Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Quel (poco) che sappiamo della riforma fiscale

da Il Fatto Quotidiano del 12 gennaio

Una vignetta di Marilena Nardi

Ieri Silvio Berlusconi è tornato a Roma, un mese dopo il suo ferimento a Milano, e ha annunciato l’intenzione di intervenire entro il 2010 in materia fiscale. Vediamo per punti che cosa potrebbe succedere.

Di che cosa si discute?

Per il momento non c’è molto di concreto. Le ipotesi sono due: una riforma fiscale di ampio respiro, come vorrebbe il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, oppure un progetto più semplice di riduzione delle aliquote Irpef, come promette Silvio Berlusconi dal 1994. Infatti l’unico documento ufficiale disponibile, pubblicato sulla home page del sito del ministero dell’economia (mef.gov.it), è il “Libro bianco” scritto proprio da Tremonti nel 1994.

Cosa cambierebbe?

Stando al “libro bianco” di Tremonti il progetto dovrebbe portare a un cambiamento nella struttura delle aliquote. Nel 1994 si facevano quattro ipotesi, per un Irpef (cioè l’imposta sul reddito delle persone fisiche) a una, due o tre aliquote. L’ipotesi prevalente sembra quella a due aliquote, probabilmente 23 e 33 per cento (ma nel progetto originale erano 27 e 40). Oggi le aliquote sono sei, dal 23 al 43 per cento. Quella del 43 per cento diventerebbe 33 (per chi dichiara un reddito superiore a 100mila euro). Per gli altri un’aliquota unica al 23 per cento.

Chi ci guadagnerebbe?

Stando alle dichiarazioni 2008, gli italiani che guadagnano più di 200 mila euro sono soltanto 75 mila. Per i 21 milioni che già pagano il 23 per cento o meno non cambierà nulla. Per 13 milioni sarà una differenza minima (-4 per cento dell’aliquota), mentre i benefici più consistenti andranno a chi guadagna dai 55 mila euro in su. I più contenti di tutti saranno quelli che oggi pagano il 43 per cento e si ritroveranno inseriti nello scaglione di chi paga il 23, con un taglio del 20 per cento. Si tratta di 380 mila contribuenti che dichiarano tra i 75 e i 100 mila euro.

Quale sarebbe il risparmio?

Questa è la domanda più complicata. Per due ragioni: ogni caso è diverso e bisognerebbe avere informazioni più precise sulle contropartite. Secondo una simulazione della Cgia di Mestre, due coniugi con un figlio a carico e un reddito pro capite di 21.500 euro risparmierebbero 530 euro. Un lavoratore dipendente con 30mila euro, un figlio e una moglie a carico ne risparmierebbe 820.

Dov’è il trucco?

Nel libro bianco del 1994 si legge che il peso dell’Irpef sul totale del gettito scenderà dal 35 al 31 per cento. Nel complesso le imposte sulle “cose” saliranno dal 40 al 46 per cento e quelle sulle “persone” scenderanno dal 60 al 54 per cento. Tradotto: se da un lato si taglia, da un altro si dovrà aumentare. C’è l’ipotesi di una parziale tassa patrimoniale, per tassare non soltanto il reddito ma anche il patrimonio, concepita in funzione anti-evasione. Un’altra fonte di copertura dei  tagli all’Irpef dovrebbe essere il riordino dell’Iva, ritoccando al rialzo le aliquote che gravano sui consumi tassati meno del 20 per cento (alcuni beni alimentari come pane e pasta, l’editoria, l’elettricità e il gas). La conseguenza negativa, almeno da un punto di vista teorico, è che si procede a tagli fiscali mirati mentre gli aumenti sono generalizzati, perchè riguardano beni di consumo di uso diffuso.

E per chi resta alla stessa aliquota?

I 21 milioni che non beneficiano della riduzione dell’aliquota si troveranno comunque a finanziare gli sconti fiscali per i più abbienti pagando i beni con l’Iva aumentata. Quindi, anche per rispettare l’articolo 53 della Costituzione che impone la progressività dell’imposizione fiscale (i ricchi devono pagare di più anche in percentuale), dovrebbe essere previsto un meccanismo di quoziente famigliare. Questo è il punto più confuso, perchè tutti quelli che invocano il quoziente hanno in mente obiettivi e strumenti diversi per aiutare fiscalmente la famiglia. L’orientamento che sembra delinearsi è quello di superare il sistema attuale di micro-incentivi orientati soprattutto al sostegno della demografia preferendo un intervento più unitario che consideri l’ampiezza del nucleo famigliare (e non soltanto il numero di famigliari a carico) oltre al reddito complessivo.

Si farà davvero?

Difficile. Anche considerando l’innalzamento dell’Iva e le altre coperture servirebbero forse altri 20-30 miliardi che non ci sono (e l’ipotesi di procurarseli emettendo nuovo debito pubblico non sembra percorribile). Lo scenario  più probabile è che il gettito proveniente dalla proroga dello scudo fiscale, ancora ignoto ma nel probabile ordine di 4-5 miliardi, potrebbe essere usato per un intervento una tantum a beneficio delle famiglie, da annunciare a ridosso delle elezioni regionali di primavera.

12/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il governo di Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi ama ricordare un aneddoto del giorno della nomina alla Banca d’Italia: dopo la comunicazione si incammina da piazza Venezia a Roma verso via del Corso. I cronisti pensano che stia andando a rendere omaggio a Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli. E invece lui, con un colpo di scena perfettamente calcolato, li spiazza, girando in una strada laterale. Doveva ringraziare padre Rozzi, il gesuita che è stato il suo maestro al liceo Massimo e guida dopo un grave lutto familiare, non certo la politica che, per un accidente storico, lo aveva promosso alla poltrona tecnica più importante del Paese.

RISIKO. Quasi quattro anni dopo il rapporto con la politica resta lo stesso, un coinvolgimento diretto e allo stesso tempo distaccato, nonostante tutti lo vedano sempre in procinto di smettere i panni del tecnico per quelli del politico (lo stesso succedeva, ciclicamente, anche al suo predecessore Antonio Fazio).
Mario Draghi oggi è al centro di un risiko di nomine, o almeno di speculazioni, che potrebbe portarlo alla guida di un governo tecnico o alla testa della Banca centrale europea. Molto dipende da come verranno riempite le altre caselle: il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aspira alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei  ministri economici dell’area euro, Massimo D’Alema sogna la poltrona di ministro degli Esteri europeo dell’Unione post- trattato di Lisbona, a catena – se Draghi andasse alla Bce – bisognerebbe trovare un altro governatore della Banca d’Italia, e potrebbe essere Lorenzo Bini Smaghi, che ora sta proprio nel consiglio della Bce, e  che avrebbe il placet di Tremonti.
Oltre alle nomine, nelle ultime settimane le tensioni con il ministro Tremonti (frequenti in questa legislatura) sono state originate, nell’ordine, da: gli applausi al discorso di Draghi al meeting di Rimini di Cl, merito anche del nuovo stile comunicativo con discorsi scritti interrotti da interventi a braccio; la richiesta di Draghi di alzare l’età pensionabile e le risposte del governo (“la riforma è già stata fatta”); le critiche della Banca d’Italia allo scudo fiscale con replica del ministro; la creazione della Banca del Mezzogiorno voluta da Tremonti che aggira il potere autorizzativo della Banca d’Italia sulla creazione di nuove istituzioni creditizie. Con un paio di mesi di anticipo, a luglio, il servizio studi della Banca d’Italia aveva pubblicato un working paper dal titolo “Quali politiche per il Sud? Il ruolo delle politiche nazionali e regionali nell’ultimo decennio” che si può leggere come  una bocciatura preventiva dei nuovi piani regionali vagheggiati dal governo Berlusconi di cui la Banca del Mezzogiorno è il cardine.

IL POTERE. Proprio dal servizio studi bisogna partire per capire il potere presente di Draghi che serve a mettere le basi di quello futuro, a palazzo Chigi o all’Eurotower di Francoforte, dove ha sede la Bce. Draghi ha riorganizzato il pensatoio della Banca d’Italia in quattro sezioni, statistica, economia reale, finanza pubblica, economia monetaria. A capo c’è sempre Salvatore Rossi che, però, dai tempi di Antonio Fazio, è salito di grado e ora è direttore centrale per la ricerca economica. La tempistica dei quaderni di ricerca della Banca d’Italia è stata negli ultimi due anni troppo precisa per essere casuale, basti ricordare quest’estate lo studio sui divari di reddito e prezzi tra Nord e Sud Italia che ha chiuso il dibattito sulle gabbie salariali volute dalla Lega, rafforzando quel ruolo di via Nazionale che alcuni osservatori definiscono di “Cassazione dell’Economia”. I maliziosi dicono che ormai il servizio studi è la clava che Draghi cala sul dibattito politico per conquistarne l’egemonia. Chi conosce personalmente il governatore, invece, lascia intuire un’altra interpretazione. Franco Bruni, economista della Bocconi tra i più autorevoli, negli anni Settanta studiava al MIT di Boston insieme a Draghi e Mario Baldassarri (ora con il Pdl) alla scuola del premio Nobel Franco Modigliani: “Erano i primi tempi in cui si usava l’econometria, passavamo le nottate con i computer a schede a far girare modelli, ma riuscivamo a non perdere il contatto con la realtà, anche italiana, grazie a Modigliani che discuteva con noi i suoi editoriali per il ‘Corriere della Sera’. Dovevamo anche aiutare Bob Solow e Paul Samuelson, due futuri Nobel, a preparare i loro appunti per le audizioni al Congresso”. A tutti e tre i giovani dottorandi resta l’imprinting: la ricerca, anche al più teorica, deve essere declinata in qualcosa di utile, cioè suggerimenti di politica economica. All’epoca Baldassarri era il più portato per gli aspetti concreti, l’unico a sapere a quanto ammontasse il Pil dell’Italia. Draghi era a metà tra la fascinazione per la teoria e la propensione a diventare un uomo del fare.

Dopo gli anni da direttore generale del Tesoro, in cui ha maturato grande esperienza per gli equilibri di potere romani e si è procurato anche parecchi nemici, Draghi sembra ver trovato ora l’equilibrio che più si addice alle sue inclinazioni caratteriali. Alla Banca d’Italia ha formato il suo ‘governo’, cioè il direttorio che è l’organo di comando di via Nazionale. Ignazio Visco, economista di fama internazionale, rappresenta l’anima più accademica, il teorico del gruppo. Annamaria Tarantola è stata promossa da Draghi, prima donna nel direttorio, dalla vigilanza dove è ricordata come uno dei cani da guardia più feroci dell’operato delle banche italiane. Giovanni Carosio, già numero due del comitato di Basilea che ha fissato negli scorsi anni le regole di patrimonializzazione delle banche (ora contestate da più parti) ha avuto da poco una chiamata “ad personam” di rilievo: guida il Comitato europeo per la supervisione bancaria, il Cebs, che sta costruendo la nuova vigilanza bancaria europea cui spetta il compito di riempire  le falle evidenziate dalla crisi. Chi ha gestito il delicato equilibrio tra funzioni nazionali e internazionali di via Nazionale è Fabrizio Saccomanni, il sessantasettene direttore generale della Banca d’Italia che due giorni fa – in una delle sue rare prese di posizione pubbliche – ha analizzato lo scudo fiscale davanti alle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato: lo scudo – ha detto – può avere effetti positivi sulla ripresa se i capitali degli evasori rimpatriati vengono investiti nelle imprese, ma potrebbe anche incentivare l’evasione futura. Immediata replica di Tremonti che ha detto “provvedimenti come questo ci sono in tutti i Paesi”.

Il compito più difficile di Saccomanni è stato in questi mesi conciliare le due cariche del governatore, evitando l’impressione che ne trascurasse una: oltre a essere alla testa della Banca d’Italia, Draghi presiede il Financial Stability Forum che dopo il G20 di Londra dello scorso aprile è diventato Financial Stability Board, promosso a principale foro di dialogo economico dove si discute del futuro dell’architettura finanziaria mondiale. Ne fanno parte banchieri centrali, capi di Stato e di governo e ministri dell’Economia (o loro rappresentanti) e i vertici delle principali istituzioni internazionali finanziarie. Sono i “topi a guardia del formaggio”, come li ha definiti una volta Tremonti con una delle sue battute più pungenti, sostenendo che la soluzione alla crisi non poteva arrivare da chi aveva applicato fino a ieri le regole alla base del tracollo.

LE REGOLE. Dai working group del Financial Stability Forum sono arrivate le proposte sui limiti alle retribuzioni dei manager, sui nuovi criteri di capitalizzazione e sulla disciplina da applicare agli strumenti finanziari derivati. L’ascesa del FSB è stata parallela alla progressiva prevalenza del G20 sul G8, sintomo dell’impossibilità di gestire la nuova governance globale della finanza senza il coinvolgimento dei Paesi emergenti. Il successo – anche di immagine – della presidenza Draghi del FSB lo rende un candidato più credibile del suo rivale Axel Weber, governatore della Bundesbank, per la poltrona della Bce. Draghi è sempre a tutti i summit che contano, dal G20 al G8, dai vertici europei di politica economica alle riunioni dei banchieri centrali come Jackson Hole, in Wyoming. Saccomanni, che è stato al Fondo monetario internazionale e responsabile dei rapporti con l’estero della Banca d’Italia, lo supporta sulla scena internazionale e si assicura che il governatore sia sempre informato e adeguatamente attivo nelle faccende italiane. Draghi, nella sua doppia veste, può  tradurre in suggerimenti di politica economica le suggestioni teoriche che gli derivano dai simposi internazionali e, viceversa, sviluppare considerazioni derivanti dalla pratica quotidiana in principi generali che devono ispirare la ristrutturazione della finanza globale. “Nei prossimi anni la guida del Financial Stability Board potrebbe essere per Draghi un compito più affascinante rispetto alla Bce, soprattutto quando sarà completato il riassetto del Fondo moentario internazionale e delle altre istituzioni”, dice il professor Bruni. Anche sulla scena internazionale Tremonti ha cercato il confronto con Draghi, promuovendo il suo global legal standard, la carta dei principi per una nuova finanza che, almeno negli ultimi vertici internazionali, non è riuscita a conquistare la testa dell’agenda.

LE PROSSIME TAPPE. Draghi, quindi, potrebbe anche decidere di restare alla Banca d’Italia e alla guida del FSB, se sarà riconfermato nel 2012, quando scade il suo mandato (non più a vita dopo l’esperienza di Antonio Fazio). “In fondo – spiega un esperto conoscitore di via Nazionale – i casi di governatori che hanno lasciato la poltrona più alta per prendere la guida del governo sono pochissimi: Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, ma quelli erano tempi di vera emergenza, Luigi Einaudi, che diventò vicepresidente del Consiglio prima di andare al Quirinale, e Lambeto Dini, che però era direttore genrale. Gli altri passaggi dall’istituzione alla politica sono stati più graduali”. Qualunque cosa decida di fare Draghi, però, nel suo presente continua la dialettica con il ministro Tremonti: prossimo match alla giornata del risparmio, il 29 ottobre, quando entrambi parleranno delle condizioni della finanza italiana.

19/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Crisi: è davvero il momento della “fase due”?

Renato Brunetta annucia la "fase due" nella risposta alla crisi

Renato Brunetta annucia la "fase due" nella risposta alla crisi

Dopo mesi in cui il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha ripetuto che ormai la crisi economica è soltanto un problema di scarsa fiducia, ieri il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta ha annunciato: «Una volta approvata la Finanziaria, inizieremo a ragionare su come passare alla fase due, su come passare cioè dalla fase difensiva a quella dell’espansione e della stimolazione dell’economia».

Secondo Brunetta, che ha sempre rappresentato l’anima meno catastrofista dell’esecutivo, il peggio è passato e quindi è il momento di iniziare a pensare al dopo-crisi. L’espressione, “fase due“, è la stessa che si usava ai tempi del Governo Prodi, quando si dibatteva se il centrosinistra dovesse prima risanare i conti pubblici («fase uno») e poi fare le riforme strutturali o agire al contempo su entrambi i temi. Poi sono arrivate le elezioni anticipate che hanno impedito di realizzate la fase due. E, stando ai “si dice” degli ultimi giorni, la stessa eventualità potrebbe forse ripetersi anche questa volta, se davvero qualcuno nella maggioranza avesse interesse a votare a marzo 2010.
Stando ai dati di fatto, però, si nota come il governo si stia comportando su più tavoli come se la crisi fosse davvero finita. La Lega di Umberto Bossi continua a sollecitare l’introduzione di gabbie salariali, indicando nella riduzione delle differenze di potere d’acquisto una delle priorità dell’azione dell’esecutivo (cioè una misura strutturale, non di emergenza). Nell’ultimo consiglio dei ministri, venerdì, anche la decisione di modificare la normativa sull’offerta pubblica d’acquisto è stata presentata come un segnale di ritorno alla normalità: visto che la Borsa si è ripresa, dice il Governo, non è più necessario mantenere le barriere straordinarie costruite intorno alle aziende di interesse strategico per evitare che cadessero in mani straniere. In realtà la questione è più delicata, le modifiche saranno operative dal luglio 2010 e comportano un grado di discrezionalità per la Consob di cui è difficile valutare ad oggi le conseguenze. Brunetta – che ha sempre definito il sistema di ammortizzatori sociali italiano «il migliore del mondo» – rivendica la decisione di non detassare le tredicesime lo scorso anno, lasciando però intendere che si preparano nuove misure di stimolo e aggiungendo che, comunque, «la fase uno ci vede promossi».

Della «fase uno», però, si osservano alcuni strascichi: Sergio Marchionne, l’amministratore delegato della Fiat, ha chiesto nuovi incentivi all’acquisto di automobili per sostenere il settore, esattamente come un anno fa. I sindacati denunciano i buchi nella rete degli ammortizzatori sociali, mentre le cronache registrano nuovi casi di proteste di chi rischia di perdere il lavoro. A Porta a Porta, pochi giorni fa, Berlusconi ha rivendicato di aver stanziato 34 miliardi di euro «per garantire chiunque perda un posto di lavoro di essere aiutato dallo Stato». Ma dal Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria), anche con i calcoli più generosi, secondo l’analisi degli economisti della voce.info risulta che si tratta di circa 15 miliardi, ma distribuiti in quattro anni. E dei 5,35 miliardi per ammortizzatori in deroga, quindi vere misure straordinarie, ne sono stati versati solo 825. Finora Giulio Tremonti è stato il più prudente nel dichiarare chiusa la «fase uno»: pur sostenendo, come il resto del governo che l’Italia sta meglio di altri Paesi europei (tesi che si fonda su pochissimi dati), ha riconosciuto venerdì che «siamo ancora in terra incognita, abbiamo evitato la catastrofe ma le difficoltà non sono ancora terminate». E lo dimostrano i dati macroeconomici: l’Italia non ha ancora evitato il tracollo del Pil, quella riduzione del sei per cento che secondo l’Istat è il dato tendenziale (che si ottiene, cioè, proiettando la velocità di caduta dei primi sei mesi sul resto dell’anno). Anche nel migliore dei casi, ha ribadito la Commissione europea, la riduzione sarà del cinque per cento. Il superindice dell’Ocse, molto citato dal Governo, si è limitato a segnalare che c’è un’alta probabilità che per l’Italia si verifichi un’inversione di tendenza nei prossimi sei mesi, cioè che l’economia smette di scendere. Ma nulla ha detto su quanto possa essere intensa la ripresa. Gli effetti – preannunciati da mesi – sulla disoccupazione d’autunno ancora non si sono manifestati, almeno nelle statistiche, anche se hanno determinato una ritrovata sintonia tra la Confindustria e il sindacato della Cgil. Ma è troppo presto per dire che il temuto autunno caldo sia stato evitato.

Come dimostra l’utlimo sondaggio di Ipr marketing per Repubblica, il governo ha perso dieci punti di popolarità nel corso di un anno. E se davvero qualche esponente dell’esecutivo pensa che ci sia il rischio di andare alle elezioni in primavera, la «fase due» in cui la spesa pubblica entra in una fase espansiva potrebbe rivelarsi una necessità elettorale, più che la conseguenza dell’evoluzione della congiuntura.

20/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Ai giornali italiani i dati piacciono solo quando sono ottimisti

Venerdì l’Ocse ha pubblicato il suo “superindice” (CLI, Composite leading indicators) che prevede per l’Italia una fase di «possible expansion».

Come è successo sempre in questi mesi, tra i dati che quotidianamente produce l’organizzazione parigina alcuni vengono isolati e amplificati, diventano una sentenza sullo stato della crisi. «Ripresa, cinque segnali positivi», era il titolo di apertura del Corriere della Sera di ieri. Ancora più esplicito il Sole 24 Ore: «La produzione si risveglia». ll messaggio che arriva al lettore è chiaro: come dice da mesi Berlusconi, la crisi è solo psicologica, anche i numeri lo dimostrano. Però basta leggere dietro le sigle e dentro le tabelle per capire che ci vuole un po’ più di prudenza.

 Intanto il superindice indica «un’informazione qualitativa più che quantitativa», cioè serve a individuare il momento di svolta del ciclo economico (per esempio da recessione a ripresa), non l’ampiezza della correzione. E l’inversione di tendenza non è immediata, ma si verifica nel giro di qualche mese. Osservando le tabelle che indicano l’affidabilità statistica del CLI si nota anche che la deviazione standard di quello italiano (il parametro che misura la dispersione dei valori intorno alla media, più è alto meno affidabile è il dato) è da sempre la più elevata tra tutti i paesi coinvolti nella rilevazione. E ancora: tra gli indicatori italiani scelti per costruire il superindice non ve n’è alcuno direttamente legato all’occupazione. Mentre sappiamo che sarà proprio questo il problema dell’autunno, nonostante il mercato del credito sia migliorato e la produzione industriale stia gradualmente riprendendo almeno per reagire all’esaurimento delle scorte. Come ha avvertito più volte il Fondo monetario internazionale, anche quando l’economia ripartirà ci sarà un gap di almeno sei mesi o un anno prima che gli effetti si sentano sull’occupazione. Quindi la ripresa prevista dal superindice potrebbe essere percepita dai cassintegrati italiani, se va bene, nel 2011.

Tecnicismi, certo, ma che non vengono mai esplicitati, preferendo affidare i messaggi di ottimismo a pochi numeri di immediata – anche se illusoria – comprensione. Altre cifre, invece, raggiungono la prima pagina meno di frequente, come le revisioni al ribasso dell’Istat sull’andamento del Pil: non è ancora sicuro che quest’anno riusciremo a evitare un tracollo di sei punti percentuali, dipende da come andrà l’ultima parte dell’anno. Ma dirlo, e scriverlo, rischia di rovinare il clima.

13/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , | Lascia un commento

Ocse: le incognite di una ripresa «più rapida del previsto»

SUMMIT. Oggi a Londra si tiene il G20 finanziario, preparatorio di quello di Pittsburgh: si parlerà dei bonus ai banchieri e se sia ora di rimuovere le misure straordinarie a sostegno dell’economia.

Credit default swap. Tra i segnali che invitano alla prudenza l'Ocse individua i CDS: contratti assicurativi diventati strumenti di speculazione che misurano quanto una banca sia a rischio fallimento. La situazione è più tranquilla di un anno fa, quando falliva Lehman Brothers, ma il ritorno alla normalità è ancora lontano.

Credit default swap. Tra i segnali che invitano alla prudenza l'Ocse individua i CDS: contratti assicurativi diventati strumenti di speculazione che misurano quanto una banca sia a rischio fallimento. La situazione è più tranquilla di un anno fa, quando falliva Lehman Brothers, ma il ritorno alla normalità è ancora lontano.

Oggi inizia a Londra il G20 finanziario, il vertice dei ministri economici dei venti Paesi che a fine mese si incontrerannoa Pittsburgh per fare un bilancio della crisi a cinque mesi dal precendete summit di aprile. Il tema che occuperà i politici e i giornali è quello dei tetti alle retribuzioni dei manager: ieri la cancelliera tedesca Angela Merkel (in campagna elettorale), il presidente francese Nicolas Sarkozy e il premier britannico Gordon Brown hanno scritto una lettera congiunta al G20 – di cui fanno parte – per auspicare un forte messaggio alla fine del vertice di Pittsburgh su questo tema che da sempre sta a cuore soprattutto alla Merkel e a Sarkozy, che sta già provvedendo in patria.

Il vero scopo della riunione di oggi e del G20 americano è però decidere se è giunto il momento di rimuovere le stampelle messe alle economie occidentali per consentire loro di non crollare nella crisi. Nel concreto si tratta di stabilire se i tassi di interesse devono restare ancora bassi o – magari in modo concoredato – vadano gradualmente alzati rendendo i prestiti più onerosi e scoraggiando l’inflazione; se gli stimoli fiscali devono essere reiterati o meno, se i prestiti alle banche americane vanno rinnovati o restituiti. Ieri sono arrivate le analisi dell’Ocse, firmate dall’economista Jorgen Elmeskov che guida il dipartimento di economics: la ripresa è «più vicina di quanto previsto alcuni mesi fa». I segnali positivi, infatti, sono tanti: gli spread tra i corporate bond e i titoli di stato si stanno riducendo (tradotto: prestare soldi a un’azienda è considerato poco più rischioso di prestarli a uno stato che non può fallire), le imprese hanno ricominciato ad accumulare scorte, segnale che la domanda sta ripartendo e non si produce più giorno per giorno. Le economie emergenti, soprattutto Cina e India, stanno tornando ad avere una crescita sostenuta. Non alla velocità sperata da molti, che confidavano di andare a rimorchio, ma a un ritmo tale da garantire alle aziende occidentali la tenuta di importanti mercati di sbocco per i loro prodotti. Nel mercato monetario, che era impazzito durante l’autunno scorso, le cose sono tornate alla normalità e anche gli indicatori di stabilità nel settore finanziario stanno convergendo verso i livelli pre-crisi. Tuttavia, ammette l’Ocse, è difficile dire quanto di questo miglioramento sia duraturo e quanto solo l’effetto del doping della spesa pubblica. I CDS sulle banche, per esempio, indicano che il panico che un anno fa ha fatto scrivere al Wall Street Journal che “Wall Street è morta”, non è scomparso. All’inizio del 2007 l’indicatore di sintesi dell’Ocse sui CDS bancari era circa zero, cioè chi prestava soldi a una banca e comprava un derivato per coprirsi dall’eventualità del suo fallimento pagava il costo di un’assicurazione su un avvenimento molto improbabile. Poi le banche hanno iniziato a fallire e i CDS sono passati da 0 a oltre 600 punti, quando collassava Lehman Brothers. Oggi siamo tra 100 e 200, a seconda delle piazze finanziarie. Semplificando un po’ si può dire che le banche vengono considerate duecento volte più a rischio che prima della crisi. Il commercio mondiale «si è stabilizzato», ma su livelli inferiori del 20 per cento rispetto al picco raggiunto a fine 2007.

Anche per questo ieri la Banca centrale europea ha deciso di lasciare invariato il costo del denaro, all’uno per cento: conserva la possibilità di ridurlo ancora se le cose peggiorano e si prende tempo di aspettare il ritorno dell’inflazione prima di alzarlo. Ha detto il presidente Jean-Claude Trichet: «Le ultime informazioni supportano la nostra visione secondo cui ci sono sempre più segnali di stabilizzazione nell’attività economica, sia nell’Eurozona che altrove. Questo è coerente con le nostre aspettative che stia finendo una fase di significativa contrazione dell’attività economica e ora sarà seguita da un periodo di stabilizzazione e da una ripresa molto graduale». Il Pil nella zona dell’Euro, secondo la Bce, dovrebbe scendere nel 2009 da un minimo di 3,8 punti percentuale a un massimo di 4,4. Per l’Italia – conferma anche l’Ocse – andrà peggio: il calo sarà di almeno il cinque per cento, come ormai è chiaro da mesi. Trichet ha confermato anche ieri quella linea di prudenza che una decina di giorni fa lo ha visto contrapposto a Ben Bernanke che, fresco di riconferma alla Federal Reserve, spandeva ottimismo al forum di Jackson Hole, in Wyoming. Il presidente della Bce ha lanciato un messaggio che suona come un monito ai capi di Stato e di governo che si riuniranno al G20: «Non dobbiamo pensare, ora che i mercati funzionano meglio e che stiamo uscendo dal tunnel, che bisogna riprendere a fare quello che facevamo prima», pena il rischio di «rivivere quello che abbiamo appena passato». È la minaccia della crisi a “W”, un violento crollo seguito da una ripresa rapida – la fase attuale – e poi da un nuovo collasso. Mai, nei suoi intevrenti recenti, Trichet era stato così esplicito nei suoi inviti alla prudenza.

04/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , | Lascia un commento

Obama piega Ubs: così cambia il segreto svizzero

LA LISTA DI BERNA. Dopo un anno di trattative e minacce, l’Unione delle banche svizzera rivelerà i nomi di 4.450 evasori fiscali americani. Così eviterà il processo “John Doe”. Il ricatto del fisco Usa ha funzionato.

UBS

Ubs si è arresa al fisco americano. Per evitare il procedimento civile “John Doe” in Florida, l’Unione delle banche svizzera abbandonerà un dogma insostenibile nell’epoca in cui il G20 tutto si pronuncia contro i paradisi fiscali. Rivelerà i nomi di 4.450 clienti che hanno usato i conti presso Ubs per evadere le tasse statunitensi.Trattandosi di una banca svizzera, però, anche la forma conta: i nomi non saranno dati all’Internal Revenue Service (l’Agenzia delle entrate Usa), ma a una task force svizzera governativa. Il segreto bancario svizzero è quindi – solo formalmente – salvo: Ubs non rivela nulla al fisco americano, ma risponde alle pressioni della Swiss Federal Tax Administration. Quel che conta, però, è la sostanza.

In previsione del G20 di Londra, che si è tenuto il quattro aprile scorso, la Svizzera aveva annunciato di iniziare a collaborare con l’Ocse per quanto riguarda lo scambio di informazioni fiscali. Ubs aveva subito provveduto a rassicurare i suoi correntisti con un comunicato che è ancora disponibile sul sito della filiale italiana: «Il legittimo diritto alla privacy dei nostri clienti continuerà a essere garantito». E nello specifico: «Gli ultimi sviluppi non pregiudicano in alcun modo la posizione di Ubs in relazione al provvedimento “John Doe summons” dell’Internal revenue service, che richiede al tribunale di imporre al nostro istituto di rivelare all’IRS l’identità di 52mila clienti statunitensi. Tali informazioni sono tutelate dalla legge sul segreto bancario svizzero». E fino all’ultimo la banca presieduta da Kaspar Villiger (nel board dei direttori c’è anche Sergio Marchionne, numero uno di Fiat, come vicepresidente non esecutivo) ha provato a tenere fede ai suoi impegni.

Ma la pressione dell’amministrazione americana di Barack Obama, che garantiva il necessario peso politico all’azione dell’IRS, è stata più forte. Ubs aveva anche provato, prima di cedere sui nominativi, a dimostrare che i suoi conti non erano stati usati per frodare il contribuente americano. Aveva commissionato una perizia alla società di consulenza Alix Partners, presentata in evidenza nel sito aziendale, che ha esaminato i conti dei clienti americani che detenevano securities, cioè strumenti di investimento di vario tipo, americani senza aver adempiuto alle dovute comunicazioni al fisco Usa. Risultava che «virtualmente nessuno dei conti di questi clienti era titolare di investimenti americani nel periodo 2002-2007». Non è bastato. E ieri i segugi americani dell’agenzia delle entrate (omaggiati da Gabriele Muccino nel suo ultimo film “Sette anime”) hanno potuto esultare scrivendo sul sito: «L’IRS riceve una quantità senza precedenti di informazioni grazie all’accordo con Ubs». L’IRS ottiene un risultato diverso da quello che auspicava, cioè avere tutti i 52mila nominativi dei sospetti, ma comunque soddisfacente: nell’accordo tra Stati Uniti e Svizzera firmato ieri viene più volte esplicitato l’invito e gli incentivi ad autodenunciarsi, ottenendo così condizioni di trattamento più favorevoli rispetto a quelle che spetteranno a chi finirà nella lista. Visto che nessuno può essere sicuro di essere tra i 47mila e 500 sospettati che rimarranno protetti e che le rivelazioni della task force svizzera verranno centellinate, molti vorranno prevenire il peggio uscendo allo scoperto da soli. E così – si stima – altri 5mila nomi potrebbero essere spuntati dai 52mila. Come ci tiene a precisare Ubs, la banca non dovrà pagare multe, a differenza che nel precedente accordo (a febbraio) quando per adempiere alle richieste della giustizia americana aveva dovuto versare una sanzione da 780 milioni di dollari.

Non è finita l’era del segreto bancario svizzero, le casse elvetiche restano comunque uno dei rifugi più sicuri per gli evasori americani (ed europei). Ma il duello, ormai prolungato, del governo di Washington con Ubs – e per la proprietà transitiva con il governo svizzero – sta creando un precedente rilevante. Secondo le indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal, è solo questione di tempo prima che il dipartimento di Giustizia americano metta sotto assedio altri istituti di credito. I nomi dei bersagli sono il meglio della finanza elvetica (già provata dalla crisi finanziaria): Credit Suisse, Julius Baer, Zurcher Kantonalbank e UBP. Il caso Ubs ha dimostrato che, con le dovute pressioni, anche i più riservati tra i banchieri del mondo possono iniziare a collaborare.

 

20/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Le tante ragioni del pessimismo: perché la crisi non sta finendo

Anche ieri sono arrivati segnali dall’economia che invitano a essere ottimisti: la produttività dei lavoratori americani è cresciuta nel secondo trimestre del 6,4 per cento, il risultato migliore da sei anni. Il petrolio è salito ancora, sopra i 73 dollari al barile, e le Borse continuano, con qualche frenata occasionale come quella di ieri, ad andare bene dopo che perfino alcuni zombie, come le agenzie di mutui americane nazionalizzate da George Bush, Fannie Mae e Freddie Mac, hanno cominciato a fare utili. Tutti vogliono essere ottimisti: è di due giorni fa il sondaggio di Kpmg secondo cui le imprese inglesi e italiane sono quelle più fiduciose nella ripresa.
Forse ha ragione lo storico di Harvard Niall Ferguson, che sul Financial Times ha paragonato Barack Obama a Felix il gatto: come il personaggio dei cartoni animati, il presidente americano continuerà a essere fortunato e tutte le potenziali bombe su cui è seduto – a partire da un deficit che nel 2009 sarà di 1800 miliardi di dollari – verranno disinnescate dal provvidenziale ritorno della crescita. Ma i numeri – in cui tanti si esercitano in questi giorni a intravedere sprazzi di sereno – invitano alla prudenza. E lo ha detto ieri proprio Obama: «Non siamo ancora fuori dal bosco» (che in America equivale al nostro tunnel).

Prendiamo le ultime stime del Fondo monetario internazionale: la crescita del Pil mondiale dovrebbe essere negativa (-0,9) nel 2009 e positiva (2,5) nel 2010. Calcolando l’interesse composto, alla fine dell’anno prossimo il mondo sarà più ricco dell’uno per cento circa rispetto allo scorso gennaio. Ma questo non vale per i paesi più industrializzati: per loro la differenza sarà un -4 per cento secco. Ora le previsioni cominciano a essere riviste al rialzo, ma sarà cruciale quanto in fretta miglioreranno le cose.

Negli Stati Uniti, per esempio, c’è il problema del pagamento dei sussidi di disoccupazione: le politiche del lavoro sono affidate nella quasi totalità ai singoli stati federati. E molti di questi, nel tempo delle vacche grasse, non hanno messo da parte nulla e quando è arrivata la crisi hanno cominciato a indebitarsi. Secondo i calcoli della fondazione Pro publica, solo 13 stati su 50 hanno le finanze pubbliche in grado di sostenere il numero di disoccupati causato dalla recessione. Gli altri hanno dovuto prendere soldi in prestito, a partire dalla California (2,6 miliardi di dollari) fino allo stato di New York (1,3 miliardi). Ora il tasso di disoccupazione ha cominciato a ridursi, ma resta l’incognita se i miglioramenti saranno abbastanza rapidi da evitare il collasso alla finanza locale americana. Oggi terminerà la riunione del Fomc, il comitato della Federal Reserve che decide la politica monetaria, dove si sta discutendo della richiesta da parte di alcuni membri del Congresso (su tutti il potente democratico Gary Frank) di espandere i pacchetti di sostegno alla finanza. In particolare il Talf, Term Asset-backed securities Loan Facility, per sostenere il mercato di titoli derivati costruiti su prestiti agli studenti, finanziamenti delle carte di credito e rate per il pagamento dell’auto. Perché c’è il sospetto diffuso, anche se nessuno può averne la certezza, che appena la stampella pubblica verrà tolta, l’economia (e il settore del credito) torneranno nel caos. Come il mercato immobiliare, dove l’aggiustamento al ribasso dei prezzi – dopo gli eccessi della bolla speculativa scoppiata nel 2007 – continuerà ancora per almeno un anno.

Ma non sono certo solo problemi americani. Secondo gli analisti di RGE, la società dell’economista Nouriel Roubini, tra le grandi economie industrializzate solo le condizioni della Francia (e in parte della Norvegia) invitano davvero all’ottimismo: gli ammortizzatori sociali francesi, dal salario minimo alla rigidità del mercato del lavoro, sono stati combinati con politiche anticrisi dall’effetto immediato che hanno fatto il loro dovere. Mentre in altri Paesi sono state finanziate infrastrutture la cui costruzione deve ancora cominciare. Le grandi economie emergenti, invece, sono crollate alla stessa velocità di quelle occidentali a cui erano agganciate dalla globalizzazione ma ora, secondo le stime del Fondo monetario, stanno iniziando a uscire dalla crisi più in fretta.

La grande speranza è ovviamente la Cina: gli economisti che per anni hanno spiegato tutti gli squilibri del mondo con la teoria del savings glut (i cinesi consumano troppo poco e risparmiano troppo, immobilizzando ricchezza), ora sperano che lì nasca una nuova domanda di beni e servizi tale da compensare quella scomparsa – forse per sempre, di certo per un po’ – in Europa e America. Gli ultimi dati dicono che in luglio la produzione industriale è salita del 10 per cento anche se le esportazioni crollavano del 23, segno che il mercato interno è più solido di quello internazionale. Ma il settore finanziario è ancora un rebus, forse all’inizio di una nuova bolla sulla Borsa di Shanghai tornata ai livelli del 2007, prima della crisi. Ma l’ottimismo che suscita una crescita attesa del 9,4 per cento del Pil nel 2009 deve essere temperato, secondo RGE, dalla constatazione che nessuno dei problemi strutturali è stato affrontato nell’anno della crisi: troppi crediti nei bilanci delle banche di dubbio valore, eccesso di risparmio, eccesso di capacità produttiva per un mondo che consumerà meno.

 

12/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Appunti dal G8/4 Primi bilanci

Il primo giorno del G8 si chiude con un parziale accordo sul clima e una dichiarazione (che non è il comunicato finale) sull’economia che rispetta quanto anticipato nei giorni scorsi. Nonostante la partenza imprevista del presidente della Repubblica popolare cinese, Hu Jintao, abbia privato gli otto grandi di un interlocutore decisivo nel fronte di paesi emergenti (decisivi nelle politiche di lotta all’inquinamento), il G8 arriva a una intesa di massima sull’importanza di contenere le emissioni di CO2, un impegno dato per scontato in vista della conferenza di Copenhagen che in dicembre dovrà decidere il futuro delle politiche ambientali dopo l’esaurimento del protocollo di Kyoto nel 2012. “Dobbiamo arrivare all’incontro con i paesi emergenti di domani [oggi per chi legge] uniti, per trovare compromessi realizzabili che non penalizzino solo chi fa i sacrifici in occidente”, ha detto Silvio Berlusconi nella conferenza stampa che ha chiuso la giornata dei lavori. Ma i negoziati sono già in corso da giorni, anche con la delegazione cinese. Per ora il compromesso si è concretizzato nell’impegno a evitare che la temperatura salga di oltre due gradi centigradi nei paesi in via di sviluppo. E questo dovrebbe passare per una riduzione dell’80 per cento o più entro il 2050” delle emissioni inquinanti nei paesi più ricchi. Una soglia superiore anche a quella richiesta dall’Onu e che sarà complesso tradurre in politiche industriali concrete. Gli altri due aspetti del dossier economico più rilevanti erano lo stato delle politiche anticirisi e del commercio internazionale. Nonostante il fondo monetario abbia diffuso proprio ieri stime riviste ancora una volta al ribasso sulle situazioni dei principali paesi (pil italiano in calo del 5,1 invece che del 4,4 stimato ad aprile), gli otto vedono un progressivo assestamento della crisi. Che non significa l’inizio della ripresa, ma la fine del momento dell’emergenza: per questo, dicono fonti della presidenza italiana del G8, è un momento particolarmente favorevole per riscrivere i principi fondanti della finanza, partendo proprio dal Global Legal Standard voluto da Giulio Tremonti che a due giorni dal summit è stato pubblicato sul blog dell’OCSE, l’organizzazione dei paesi più industrializzati. “E’ stata fatta un accelerazione enrome”, ha detto il ministro Tremonti, che è venuto all’Aquila anche se non direttamente coinvolto nei lavori, riservati ai capi di governo. Dalla presidenza spiegano che all’Aquila sono state messe le fondamenta per la nuova architettura intellettuale della finanza, a Pittsburgh, nel G20 di settembre, si procederà a costruire i tramezzi e al summit successivo, in Giappone, si metterà il tetto. Gli altri punti che erano stati al centro del G20 di Londra, in aprile, sono stati tutti ripresi: il Financial Stability Board presieduto da Mario Draghi – creato proprio in quell’occasione come organismo potenziato di coordinamento tra banchieri centrali, paesi industrializzati ed emergenti – è stato confermato come l’istituzione più idonea per individuare le politiche di uscita dalla crisi. Si è ribadita la condanna ai paradisi fiscali (che poco hanno a che fare con la crisi ma sono un bersaglio che piace ai tedeschi) e anche all’evasione. Uno dei passaggi più attesi era quello relativo alla conclusione dei negoziati di Doha, nell’Organizzazione mondiale del commercio, iniziati nel 2001 e in stallo da un anno: i leader hanno ribadito che devono essere conclusi al più presto, la data indicata è il 2010, mentre finora si era parlato del 2009. Ma per la prima volta sembra che la fine dello stallo sia davvero vicina, visto che l’India è oggi molto più collaborativa con il nuovo governo da poco eletto. Il round per lo sviluppo, quindi, forse si chiuderà “ma la spinta internazionale per sensibilizzare la comunità internazionale alle sorti dei paesi poveri non è più forte come all’inizio del millennio”, dice Adrian Lovett di Save the children, una delle ong più critiche verso il summit, che nel pomeriggio distribuiva comunicati per denunciare lo scarso impegno italiano a finanziare i progetti sanitari nei paesi poveri. “Siamo in ritardo – ha ammesso Berlusconi – ma abbiamo avuto complicazione come, appunto, il terremoto dell’Aquila”. L’unico tema che resta da trattare, il più ambizioso, è quello monetario: non è ancora chiaro se nel communiqué finale ci sarà un riferimento al futuro della moneta di riserva mondiale, oggi il dollaro. Un progetto molto caro ai cinesi che vedrebbe, almeno in una fase intermedia, il ricorso alla valuta virtuale del Fondo monetario internazionale convertibile in dollari.

09/07/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento