Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Salvare i giornali di partito?

da Antefatto.it

L’approvazione della Finanziaria in commissione bilancio ha fatto scattare l’allarme: – “I tagli all’editoria previsti dalla Finanziaria costituiscono un’operazione di regime con cui si vuole tappare la bocca a quei tanti, piccoli giornali che ancora esprimono voci critiche della società”, è il grido di dolore di Gianni Montesano, direttore della Rinascita della sinistra (settimanale del Pdci sconosciuto alle masse).

La questione è semplice: nel 2008 Giulio Tremonti ha cambiato le regole per il finanziamento pubblico all’editoria. Come succede poi in Italia, le nuove regole sono state congelate per placare gli scontenti. E ora, con la Finanziaria 2010, dovrebbero entrare in vigore. I giornali saranno finanziati con un fondo unico, ma perderanno il “diritto soggettivo”.

Tradotto: il Gazzettino del Quartiere, se ne ha diritto, può attingere al fondo per la quota che gli compete, finché il fondo non si esaurisce. Ma resta un margine di incertezza sulla disponibilità e, soprattutto, gli editori non possono iscriverli a bilancio. Conseguenza: i conti dei giornali diventano all’improvviso fragilissimi e le banche faranno molte più storie a concedere quei crediti che sono vitali per la sopravvivenza. Tanto che, dice il sindacato di giornalisti, è a rischio la sopravvivenza di cento testate e Pd, parte degli ex di An e la Lega rumoreggiano. Per una parte della maggioranza, e per Silvio Berlusconi nello specifico, c’è il piacevole effetto collaterale di mettere in difficoltà (o di far chiudere) testate sgradite o poco amate come Il Secolo d’Italia, che appoggia Gianfranco Fini, Avvenire, il Manifesto, ecc.

Però, come ha denunciato anche il Fatto, ogni anno si sprecano milioni di euro per finanziare testate inesistenti o lette soltanto dai propri redattori, soldi distribuiti con un meccanismo opaco che assegna risorse a organi di stampa di partiti inesistenti o a cooperative che hanno alle spalle editori forti (come la famiglia Angelucci, per esempio). Qualcuno obietta che certi giornali, come Il Secolo o la Padania, servono al dibattito delle idee. Il contribuente può sempre obiettare: “Perché devono usare le mie tasse per sostenere il giornale dei leghisti o un ‘quotidiano comunista’, come si definisce il Manifesto?”.

La vicenda di questi giorni rende evidente il problema: finché i finanziamenti ai giornali vengono assegnati in modo così discrezionale, senza regole chiare e senza scelte politiche nette (per dirne una: si finanziano i quotidiani perché sono una parte dell’attività politica o perché sono uno strumento essenziale del dibattito democratico?) ci sarà sempre qualche scontento.

Che fare, dunque? Ci sono almeno tre soluzioni, di cui però nessuno osa parlare apertamente. La prima è cancellare i finanziamenti pubblici all’editoria (nel 2008, quelli relativi al 2007 erano oltre 200 milioni di euro). La seconda decidere che si finanziano i giornali in quanto espressione delle idee dei partiti, quindi tanto vale dare i soldi direttamente a loro, ai partiti. Terza ipotesi: quei soldi si spendono per “aiuti” automatici, come quelli già in essere, tipo un’Iva più bassa rispetto ad altri prodotti e parziali rimborsi degli abbonamenti postali, così si incentiva il settore. Poi tutti competono nel libero mercato, ma con costi più bassi. E vinca il migliore. Ma la politica preferisce tenere il suo potere discrezionale e assicurarsi che qualche centinaia di giornalisti stia sempre con il fiato sospeso, sapendo che il proprio posto di lavoro e lo stipendio sono a rischio.

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09/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , | 1 commento

CROCI E DELIZIE D’EUROPA

Ieri sono arrivati dati Ocse, assai meno celebrati del superindice che ha tanto entusiasmato il governo due settimane fa: il Pil italiano diminuirà del 4,8 per cento nel 2009, un po’ peggio dell’ultima stima disponibile. Nonostante il rigorismo contabile di Giulio Tremonti il rapporto tra debito e Pil sfonderà il 120 per cento. Se davvero il 2010 andrà come dice l’Ocse, cioè +1,1 per cento, la congiuntura potrebbe tradursi in un inaspettato aiuto per il governo in un anno che potrebbe anche essere di elezioni anticipate. Sarà l’Europa a trascinare l’Italia, con il solito motore francotedesco che dovrebbe ripartire importando i nostri prodotti.

Ma l’Europa potrebbe anche diventare un problema non piccolo dopo la bocciatura della candidatura di Massimo D’Alema a ministro degli Esteri dell’Ue dopo il trattato di Lisbona. Il fatto da un lato dimostra, come ha sottolineato il presidente dei socialisti all’europarlamento Martin Schulz, che il peso diplomatico di questo governo non è all’altezza delle sue ambizioni. Dall’altro mette Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti in condizione di essere quasi obbligati a sponsorizzare la candidatura del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea, quando nel 2011 scadrà il mandato di Jean-Claude Trichet.

Prima c’è però un’altra battaglia da combattere: quella per mandare Tremonti alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei ministri economici che è la controparte politica della Bce. La lezione del ministro in Cina, ieri, alla scuola del Partito comunista cinese è stata l’occasione per ricordare il manifesto del tremontismo, aggiornato in vista dell’Eurogruppo: ha richiamato la sua analisi sui legami tra crisi e globalizzazione, evocato il suo progetto (mai decollato nei consessi internazionali) di un global standard per le pratiche economiche, e rinnovato l’invito a riscrivere le norme della finanza. Ha anche ribadito che il G20 non può diventare un G2 sinoamericano, al massimo un G3 con un’Europa che lui vede rafforzata dalla crisi, perché finalmente ha prevalso in modo chiaro la dimensione intergovernativa. Una posizione netta che, forse non piacerà a tutti, ma è una base per la candidatura all’Eurogruppo.

20/11/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Perché Calearo lascia un Pd “tosco-emiliano”

calearo

Massimo Calearo

da Il Fatto Quotidiano del 7 novembre

“Sono uno fuori dagli schemi, quelli del Pdl dicono che sono politicamente scorretto, che sembro uno della Lega perché parlo come mangio”, Massimo Calearo torna nella sua Vicenza dopo l’addio al Partito democratico, a celebrare i 50 anni della nascita dell’Associazione dei giovani di Confindustria. “Per ora Calearo starà solo con Calearo, nel gruppo misto, poi si vedrà”, dice al Fatto, in una pausa della convention dove – racconta lui – in tantissimi gli hanno detto che ha fatto bene a lasciare un partito guidato da Pier Luigi Bersani.

L’addio di Calearo è arrivato un po’ a sorpresa, parte di quella secessione veneta che ha spinto anche il sindaco di Venezia Massimo Cacciari ad annunciare che con Bersani finiva un progetto politico e quindi era il momento di farsi da parte.

Filippo Penati, numero due di Bersani, ha detto che Calearo abbandona il ristorante prima di vedere il menu. Dice Paolo Nerozzi, senatore ex sindacalista della Cgil, uno tra quelli che più hanno apprezzato il Calearo parlamentare: “La sua decisione mi ha stupito, finora si è sempre impegnato, è uno che va nei circoli o nelle sezioni, comunque si chiamino, partecipa alle riunioni, è stato una rivelazione. E non mi sembra che sia incompatibile con la politica economica che potrebbe fare Bersani”.
Ma Calearo, invece, ha le idee chiare: quella del segretario del Pd è un’idea “tosco-emiliana” dell’economia ed è questo, più che il timore di un revival socialdemocratico, ad aver spinto il numero uno del “Calearo group – Antenne auto primo impianto” verso la porta d’uscita.

A 54 anni, Calearo è arrivato in Parlamento con la fama di “falco”, in parte immeritata perché da presidente di Federmeccanica (“il primo veneto e non lombardo”, ci tiene a precisare) aveva chiuso un accordo unitario con i sindacati, senza spaccare le diverse sigle come succedeva prima e come sta succedendo ora. Poi c’era stata quella battuta sullo sciopero fiscale che lo aveva fatto amare dalla Lega e odiare da una certa sinistra: basta pagare le tasse perché “la gente non ne può più di vedere chi fa fatica ad arrivare a fine mese e chi, all’opposto, vive di privilegi”, dice in una lunga intervista alla Padania. Pochi mesi dopo decide di entrare a far parte della “casta”. Una delle figurine di Veltroni, dicono di lui, come Antonio Boccuzzi della Thyssen Krupp, “l’operaio”, o Marianna Madia, la “giovane”. Ma lui, imprenditore radicato sul territorio (mentre Matteo Colaninno, l’altro imprenditore, è un figlio d’arte considerato da molti più estraneo al Pd del falco vicentino), in quel progetto ci credeva davvero: “C’era l’idea di un partito maggioritario, che raccogliesse gran parte della società, di un bipolarismo che non è stato capito ma che qui in Veneto in tanti volevano”, dice oggi.

I critici dicono che Veltroni si è limitato a candidature d’immagine, senza che dietro vi fosse un vero progetto di cultura economica. E l’attività parlamentare dell’onorevole Calearo un po’ lo dimostra. Finora non è stato uno dei più assidui del suo partito, ma con una dignitosa percentuale del 69,25 delle presenze non rientra nella lista degli assenteisti. C’è un’unica proposta di legge che lo vede come primo firmatario, quella per istituire la giornata della non violenza e del dialogo. Poi ha associato il suo nome a decine di altre iniziative, da quella per la “semplificazione dei procedimenti riguardanti l’avvio di attività economiche e la realizzazione di insediamenti produttivi” alle “norme in materia di mediazione familiare”. Siede nella commissione Attività produttive, l’unica in cui gli interessava lavorare. Quando a “Buona Domenica” si è lasciato scappare che forse con questo governo si poteva anche dialogare, ha passato la settimana successiva a smentire di essere un collaborazionista. E anche se i leghisti lo hanno sempre considerato uno spirito affine, lui ripete come un mantra, in ogni intervista e conversazione, che “all’estero sono un imprenditore italiano, non veneto o padano. Bisogna fare sistema, era l’idea del patto dei produttori di Veltroni: far dialogare le forze che producono ricchezza tra loro e con lo Stato”, perché non si compete più solo tra aziende ma tra sistemi industriali dove i prezzi dell’energia e la qualità delle infrastrutture dipendono dai governi, non certo dall’abilità dei singoli.

E chi si aspettava un salto di schieramento, dopo l’uscita dal Pd, dimenticava il Calearo imprenditore: “La mia azienda è una mosca nera, anche noi facciamo la cassa integrazione e il fatturato si è ridotto del 20-22 per cento. Quando Berlusconi dice che il peggio è alle spalle, dimostra di essere uno che guarda solo la televisione e non il paese reale”. Da imprenditore che non si considera in prestito alla politica ma solo a mezzo servizio tra due vite, come quando dirigeva Federmeccanica, Calearo ragiona con l’appoggio che i politologi definiscono one issue: tutto si giudica considerando l’impatto su Veneto, piccoli imprenditori e Nord-Est. “E nell’entourage di Bersani – dice – non mi sembra di vedere veneti”.

07/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

PRIMA LE PRIMARIE

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da Il Fatto Quotidiano del 22 ottobre

Anche il (misterioso) viaggio privato di Silvio Berlusconi in Russia, da Valdimir Putin, arriva al momento giusto. Tre giorni di lontananza dalla scena italiana. Quando tornerà, domani mattina, il Pd sarà  ormai prossimo alle primarie di domenica, che possono essere lo spartiacque dell’autunno politico.

Le prime conseguenze saranno interne: dopo quattro mesi di paralisi, il Pd avrà un nuovo capo, si suppone Pierluigi Bersani. La fine dell’acefalia dovrebbe consentire al partito di occuparsi di nuovo del Paese, invece che investire tutte le energie in un dibattito interno privo di ogni ricaduta generale. Soltanto nella giornata di ieri si è registrata una polemica su Twitter tra Dario Franceschini e Ignazio Marino, gli altri due candidati, con reciproche accuse di “dietrologia”; un intervento di Walter Veltroni in tv sul fatto che non serviva votare nelle sezioni ma bastavano le primarie. Una volta votato, soprattutto se i votanti si conteranno a milioni e non a migliaia, tutto questo sarà archviato.

Aquel punto il Pd dovrà gestire due dossier, tra loro connessi: le elezioni regionali del 2010 e il rapporto con gli alleati potenziali (Udc, Idv, sinistra radicale) ma soprattutto con Gianfranco Fini. Ci sono almeno due regioni, strutturalemente di destra, in cui il Pd può causare parecchi problemi. Ieri Fabio Granata, deputato finiano, si è spinto a dire che la candidatura di Nicola Cosentino alla guida della Campania “è inopportuna”, anche per i suoi sospetti legami con i clan dei casalesi. In Veneto la situazione sta sfuggendo al controllo di Berlusconi, che ha fatto promesse impossibili da mantenere (ha garantito la candidatura sia all’uscente Giancarlo Galan che alla Lega) e la corsa per il comune di Venezia può avere effetti di portata nazionale. Ieri Massimo Cacciari – che già non aveva grande entusiasmo all’inizio del mandato – ha detto che non “non corro neanche contro il Padre eterno”.

Figurarsi contro Renato Brunetta che potrebbe lasciare il ministero per diventare sindaco della sua città (anche se bisogna considerare le ripercussioni nella sfida costante con Giulio Tremonti per l’egemonia economica sull’esecutivo). Poi c’è la Calabria, il destino di Antonio Bassolino da decidere, il futuro dei giornali amici “Europa” e “L’Unità”…

Ma prima le primarie.

22/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

NEL NOME DELL’IMMUNITA’

da Il Fatto Quotidiano del 20 ottobre

Giancarlo Galan

Giancarlo Galan

La cronaca della giornata di ieri registra due notizie in apparenza non collegate tra loro: al Senato, dove già è stato annunciato da giorni un disegno di legge di Lucio Malan del Pdl per ripristinare l’immunità parlamentare, ne spunta un altro, di Giuseppe Valentino, altro senatore del Pdl. Valentino è un finiano e la sua mossa serve a certificare il placet di Gianfranco Fini al ritorno dell’immunità (che già era arrivato alla Camera con gli interventi del deputato Fabio Granata).

L’altro fatto di ieri è il susseguirsi di prese di posizione e polemiche sulla candidatura alla guida del Veneto: Renato Brunetta, in un’intervista, dice che non si candiderà a Venezia ma che vorrebbe la riconferma di Giancarlo Galan alla Regione. La Lega considera già sua la presidenza veneta, ma Galan dice che vuole ricandidarsi comunque anche se il suo partito, il Pdl, ha già deciso di sostenere il candidato leghista, forse Luca Zaia. Il coordinamento del Pdl veneto esprime “la ferma volontà di mantenere la guida della Regione Veneto in capo a Giancarlo Galan”. E tutto questo nella sostanziale indifferenza di Roma. Come può succedere che la periferia sfidi così apertamente l’autorità del centro senza conseguenze?

La risposta si può vedere proprio nelle reazioni alla bocciatura costituzionale del lodo Alfano. Per Berlusconi la priorità è trovare una via di uscita: che si tratti di introdurre una nuova immunità parlamentare, di accelerare la riforma Alfano della giustizia o di un provvedimento di tipo diverso, il Cavaliere ha bisogno del massimo supporto disponibile. Non può prescindere dalla Lega sia per avere i voti necessari ma anche perché se, come alcuni indizi lasciano intuire, lo scontro con il Quirinale dovesse diventare più aspro, Berlusconi vuole la certezza che Umberto Bossi non appoggi alcun altro governo (nel caso si arrivasse alle dimissioni). E l’unico modo per assicurarsi contro il ribaltone è mantenere il potere contrattuale che deriva dalle regionali del 2010. Il presidente del Consiglio non può neanche correre il rischio, però, di una spaccatura dentro il Pdl su un nuovo asse (di difficile definizione, comunque pro-Galan e regionalista), soprattutto ora che Fini sembra aver ridimensionato le sue recenti velleità di autonomia culturale. Quindi mantiene un margine di ambiguità, promettendo e smentendo, rassicurando e offrendo garanzie. A tutti. Almeno finché sarà possibile.

20/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

LA VERA SECESSIONE

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dal Fatto Quotidiano del 13 ottobre

Il ministro Giulio Tremonti ha fatto sapere ieri al “Mattino” che giovedì si discuterà sul serio della Banca del Sud (o del Mezzogiorno) in Consiglio dei ministri. Eppure il ministro sembra un po’ fuori sincrono rispetto ai problemi del Pdl: in questo momento il Partito del Sud è mansueto, mentre è quello del Nord che dovrebbe inquietare la maggioranza. Non stiamo osservando la ciclica riemersione della
“questione settentrionale” che di solito si risolve con qualche promessa sugli studi di settore, un po’ di mano libera sull’evasione e qualche rigurgito identitario. La recessione sta creando una frattura tra la classe dirigente del centrodestra e il suo popolo: le ripetute negazioni della crisi da parte di Berlusconi – e Tremonti – funzionano in televisione, ma scavano un solco nel territorio tra gli imprenditori che scoprono la cassa integrazione e un governo che dice “l’Italia sta meglio degli altri e si sta già riprendendo”.

Che la questione stia per esplodere lo dimostra il fatto che anche “Il Giornale” stia dando grande spazio alla rabbia dei padroncini, mascherata da adesione all’appello “contro l’Italia di ‘Repubblica’ e dei furbi”. Ma, nonostante le grandi foto di Carlo De Bendetti che corredano gli articoli, il bersaglio ultimo è Berlusconi. Sono critiche tanto più pericolose perché si tratta di fuoco amico, attacchi che trovano ampio spazio anche sul “Corriere della Sera”, di cui hanno scalato il sommario conquistando la prima pagina (e si può immaginare il disappunto di Tremonti, che al “Corriere” è sempre molto sensibile). É passata quasi inosservata, ma l’intervista al “Piccolo” (Trieste) di sabato di Emma Marcegaglia, assai meno filogovernativa che sulla stampa nazionale, dimostra che anche in Confindustria c’è la consapevolezza di quello che non è più un malessere diffuso ma un’emergenza di categoria. “Ci sentiamo abbandonati”, diceva la Marcegaglia.

Tutto questo precipita politicamente nelle prossime elezioni regionali del Veneto: il Pdl e Berlusconi continuano a dire che il candidato di destra è Giancarlo Galan, ex Forza Italia. Ma corrono un grosso rischio: secondo attenti osservatori degli equilibri di potere veneti, sta cadendo la pregiudiziale a un’alleanza tra Lega e Pd. E i leghisti sono pronti a tutto pur di avere la guida di una regione che sentono spettare loro di diritto. Se i piccoli imprenditori si staccano dal Pdl, finiscono tra le braccia di Bossi. Ed è questa la vera secessione di cui deve (pre)occuparsi il governo.

13/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

SINISTRA FUTURA

da Il Fatto Quotidiano del 8 ottobre

Luca Cordero di Montezemolo

Luca Cordero di Montezemolo

Per una di quelle coincidenze temporali che per i giornali berlusconiani sono sempre “ad orlogeria”, mentre la politica aspettava il verdetto della Consulta sul lodo Alfano, tra gli stucchi di palazzo Colonna, a Roma, Luca di Montezemolo presentava “Italia Futura”. L’uomo di punta di quello che doveva essere “il complotto delle élite” ribadisce per l’ennesima volta che non sta battezzando un golpe, un movimento o un partito ma un think-tank. Un pensatoio attivo nel dibattito pubblico e nella società, che promuove convegni e finanzia progetti innovativi. E gli si può anche credere, non fosse per un rapido accenno all’orizzonte temporale su cui ragiona “Italia Futura”: 5 anni, giusto il tempo di una legislatura. “Immaginiamoci l’Italia fra cinque anni, come sarà?”, si domanda Montezemolo.

Anche il resto della platea se lo chiede, mentre compulsa i Blackberry per capire se è arrivata la sentenza sul lodo. Ammettendo la buona fede di Montezemolo e che quindi per ora lui non voglia entrare in politica (anche perché è ancora presidente della Fiat), bisogna comunque tenere conto del clima. In platea c’erano tutti, dal banchiere Luigi Abete alla sindacalista della Cgil Susanna Camusso (perfino Vittorio Sgarbi) con la voglia di ragionare già su scenari post-berlusconiani. Sul palco, infatti, c’è Gianfranco Fini. «Montezemolo presenta un rapporto sulla mobilità sociale e l’Italia bloccata e qui ad ascoltarlo ci sono tutti quelli che la bloccano», celia un direttore di giornale.

Oltre alle speculazioni sui complotti e agli sfottò alle spalle di Montezemolo che parla di meritocrazia contro la cooptazione (lui che fu cooptato da Gianni Agnelli), resta il dato politico: nel suo discorso il presidente della Fiat tocca una lunga lista di temi, dalla questione meridionale all’abolizione delle province fino a un’uguaglianza delle opportunità sostanziali e non solo formali per i giovani, che dimostrano come ci sia lo spazio – culturale se non politico ed elettorale –  per un nuovo centro che si appropria di alcuni temi della sinistra (dimenticati dal Pd) e scoperti dalla destra berlusconiana (la lotta ai fannulloni e alla burocrazia). Se poi, dopo i cinque anni evocati da Montezemolo, il Pd sarà ancora quello di oggi, forse Italia Futura potrebbe diventare perfino la Sinistra Futura. Molto centrista, però, e quindi – spera qualcuno – vincente.

08/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

Se Bersani Parla di tasse

da Il Fatto Quotidiano del 7 ottobre

A meno di una settimana dal congresso del Partito democratico, finalmente uno dei candidati – il vincitore annunciato – inizia a parlare di cose concrete. Pierluigi Bersani, in un’intervista al “Sole 24 Ore” di ieri, prima si produce in imprescindibili riflessioni sul “nesso tra questione democratica e questione socio-economica”. Poi passa a temi comprensibili. Questa l’idea di fondo: bisogna ridurre le tasse. Soprattutto quelle sul lavoro, ma non solo, anche alle categorie o ai soggetti che dimostrano maggiore fedeltà fiscale. E “il nuovo patto economico-fiscale” con le piccole e medie imprese può significare solo una cosa: noi vi riduciamo le tasse, voi vi impegnate a pagarle tutte. Forse, ma solo forse, si potrebbe pensare anche a una tassa patrimoniale (che colpisce la ricchezza accumulata, non il reddito), almeno come minaccia da agitare per guadagnare potere contrattuale.
Per la prima volta da molto tempo sembra di scorgere l’embrione di un’idea a sinistra. Ai tempi di “le tasse sono bellissime” di Tommaso Padoa-Schioppa e Vincenzo Visco c’era l’approccio dei due tempi. Prima si risana la finanza pubblica con una cura lacrime e sangue e una lotta spietata all’evasione, poi si riducono le imposte a chi lo merita (come ha fatto il centrosinistra di Prodi intervenendo sul cuneo fiscale, la differenza tra quanto costa il lavoratore all’impresa e quanto ottiene in busta paga). Ma Bersani deve aver letto sul “Corriere della Sera” il primo editoriale con cui Francesco Giavazzi ha ricominciato a scrivere di politica economica, qualche settimana fa: il Pdl e Silvio Berlusconi – scriveva l’economista bocconiano – hanno definitivamente rinunciato alla “rivouzione liberale”, all’idea che per stimolare l’economia si debba ridurre la pressione fiscale. Si limita – ma questo Giavazzi non lo esplicitava – ad ampliare le zone grigie in cui i furbi, e quindi meritevoli, possono prosperare a spese degli altri. Vedi lo scudo fiscale.
Nel mercato della politica, quindi, si è creato un vuoto: ci sono soggetti, imprenditori e commercianti, che vogliono sentir parlare di riduzione delle tasse. Bersani l’ha capito e ha abbandonato i due tempi. Le tasse si riducono subito e, al contempo, si concordano nuovi modi per farle pagare. Difficile dire se un governo di centrosinistra sarebbe poi in grado di farlo davvero, ma almeno è un’idea.

07/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

L’assenza di Andreatta

Dieci anni dopo. Nel dibattito sul riformismo aperto quest’estate da Prodi manca il professore di Trento che fu tra i pochissimi a costruire una cultura di governo di centrosinistra. Un libro ricostruisce la sua esperienza da ministro del Tesoro

Beniamino Andreatta

 
Beniamino Andreatta

Quando Romano Prodi ha scritto l’ultimo suo editoriale sul Messaggero, il giorno di ferragosto, sembrava parlare di Beniamino Andreatta. O meglio, della sua assenza. Il dibattito sulla sconfitta elettorale alle europee è durato pochi giorni, scriveva Prodi, poi è svanito nel nulla prima di arrivare al nocciolo della questione: «Il riformismo ha perso la fiducia in se stesso e preferisce inseguire le piattaforme e i programmi degli altri pensando che, per rovesciare le fortune elettorali, sia sufficiente criticare gli errori e i comportamenti dei governanti». Il pezzo si chiudeva ricordando che «chi non è capace di nuotare conto corrente non sarà mai in grado di risalire il fiume». E tra poco saranno dieci anni dall’uscita dalla vita pubblica dell’ultimo uomo politico che ha tutte le caratteristiche riformiste di cui Prodi non riesce più a vedere traccia: era il quindici dicembre del 1999 quando Andreatta si accasciava in parlamento, durante il dibattito sulla legge finanziaria. Dopo quasi un decennio in coma, si è spento il 26 marzo del 2007 a 87 anni. «Difficile dire cosa sia rimasto della lezione di Andreatta nella cultura politica del centrosinistra attuale, bisognerebbe prima capire in cosa questa consista», dice Fernando Salsano, ricercatore all’università di Tor Vergata che ha appena pubblicato per Il Mulino “Andreatta ministro del Tesoro” (332 pagine, 28 euro).

Nel suo libro Salsano ricostruisce una parte dell’esperienza politica di Andreatta, i suoi due brevi passaggi dal ministero dell’Economia (resta da raccontare Andreatta l’atlantista, l’ispiratore dell’Ulivo, il regista dell’ascesa di Romano Prodi, il professore universitario, il democristiano atipico). Ma già così questa visione parziale è sufficiente a rispondere ad alcune delle questioni aperte dall’intervento di Prodi. Intervistato dal Riformista, il senatore del Pd Nicola Rossi ha commentato così l’intervento dell’ex presidente del Consiglio: «Il nostro è stato un tentativo del tutto inutile. Abbiamo commesso un errore. Pensare che la cultura politica della Terza via di Tony Blair si potesse adottare in Italia è stata una speranza mal posta, da noi una sinistra liberale non era possibile e nlo è ancora meno oggi». In realtà il libro di Salsano ricorda che Andreatta era riuscito a trovare posizioni di centrosinistra (da democristiano) e liberali e le aveva maturate proprio durante le sue esperienze di governo. Spiega Salsano: «Andreatta viene da una versione cattolica del keynesianesimo, ma una volta al governo si trova alle prese con una forte inflazione e instabilità politiche che non permettono il mantenimento di politiche di sostegno alla domanda. Diventa più monetarista, ma non passa da un’ortodossia all’altra, perché rimane sempre capace di rivedere prontamente le proprie posizione sulla base dell’esperienza. E questo è forse uno degli aspetti più importanti della sua azione di governo».

Quando il professor Andreatta diventa per la prima volta ministro del Bilancio è il 1979, un’esperienza che dura solo tre anni perché a dicembre del 1982 Amintore Fanfani viene incaricato di formare un nuovo governo ma Andreatta si è fatto troppi nemici e ne viene escluso. In quel breve lasso di tempo Andreatta riesce ad affrontare molti dei problemi strutturali che ancora oggi, un quarto di secolo dopo, continuano a essere al centro del dibattito pubblico e ai quali il centrosinistra non riesce a dare risposte convincenti (giudicando dai dati elettorali). Il suo approccio è, pur declinato in modi differenti, sempre quello di creare un vincolo esterno che costringa gli attori a quello scatto verso l’efficienza di cui, da soli, sono incapaci. Nel 1981 il problema del debito pubblico non è meno grave di oggi (nel 2009 dovremmo arrivare al 118 per cento), ma c’è una differenza: quando il ministero del Tesoro emette titoli di debito e una parte di questi non viene collocata presso gli investitori, la Banca d’Italia si impegna a farsene carico finendo per sostenere di fatto la politica di spesa pubblica. Andreatta riesce a ottenere il famoso “divorzio”, trasformando una raffinata concoscenza scientifica dell’economa in forza politica: verifica con i suoi consulenti legali che sia in suo potere farlo poi, d’intesa con l’allora governatore della banca centrale Carlo Azeglio Ciampi, tronca con una lettera il rapporto tra Tesoro e Banca d’Italia. Non avviene alcun dibattito pubblico, in pochi afferrano la portata del provvedimento: da quel momento in poi il ministero avrebbe dovuto faticare molto di più per ottenere finanziamenti, rispettando le regole di mercato senza più la rete di protezione offerta da Bankitalia che, a sua volta, ritrovava un’indipendenza che le mancava da trent’anni, quando il vincolo era stato introdotto.

Prodi, a ferragosto, scrive che manca chi ha «il coraggio di scontentare molti e ha la forza di ricomporre il proprio elettorato». E l’uso dei vincoli esterni che caratterizzò l’azione di Andreatta aveva proprio questa funzione, ridurre le zavorre di privilegio che l’Italia non poteva più permettersi (irritando quindi i privilegiati) nel nome di un interesse collettivo difficile da capitalizzare poi nell’urna e che – forse – si poteva perseguire solo in un sistema politico privo di alternanza al governo. L’adesione al Sistema monetario europeo, la battaglia per la fine dell’intervento straordinario nel mezzogiorno e quella (persa) per il contenimento del deficit, oltre all’accordo con il commissario europeo Karel van Miert per ridurre l’indebitamento delle aziende pubbliche al livello delle loro concorrenti private: decisioni che costringono gli attori a sforzi prima non richiesti per migliorare l’efficienza nell’utilizzo delle risorse, soprattutto perché spesso queste risorse sono il denaro pubblico. Ma che non vengono ben recepite dai colleghi di governo, in particolare dal Partito socialista che ottiene l’allontanamento di Andreatta dai ministeri finché l’agonia della prima repubblica e Mani Pulite, da cui il professore esce indenne, eliminano il potere di veto dei socialisti. E Andreatta torna al governo nel 1993, prima al Bilancio poi, dopo pochissimi mesi, al ministero degli Esteri. I momenti in cui Andreatta ha davvero la possibilità di agire sull’economia italiana sono brevissimi, soprattutto se comparati a quelli di cui disporranno alcuni dei suoi successori (il più longevo dei quali è Giulio Tremonti), eppure sembra aver concentrato in quei pochi mesi iniziative e prese di posizione su tutto quello di cui l’Ulivo prima e il Partito democratico poi si sarebbero dovuti occupare, dalla battaglia federalista per responsabilizzare gli enti locali nella gestione dei soldi trasferiti da Roma, alla gestione del mercato del lavoro, con un’attenzione maggiore al salario reale che a quello nominale regoalrmente eroso dall’inflazione, fino ai rapporti con il sistema bancario a proposito del quale aveva ben chiara la necessità di combinare la pressione della concorrenza per ridurre i costi dei servizi con le esigenze di stabilità.
Eppure Andreatta è scomparso dal dibattito interno del Partito democratico: pur essendo nel decennale dalla sua uscita dalla vita pubblica, alla festa nazionale del Pd di Genova il suo nome non è mai stato fatto e nel sito del partito l’unica sua traccia è un articolo di Enrico Letta, che con Andreatta ha lavorato e ne ha ereditato la gestione del centro studi Arel. Ma forse anche questa sconfitta postuma non avrebbe scoraggiato il professore con la pipa. Ha detto di lui Prodi, ricordandolo a febbraio, quando gli è stata intitolata una sala del ministero dell’Economia: «Proprio nel momento in cui si frammentava un’ipotesi, immediatamente riusciva a costruirne un’altra con un senso del domani che io, onestamente, non ho mai ritrovato in nessun’altra persona. Il senso cioè che le cose si potessero sempre cambiare. Le sconfitte non lasciavano in lui minimamente traccia né di astio né di ritirata. Erano semplicemente degli episodi rispetto ai quali andava avanti».

30/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Governo in gabbia (salariale)

TUTTI CONTRO LA LEGA. La Cisl parla di «ritorno all’Urss», la Uil di «stupidaggine». Bordate pure dall’Ugl. Gasparri e Cicchitto “interpretano” Berlusconi: nessuna apertura al Carroccio. Frena anche Scajola.

gabbie

 

Almeno su una cosa sono (quasi) tutti d’accordo: le gabbie salariali non si devono fare e comunque non devono essere chiamate così. Solo la Lega, in modo prudente, continua a difendere l’idea di una differenza fissata per legge dei salari tra nord e sud, forte di quello che ha detto Silvio Berlusconi domenica rilanciando la proposta di Umberto Bossi: «Legare i salari ai diversi livelli del costo della vita fra sud e nord risponde a criteri di razionalità economica e di giustizia». Il problema è come farlo.

Ieri i sindacati – anche quelli meno ostili al Governo – hanno bocciato l’idea: la Cgil è «contrarissima», la Uil di Luigi Angeletti le bolla come «stupidaggine», secondo Raffaele Bonanni della Cisl le gabbie sarebbero «un ritorno all’Unione sovietica» con tutti i salari d’Italia decisi a Roma per legge. E anche l’Ugl di Renata Polverini ha preso posizione: «Sono un errore, servirebbero solo a penalizzare ulteriormente il sud».
Ma su questo non sono tutti d’accordo. Il dato più citato in questi giorni è lo studio della Banca d’Italia secondo cui al nord il costo della vita è superiore del 16 per cento rispetto a quello nel Mezzogiorno. Sostiene Giuseppe Bortolussi, capo della confederazione degli artigiani di Mestre, che al nord i salari sono già oggi superiori del 30 per cento, quindi se si introducessero le gabbie, a guadagnarci sarebbe il sud (o il nord a rimetterci, a seconda di come avverrebbe il riequilibrio).

La discussione, però, è per ora tutta politica, non di merito. Soprattutto all’interno al governo. Due vertici del quadrilatero che guida il Pdl in parlamento, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri (capigruppo, rispettivamente, alla Camera e al Senato), hanno cercato di raffreddare il clima. «I salari, presi oggettivamente, dipendono da un complesso di fattori: dalla situazione economica generale, dai rapporti di forza tra le parti, dai livelli di produttività aziendali e, evidentemente, dal costo della vita. Il presidente del Consiglio si è riferito a questi parametri. Nessuno pensa di fissare per legge i differenziali salariali», ha detto Cicchitto, frenando chiaramente rispetto all’intemerata leghista. Ancora più netto Gasparri: «Il termine gabbie salariali va tolto dal dibattito perché ingenera equivoci e giustamente si presta a polemiche».

È Gianfranco Rotondi, ministro per l’attuazione del programma, a spingere oltre l’esegesi delle parole di Berlusconi e a suggerire la via di una possibile mediazione: «Non mi pare proprio che Berlusconi faccia riferimento alle gabbie salariali, a cui rimaniamo contrari. Piuttosto, il presidente del Consiglio sta pensando a un tipo di contrattazioni regionali per incoraggiare investimenti nel sud e favorire una nuova stagione di ripresa imprenditoriale del Meridione». Tradotto: non si sta discutendo di centralizzare la fissazione dei salari, ma al contrario un decentramento, spostando il potere di decisione più a livello regionale. E questo è l’unico compromesso che può soddisfare il Partito del sud nato quest’estate all’interno del Popolo della libertà e che – pur privo di riconoscimenti formali – da quando è riuscito a ottenere quattro miliardi extra da Berlusconi per il Mezzogiorno esiste de facto.

Il direttore generale di Confindustria, Giampaolo Galli, ha però già detto alla Stampa che se differenziazione di salari deve esserci, allora che si faccia solo all’interno delle singole imprese: «Siamo contrari ad avere quattro livelli di contrattazione: il contratto nazionale, quello territoriale, quello aziendale e la contrattazione individuale. Noi vogliamo puntare sul livello aziendale, anche perché è in azienda, e non nel territorio, che si determinano i miglioramenti della produttività». Una linea che trova una – almeno parziale – sponda governativa nel ministro per lo Sviluppo Claudio Scajola che sostiene: «Dobbiamo avvicinare la contrattazione al territorio, alla specificità aziendale e anche alla produttività del territorio». Ma Scajola ci tiene anche a precisare che tutto il dibattito sulle gabbie salariali e le tensioni Pdl-Lega sono «una polemica basata sul nulla».

11/08/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento