Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Quel (poco) che sappiamo della riforma fiscale

da Il Fatto Quotidiano del 12 gennaio

Una vignetta di Marilena Nardi

Ieri Silvio Berlusconi è tornato a Roma, un mese dopo il suo ferimento a Milano, e ha annunciato l’intenzione di intervenire entro il 2010 in materia fiscale. Vediamo per punti che cosa potrebbe succedere.

Di che cosa si discute?

Per il momento non c’è molto di concreto. Le ipotesi sono due: una riforma fiscale di ampio respiro, come vorrebbe il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, oppure un progetto più semplice di riduzione delle aliquote Irpef, come promette Silvio Berlusconi dal 1994. Infatti l’unico documento ufficiale disponibile, pubblicato sulla home page del sito del ministero dell’economia (mef.gov.it), è il “Libro bianco” scritto proprio da Tremonti nel 1994.

Cosa cambierebbe?

Stando al “libro bianco” di Tremonti il progetto dovrebbe portare a un cambiamento nella struttura delle aliquote. Nel 1994 si facevano quattro ipotesi, per un Irpef (cioè l’imposta sul reddito delle persone fisiche) a una, due o tre aliquote. L’ipotesi prevalente sembra quella a due aliquote, probabilmente 23 e 33 per cento (ma nel progetto originale erano 27 e 40). Oggi le aliquote sono sei, dal 23 al 43 per cento. Quella del 43 per cento diventerebbe 33 (per chi dichiara un reddito superiore a 100mila euro). Per gli altri un’aliquota unica al 23 per cento.

Chi ci guadagnerebbe?

Stando alle dichiarazioni 2008, gli italiani che guadagnano più di 200 mila euro sono soltanto 75 mila. Per i 21 milioni che già pagano il 23 per cento o meno non cambierà nulla. Per 13 milioni sarà una differenza minima (-4 per cento dell’aliquota), mentre i benefici più consistenti andranno a chi guadagna dai 55 mila euro in su. I più contenti di tutti saranno quelli che oggi pagano il 43 per cento e si ritroveranno inseriti nello scaglione di chi paga il 23, con un taglio del 20 per cento. Si tratta di 380 mila contribuenti che dichiarano tra i 75 e i 100 mila euro.

Quale sarebbe il risparmio?

Questa è la domanda più complicata. Per due ragioni: ogni caso è diverso e bisognerebbe avere informazioni più precise sulle contropartite. Secondo una simulazione della Cgia di Mestre, due coniugi con un figlio a carico e un reddito pro capite di 21.500 euro risparmierebbero 530 euro. Un lavoratore dipendente con 30mila euro, un figlio e una moglie a carico ne risparmierebbe 820.

Dov’è il trucco?

Nel libro bianco del 1994 si legge che il peso dell’Irpef sul totale del gettito scenderà dal 35 al 31 per cento. Nel complesso le imposte sulle “cose” saliranno dal 40 al 46 per cento e quelle sulle “persone” scenderanno dal 60 al 54 per cento. Tradotto: se da un lato si taglia, da un altro si dovrà aumentare. C’è l’ipotesi di una parziale tassa patrimoniale, per tassare non soltanto il reddito ma anche il patrimonio, concepita in funzione anti-evasione. Un’altra fonte di copertura dei  tagli all’Irpef dovrebbe essere il riordino dell’Iva, ritoccando al rialzo le aliquote che gravano sui consumi tassati meno del 20 per cento (alcuni beni alimentari come pane e pasta, l’editoria, l’elettricità e il gas). La conseguenza negativa, almeno da un punto di vista teorico, è che si procede a tagli fiscali mirati mentre gli aumenti sono generalizzati, perchè riguardano beni di consumo di uso diffuso.

E per chi resta alla stessa aliquota?

I 21 milioni che non beneficiano della riduzione dell’aliquota si troveranno comunque a finanziare gli sconti fiscali per i più abbienti pagando i beni con l’Iva aumentata. Quindi, anche per rispettare l’articolo 53 della Costituzione che impone la progressività dell’imposizione fiscale (i ricchi devono pagare di più anche in percentuale), dovrebbe essere previsto un meccanismo di quoziente famigliare. Questo è il punto più confuso, perchè tutti quelli che invocano il quoziente hanno in mente obiettivi e strumenti diversi per aiutare fiscalmente la famiglia. L’orientamento che sembra delinearsi è quello di superare il sistema attuale di micro-incentivi orientati soprattutto al sostegno della demografia preferendo un intervento più unitario che consideri l’ampiezza del nucleo famigliare (e non soltanto il numero di famigliari a carico) oltre al reddito complessivo.

Si farà davvero?

Difficile. Anche considerando l’innalzamento dell’Iva e le altre coperture servirebbero forse altri 20-30 miliardi che non ci sono (e l’ipotesi di procurarseli emettendo nuovo debito pubblico non sembra percorribile). Lo scenario  più probabile è che il gettito proveniente dalla proroga dello scudo fiscale, ancora ignoto ma nel probabile ordine di 4-5 miliardi, potrebbe essere usato per un intervento una tantum a beneficio delle famiglie, da annunciare a ridosso delle elezioni regionali di primavera.

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12/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Salvare i giornali di partito?

da Antefatto.it

L’approvazione della Finanziaria in commissione bilancio ha fatto scattare l’allarme: – “I tagli all’editoria previsti dalla Finanziaria costituiscono un’operazione di regime con cui si vuole tappare la bocca a quei tanti, piccoli giornali che ancora esprimono voci critiche della società”, è il grido di dolore di Gianni Montesano, direttore della Rinascita della sinistra (settimanale del Pdci sconosciuto alle masse).

La questione è semplice: nel 2008 Giulio Tremonti ha cambiato le regole per il finanziamento pubblico all’editoria. Come succede poi in Italia, le nuove regole sono state congelate per placare gli scontenti. E ora, con la Finanziaria 2010, dovrebbero entrare in vigore. I giornali saranno finanziati con un fondo unico, ma perderanno il “diritto soggettivo”.

Tradotto: il Gazzettino del Quartiere, se ne ha diritto, può attingere al fondo per la quota che gli compete, finché il fondo non si esaurisce. Ma resta un margine di incertezza sulla disponibilità e, soprattutto, gli editori non possono iscriverli a bilancio. Conseguenza: i conti dei giornali diventano all’improvviso fragilissimi e le banche faranno molte più storie a concedere quei crediti che sono vitali per la sopravvivenza. Tanto che, dice il sindacato di giornalisti, è a rischio la sopravvivenza di cento testate e Pd, parte degli ex di An e la Lega rumoreggiano. Per una parte della maggioranza, e per Silvio Berlusconi nello specifico, c’è il piacevole effetto collaterale di mettere in difficoltà (o di far chiudere) testate sgradite o poco amate come Il Secolo d’Italia, che appoggia Gianfranco Fini, Avvenire, il Manifesto, ecc.

Però, come ha denunciato anche il Fatto, ogni anno si sprecano milioni di euro per finanziare testate inesistenti o lette soltanto dai propri redattori, soldi distribuiti con un meccanismo opaco che assegna risorse a organi di stampa di partiti inesistenti o a cooperative che hanno alle spalle editori forti (come la famiglia Angelucci, per esempio). Qualcuno obietta che certi giornali, come Il Secolo o la Padania, servono al dibattito delle idee. Il contribuente può sempre obiettare: “Perché devono usare le mie tasse per sostenere il giornale dei leghisti o un ‘quotidiano comunista’, come si definisce il Manifesto?”.

La vicenda di questi giorni rende evidente il problema: finché i finanziamenti ai giornali vengono assegnati in modo così discrezionale, senza regole chiare e senza scelte politiche nette (per dirne una: si finanziano i quotidiani perché sono una parte dell’attività politica o perché sono uno strumento essenziale del dibattito democratico?) ci sarà sempre qualche scontento.

Che fare, dunque? Ci sono almeno tre soluzioni, di cui però nessuno osa parlare apertamente. La prima è cancellare i finanziamenti pubblici all’editoria (nel 2008, quelli relativi al 2007 erano oltre 200 milioni di euro). La seconda decidere che si finanziano i giornali in quanto espressione delle idee dei partiti, quindi tanto vale dare i soldi direttamente a loro, ai partiti. Terza ipotesi: quei soldi si spendono per “aiuti” automatici, come quelli già in essere, tipo un’Iva più bassa rispetto ad altri prodotti e parziali rimborsi degli abbonamenti postali, così si incentiva il settore. Poi tutti competono nel libero mercato, ma con costi più bassi. E vinca il migliore. Ma la politica preferisce tenere il suo potere discrezionale e assicurarsi che qualche centinaia di giornalisti stia sempre con il fiato sospeso, sapendo che il proprio posto di lavoro e lo stipendio sono a rischio.

09/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , | 1 commento

La prudenza (italiana) della Fiat

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La Punto Evo

Mentre ad Auburn Hills, Detroit, dove ha sede la Chrysler, c’è  grande fermento per la presentazione del nuovo piano industriale dell’amministratore delegato Sergio Marchionne, in Italia il gruppo Fiat mantiene una posizione di attesa. Pochi modelli nuovi, molti restyling di quelli vecchi e innovazioni importanti, come la nuova ammiraglia Lancia, rimandate a quando partiranno le produzioni congiunte con Chrysler. “In Fiat Marchionne punta su nuove motorizzazioni, come il nuovo motore multi air e presto un bicilindrico o turbo a bassi consumi, che intercetta una domanda di auto più ecologiche”, spiega Giuseppe Volpato, economista industriale autore per Il Mulino di “Fiat group automobiles, un’araba fenice nell’industria automobilistica”.

Una strategia che consente di evitare gli altissimi costi della produzione di nuovi modelli ma permette di vendere a un prezzo più alto quelli aggiornati, dando l’impressione di non essere immobili. Nell’ultima trimestrale Fiat spiega di aver stimato per il 2009 una riduzione della domanda del 20 per cento, ma nei primi nove mesi il suo fatturato si è ridotto solo dell’1,4 per cento rispetto allo scorso anno. Che, nel ramo automobili del gruppo, significa 538.900 veicoli immatricolati.

Il cardine della strategia attendista è la Punto Evo, presentata al salone di Francoforte e in vendita dal 10 ottobre che ha avuto un’ottima accoglienza sul mercato: “Abbiamo migliorato la Grande Punto per inserirla in un ambiente cambiato, perché riuscisse a mantenere la sua attitudine innovativa”, ha detto Roberto Giolito, il direttore stile di Fiat che progettò la nuova 500.

Le operazioni di restyling funzionano bene sui veicoli Fiat, più complicate su quelli degli altri marchi del gruppo. Spiega il professor Volpato che “l’Alfa Romeo è in una situazione complessa, un prodotto atteso come la nuova 166 è stato rinviato ancora, ma MiTo si vende ma meno di quanto si poteva sperare, molto dipenderà da come andranno la Milano e la Torino, rispettivamente aggiornamenti della 147 e della 157”. Il caso Lancia è il più delicato. La cura Marchionne di Fiat era partita proprio da lì, grazie anche al responsabile marketing Luca De Meo (ora in Volkswagen), con il grande successo della Ypsilon, ora un po’ invecchiata. “Il problema è che la Thesis, l’ammiraglia, non si riesce a vendere”, spiega Volpato. E proprio su Lancia si testeranno le sinergie con Chrysler. Il rilancio della casa di Detroit partirà dai marchi Jeep e Cherokee e dai mini-Suv, ma la prima auto con marchio Chrysler prodotta da Fiat dovrebbe arrivare nel 2013. E potrebbe essere proprio quella la nuova ammiraglia di cui la Lancia ha bisogno, uno stesso modello commercializzato con due marchi diversi sulle due sponde dell’Atlantico.

Uno degli effetti delle strategie ormai sempre più internazionali del gruppo è che i modelli da cui dipende il successo non sono più quelli prodotti in Italia: la Uno, decisiva per i mercati sudamericani, è prodotta in Brasile; la Cinquecento per le grandi città americane sarà fatta in Messico; la Qubo (di cui è stato appena presentato il restyling Trekking) è fabbricata in Turchia. E altri modelli presto potrebbero essere trasferiti nello stabilimento in Serbia da poco acquisito.

06/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Sorpresa M&C: De Benedetti invece di vendere compra

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Forse alla fine si confermerà solo una battaglia per una scatola vuota, ma la partita per il destino di Managment & Capitali è ancora lontana dalla conclusione. E a riaprirla, spazzando via tutti gli accordi e le premesse maturate nei mesi scorsi, è stato ieri proprio Carlo De Benedetti, che di M&C è fondatore e primo azionista.

La storia è un po’ complessa, vale la pena riassumerla. Nel 2005 De Benedetti lancia un fondo di investimento che dovrà salvare, ristrutturare e rivendere con profitto aziende decotte. In pratica un fondo di private equity, che però – ed è la prima volta – viene quotato in Borsa.
Doveva partecipare all’operazione anche Berlusconi poi, per ragioni di opportunità politica e l’opposizione del quotidiano debenedettiano Repubblica, non se ne fece niente. Dopo quattro anni M&C ha in pancia una serie di obbligazioni di Teofran (carta da cucina), quel che resta dei lanifici Botto e Fila, oltre a Comital (alluminio). Asset dal valore incerto. De Benedetti ha deciso quindi di chiudere l’esperienza e uscire dall’investimento, o almento così sembrava fino a ieri.
All’inizio dell’estate partono due offerte pubbliche di acquisto da parte di Mi.mo.se., società di investimento della famiglia torinese Segre, e dal finanziere Giovanni Tamburi, tramite la sua Tip, Tamburi Investment Partners. Entrambi sono soci di M&C. L’offerta viene fatta a prezzi superiori a quelli di mercato per offrire ai piccoli azionisti la possibilità di cedere i propri titoli al nuovo aspirante azionista di controllo che si impegna a comprare tutte quelle che gli verranno offerte. Il primo prezzo, quello della famiglia Segre, è 0,08 euro ad azione. Cioè il valore della liquidità, divisa per il numero delle azioni, che è rimasta in pancia all’azienda ieri dopo aver rimborsato ai soci quasi tutto il capitale di M&C (come dire: visto che l’azienda non vede prospettive di investimento per il capitale dei soci, lo restituisce). Tamburi aveva proposto un’offerta di superiore di oltre il 24 per cento, combinando un pagamento in contanti con uno scambio azionario. Fine della prima parte.

La seconda comincia venerdì sette agosto, con il rilancio dei due contendenti. Mi.mo.se. sale a 0,11 euro per azione, Tamburi a 0,1221. Prima di procedere bisognava aspettare il pagamento del dividendo straordinario, avvenuto giovedì, al quale era subordinata l’efficacia delle due offerte. Il passo successivo, nelle attese degli attori coinvolti, era un consiglio di amministrazione in cui M&C – e quindi De Benedetti – si sarebbe pronunciato sulle nuove offerte. E siamo a ieri, quando la presa di posizione dell’Ingegnere è arrivata, ma non nel modo previsto. Alle dieci e un quarto del mattino le agenzie battono la seguente notizia. Dai documenti di Borsa Italiana si apprende che «Carlo De Benedetti attraverso la finanziaria Romed ha acquistato fuori mercato 10,250 milioni di azioni di Management & Capitali, pari al 2,18 per cento del capitale, aumentando così la sua quota dal 16,1 per cento al 18,2 per cento. La transazione è avvenuta in due tranche – una prima di 1,25 milioni a 0,1452 euro (il 10 agosto), una seconda di 9 milioni a 0,15 euro (il 13 agosto)». In pratica De Benedetti si è ricomprato una fetta consistente della società che ha messo in vendita e sulla quale ci sono già due Opa, pagando le azioni ben più di quello che – anche dopo il rilancio – sono disposti a fare i due pretendenti, Tamburi e i Segre. La mossa è arrivata a sorpresa e molti dei soggetti coinvolti nella vicenda si chiedono non solo perché l’Ingegnere lo abbia fatto, ma anche se era legalmente in suo potere farlo. Subito dopo la notizia, le azioni di M&C cominciano a salire, finché la Borsa non le sospende. Quando le contrattazioni riaprono, ricomincia la salita. Chiudono nel pomeriggio a 0,176, con un rialzo del 21,38 per cento. Cioè il 60 per cento sopra il valore offerto da Tamburi.
Cosa spinge l’Ingegnere a comprarsi a caro prezzo qualcosa che lui stesso ha messo sul mercato? «Evidentemente si è reso conto che le partecipazioni di M&C valgono più di quello che si pensa, come molti dicono da mesi», dice una fonte molto vicina al dossier. L’acquisto di De Benedetti è quindi un messaggio al mercato che dovrebbe stimolare nuovi rialzi nelle offerte e di fatto cancella il termine ultimo per aderire alle offerte d’acquisto, il 15 settembre, perché nessuno venderà più ai due offerenti, in un momento in cui il prezzo pagato dal mercato – dopo il segnale di De Benedetti – è tanto superiore.

C’è chi, in ambienti vicini a M&C, ha visto nella mossa dell’Ingegnere il segnale che la terza Opa è finalmente pronta. Dovrebbe fare capo ad Alessio Nati, genero della moglie dell’Ingegnere, che un mese fa spiegava alla Consob di avere «in corso uno studio di fattibilità» dell’operazione ma senza decisioni ancora prese. Da ieri, però, circola l’ipotesi che Nati sia pronto a impegnarsi, magari proprio al fianco di un De Benedetti pentito dalla scelta di vendere, o almeno con la sua benedizione. E l’acquisto di ieri si configurerebbe quindi come il segnale d’inizio del terzo tempo della partita. Che diventa sempre più contorta e dove tutti hanno un’unica certezza: la conclusione è lontana e il prezzo da pagare per il controllo di quella che a molti continua a sembrare una scatola vuota potrebbe essere ben più alto del previsto.

 

15/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Nell’eterno derby Mi-To, Milano tenta la rimonta

MODELLI. La politica milanese ritrova compattezza (tutta a destra), Chiamparino in attesa. E Mirafiori si ferma per un giorno.

L'Alfa MiTo
Da anni si rincorrono, si confrontano e si superano. Di quella che resta indietro si parla subito di declino imminente. Milano e Torino, Mi-To, la megalopoli – sempre e solo potenziale – del Nord. Per la prima volta da molti mesi, Milano sembra in rimonta su Torino.

Questi i fatti. Ieri a Torino c’è stato lo sciopero di operai della Fiat «più grande dal 2003 e da quando c’è Sergio Marchionne», ha detto il segretario provinciale della Fiom Giorgio Airaudo. L’adesione, secondo il sindacato, è stata di quasi del quaranta per cento, e senza divisioni tra sigle: tutti vogliono essere rassicurate che gli aumenti introdotti nel 2006, una specie di una tantum da 800 euro per pagare le vacanze, sia garantita anche in quest’anno di cassaintegrazione e difficoltà. Un evento che è stato notato anche perché Marchionne ha sempre avuto rapporti eccellenti con i sindacati, in tutta la sua carriera e soprattutto in quella in Fiat. «É una classica lotta salariale difensiva, i lavoratori chiedono all’azienda di vedere i soldi che ha promesso ma per ora non ha mantenuto», spiega Ferdinando Liuzzi, della Fiom. Intanto l’azienda, con l’amministratore delegato Sergio Marchionne, ha dichiarato di essere interessata alla carrozzeria Bertone, più di mille dipendenti, in crisi dal 2005. Il modello Torino che si era costruito in questi anni, però, non si reggeva solo sulla Fiat, che ora è un po’ meno torinese e molto più internazionalizzata (soprattutto da quando Marchionne è in carica come capo della nuova Chrysler). C’era anche la sinergia con le istituzioni. L’ultimo guizzo della spinta propulsiva torinese nella politica italiana è stato il tentativo di Sergio Chiamparino di inserirsi nella competizione per la segreteria del Partito democratico. Ma alla fine ha deciso di restare in attesa, sopra le parti, in attesa di tempi più adatti a riproporre la torinesità in politica. Nei mesi scorsi si era parlato di un declino del modello Torino anche per l’attrazione progressiva che Milano esercitava sul conglomerato Intesa San Paolo che, con l’uscita di Pietro Modiano, ha perso uno dei garanti del legame con la città.

Per una coincidenza temporale che forse ha un valore simbolico, nella stessa mattina in cui – a Torino – gli operai sfilavano contro la Fiat, sul Sole 24 Ore di ieri Alberto Meomartini annunciava che «il rilancio può partire da Milano». Meomartini è il presidente di Assolombarda, l’associazione degli industriali della Lombardia, e ha appena formato la sua giunta con cui provare a sfruttare la grande occasione che ha Milano per costruire un sistema imprenditoriale: l’Expo 2015. Domani iniziano gli “Stati generali” dell’Expo al Teatro Dal Verme, un «brainstorming» come l’ha chiamato Roberto Formigoni, che dovrebbe fare da nuovo inizio per la preparazione dell’evento. Il primo anno dopo l’assegnazione è andato sprecato nelle tensioni tra Roma, Milano, Giulio Tremonti e il sindaco Letizia Moratti: ma ora, con il nuovo amministratore delegato Lucio Stanca al posto di Paolo Glisenti sembra che qualcosa sia cambiato. «È Meomartini l’uomo chiave. Operazioni come l’Expo hanno bisogno di un sistema che ha sua volta necessita di un centro, di qualcuno che agisca come punto di aggregazione. La sua Assolombarda può svolgere questa funzione», dice l’economista Giulio Sapelli, che insegna alla Università Statale di Milano. Le ultime elezioni, del sette giugno, hanno portato alla guida della provincia Guido Podestà, del Popolo della libertà, al posto di Filippo Penati, del Pd, determinando una maggiore omogeneità politica che dovrebbe favorire la collaborazione. Con l’altro vertice del quadrilatero, oltre a Stanca, Moratti e Podestà, che viene di solito individuato nella camera di commercio guidata da Carlo Sangalli. «L’impressione che qualcosa stia cambiando è recente, nei mesi scorsi si è veramente temuto il collasso», dice Sapelli, e testimonianza del clima la offre il libro del giornalista Marco Alfieri, “La peste di Milano” (Feltrinelli).

Anche Mario Monti, il presidente della Bocconi, ha individuato nell’Expo 2015 l’evento decisivo del prossimo decennio, al termine di settimane in cui era circolata la voce di una possibile rinuncia al progetto (Tremonti non ne è mai stato entusiasta). «In assenza di una scadenza-chiave dataci dall’Europa, dovrebbe essere la comunità nazionale, guidata dal governo a darsene una, per farvi convergere gli sforzi pubblici e privati», ha scritto Monti sul Corriere della Sera il 28 giugno.

Il successo, politico ma anche logistico, del G8 de L’Aquila ha trasmesso l’impressione a livello internazionale che l’Italia può essere capace di gestire eventi internazionali di quel livello, e già si parla del modello aquilano applicato a Milano. Se poi si vuole stare sul piano dei simboli del momentum milanese, poi, bisogna aggiungere all’elenco il progetto leghista della nuova cittadella del cinema in viale Fulvio Testi. Alla fine del 2008, quando si celebravano le esequie del modello Torino dopo l’uscita di Modiano da Intesa San Paolo, tra i segnali a favore della tesi declinista ce n’era anche in quel caso uno cinematografico, l’addio di Nanni Moretti al fesrival del cinema di Torino. Ma poche settimane dopo è iniziata la partita internazionale della Fiat di Marchionne per conquistare prima Chrysler e per tentare di replicare l’operazione con Opel, mossa (per ora) senza risultati. E si è cominciato a parlare di un nuovo modello Torino.

A settembre, come ha confermato anche il direttore del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Khan, la crisi dell’economia reale diventerà più grave dal punto di vista dell’occupazione. E si vedrà se questo sposterà di nuovo gli equilibri parziali tra la città della grande fabbrica, Torino, e quella delle piccole imprese disperse nell’hinterland, Milano.

15/07/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Breve storia dell’uomo che fa viaggiare i treni

L’ingegnere che fu sindacalista, trent’anni in azienda, oggi è un monopolista di successo. Da mesi sfida Alitalia di Sabelli e si prepara per Montezemolo.

MORETTI

Non fosse per la questione sicurezza, Mauro Moretti non avrebbe motivo di preoccuparsi di quello che si dice e scrive di lui. L’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato è l’uomo che «ho trovato due miliardi di perdite, e ora sono in attivo», come ha detto lui in un’intervista recente al Giornale. Di interviste ne fa parecchie: almeno una al mese, a volte anche tre. Per spiegare come sta trasformando il simbolo dei carrozzoni di Stato in un’impresa che fa utili, successi che dimostrano che «la polivalenza manageriale non paga». Tradotto: basta mettere uno che è cresciuto dentro le ferrovie, un ingegnere che sa come funzionano i treni a capo della società incaricata di farli muovere, e le cose si aggiustano. Cinquantacinque anni, nato a Rimini, ex maestro di pattinaggio, sindaco appena rieletto di Mompeo, borgo vicino Rieti, trent’anni a occuparsi di ferrovie, vagoni e locomotori. Diventa anche sindacalista della Cgil, dicono che volesse fare carriera dentro al sindacato. Quando capì che non ci sarebbe riuscito, tornò in azienda e continuò a scalare posizioni. Nel 2007 Romano Prodi lo nomina amministratore delegato, dal 2008 il feeling con Silvio Berlusconi si consolida fino a culminare nella famosa esibizione del presidente ferroviere, Berlusconi con il cappello da macchinista nel giorno dell’inaugurazione dell’Alta velocità. Chi ha lavorato con lui racconta di un manager «duro, talvolta dittatoriale», che non ama contraddizioni e con la capacità di ricordarsi dei nemici per anni, anche decenni, senza perdonare. Guadagna, sommando le diverse componenti della retribuzione, 680mila euro all’anno (è un dato pubblico, ieri il ministro Renato Brunetta ha messo sul sito del suo ministero gli stipendi di tutti i dirigenti delle aziende partecipate dallo Stato).

Treni spezzati

Peccato per gli incidenti che continuano. A gennaio l’Eurostar che si spezza tra Napoli e Bologna nella notte del 25 gennaio, poi la recente paralisi della linea Firenze-Bologna (un cavo che si rompe in una galleria, sfonda il vetro, il macchinista ferito sfrutta la discesa per portare il convoglio in stazione, ritardi di oltre tre ore), e infine il disastro di ieri a Viareggio. Nessuno direttamente imputabile alle Fs, ma rischiano di pesare sul futuro dell’azienda come l’incidente del Pendolino del 1997 a Piacenza. La colpa venne data alla troppa velocità, con un conseguente inasprimento dei limiti per i macchinisti che, secondo alcuni esperti di circolazione ferroviaria, hanno solo rallentato i treni dei pendolari senza migliorarne l’affidabilità. Su questo tema Moretti ha fatto anche scelte a rischio di impopolarità. Ha rivendicato il licenziamento del ferroviere Dante De Angelis, che nel corso di una puntata della trasmissione Report aveva duramente criticato la gestione dell’azienda: «Ha detto due falsità – ha detto di recente Moretti – che manca la manutenzione e che ne va della sicurezza. Allarme infondato che ha incrinato il rapporto fiduciario tra lui e l’azienda».

Duello

A parte la sicurezza, l’unica critica che gli viene mossa da chi non lo ama è di essere troppo abile. Di sfruttare al meglio la sua condizione di dirigente di un’azienda che è privatizzata nella forma ma pubblica nella sostanza, di essere un monopolista che sa come consolidare il monopolio dando però l’impressione di tifare per una concorrenza spietata, soprattutto verso gli aerei. Rocco Sabelli, l’amministratore delegato di Alitalia, è spesso il bersaglio delle interviste di Moretti: «Le mie Fs più veloci e affidabili dell’aereo» (Repubblica); «Roma-Milano, il treno sorpassa l’aereo» (Il Sole 24 Ore). I due hanno avuto un piccolo screzio anche il 25 giugno, alla presentazione del logo per il turismo “Magic Italy”, Sabelli ha detto, scherzando ma non troppo, che «il presidente Berlusconi promuove un po’ troppo il treno». Sono mesi che si sfidano, Freccia Rossa contro Freccia Verde (Fs ha protestato con l’Antitrust), tariffe speciali sui treni prenotando in anticipo contro biglietti scontati sull’aereo, Sabelli accusa Moretti di competere solo grazie agli investimenti dello Stato, Moretti accusa Sabelli di sopravvivere solo grazie allo Stato che paga gli ammortizzatori sociali ai dipendenti in esubero. «Le Ferrovie ricevono ogni anno sei miliardi di euro dallo Stato: è singolare che Moretti possa rivendicare di essersi emancipato dal pubblico quando gli investimenti della sua società vengono pagati dai contribuenti, a partire dall’Alta velocità che è stata pagata da tutti noi», dice Marco Ponti, professore di Economia dei trasporti al politecnico di Milano. L’Alta velocità che è il vanto e il potenziale volano di sviluppo delle Fs della gestione Moretti, ha calcolato Ponti, ha aumentato la capacità produttiva della linea Roma-Milano di 330 treni al giorno. Ma i passeggeri sottratti ad Alitalia non sono più di tremila, che ne riempiono al massimo quattro. Ma il nodo politico più delicato è quello dei treni locali, che servono molto agli amministratori locali, talvolta ai pendolari, quasi mai ai bilanci aziendali. Secondo Ponti «due terzi dei treni dichiarati sociali non lo sono», ampliando la categoria di treni che vengono assicurati non per ragioni di profitto ma per garantire il servizio, Moretti riesce a massimizzare il contributo pubblico. Una scelta a perdere che Fs può permettersi perché controlla il 92 per cento del mercato. Adesso sta per arrivare un (piccolo) concorrente, Ntv, compagnia ferroviaria di Luca di Montezemolo e Diego delal Valle, un altro fronte molto delicato dei rapporti dialettici di Moretti. Ntv ha già fatto un esposto all’Antitrust accusando il capo delle Ferrovie di ostacolare il suo ingresso nel sistema. Il 22 giugno Moretti e Montezemolo sono stati entrambi a palazzo Chigi. Ma l’amministratore delegato di Fs dice di non averlo incrociato: «Io non l’ho visto, sarà venuto a parlare della Ferrari».

02/07/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Alla “school” ci vado ancora, il Pd non più

A leggere sui giornali la preparazione del congresso del Pd, uno può anche avere l’impressione che i dirigenti siano davvero interessati al rinnovamento.

Poi basta stare per tre giorni a contatto con il mondo intorno al partito, come ho fatto io questo weekend, per capire che le cose sono diverse. Ho passato tre giorni a Venezia, a fare una summer school del Centro di formazione politica. Nel 2007 ho frequentato i corsi del Cfp di Milano, una scuola che se avesse davvero un partito alle spalle sarebbe, appunto, una scuola di partito. Voluta da Francesco Rutelli, ideata da Massimo Cacciari – che poi non ha potuto seguirla come avrebbe voluto perché è diventato di nuovo sindaco – e diretta dal professor Nicola Pasini. Al Cfp ci sono i giovani. Quelli veri, non i quarantacinquenni “ragazzi di Piombino” che si sono riuniti al Lingotto sabato. Quando io ho frequentato una volta al mese i weekend intensivi a Milano, di anni ne avevo ventidue. E c’erano giovani ricercatori, ingegneri, brillanti trentenni laureati e con master che lavorano nella finanza o fanno gli imprenditori, universitari e, addirittura, alcuni giovani amministratori locali, consiglieri comunali o militanti di base. C’erano siciliani che prendevano l’aereo per venire ad ascoltare a Milano Michele Salvati, Aldo Bonomi, Cacciari o il professor Alberto Martinelli. Abruzzesi che si facevano dodici ore di treno per discutere di alleanze e schieramenti ma soprattutto di Europa, di economia reale, di policy più che di politics. Poca politica e molte politiche. Io non ero interessato a fare politica attiva, non ho mai avuto tessere, ma a ventidue anni è legittimo essere curiosi. Altri, invece, speravano di imparare qualcosa che servisse ad essere più incisivi nel partito, a portare qualche idea nuova. E magari, chissà, fare un po’ di carriera interna, come è giusto che sia se si è più preparati.

Ho capito che c’era qualcosa che non andava (nel partito, non nella scuola), quando Walter Veltroni è venuto a consegnarci i diplomi di fine corso. Era il momento della “nuova stagione”, dopo le primarie, quando il Pd era in una fase embrionale in cui si poteva ancora sperare che le cose andassero diversamente da come poi sono andate. Il segretario della bella politica, quello che pochi mesi dopo avrebbe candidato Marianna Madia «con tutta la sua inesperienza» come capolista nel Lazio, è venuto a Milano a parlare davanti a ottanta ragazzi che avevano appena finito una scuola di formazione durata un anno. Altro che i weekend singoli di Libertà e giustizia o i costosi e fulminei seminari di Ulibo. «Adesso dirà qualcosa», pensavo. Dopo aver parlato di alleanze, riformismo e risposto a qualche polemica contingente, dirà che il partito aspetta solo le nostre energie, che il centrosinistra ha bisogno di persone che non sono post o ex. Invece no, neppure una parola.

Ma almeno Veltroni si era presentato. Il weekend scorso, a Venezia, alla Summer school del Cfp non è venuto proprio nessuno. Non si è visto un solo dirigente del centrosinistra. I giovani, però, c’erano. E molti stanno continuando a impegnarsi, dopo aver finito il Cfp, in modi diversi. C’è un ragazzo veneto che organizza dibattiti con i giovani dei partiti presentandosi come “studente Cfp”, perché con il Pd non ha mai avuto contatti (e a questo punto neanche vuole averli). Un’altra vorrebbe fare una succursale napoletana del Cfp, altri stanno costruendo siti di dibattito. Dopo cinque anni di corsi, il centro ha coinvolto quasi quattrocento persone, che ora si stanno organizzando anche in un’associazione di alunni. Se avessero una sponda, qualcuno che li considera, potrebbero diventare un pezzo importante di un Pd che, come ha scritto Ilvo Diamanti (lui a Venezia c’era), è completamente privo di idee su tutti i temi rilevanti. Dall’economia alla sicurezza. Ma a parte Cacciari, che ci ospitava e discuteva con noi, nessuno ha sentito il bisogno di farsi vedere. Né Dario Franceschini né Pierluigi Bersani. Troppo concentrati su Debora Serracchiani, il loro modello di giovane (38 anni, una vita nel partito, qualità ancora tutte da dimostrare), o Luca Sofri (45 anni, blogger), o virgulti come David Sassoli (53), per accorgersi che a sinistra i giovani ci sarebbero davvero, anche fuori dalle federazioni giovanili che raccolgono solo aspiranti professionisti della politica, eterni studenti universitari in attesa della loro prima poltrona.

 E non è neanche troppo difficile trovarli. Ma se li stanno lasciando sfuggire. Qualcuno, me incluso, lo hanno già perso.

 

30/06/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 3 commenti