Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Crisi: è davvero il momento della “fase due”?

Renato Brunetta annucia la "fase due" nella risposta alla crisi

Renato Brunetta annucia la "fase due" nella risposta alla crisi

Dopo mesi in cui il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha ripetuto che ormai la crisi economica è soltanto un problema di scarsa fiducia, ieri il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta ha annunciato: «Una volta approvata la Finanziaria, inizieremo a ragionare su come passare alla fase due, su come passare cioè dalla fase difensiva a quella dell’espansione e della stimolazione dell’economia».

Secondo Brunetta, che ha sempre rappresentato l’anima meno catastrofista dell’esecutivo, il peggio è passato e quindi è il momento di iniziare a pensare al dopo-crisi. L’espressione, “fase due“, è la stessa che si usava ai tempi del Governo Prodi, quando si dibatteva se il centrosinistra dovesse prima risanare i conti pubblici («fase uno») e poi fare le riforme strutturali o agire al contempo su entrambi i temi. Poi sono arrivate le elezioni anticipate che hanno impedito di realizzate la fase due. E, stando ai “si dice” degli ultimi giorni, la stessa eventualità potrebbe forse ripetersi anche questa volta, se davvero qualcuno nella maggioranza avesse interesse a votare a marzo 2010.
Stando ai dati di fatto, però, si nota come il governo si stia comportando su più tavoli come se la crisi fosse davvero finita. La Lega di Umberto Bossi continua a sollecitare l’introduzione di gabbie salariali, indicando nella riduzione delle differenze di potere d’acquisto una delle priorità dell’azione dell’esecutivo (cioè una misura strutturale, non di emergenza). Nell’ultimo consiglio dei ministri, venerdì, anche la decisione di modificare la normativa sull’offerta pubblica d’acquisto è stata presentata come un segnale di ritorno alla normalità: visto che la Borsa si è ripresa, dice il Governo, non è più necessario mantenere le barriere straordinarie costruite intorno alle aziende di interesse strategico per evitare che cadessero in mani straniere. In realtà la questione è più delicata, le modifiche saranno operative dal luglio 2010 e comportano un grado di discrezionalità per la Consob di cui è difficile valutare ad oggi le conseguenze. Brunetta – che ha sempre definito il sistema di ammortizzatori sociali italiano «il migliore del mondo» – rivendica la decisione di non detassare le tredicesime lo scorso anno, lasciando però intendere che si preparano nuove misure di stimolo e aggiungendo che, comunque, «la fase uno ci vede promossi».

Della «fase uno», però, si osservano alcuni strascichi: Sergio Marchionne, l’amministratore delegato della Fiat, ha chiesto nuovi incentivi all’acquisto di automobili per sostenere il settore, esattamente come un anno fa. I sindacati denunciano i buchi nella rete degli ammortizzatori sociali, mentre le cronache registrano nuovi casi di proteste di chi rischia di perdere il lavoro. A Porta a Porta, pochi giorni fa, Berlusconi ha rivendicato di aver stanziato 34 miliardi di euro «per garantire chiunque perda un posto di lavoro di essere aiutato dallo Stato». Ma dal Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria), anche con i calcoli più generosi, secondo l’analisi degli economisti della voce.info risulta che si tratta di circa 15 miliardi, ma distribuiti in quattro anni. E dei 5,35 miliardi per ammortizzatori in deroga, quindi vere misure straordinarie, ne sono stati versati solo 825. Finora Giulio Tremonti è stato il più prudente nel dichiarare chiusa la «fase uno»: pur sostenendo, come il resto del governo che l’Italia sta meglio di altri Paesi europei (tesi che si fonda su pochissimi dati), ha riconosciuto venerdì che «siamo ancora in terra incognita, abbiamo evitato la catastrofe ma le difficoltà non sono ancora terminate». E lo dimostrano i dati macroeconomici: l’Italia non ha ancora evitato il tracollo del Pil, quella riduzione del sei per cento che secondo l’Istat è il dato tendenziale (che si ottiene, cioè, proiettando la velocità di caduta dei primi sei mesi sul resto dell’anno). Anche nel migliore dei casi, ha ribadito la Commissione europea, la riduzione sarà del cinque per cento. Il superindice dell’Ocse, molto citato dal Governo, si è limitato a segnalare che c’è un’alta probabilità che per l’Italia si verifichi un’inversione di tendenza nei prossimi sei mesi, cioè che l’economia smette di scendere. Ma nulla ha detto su quanto possa essere intensa la ripresa. Gli effetti – preannunciati da mesi – sulla disoccupazione d’autunno ancora non si sono manifestati, almeno nelle statistiche, anche se hanno determinato una ritrovata sintonia tra la Confindustria e il sindacato della Cgil. Ma è troppo presto per dire che il temuto autunno caldo sia stato evitato.

Come dimostra l’utlimo sondaggio di Ipr marketing per Repubblica, il governo ha perso dieci punti di popolarità nel corso di un anno. E se davvero qualche esponente dell’esecutivo pensa che ci sia il rischio di andare alle elezioni in primavera, la «fase due» in cui la spesa pubblica entra in una fase espansiva potrebbe rivelarsi una necessità elettorale, più che la conseguenza dell’evoluzione della congiuntura.

Annunci

20/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Ecco cos’è successo quest’estate in Borsa

Ecco il pezzo che è uscito ieri, mi scuso per il ritardo. Nel frattempo il cda di Risanamento è stato rinviato ancora, al nove settembre. E sembra di percepire che sia in corso, sottotraccia, un vero braccio di ferro con la Consob: cederanno prima le banche, tirando fuori i soldi, o la commissione di Cardia esentandole dall’obblico di Opa?

Piazza Affari

Piazza Affari

Con l’arrivo di settembre finisce, almeno sul calendario, l’estate di Piazza Affari: nei mesi delle vacanze la Borsa è stata dominata da ascese (Francesco Gaetano Caltagirone) e declini (Luigi Zunino) che ancora non hanno completato la loro parabola, mentre gli investitori si sono interrogati a lungo sulle vere intenzioni di Carlo De Bendetti e ancora non hanno trovato tutte le risposte. All’inizio della settimana che segna il ritorno alla normalità dopo la pausa estiva, con le città che – secondo Assoedilizia – si ripopolano del 95 per cento dei propri abitanti, ecco il punto della situazione sulle avventure della finanza d’estate. Per chi si è perso le puntate precedenti.

Risanamento. All’apertura della Borsa, ieri, il titolo di Risanamento ha toccato i massimi dell’anno, a 0,56 euro per azione. Segnale che il mercato è ottimista sul futuro del gruppo immobiliare oggi controllato da Luigi Zunino, che ha tre miliardi di debiti ed è sull’orlo del fallimento. Ma l’accordo tra le banche creditrici sembra pronto e Risanamento potrà continuare ad esistere grazie a un aumento di capitale e all’emissione di nuovo debito garantito dalle banche. In cambio, prenderanno il controllo dell’azienda, estromettendone il fondatore che – dopo una sfolgorante ascesa, grazie al progetto del quartiere Santa Giulia a Milano – ha portato la società al collasso sotto il peso dei debiti. Almeno in teoria: ieri il consiglio di amministrazione della società, che doveva ufficializzare l’accordo trovato con le banche (che nei rispettivi cda dovrebbero aver già varato il piano) è finito nel nulla e verrà riconvocato nei prossimi giorni. All’inizio dell’estate, dopo la richiesta della procura di Milano, l’ipotesi del fallimento sembrava quella più probabile, invece le cose sembra stiano andando diversamente. Resta però un ulteriore problema: quando le banche diventeranno azioniste, dopo la conversione dei crediti in azioni, supereranno complessivamente la soglia del 30 per cento che rende obbligatorio lanciare un’offerta pubblica d’acquisto sull’intero capitale, agli attuali (alti) prezzi di mercato. Gli istituti di credito hanno chiesto alla Consob di essere esentati dall’obbligo, adducendo anche lo stato di crisi della società, ma la commissione di vigilanza sta ancora studiando il dossier e, quando avrà raggiunto una conclusione, lo comunicherà in via riservata allo studio legale che ha sollevato il quesito per conto delle banche. Non sono chiari i tempi, ma ci vorrà sicuramente ancora qualche giorno e forse questo spiega il rinvio del cda deciso ieri.

Intesa Sanpaolo. Il principale creditore di Risanamento è Intesa San Paolo, la banca guidata da Corrado Passera che alla fine della scorsa settimana ha presentato i conti semestrali: non eccezionali ma soddisfacenti – secondo gli analisti – per essere da tempo di crisi, 1,6 miliardi di utile netto. L’esposizione verso Risanamento è di oltre 700 milioni e Passera è stato quindi uno dei più attivi, insieme al banchiere Salvatore Mancuso (ex Banco di Sicilia, ebbe un duro scontro con Alessandro Profumo dopo l’acquisizione da parte di Unicredit) che ha seguito il dossier su mandato di Intesa. Se questa vicenda si sta risolvendo, un’altra che si pensava potesse chiudersi nei mesi estivi è rimasta aperta. All’inizio di luglio, infatti, l’autorità Antitrust ha bocciato anche la versione leggera del patto tra due azionisti della banca, le Assicurazioni Generali e l’istituto francese Crédit Agricole, per agire in sintonia in modo da «preservare e accrescere nel tempo il valore delle rispettive partecipazioni». La dialettica con l’Antitrust conitnuerà per tutto il 2009, ma Passera ha già detto che non ha intenzione di far pagare alla banca una multa – che può andare da 500 milioni a cinque miliardi di euro – causata dalle scelte dei suoi azionisti.

Generali. E proprio le Assicurazioni Generali sono state al centro di un dibattito che ha attraversato – sottotraccia – l’estate di Borsa, non solo per la vicenda Crédit Agricole. Tra il 19 e il 20 agosto l’imprenditore immobiliare romano Francesco Gaetano Caltagirone ha comprato azioni del gruppo assicurativo di Trieste per 1,6 milioni di euro, che si sono aggiunti ai 6,94 spesi pochi giorni prima. Risultato finale: una partecipazione che sfiora il due per cento e che rende Caltagirone, che è anche vicepresidente del Monte dei Paschi di Siena (a sua volta nel capitale delle Generali), uno degli azionisti più influenti nell’autunno in arrivo. Già la scorsa estare il costruttore aveva fatto acquisti e da tempo ha eletto le Generali a rifugio protetto per la sua enorme liquidità in questi anni di crisi finanziaria, ma questa volta l’accrescimento della quota è stato letto come una mossa per acquisire una posizione di influenza nella partita che sta iniziando per determinare il successore dell’attuale presidente del gruppo, Antoine Bernheim, ottantaquattrenne, che dovrebbe lasciare. Anche se l’ipotesi di un suo rinnovo non è completamente da escludere. L’estate, considerando i mesi di luglio e agosto, è andata molto bene per il titolo in Borsa, che ha conseguito un rialzo di circa il 17 per cento.

Management&Capitali. All’inizio dell’estate Carlo De Bendetti, editore di Repubblica, mette in vendita un fondo di investimento per comprare, ristrutturare e rivendere imprese in difficoltà fondato nel 2005. Vengono lanciate due offerte pubbliche d’acquisto da due suoi soci, la famiglia Segre e il finanziere Giovanni Tamburi, subordinate alla restituzione di quasi tutta la liquidità ai soci. Quando le due opa diventano efficaci, il 13 agosto, si scopre a sorpresa che l’Ingegnere sta comprando invece di vendere e a prezzi superiori a quelli di mercato e delle due opa, da quindici a diciannove centesimi contro dodici. Diventa quindi quasi impossibile il successo per le due opa, che si chiuderanno il 15 settembre, visto che nessuno venderà le sue azioni a un prezzo tanto inferiore a quello pagato da chi meglio conosce l’azienda, cioè l’azionista di controllo. L’ultimo sviluppo è l’ingresso nella partita di Modena Capitale Industry Partecipations, una finanziaria emiliana che ha dichiarato l’interessa a lanciare una terza opa. Consob sta valutando i documenti e già la prossima settimana dovrebbe chiarire se l’opa può essere lanciata. Per De Benedetti l’operazione ha un valore più simbolico che monetario (M&C ha una sola partecipazione pregiata in pancia), a differenza dell’altro fronte d’autunno aperto per l’Ingegnere. Cioè quello Fininvest, che riguarda la holding principale dell’apparato finanziario debenedettiano, la Cir, mentre di M&C si occupa la Romed. I tempi non sono chiari, ma è da prima dell’estate che si attende la decisione del giudice Raimondo Mesiano: nel 2007 una sentenza della Cassazione ha accertato la corruzione del giudice Vittorio Metta che ha assegnato la Mondadori a Silvio Berlusconi annullando il precenente accordo che la attribuiva a De Bendetti. Sulla base della sentenza, la Cir ha chiesto un miliardo di danni alla Fininvest e la fase istruttoria del procedimento è conclusa. Ma è difficile dire quanto si dovrà aspettare per la decisione del giudice.

Agnelli. A ferragosto l’agenzia delle entrate, nell’ambito di una campagna preparatoria dello scudo fiscale, annuncia di aver aperto un provvedimento sull’eredità di Gianni Agnelli. Il fisco si basa sulle affermazioni di Margherita Agnelli, figlia dell’Avvocato, che da anni sostiene l’esistenza di un patrimonio occulto, nascosto nei paradisi fiscali, la cui entità – anche ammessa l’esistenza – è difficile da stimare, Margherita sostiene sia di oltre un miliardo di euro. Mentre procede la causa civile di Margherita, la prossima udienza è il 12 novembre, l’estate della famiglia si chiude con tensioni crescenti tra gli eredi di Gianni, mentre sul lato industriale le notizie sono positive. Tra luglio e agosto Exor, la holding che controlla la Fiat, ha guadagnato oltre il 14 per cento, approfittando dell’ottimismo sui mercati, mentre il titolo di Fiat è salito da 7,3 a circa 8,2 euro. Sergio Marchionne, l’amministratore delegato, sta cercando casa a Detroit per manifestare – anche fisicamente – il proprio interesse alla gestione di Chrysler, dopo l’alleanza, e il Lingotto ha annunciato ieri la presentazione al salone dell’auto di Francoforte della Punto Evo, nuova versione della Grande Punto.

02/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La Borsa non crede al potenziale di M&C

CARLO DE BENEDETTI. Passata la febbre da opa, ora rimane da capire quanto vale l’azienda che l’editore di “Repubblica” ha deciso di non vendere più. L’operazione Treofan non spiega tutto.

Le mosse di Carlo De Benedetti a Piazza Affari e dei suoi alleati (ex, futuri e sospetti) continuano ad essere l’enigma estivo su cui si esercitano gli analisti finanziari e la Consob. La commissione che vigila sulla Borsa ha diffuso ieri una fotografia aggiornata di come è spartito il capitale rimasto in circolazione del fondo Management&Capitali, dopo che il 13 per cento delle azioni è stato ricomprato dall’azienda stessa.

La notizia che emerge dalle comunicazioni fatte dagli azionisti, sollecitati dalla Consob lunedì, è che Diego della Valle, socio dell’Ingegnere, non sta comprando: è fermo al 4,2 per cento. Quindi non è sospettabile di far parte di quello che qualcuno – tra chi disapprova il comportamento dell’Ingegnere in questa vicenda – inizia a chiamare «concerto». Anche la famiglia Segre, con la Compagnia finanziaria torinese (e la controllata Banca Intermobiliare) è salita – di poco – al 6,011 per cento il 10 agosto e dopo non si è più mossa. Questo è un dato che va interpretato. I Segre hanno lanciato una delle due offerte pubbliche di acquisto sul fondo M&C che De Benedetti aveva di fatto messo in vendita, prima di pentirsi e ricominciare a comprare azioni a prezzi record. L’altra è quella di Giovanni Tamburi, socio di M&C che voleva conquistare il controllo della società per rilanciarla e con CDB non è più in buoni rapporti da tempo (l’editore di Repubblica ha rotto in modo unilaterale il patto di sindacato che lo legava al banchiere di investimento). Le due opa erano rispettivamente a 0,11 e 0,12 centesimi. Con i prezzi di mercato lievitati fino a 0,18, la Tamburi Investment Partners ha autorizzato la sua controllata Second Tip a vendere un po’ di azioni di M&C. Traduzione: con l’opa la società sta chiedendo agli investitori di vendere le proprie azioni a 12 centesimi, perché così le ha valutate; se i prezzi di mercato sono molto più alti, allora conviene vendere, perché la società è sopravvalutata. Tamburi è quindi sceso dal 15 al 12 per cento, realizzando una buona plusvalenza. Oggi, invece, Alessio Nati entrerà fisicamente in possesso delle azioni di M&C che ha già comprato con la sua ALNA srl, circa il 5,3 per cento del capitale. Nati è parente di CDB (marito della figlia di primo letto dell’attuale moglie dell’Ingegnere). Mentre si perfezionano le mosse fatte nel corso dell’ultima settimana dai giocatori della partita M&C, il titolo sembra aver finito la sua corsa verso l’alto. Ridefiniti i rapporti di forza e passata la febbre da terza opa (chi la farà? Nati? De Benedetti? nessuno?), l’entusiasmo degli investitori per il fondo che doveva salvare le imprese decotte sta scemando. La quotazione stellare del titolo non può essere giustificata soltanto dal tempismo con cui si è concretizzata l’operazione Treofan.

Mercoledì il titolo M&C stentava a restare in positivo e un poco di vigore lo ha trovato con l’annuncio che «Treofan lancia l’azione di scambio delle obbligazioni». In pratica M&C passerà dallo staus di creditore di un gruppo troppo indebitato ad azionista di un’azienda alleggerita dal suo carico, perché i debiti vengono convertiti in azioni. Il quotidiano Milano Finanza si spinge a presentarla quasi come una cash cow, una macchina da soldi, «tanto che l’Ingegnere, convinto delle potenzialità della società, ha sparigliato le carte comprando azioni [di M&C] a 0,19». Una spiegazione che però non regge, perché tutte le informazioni sulla salute e le prospettive della Treofan erano note da molto tempo al mercato e a De Bendetti. Nell’offerta di opa della famiglia Segre, per esempio, si legge: «Il 3 luglio 2009 M&C ha firmato gli accordi definitivi per la ristrutturazione del gruppo Treofan. Leader mondiale nella produzione di film di polipropilene, tramite un debt to equity swap ha avviato la sua ristrutturazione». Non ci sono quindi elementi di sostanza che possano aver spinto l’Ingegnere a ribaltare la decisione di liberarsi di M&C fino a mettersi addirittura in una posizione che potrebbe spingerlo a lanciare lui stesso l’opa se la Consob dovesse accertare che tra lui e Nati c’è un accordo occulto. La parentela però, ribadisce l’autorità di vigilanza, non è un indizio sufficiente a sospettarlo. Ma la Consob non ha ancora finito con De Benedetti e nei prossimi giorni potrebbero esserci nuove richieste di informazioni perché il mercato continua ad avere troppe domande a cui, finora, l’Ingegnere non ha ancora risposto.

 

21/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Non sarà che CDB si è pentito dell’addio alla finanza?

Duello d’estate. Per ora Alessio Nati non lancia l’Opa ma compra. L’editore di “Repubblica” sale quasi al 20 per cento e presto la terza Opa potrebbe doverla lanciare proprio lui. Forse CDB si è pentito di aver annunciato l’addio alla finanza.

debenedetti01g

 

Ieri il mercato ha assistito a un’altra puntata della lunga, e sempre più strana, agonia di Management&Capitali. Negli episodi precedenti: Carlo De Benedetti, editore di Repubblica, crea nel 2005 un fondo di investimento per rilevare e ristrutturare imprese in difficoltà; quattro anni dopo il progetto è deludente, CDB lo mette in vendita, restituisce quasi tutti i soldi in cassa agli azionisti; due suoi soci, la famiglia Segre (con la società Mi.mo.se) e Giovanni Tamburi (con Second Tip) laciano due offerte pubbliche d’acquisto per ottenere il controllo del fondo impegnandosi a comprare azioni dagli altri azionisti a un prezzo di poco superiore a quello di mercato. Appena le due opa diventano efficaci, il 13 agosto, l’Ingegnere rivela di aver comprato fuori mercato più del due per cento del capitale, a carissimo prezzo: sedici centesimi per azione invece di dodici (quanto offriva la più generosa delle due opa).

Lunedì si è mossa la Consob, l’autorità che vigila sulla Borsa, che ha chiesto lumi a De Benedetti e ad Alessio Nati, marito della figlia di primo letto di CDB, che a luglio sembrava pronto a lanciare una terza opa. E la mossa di De Benedetti sembrava funzionale a preparargli il terreno, facendo capire che la società (con alcune partecipazioni di dubbio valore e 40 milioni di euro in cassa) valeva più di quanto le due opa la valutavano. Un po’ tutti si aspettavano quindi che oggi Nati scoprisse le carte, lanciandosi ufficialmente alla conquista di M&C. Gli investitori ne erano così sicuri che la sua azienda, Investimenti&Sviluppo, stava volando in Borsa, nonostante tutti sapessero che l’eventuale investimento sarebbe stato a titolo personale e non tramite I&S.

Invece no. Con un breve comunicato, Nati ha spiegato che «allo stato non è sua intenzione promuovere un’offerta pubblica di acquisto sulle azioni della società Management&Capitali S.p.A.». Alla quale però resta interessato. Nello stesso comunicato si legge di un «acquisto ai blocchi» fatto il 14 agosto e che diventerà operativo il 21 agosto (cioè ha comprato titoli che ancora non sono però fisicamente in suo possesso) con cui Nati sale al 5,3 per cento di M&C «e non esclude di effettuare prossimamente ulteriori acquisti». Sorpresa numero due: dall’aggiornamento della Consob sulle partecipazioni rilevanti si è scoperto ieri che Carlo De Benedetti, sempre attraverso la sua finanziaria Romed con cui aveva fatto gli acquisti precedenti, è salito al 19,639 per cento (comprando a prezzi altissimi) del capitale, oltre un punto in più rispetto all’ultimo shopping che lo aveva portato dal 16 al 18 per cento. Ricapitolando: De Bendetti si sta comprando – a un prezzo gonfiato dall’attenzione che si è creata intorno a M&C – azioni della società che lui stesso ha messo in vendita, insieme al parente Alessio Nati. Le due opa in corso (a cui si può aderire, cioè vendere le proprie azioni ai contendenti, entro il 15 settembre) sono state spazzate via dalle mosse di CDB: nessuno venderà a 12 centesimi per azione se l’Ingegnere continua a comprare a oltre 16. Ieri il titolo, che è sceso del cinque per cento, si è assestato sui 17 centesimi.

Le domande che gli osservatori si pongono ora sono due: che succederà? E perché l’editore di Repubblica sta facendo qualcosa di così difficile da interpretare? Alla prima si può provare a rispondere, più complicato con la seconda. Lo scenario che si delinea è il seguente. In tempi brevi, appena si voterà su qualcosa o si prenderanno decisioni strategiche per il futuro di M&C, risulterà evidente che De Benedetti e Nati agiscono in squadra: già ora, sommando le loro quote, si arriva sopra il 25 per cento. Tenendo conto che M&C ha ricomprato il 13 per cento di azioni proprie e che Nati ha detto che salirà ancora, quasi certamente i due – insieme – oltrepasseranno la soglia del 30 per cento del capitale. Quindi saranno costretti, come imposto dal testo unico della finanza, a lanciare un opa. Alla Consob spetterà il compito di accertare che i due effettivamente si muovano in coppia e che, quindi, procedano all’opa obbligatoria. Non è dato sapere come si muoverà la famiglia Segre, da sempre compagna di avventure finanziarie dell’Ingegnere: probabilmente lo sosterrà anche in questa ultima fase della partita. Con Giovanni Tamburi, il capo della Second Tip, i rapporti sono invece deteriorati in modo irrimediabile: a maggio CDB ha sciolto il patto di sindacato che lo legava a Tamburi senza rispettare il preavviso richiesto di sei mesi, troncando una collaborazione con la Tamburi Investment Partners iniziata un paio di anni fa, nel momento più difficile per M&C in cui serviva un partner con esperienza nel settore del private equity. Tamburi, probabilmente, dovrà quindi rassegnarsi a non poter ottenere il controllo di M&C sul quale aveva progetti imprenditoriali: se e quando CDB lancerà la sua opa, si limiterà a rivendergli a 16 o 17 centesimi le azioni che ha comprato a 11, consolandosi con la plusvalenza.

Il perché di tutto questo è chiaro solo a CDB. In ambienti finanziari circolano un paio di spiegazioni. La prima: De Benedetti non era soddisfatto della piega che stava prendendo l’eutanasia di M&C, forse si è accorto di averlo dato per finito prima del tempo e piuttosto che vederlo rifiorire nelle mani di Tamburi è disposto a riprenderselo tutto a caro prezzo anche se non sa bene cosa farsene. La seconda teoria è che CDB si sia un po’ pentito di aver annunciato a gennaio, in una conferenza stampa con tutta la famiglia, la sua progressiva uscita di scena dalla finanza. Doveva conservare solo il potere sul business editoriale. Ma forse la finanza continua a esercitare troppo fascino sull’uomo che, in un altro secolo, sognò addirittura a comprarsi il Belgio con la Société Générale de Belgique.

19/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Ora anche la Consob si interessa a CDB

Anche la Consob inizia a porsi gli stessi interrogativi che il mercato si pone da tre giorni, cioè da quando si è scoperto che Carlo De Benedetti comprava azioni di M&C a prezzi esorbitanti. Mentre ci sono due Opa già lanciate dai suoi soci per comprare le spoglie del fondo salvaimprese lanciato dall’Ingegnere nel 2005 e mai davvero decollato.

Ora la Consob di Lamberto Cardia, che pure mai è stata tacciata di eccessivo attivismo, vuole capire. Non sarà che Cdb compra azioni per poi girarle ad Alessio Nati, suo parente e Godot della partita? È legittimo sospettare che l’Ingegnere stia giocando secondo uno schema e con informazioni che solo lui conosce, oscuri ai mercati e ai piccoli azionisti? Le risposte devono arrivare da De Benedetti, a cui la Consob ha chiesto una versione aggiornata della spartizione dell’azionariato di M&C per capire se qualcuno sta facendo il furbo. E da Nati che, visto come si stanno mettendo le cose, non può più restare sul vago. Lancia la Opa o no?

Forse le domande della Consob troveranno risposte lineari ed esemplari. E magari c’è una spiegazione onestissima e semplicissima, o forse solo tecnica, dietro le mosse dell’editore di Repubblica. Ma per ora il mercato e gli osservatori non riescono a indovinarla.

18/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , | Lascia un commento

Sorpresa M&C: De Benedetti invece di vendere compra

debenedetti

 

Forse alla fine si confermerà solo una battaglia per una scatola vuota, ma la partita per il destino di Managment & Capitali è ancora lontana dalla conclusione. E a riaprirla, spazzando via tutti gli accordi e le premesse maturate nei mesi scorsi, è stato ieri proprio Carlo De Benedetti, che di M&C è fondatore e primo azionista.

La storia è un po’ complessa, vale la pena riassumerla. Nel 2005 De Benedetti lancia un fondo di investimento che dovrà salvare, ristrutturare e rivendere con profitto aziende decotte. In pratica un fondo di private equity, che però – ed è la prima volta – viene quotato in Borsa.
Doveva partecipare all’operazione anche Berlusconi poi, per ragioni di opportunità politica e l’opposizione del quotidiano debenedettiano Repubblica, non se ne fece niente. Dopo quattro anni M&C ha in pancia una serie di obbligazioni di Teofran (carta da cucina), quel che resta dei lanifici Botto e Fila, oltre a Comital (alluminio). Asset dal valore incerto. De Benedetti ha deciso quindi di chiudere l’esperienza e uscire dall’investimento, o almento così sembrava fino a ieri.
All’inizio dell’estate partono due offerte pubbliche di acquisto da parte di Mi.mo.se., società di investimento della famiglia torinese Segre, e dal finanziere Giovanni Tamburi, tramite la sua Tip, Tamburi Investment Partners. Entrambi sono soci di M&C. L’offerta viene fatta a prezzi superiori a quelli di mercato per offrire ai piccoli azionisti la possibilità di cedere i propri titoli al nuovo aspirante azionista di controllo che si impegna a comprare tutte quelle che gli verranno offerte. Il primo prezzo, quello della famiglia Segre, è 0,08 euro ad azione. Cioè il valore della liquidità, divisa per il numero delle azioni, che è rimasta in pancia all’azienda ieri dopo aver rimborsato ai soci quasi tutto il capitale di M&C (come dire: visto che l’azienda non vede prospettive di investimento per il capitale dei soci, lo restituisce). Tamburi aveva proposto un’offerta di superiore di oltre il 24 per cento, combinando un pagamento in contanti con uno scambio azionario. Fine della prima parte.

La seconda comincia venerdì sette agosto, con il rilancio dei due contendenti. Mi.mo.se. sale a 0,11 euro per azione, Tamburi a 0,1221. Prima di procedere bisognava aspettare il pagamento del dividendo straordinario, avvenuto giovedì, al quale era subordinata l’efficacia delle due offerte. Il passo successivo, nelle attese degli attori coinvolti, era un consiglio di amministrazione in cui M&C – e quindi De Benedetti – si sarebbe pronunciato sulle nuove offerte. E siamo a ieri, quando la presa di posizione dell’Ingegnere è arrivata, ma non nel modo previsto. Alle dieci e un quarto del mattino le agenzie battono la seguente notizia. Dai documenti di Borsa Italiana si apprende che «Carlo De Benedetti attraverso la finanziaria Romed ha acquistato fuori mercato 10,250 milioni di azioni di Management & Capitali, pari al 2,18 per cento del capitale, aumentando così la sua quota dal 16,1 per cento al 18,2 per cento. La transazione è avvenuta in due tranche – una prima di 1,25 milioni a 0,1452 euro (il 10 agosto), una seconda di 9 milioni a 0,15 euro (il 13 agosto)». In pratica De Benedetti si è ricomprato una fetta consistente della società che ha messo in vendita e sulla quale ci sono già due Opa, pagando le azioni ben più di quello che – anche dopo il rilancio – sono disposti a fare i due pretendenti, Tamburi e i Segre. La mossa è arrivata a sorpresa e molti dei soggetti coinvolti nella vicenda si chiedono non solo perché l’Ingegnere lo abbia fatto, ma anche se era legalmente in suo potere farlo. Subito dopo la notizia, le azioni di M&C cominciano a salire, finché la Borsa non le sospende. Quando le contrattazioni riaprono, ricomincia la salita. Chiudono nel pomeriggio a 0,176, con un rialzo del 21,38 per cento. Cioè il 60 per cento sopra il valore offerto da Tamburi.
Cosa spinge l’Ingegnere a comprarsi a caro prezzo qualcosa che lui stesso ha messo sul mercato? «Evidentemente si è reso conto che le partecipazioni di M&C valgono più di quello che si pensa, come molti dicono da mesi», dice una fonte molto vicina al dossier. L’acquisto di De Benedetti è quindi un messaggio al mercato che dovrebbe stimolare nuovi rialzi nelle offerte e di fatto cancella il termine ultimo per aderire alle offerte d’acquisto, il 15 settembre, perché nessuno venderà più ai due offerenti, in un momento in cui il prezzo pagato dal mercato – dopo il segnale di De Benedetti – è tanto superiore.

C’è chi, in ambienti vicini a M&C, ha visto nella mossa dell’Ingegnere il segnale che la terza Opa è finalmente pronta. Dovrebbe fare capo ad Alessio Nati, genero della moglie dell’Ingegnere, che un mese fa spiegava alla Consob di avere «in corso uno studio di fattibilità» dell’operazione ma senza decisioni ancora prese. Da ieri, però, circola l’ipotesi che Nati sia pronto a impegnarsi, magari proprio al fianco di un De Benedetti pentito dalla scelta di vendere, o almeno con la sua benedizione. E l’acquisto di ieri si configurerebbe quindi come il segnale d’inizio del terzo tempo della partita. Che diventa sempre più contorta e dove tutti hanno un’unica certezza: la conclusione è lontana e il prezzo da pagare per il controllo di quella che a molti continua a sembrare una scatola vuota potrebbe essere ben più alto del previsto.

 

15/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento