che avrebbe gli argomenti per ottenere un divorzio “per colpa”. «Stiamo parlando di aziende quotate, che creano ricchezza, che fanno informazione e cultura. Non siamo le casette del Monopoli che si prendono e si spostano di qui e di là», ha ricordato Marina nell’intervista, premettendo che non vuole parlare delle rivalità interne alla famiglia, soprattutto tra i due rami (quello dei figli di Veronica e quello dei figli della prima moglie, Carla Elvira Dall’Oglio). L’intervista però entra nel merito, anche se Barbara non viene mai direttamente nominata. «A oggi non c’è nessuna lotta. E, se mio padre è uomo giusto ed equo, non ce ne saranno nemmeno in futuro», aveva detto la venticinquenne Barbara in un’intervista a Vanity Fair all’inizio di agosto, in cui c’era anche un passaggio riferito a Marina: «La passione per l’editoria, e mio padre ha sempre visto in me delle qualità che potevano essere adeguate per questo settore. Lui ha sempre pensato che, quando ne avessi avuto le capacità, mi sarei occupata di Mondadori». Nella sua prima intervista da allora, Marina ha risposto ieri proprio da presidente di Mondadori (ha tante altre qualifiche, tra cui un seggio nel consiglio di amministrazione di Mediobanca e la presidenza di Fininvest nel cui cda siede anche Barbara) rivendicando i suoi successi di editrice, l’ultimo dei quali è il lancio della versione francese del femminile Grazia: «Ai miei due figli, che hanno uno cinque e l’altro sei anni e mezzo, sto leggendo dei libri sulla mitologia greca. E loro ascoltano le storie di Teseo, Achille, Ulisse, con la bocca spalancata. Storie che hanno qualche millennio. Ma che sono in realtà senza tempo, perché sanno soddisfare l’eterno bisogno dell’uomo di emozionarsi, di far correre la fantasia, di conoscere, di capire. Fare l’editore significa saper soddisfare questo bisogno. Ed è per questo che credo sia un mestiere eterno e anche uno dei più complessi e affascinanti». E l’allusione all’eternità del mestiere sembra un’indiretta ma abbastanza esplicita replica a Barbara: nella ripartizione dell’impero berlusconiano alla seconda generazione la Mondadori è da considerarsi già assegnata. A Marina.

Figli e poltrone

Parole che vanno inserite in un contesto complesso. Ben poco è trapelato dalle trattative tra i due rami della famiglia Berlusconi, ma una cosa si è capita: oltre a quello dei soldi, il nodo da sciogliere è quello che riguarda i ruoli operativi. Quanto alla divisione degli asset, per ora è ancora in vigore il cosiddetto “Lodo Chiomenti”, siglato nello studio legale da cui prende il nome nel 2005, prima dell’inizio delle tensioni pubbliche tra Veronica e Berlusconi (mancavano due anni alla lettera a Repubblica sulla serata dei Telegatti e le scherzose proposte di matrimonio a Mara Carfagna, che all’epoca non era ministro). In quell’occasione aveva prevalso la linea Marina-Piersilvio, cioè la divisione “per letti”: il patrimonio, inteso come le holding di controllo dell’impero, veniva diviso a metà. Una – composta da due metà uguali – ai figli di Carla Elvira Dall’Oglio e l’altra, somma di tre quote paritetiche, tra Barbara, Eleonora (che in estate si è laureata in Economia a New York) e Luigi. Poi le cose si sono complicate: Barbara ha iniziato a manifestare l’interesse per la Mondadori, Luigi – oltre a quello per la finanza – ha esplicitato il suo attaccamento al Milan, di cui Marina invece si libererebbe volentieri. Una delle ipotesi che circolano in questi mesi è che nelle stanze degli avvocati si stia discutendo una nuova soluzione di compromesso: nell’ambito della definizione degli equilibri post-divorzio, Marina e Piersilvio restano alla guida di Mondadori e Mediaset, rispettivamente, ma si impegnano formalmente a farsi da parte tra una quindicina di anni, quando Barbara e Luigi (di Eleonora non è chiaro il coinvolgimento) avranno fatto abbastanza esperienza da essere pronti a prendere la guida delle società chiave del gruppo. Il corollario è che a quel punto tanto Marina che Piersilvio avranno voglia e risorse economiche per cimentarsi con altre sfide. Nell’intervista di ieri va infatti rilevato come Marina si sia spesa molto a difesa del lavoro di Piersilvio, nobilitandolo a inventore «dal nulla e in pochi anni di un nuovo business, quello della tv a pagamento», riferendosi alle offerte di Mediaset premium che fanno concorrenza a quello che è diventato uno degli avversari principali della galassia aziendale berlusconiana, cioè Sky di Rupert Murdoch, di cui si occupa sempre più attivamente il figlio James che ha la delega per l’Italia.

Difesa a oltranza

Poi c’è il lato politico. Marina nell’intervista difende la condotta del padre in questi mesi, mentre Barbara, sempre nell’intervista a Vanity Fair era stata più critica, arrivando a dire che «un politico non ha privato». Dice Marina: «Tutto questo ha dato ancora di più a me come figlia la misura della grandezza e della qualità umana di mio padre e dell’enorme distanza tra lui e chi ha cercato di distruggerlo in quel modo». Chi cerca di decifrare tra le righe indizi di una possibile successione dinastica diretta – «Basta con la dinasty», premette lei – da Silvio a Marina, ha trovato qualche spunto nell’intervista, in cui la presidentessa di Mondadori si spinge a fare un’analisi politica della situazione, oltre che da figlia del presidente del Consiglio. Dice all’intervistatore: «Sa da dove tutto è partito? Dal fatto che un’opposizione di cui si sono perse le tracce ha lasciato il suo mestiere, da troppo tempo, nelle mani di alcune testate ben precise e di un gruppetto di magistrati: addio politica, avanti con i dossier, i pettegolezzi, il fango». Nel pomeriggio le agenzie battono la notizia che la rivista Fortune ha inserito Marina tra le 50 donne più potenti nel business (è decima), un mese dopo che Forbes, in un’analoga hit parade, l’aveva indicata come più influente perfino di Michelle Obama. Si rafforza quindi l’immagine di Marina come un’imprenditrice di successo che capisce la politica, erede anche in questo del padre. Ma è troppo presto per trarne conclusioni dinastiche. Per ora la priorità resta superare con meno danni possibile la fase della separazione tra Silvio e Veronica.

12/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La Borsa non crede al potenziale di M&C

CARLO DE BENEDETTI. Passata la febbre da opa, ora rimane da capire quanto vale l’azienda che l’editore di “Repubblica” ha deciso di non vendere più. L’operazione Treofan non spiega tutto.

Le mosse di Carlo De Benedetti a Piazza Affari e dei suoi alleati (ex, futuri e sospetti) continuano ad essere l’enigma estivo su cui si esercitano gli analisti finanziari e la Consob. La commissione che vigila sulla Borsa ha diffuso ieri una fotografia aggiornata di come è spartito il capitale rimasto in circolazione del fondo Management&Capitali, dopo che il 13 per cento delle azioni è stato ricomprato dall’azienda stessa.

La notizia che emerge dalle comunicazioni fatte dagli azionisti, sollecitati dalla Consob lunedì, è che Diego della Valle, socio dell’Ingegnere, non sta comprando: è fermo al 4,2 per cento. Quindi non è sospettabile di far parte di quello che qualcuno – tra chi disapprova il comportamento dell’Ingegnere in questa vicenda – inizia a chiamare «concerto». Anche la famiglia Segre, con la Compagnia finanziaria torinese (e la controllata Banca Intermobiliare) è salita – di poco – al 6,011 per cento il 10 agosto e dopo non si è più mossa. Questo è un dato che va interpretato. I Segre hanno lanciato una delle due offerte pubbliche di acquisto sul fondo M&C che De Benedetti aveva di fatto messo in vendita, prima di pentirsi e ricominciare a comprare azioni a prezzi record. L’altra è quella di Giovanni Tamburi, socio di M&C che voleva conquistare il controllo della società per rilanciarla e con CDB non è più in buoni rapporti da tempo (l’editore di Repubblica ha rotto in modo unilaterale il patto di sindacato che lo legava al banchiere di investimento). Le due opa erano rispettivamente a 0,11 e 0,12 centesimi. Con i prezzi di mercato lievitati fino a 0,18, la Tamburi Investment Partners ha autorizzato la sua controllata Second Tip a vendere un po’ di azioni di M&C. Traduzione: con l’opa la società sta chiedendo agli investitori di vendere le proprie azioni a 12 centesimi, perché così le ha valutate; se i prezzi di mercato sono molto più alti, allora conviene vendere, perché la società è sopravvalutata. Tamburi è quindi sceso dal 15 al 12 per cento, realizzando una buona plusvalenza. Oggi, invece, Alessio Nati entrerà fisicamente in possesso delle azioni di M&C che ha già comprato con la sua ALNA srl, circa il 5,3 per cento del capitale. Nati è parente di CDB (marito della figlia di primo letto dell’attuale moglie dell’Ingegnere). Mentre si perfezionano le mosse fatte nel corso dell’ultima settimana dai giocatori della partita M&C, il titolo sembra aver finito la sua corsa verso l’alto. Ridefiniti i rapporti di forza e passata la febbre da terza opa (chi la farà? Nati? De Benedetti? nessuno?), l’entusiasmo degli investitori per il fondo che doveva salvare le imprese decotte sta scemando. La quotazione stellare del titolo non può essere giustificata soltanto dal tempismo con cui si è concretizzata l’operazione Treofan.

Mercoledì il titolo M&C stentava a restare in positivo e un poco di vigore lo ha trovato con l’annuncio che «Treofan lancia l’azione di scambio delle obbligazioni». In pratica M&C passerà dallo staus di creditore di un gruppo troppo indebitato ad azionista di un’azienda alleggerita dal suo carico, perché i debiti vengono convertiti in azioni. Il quotidiano Milano Finanza si spinge a presentarla quasi come una cash cow, una macchina da soldi, «tanto che l’Ingegnere, convinto delle potenzialità della società, ha sparigliato le carte comprando azioni [di M&C] a 0,19». Una spiegazione che però non regge, perché tutte le informazioni sulla salute e le prospettive della Treofan erano note da molto tempo al mercato e a De Bendetti. Nell’offerta di opa della famiglia Segre, per esempio, si legge: «Il 3 luglio 2009 M&C ha firmato gli accordi definitivi per la ristrutturazione del gruppo Treofan. Leader mondiale nella produzione di film di polipropilene, tramite un debt to equity swap ha avviato la sua ristrutturazione». Non ci sono quindi elementi di sostanza che possano aver spinto l’Ingegnere a ribaltare la decisione di liberarsi di M&C fino a mettersi addirittura in una posizione che potrebbe spingerlo a lanciare lui stesso l’opa se la Consob dovesse accertare che tra lui e Nati c’è un accordo occulto. La parentela però, ribadisce l’autorità di vigilanza, non è un indizio sufficiente a sospettarlo. Ma la Consob non ha ancora finito con De Benedetti e nei prossimi giorni potrebbero esserci nuove richieste di informazioni perché il mercato continua ad avere troppe domande a cui, finora, l’Ingegnere non ha ancora risposto.

 

21/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Non sarà che CDB si è pentito dell’addio alla finanza?

Duello d’estate. Per ora Alessio Nati non lancia l’Opa ma compra. L’editore di “Repubblica” sale quasi al 20 per cento e presto la terza Opa potrebbe doverla lanciare proprio lui. Forse CDB si è pentito di aver annunciato l’addio alla finanza.

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Ieri il mercato ha assistito a un’altra puntata della lunga, e sempre più strana, agonia di Management&Capitali. Negli episodi precedenti: Carlo De Benedetti, editore di Repubblica, crea nel 2005 un fondo di investimento per rilevare e ristrutturare imprese in difficoltà; quattro anni dopo il progetto è deludente, CDB lo mette in vendita, restituisce quasi tutti i soldi in cassa agli azionisti; due suoi soci, la famiglia Segre (con la società Mi.mo.se) e Giovanni Tamburi (con Second Tip) laciano due offerte pubbliche d’acquisto per ottenere il controllo del fondo impegnandosi a comprare azioni dagli altri azionisti a un prezzo di poco superiore a quello di mercato. Appena le due opa diventano efficaci, il 13 agosto, l’Ingegnere rivela di aver comprato fuori mercato più del due per cento del capitale, a carissimo prezzo: sedici centesimi per azione invece di dodici (quanto offriva la più generosa delle due opa).

Lunedì si è mossa la Consob, l’autorità che vigila sulla Borsa, che ha chiesto lumi a De Benedetti e ad Alessio Nati, marito della figlia di primo letto di CDB, che a luglio sembrava pronto a lanciare una terza opa. E la mossa di De Benedetti sembrava funzionale a preparargli il terreno, facendo capire che la società (con alcune partecipazioni di dubbio valore e 40 milioni di euro in cassa) valeva più di quanto le due opa la valutavano. Un po’ tutti si aspettavano quindi che oggi Nati scoprisse le carte, lanciandosi ufficialmente alla conquista di M&C. Gli investitori ne erano così sicuri che la sua azienda, Investimenti&Sviluppo, stava volando in Borsa, nonostante tutti sapessero che l’eventuale investimento sarebbe stato a titolo personale e non tramite I&S.

Invece no. Con un breve comunicato, Nati ha spiegato che «allo stato non è sua intenzione promuovere un’offerta pubblica di acquisto sulle azioni della società Management&Capitali S.p.A.». Alla quale però resta interessato. Nello stesso comunicato si legge di un «acquisto ai blocchi» fatto il 14 agosto e che diventerà operativo il 21 agosto (cioè ha comprato titoli che ancora non sono però fisicamente in suo possesso) con cui Nati sale al 5,3 per cento di M&C «e non esclude di effettuare prossimamente ulteriori acquisti». Sorpresa numero due: dall’aggiornamento della Consob sulle partecipazioni rilevanti si è scoperto ieri che Carlo De Benedetti, sempre attraverso la sua finanziaria Romed con cui aveva fatto gli acquisti precedenti, è salito al 19,639 per cento (comprando a prezzi altissimi) del capitale, oltre un punto in più rispetto all’ultimo shopping che lo aveva portato dal 16 al 18 per cento. Ricapitolando: De Bendetti si sta comprando – a un prezzo gonfiato dall’attenzione che si è creata intorno a M&C – azioni della società che lui stesso ha messo in vendita, insieme al parente Alessio Nati. Le due opa in corso (a cui si può aderire, cioè vendere le proprie azioni ai contendenti, entro il 15 settembre) sono state spazzate via dalle mosse di CDB: nessuno venderà a 12 centesimi per azione se l’Ingegnere continua a comprare a oltre 16. Ieri il titolo, che è sceso del cinque per cento, si è assestato sui 17 centesimi.

Le domande che gli osservatori si pongono ora sono due: che succederà? E perché l’editore di Repubblica sta facendo qualcosa di così difficile da interpretare? Alla prima si può provare a rispondere, più complicato con la seconda. Lo scenario che si delinea è il seguente. In tempi brevi, appena si voterà su qualcosa o si prenderanno decisioni strategiche per il futuro di M&C, risulterà evidente che De Benedetti e Nati agiscono in squadra: già ora, sommando le loro quote, si arriva sopra il 25 per cento. Tenendo conto che M&C ha ricomprato il 13 per cento di azioni proprie e che Nati ha detto che salirà ancora, quasi certamente i due – insieme – oltrepasseranno la soglia del 30 per cento del capitale. Quindi saranno costretti, come imposto dal testo unico della finanza, a lanciare un opa. Alla Consob spetterà il compito di accertare che i due effettivamente si muovano in coppia e che, quindi, procedano all’opa obbligatoria. Non è dato sapere come si muoverà la famiglia Segre, da sempre compagna di avventure finanziarie dell’Ingegnere: probabilmente lo sosterrà anche in questa ultima fase della partita. Con Giovanni Tamburi, il capo della Second Tip, i rapporti sono invece deteriorati in modo irrimediabile: a maggio CDB ha sciolto il patto di sindacato che lo legava a Tamburi senza rispettare il preavviso richiesto di sei mesi, troncando una collaborazione con la Tamburi Investment Partners iniziata un paio di anni fa, nel momento più difficile per M&C in cui serviva un partner con esperienza nel settore del private equity. Tamburi, probabilmente, dovrà quindi rassegnarsi a non poter ottenere il controllo di M&C sul quale aveva progetti imprenditoriali: se e quando CDB lancerà la sua opa, si limiterà a rivendergli a 16 o 17 centesimi le azioni che ha comprato a 11, consolandosi con la plusvalenza.

Il perché di tutto questo è chiaro solo a CDB. In ambienti finanziari circolano un paio di spiegazioni. La prima: De Benedetti non era soddisfatto della piega che stava prendendo l’eutanasia di M&C, forse si è accorto di averlo dato per finito prima del tempo e piuttosto che vederlo rifiorire nelle mani di Tamburi è disposto a riprenderselo tutto a caro prezzo anche se non sa bene cosa farsene. La seconda teoria è che CDB si sia un po’ pentito di aver annunciato a gennaio, in una conferenza stampa con tutta la famiglia, la sua progressiva uscita di scena dalla finanza. Doveva conservare solo il potere sul business editoriale. Ma forse la finanza continua a esercitare troppo fascino sull’uomo che, in un altro secolo, sognò addirittura a comprarsi il Belgio con la Société Générale de Belgique.

19/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Da Segrate a Casoria. Così ricomincia la guerra tra l’Ing. e il Cav.

di Stefano Feltri

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La sintesi dei rapporti l’aveva fatta il direttore Ezio Mauro nel titolo del suo editoriale del tre agosto 2005: “Repubblica, il Diavolo e l’acqua santa”. Il ruolo di demonio spettava a Silvio Berlusconi e, per esclusione, l’acqua benedetta corrispondeva a Carlo De Benedetti, l’editore. I tempi erano diversi, allora si era all’inizio di una tregua tra due nemici storici che è ufficialmente finita ieri con un comunicato di palazzo Chigi.

«Una campagna palesemente denigratoria che la Repubblica e il suo editore stanno conducendo da giorni», si legge nel comunicato di palazzo Chigi. Due i passaggi chiave: il riferimento all’editore che indica la responsabilità diretta di Carlo De Benedetti, e il limite temporale, “da giorni”, riferimento specifico alle recenti prese di posizione del quotidiano e non alla sua collocazione politica, da sempre nel centrosinistra. Il messaggio è chiaro: è di nuovo guerra.

La tregua tra il mondo berlusconiano e quello debenedettiano è durata più di tre anni. Il trattato di pace doveva essere la creazione di Managment & Capitali (M&C), un fondo di private equity per salvare e ristrutturare aziende in difficoltà. Nel 2005 il De Benedetti inizia a coinvolgere una piccola banca amica, la Bim, e alcuni imprenditori, tra cui Diego Della Valle e Luca di Montezemolo (in quel momento presidente di Confindustria) nell’azionariato di M&C. L’idea è creare una specie di nuova camera di compensazione del sistema economico e finanziario, che affianchi (o sostituisca) le istituzioni da cui lui – l’Ingegnere – è escluso, Mediobanca e il patto di sindacato di Rcs-Corriere della Sera. M&C diventa oggetto delle attenzioni degli osservatori, perchè potrebbe diventare il luogo della grande pacificazione al termine della battaglia per Antonveneta, Bnl e Rcs, oggetto delle scalate un po’ incrociate e un po’ no della razza padana, degli immobiliaristi, tra cui Stefano Ricucci.

Il 29 luglio 2005 l’occhiello di un breve articolo su Repubblica da conto del coinvolgimento di Fininvest nel capitale di M&C. Inizia una settimana di rivolte nel gruppo Espresso e nel mondo debenedettiano. Giovanni Sartori, commentatore politico del Corriere della Sera, si dimette da garante di Libertà e Giustizia, associazione culturale fondata tra gli altri proprio da De Benedetti. L’Ingegnere rilascia un’intervista al Financial Times per precisare che lui resta all’opposizione. Ezio Mauro scrive in prima pagina del diavolo e dell’acqua santa. L’operazione salta. Ma la tregua regge e si consolida, nonostante la sentenza della Cassazione del 2007 che identifica nella Fininvest «la fonte della corruzione» e in De Benedetti la parte lesa nella conclusione della battaglia di Segrate, che toglie la Mondadori all’Ing. per darla a Berlusconi.

Ma nel biennio 2006-2008 la Repubblica di De Benedetti resta molto critica verso il centrosinistra al governo lasciando all’Unità e a Micromega (che però è sempre del gruppo Espresso) la guida dell’antiberlusconismo più duro. Il quotidiano si concentra su altri grandi nemici: il Sismi di Nicolò Pollari, e soprattutto Marco Tronchetti Provera e la Telecom, alle prese con il caso Giuliano Tavaroli. Vengono date diverse spiegazioni della moderazione debenedettiana. Meri interessi economici: c’è chi si spinge a dire che il ferino istinto del raider lo avrebbe portato a speculare in borsa sul dossier M&C; c’è l’espansione degli interessi imprenditoriali dell’Ingegnere in settori come l’energia dove è utile un atteggiamento non troppo ostile del governo. Poi ci sono le spiegazioni politiche: De Benedetti si sarebbe rassegnato all’egemonia berlusconiana e avrebbe perso fiducia nel progetto del Partito democratico (non prenderà mai la tessera numero uno, come aveva promesso) e non trova produttivo ostacolare la marcia di Berlusconi verso il Quirinale. Comunque la pace fredda resiste. Ancora a maggio 2008, dopo le elezioni, i due vecchi nemici vengono notati a chiacchierare amabilmente nel cortile dell’auditorium di Roma, in occasione della prima apparizione pubblica di Emma Marcegaglia da presidente di Confindustria.

Poi, i primi segnali dell’incrinatura di un idillio arrivano da una vicenda industriale, e non politica. Repubblica è il primo giornale a parlare di un possibile ingresso di Rubert Murdoch in Telecom (previo scorporo della rete per tutelarne l’italianità). Uno scenario che complicherebbe le strategie di espansione di Mediaset, che si troverebbe ad avere un concorrente ancora più forte. Segue una mini-campagna condotta dal vicedirettore Massimo Giannini – il quale aveva appena pubblicato un libro su Berlusconi e i rischi di regime, “Lo statista” – per denunciare una norma che servirebbe a blindare Mediaset che, visto il basso prezzo delle sue azioni, è a rischio di una scalata ostile in Borsa.

Infine la notizia della decisione di Veronica Lario di divorziare da Berlusconi, anticipata in esclusiva da un altro vicedirettore, Dario Cresto-Dina (oltre che dalla Stampa) e il caso di Noemi Letizia, partito dal Corriere del Mezzogiorno ma amplificato proprio da Repubblica. Al quadro bisogna aggiungere che De Benedetti, pur avendo lasciato la presidenza della Cir (la holding di controllo della galassia debenedettiana), non ha abbandonato la scena editoriale. Tanto che all’ultima assemblea degli azionisti ha rivendicato con orgoglio la debenedettizzazione della stampa italiana, con ex-giornalisti di Repubblica alla guida di Unità, Ansa, Stampa, Rai, fino a poco fa Corriere e prossimamente forse Tg2. Dieci, cento mille Repubblica.

dal Riformista del 15 maggio
© 2009 il Riformista

16/05/2009 Posted by | Articoli | , , , , | Lascia un commento