Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

La crisi e il ritorno agli anni Ottanta

da Il Fatto Quotidiano del 10 gennaio 2010

di Vladimiro Giacché

(economista e partner di Sator spa)

La notizia è di fine dicembre, e la maggior parte dei giornali l’ha confinata in poche righe. Ma avrebbe meritato maggiore attenzione: il servizio studi della Banca d’Italia, in una ricerca sulla crisi internazionale e il sistema produttivo italiano, ha fatto piazza pulita di tutte le fandonie di questi mesi sulla presunta buona tenuta della nostra economia. Con queste parole: “Rispetto ai massimi toccati all’inizio del 2008, nel secondo trimestre dell’anno in corso l’indice della produzione ha segnato una diminuzione cumulata prossima al 25 per cento, con il risultato che, nella scorsa primavera, il volume delle merci prodotte si era riportato al livello della metà degli anni Ottanta. Nella media dell’area e nei suoi principali paesi, il calo è stato inferiore. Misurato in termini di trimestri persi, cioè di quanto indietro nel tempo sono tornati i livelli della produzione, la maggiore gravità della situazione italiana risulta evidente: i 12 e i 13 trimestri di Francia e Germania si confrontano con i quasi 100 dell’Italia”. I trimestri perduti sono per l’esattezza 92: la produzione a metà 2009 si è quindi attestata agli stessi livelli del secondo trimestre del 1986. Fanno 23 anni: non abbiamo perso il lavoro di una generazione, ma poco ci manca.


Un primato poco invidiabile, reso possibile dal fatto che in Italia la crisi è arrivata dopo un lungo periodo di stagnazione, databile dalla seconda metà degli anni Novanta. Cioè da quando sono finite le svalutazioni competitive che periodicamente rianimavano le esportazioni italiane (l’ultima è del 1995). A questo punto le imprese avrebbero dovuto cambiare gioco, puntando sull’innovazione di prodotto e soprattutto di processo. Hanno preferito premere l’acceleratore, più ancora che in passato, sugli altri due pedali tradizionalmente adoperati: il basso costo del lavoro e l’evasione fiscale. Solo così si spiegano i dati apparentemente contraddittori esibiti dall’economia italiana in questo periodo. Da un lato la produttività del lavoro ha un andamento pessimo (scende all’1,7 per cento negli anni 1992-2000, ed è addirittura nulla dal 2000 al 2008), e il Prodotto interno lordo ristagna: negli anni 1999-2009 la crescita complessiva è stata appena del 5,5 per cento, mentre i paesi dell’area dell’euro crescevano in media del 13,5 per cento. Dall’altro, i profitti non solo tengono, ma crescono: dopo il 1993 sono aumentati per tutti gli anni Novanta, sia in percentuale del Pil sia come quota sul valore aggiunto, e lo stesso è avvenuto anche nei primi anni Duemila. Come è possibile? In un solo modo: attraverso un gigantesco trasferimento di ricchezza a danno dei salari. E infatti negli ultimi venti anni in Italia il valore degli stipendi rispetto al Prodotto interno lordo è crollato del 13 per cento (contro un calo dell’8 per cento nei 19 paesi più avanzati). Oggi le buste paga italiane sono scivolate al posto numero 23 (su 30) nella classifica dei paesi più industrializzati dell’Ocse, e risultano inferiori del 32 per cento rispetto alla media dell’Europa a quindici.


A questo va poi aggiunta un’evasione fiscale da guinness dei primati, ben testimoniata dai 95 miliardi di euro appena condonati al prezzo di un obolo del 5 per cento. In 10 anni, siamo già alla terza amnistia fiscale (solo all’estero però la si chiama così: in Italia, regno degli eufemismi, si preferisce parlare di “scudo fiscale”). Ed è grave. Perché, anche se di rado ci viene rammentato, l’evasione fiscale non è soltanto una vergogna (e un reato), ma è anche disastrosa dal punto di vista economico. Amplifica le disuguaglianze sociali, rende impossibile affrontare il problema del debito pubblico e distorce la concorrenza. Ma soprattutto perpetua un handicap storico del nostro sistema produttivo: il nanismo delle imprese. Sino a non molto tempo fa impazzava la retorica del “piccolo è bello”, delle piccole imprese capaci di sfidare le leggi dell’economia facendo a meno delle economie di scala.


La verità era ed è un’altra: in Italia in molti casi il consolidamento industriale che sarebbe stato necessario è stato evitato grazie a quel particolare abbattimento dei costi di produzione rappresentato proprio dall’evasione. Imprese che sarebbero state fuori mercato se avessero pagato le tasse, si sono autoridotte questo costo e così sono riuscite a fare profitti (perlopiù poi non investiti nella produzione, ma dirottati sul patrimonio personale dell’imprenditore). Tutto questo ha concorso a far scivolare il nostro sistema economico verso una frontiera competitiva arretrata, imperniata sulla competizione di prezzo, anziché sulla qualità e sul contenuto tecnologico dei prodotti, in concorrenza con i paesi emergenti e di nuova industrializzazione: una battaglia persa in partenza. È qui che va ricercata la radice della stagnazione economica del nostro paese e della batosta economica che si è profilata nei primi anni del nuovo secolo, quando la riduzione dei dazi all’importazione di molti prodotti ha messo fuori mercato numerose nostre produzioni. È su questo spiazzamento competitivo che la crisi mondiale iniziata nel 2007 si è innestata, infierendo ulteriormente. Sarebbe urgente invertire la rotta. Si sta facendo il contrario.


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11/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Salvare i giornali di partito?

da Antefatto.it

L’approvazione della Finanziaria in commissione bilancio ha fatto scattare l’allarme: – “I tagli all’editoria previsti dalla Finanziaria costituiscono un’operazione di regime con cui si vuole tappare la bocca a quei tanti, piccoli giornali che ancora esprimono voci critiche della società”, è il grido di dolore di Gianni Montesano, direttore della Rinascita della sinistra (settimanale del Pdci sconosciuto alle masse).

La questione è semplice: nel 2008 Giulio Tremonti ha cambiato le regole per il finanziamento pubblico all’editoria. Come succede poi in Italia, le nuove regole sono state congelate per placare gli scontenti. E ora, con la Finanziaria 2010, dovrebbero entrare in vigore. I giornali saranno finanziati con un fondo unico, ma perderanno il “diritto soggettivo”.

Tradotto: il Gazzettino del Quartiere, se ne ha diritto, può attingere al fondo per la quota che gli compete, finché il fondo non si esaurisce. Ma resta un margine di incertezza sulla disponibilità e, soprattutto, gli editori non possono iscriverli a bilancio. Conseguenza: i conti dei giornali diventano all’improvviso fragilissimi e le banche faranno molte più storie a concedere quei crediti che sono vitali per la sopravvivenza. Tanto che, dice il sindacato di giornalisti, è a rischio la sopravvivenza di cento testate e Pd, parte degli ex di An e la Lega rumoreggiano. Per una parte della maggioranza, e per Silvio Berlusconi nello specifico, c’è il piacevole effetto collaterale di mettere in difficoltà (o di far chiudere) testate sgradite o poco amate come Il Secolo d’Italia, che appoggia Gianfranco Fini, Avvenire, il Manifesto, ecc.

Però, come ha denunciato anche il Fatto, ogni anno si sprecano milioni di euro per finanziare testate inesistenti o lette soltanto dai propri redattori, soldi distribuiti con un meccanismo opaco che assegna risorse a organi di stampa di partiti inesistenti o a cooperative che hanno alle spalle editori forti (come la famiglia Angelucci, per esempio). Qualcuno obietta che certi giornali, come Il Secolo o la Padania, servono al dibattito delle idee. Il contribuente può sempre obiettare: “Perché devono usare le mie tasse per sostenere il giornale dei leghisti o un ‘quotidiano comunista’, come si definisce il Manifesto?”.

La vicenda di questi giorni rende evidente il problema: finché i finanziamenti ai giornali vengono assegnati in modo così discrezionale, senza regole chiare e senza scelte politiche nette (per dirne una: si finanziano i quotidiani perché sono una parte dell’attività politica o perché sono uno strumento essenziale del dibattito democratico?) ci sarà sempre qualche scontento.

Che fare, dunque? Ci sono almeno tre soluzioni, di cui però nessuno osa parlare apertamente. La prima è cancellare i finanziamenti pubblici all’editoria (nel 2008, quelli relativi al 2007 erano oltre 200 milioni di euro). La seconda decidere che si finanziano i giornali in quanto espressione delle idee dei partiti, quindi tanto vale dare i soldi direttamente a loro, ai partiti. Terza ipotesi: quei soldi si spendono per “aiuti” automatici, come quelli già in essere, tipo un’Iva più bassa rispetto ad altri prodotti e parziali rimborsi degli abbonamenti postali, così si incentiva il settore. Poi tutti competono nel libero mercato, ma con costi più bassi. E vinca il migliore. Ma la politica preferisce tenere il suo potere discrezionale e assicurarsi che qualche centinaia di giornalisti stia sempre con il fiato sospeso, sapendo che il proprio posto di lavoro e lo stipendio sono a rischio.

09/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , | 1 commento

La prudenza (italiana) della Fiat

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La Punto Evo

Mentre ad Auburn Hills, Detroit, dove ha sede la Chrysler, c’è  grande fermento per la presentazione del nuovo piano industriale dell’amministratore delegato Sergio Marchionne, in Italia il gruppo Fiat mantiene una posizione di attesa. Pochi modelli nuovi, molti restyling di quelli vecchi e innovazioni importanti, come la nuova ammiraglia Lancia, rimandate a quando partiranno le produzioni congiunte con Chrysler. “In Fiat Marchionne punta su nuove motorizzazioni, come il nuovo motore multi air e presto un bicilindrico o turbo a bassi consumi, che intercetta una domanda di auto più ecologiche”, spiega Giuseppe Volpato, economista industriale autore per Il Mulino di “Fiat group automobiles, un’araba fenice nell’industria automobilistica”.

Una strategia che consente di evitare gli altissimi costi della produzione di nuovi modelli ma permette di vendere a un prezzo più alto quelli aggiornati, dando l’impressione di non essere immobili. Nell’ultima trimestrale Fiat spiega di aver stimato per il 2009 una riduzione della domanda del 20 per cento, ma nei primi nove mesi il suo fatturato si è ridotto solo dell’1,4 per cento rispetto allo scorso anno. Che, nel ramo automobili del gruppo, significa 538.900 veicoli immatricolati.

Il cardine della strategia attendista è la Punto Evo, presentata al salone di Francoforte e in vendita dal 10 ottobre che ha avuto un’ottima accoglienza sul mercato: “Abbiamo migliorato la Grande Punto per inserirla in un ambiente cambiato, perché riuscisse a mantenere la sua attitudine innovativa”, ha detto Roberto Giolito, il direttore stile di Fiat che progettò la nuova 500.

Le operazioni di restyling funzionano bene sui veicoli Fiat, più complicate su quelli degli altri marchi del gruppo. Spiega il professor Volpato che “l’Alfa Romeo è in una situazione complessa, un prodotto atteso come la nuova 166 è stato rinviato ancora, ma MiTo si vende ma meno di quanto si poteva sperare, molto dipenderà da come andranno la Milano e la Torino, rispettivamente aggiornamenti della 147 e della 157”. Il caso Lancia è il più delicato. La cura Marchionne di Fiat era partita proprio da lì, grazie anche al responsabile marketing Luca De Meo (ora in Volkswagen), con il grande successo della Ypsilon, ora un po’ invecchiata. “Il problema è che la Thesis, l’ammiraglia, non si riesce a vendere”, spiega Volpato. E proprio su Lancia si testeranno le sinergie con Chrysler. Il rilancio della casa di Detroit partirà dai marchi Jeep e Cherokee e dai mini-Suv, ma la prima auto con marchio Chrysler prodotta da Fiat dovrebbe arrivare nel 2013. E potrebbe essere proprio quella la nuova ammiraglia di cui la Lancia ha bisogno, uno stesso modello commercializzato con due marchi diversi sulle due sponde dell’Atlantico.

Uno degli effetti delle strategie ormai sempre più internazionali del gruppo è che i modelli da cui dipende il successo non sono più quelli prodotti in Italia: la Uno, decisiva per i mercati sudamericani, è prodotta in Brasile; la Cinquecento per le grandi città americane sarà fatta in Messico; la Qubo (di cui è stato appena presentato il restyling Trekking) è fabbricata in Turchia. E altri modelli presto potrebbero essere trasferiti nello stabilimento in Serbia da poco acquisito.

06/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Ecco cos’è successo quest’estate in Borsa

Ecco il pezzo che è uscito ieri, mi scuso per il ritardo. Nel frattempo il cda di Risanamento è stato rinviato ancora, al nove settembre. E sembra di percepire che sia in corso, sottotraccia, un vero braccio di ferro con la Consob: cederanno prima le banche, tirando fuori i soldi, o la commissione di Cardia esentandole dall’obblico di Opa?

Piazza Affari

Piazza Affari

Con l’arrivo di settembre finisce, almeno sul calendario, l’estate di Piazza Affari: nei mesi delle vacanze la Borsa è stata dominata da ascese (Francesco Gaetano Caltagirone) e declini (Luigi Zunino) che ancora non hanno completato la loro parabola, mentre gli investitori si sono interrogati a lungo sulle vere intenzioni di Carlo De Bendetti e ancora non hanno trovato tutte le risposte. All’inizio della settimana che segna il ritorno alla normalità dopo la pausa estiva, con le città che – secondo Assoedilizia – si ripopolano del 95 per cento dei propri abitanti, ecco il punto della situazione sulle avventure della finanza d’estate. Per chi si è perso le puntate precedenti.

Risanamento. All’apertura della Borsa, ieri, il titolo di Risanamento ha toccato i massimi dell’anno, a 0,56 euro per azione. Segnale che il mercato è ottimista sul futuro del gruppo immobiliare oggi controllato da Luigi Zunino, che ha tre miliardi di debiti ed è sull’orlo del fallimento. Ma l’accordo tra le banche creditrici sembra pronto e Risanamento potrà continuare ad esistere grazie a un aumento di capitale e all’emissione di nuovo debito garantito dalle banche. In cambio, prenderanno il controllo dell’azienda, estromettendone il fondatore che – dopo una sfolgorante ascesa, grazie al progetto del quartiere Santa Giulia a Milano – ha portato la società al collasso sotto il peso dei debiti. Almeno in teoria: ieri il consiglio di amministrazione della società, che doveva ufficializzare l’accordo trovato con le banche (che nei rispettivi cda dovrebbero aver già varato il piano) è finito nel nulla e verrà riconvocato nei prossimi giorni. All’inizio dell’estate, dopo la richiesta della procura di Milano, l’ipotesi del fallimento sembrava quella più probabile, invece le cose sembra stiano andando diversamente. Resta però un ulteriore problema: quando le banche diventeranno azioniste, dopo la conversione dei crediti in azioni, supereranno complessivamente la soglia del 30 per cento che rende obbligatorio lanciare un’offerta pubblica d’acquisto sull’intero capitale, agli attuali (alti) prezzi di mercato. Gli istituti di credito hanno chiesto alla Consob di essere esentati dall’obbligo, adducendo anche lo stato di crisi della società, ma la commissione di vigilanza sta ancora studiando il dossier e, quando avrà raggiunto una conclusione, lo comunicherà in via riservata allo studio legale che ha sollevato il quesito per conto delle banche. Non sono chiari i tempi, ma ci vorrà sicuramente ancora qualche giorno e forse questo spiega il rinvio del cda deciso ieri.

Intesa Sanpaolo. Il principale creditore di Risanamento è Intesa San Paolo, la banca guidata da Corrado Passera che alla fine della scorsa settimana ha presentato i conti semestrali: non eccezionali ma soddisfacenti – secondo gli analisti – per essere da tempo di crisi, 1,6 miliardi di utile netto. L’esposizione verso Risanamento è di oltre 700 milioni e Passera è stato quindi uno dei più attivi, insieme al banchiere Salvatore Mancuso (ex Banco di Sicilia, ebbe un duro scontro con Alessandro Profumo dopo l’acquisizione da parte di Unicredit) che ha seguito il dossier su mandato di Intesa. Se questa vicenda si sta risolvendo, un’altra che si pensava potesse chiudersi nei mesi estivi è rimasta aperta. All’inizio di luglio, infatti, l’autorità Antitrust ha bocciato anche la versione leggera del patto tra due azionisti della banca, le Assicurazioni Generali e l’istituto francese Crédit Agricole, per agire in sintonia in modo da «preservare e accrescere nel tempo il valore delle rispettive partecipazioni». La dialettica con l’Antitrust conitnuerà per tutto il 2009, ma Passera ha già detto che non ha intenzione di far pagare alla banca una multa – che può andare da 500 milioni a cinque miliardi di euro – causata dalle scelte dei suoi azionisti.

Generali. E proprio le Assicurazioni Generali sono state al centro di un dibattito che ha attraversato – sottotraccia – l’estate di Borsa, non solo per la vicenda Crédit Agricole. Tra il 19 e il 20 agosto l’imprenditore immobiliare romano Francesco Gaetano Caltagirone ha comprato azioni del gruppo assicurativo di Trieste per 1,6 milioni di euro, che si sono aggiunti ai 6,94 spesi pochi giorni prima. Risultato finale: una partecipazione che sfiora il due per cento e che rende Caltagirone, che è anche vicepresidente del Monte dei Paschi di Siena (a sua volta nel capitale delle Generali), uno degli azionisti più influenti nell’autunno in arrivo. Già la scorsa estare il costruttore aveva fatto acquisti e da tempo ha eletto le Generali a rifugio protetto per la sua enorme liquidità in questi anni di crisi finanziaria, ma questa volta l’accrescimento della quota è stato letto come una mossa per acquisire una posizione di influenza nella partita che sta iniziando per determinare il successore dell’attuale presidente del gruppo, Antoine Bernheim, ottantaquattrenne, che dovrebbe lasciare. Anche se l’ipotesi di un suo rinnovo non è completamente da escludere. L’estate, considerando i mesi di luglio e agosto, è andata molto bene per il titolo in Borsa, che ha conseguito un rialzo di circa il 17 per cento.

Management&Capitali. All’inizio dell’estate Carlo De Bendetti, editore di Repubblica, mette in vendita un fondo di investimento per comprare, ristrutturare e rivendere imprese in difficoltà fondato nel 2005. Vengono lanciate due offerte pubbliche d’acquisto da due suoi soci, la famiglia Segre e il finanziere Giovanni Tamburi, subordinate alla restituzione di quasi tutta la liquidità ai soci. Quando le due opa diventano efficaci, il 13 agosto, si scopre a sorpresa che l’Ingegnere sta comprando invece di vendere e a prezzi superiori a quelli di mercato e delle due opa, da quindici a diciannove centesimi contro dodici. Diventa quindi quasi impossibile il successo per le due opa, che si chiuderanno il 15 settembre, visto che nessuno venderà le sue azioni a un prezzo tanto inferiore a quello pagato da chi meglio conosce l’azienda, cioè l’azionista di controllo. L’ultimo sviluppo è l’ingresso nella partita di Modena Capitale Industry Partecipations, una finanziaria emiliana che ha dichiarato l’interessa a lanciare una terza opa. Consob sta valutando i documenti e già la prossima settimana dovrebbe chiarire se l’opa può essere lanciata. Per De Benedetti l’operazione ha un valore più simbolico che monetario (M&C ha una sola partecipazione pregiata in pancia), a differenza dell’altro fronte d’autunno aperto per l’Ingegnere. Cioè quello Fininvest, che riguarda la holding principale dell’apparato finanziario debenedettiano, la Cir, mentre di M&C si occupa la Romed. I tempi non sono chiari, ma è da prima dell’estate che si attende la decisione del giudice Raimondo Mesiano: nel 2007 una sentenza della Cassazione ha accertato la corruzione del giudice Vittorio Metta che ha assegnato la Mondadori a Silvio Berlusconi annullando il precenente accordo che la attribuiva a De Bendetti. Sulla base della sentenza, la Cir ha chiesto un miliardo di danni alla Fininvest e la fase istruttoria del procedimento è conclusa. Ma è difficile dire quanto si dovrà aspettare per la decisione del giudice.

Agnelli. A ferragosto l’agenzia delle entrate, nell’ambito di una campagna preparatoria dello scudo fiscale, annuncia di aver aperto un provvedimento sull’eredità di Gianni Agnelli. Il fisco si basa sulle affermazioni di Margherita Agnelli, figlia dell’Avvocato, che da anni sostiene l’esistenza di un patrimonio occulto, nascosto nei paradisi fiscali, la cui entità – anche ammessa l’esistenza – è difficile da stimare, Margherita sostiene sia di oltre un miliardo di euro. Mentre procede la causa civile di Margherita, la prossima udienza è il 12 novembre, l’estate della famiglia si chiude con tensioni crescenti tra gli eredi di Gianni, mentre sul lato industriale le notizie sono positive. Tra luglio e agosto Exor, la holding che controlla la Fiat, ha guadagnato oltre il 14 per cento, approfittando dell’ottimismo sui mercati, mentre il titolo di Fiat è salito da 7,3 a circa 8,2 euro. Sergio Marchionne, l’amministratore delegato, sta cercando casa a Detroit per manifestare – anche fisicamente – il proprio interesse alla gestione di Chrysler, dopo l’alleanza, e il Lingotto ha annunciato ieri la presentazione al salone dell’auto di Francoforte della Punto Evo, nuova versione della Grande Punto.

02/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Nell’eterno derby Mi-To, Milano tenta la rimonta

MODELLI. La politica milanese ritrova compattezza (tutta a destra), Chiamparino in attesa. E Mirafiori si ferma per un giorno.

L'Alfa MiTo
Da anni si rincorrono, si confrontano e si superano. Di quella che resta indietro si parla subito di declino imminente. Milano e Torino, Mi-To, la megalopoli – sempre e solo potenziale – del Nord. Per la prima volta da molti mesi, Milano sembra in rimonta su Torino.

Questi i fatti. Ieri a Torino c’è stato lo sciopero di operai della Fiat «più grande dal 2003 e da quando c’è Sergio Marchionne», ha detto il segretario provinciale della Fiom Giorgio Airaudo. L’adesione, secondo il sindacato, è stata di quasi del quaranta per cento, e senza divisioni tra sigle: tutti vogliono essere rassicurate che gli aumenti introdotti nel 2006, una specie di una tantum da 800 euro per pagare le vacanze, sia garantita anche in quest’anno di cassaintegrazione e difficoltà. Un evento che è stato notato anche perché Marchionne ha sempre avuto rapporti eccellenti con i sindacati, in tutta la sua carriera e soprattutto in quella in Fiat. «É una classica lotta salariale difensiva, i lavoratori chiedono all’azienda di vedere i soldi che ha promesso ma per ora non ha mantenuto», spiega Ferdinando Liuzzi, della Fiom. Intanto l’azienda, con l’amministratore delegato Sergio Marchionne, ha dichiarato di essere interessata alla carrozzeria Bertone, più di mille dipendenti, in crisi dal 2005. Il modello Torino che si era costruito in questi anni, però, non si reggeva solo sulla Fiat, che ora è un po’ meno torinese e molto più internazionalizzata (soprattutto da quando Marchionne è in carica come capo della nuova Chrysler). C’era anche la sinergia con le istituzioni. L’ultimo guizzo della spinta propulsiva torinese nella politica italiana è stato il tentativo di Sergio Chiamparino di inserirsi nella competizione per la segreteria del Partito democratico. Ma alla fine ha deciso di restare in attesa, sopra le parti, in attesa di tempi più adatti a riproporre la torinesità in politica. Nei mesi scorsi si era parlato di un declino del modello Torino anche per l’attrazione progressiva che Milano esercitava sul conglomerato Intesa San Paolo che, con l’uscita di Pietro Modiano, ha perso uno dei garanti del legame con la città.

Per una coincidenza temporale che forse ha un valore simbolico, nella stessa mattina in cui – a Torino – gli operai sfilavano contro la Fiat, sul Sole 24 Ore di ieri Alberto Meomartini annunciava che «il rilancio può partire da Milano». Meomartini è il presidente di Assolombarda, l’associazione degli industriali della Lombardia, e ha appena formato la sua giunta con cui provare a sfruttare la grande occasione che ha Milano per costruire un sistema imprenditoriale: l’Expo 2015. Domani iniziano gli “Stati generali” dell’Expo al Teatro Dal Verme, un «brainstorming» come l’ha chiamato Roberto Formigoni, che dovrebbe fare da nuovo inizio per la preparazione dell’evento. Il primo anno dopo l’assegnazione è andato sprecato nelle tensioni tra Roma, Milano, Giulio Tremonti e il sindaco Letizia Moratti: ma ora, con il nuovo amministratore delegato Lucio Stanca al posto di Paolo Glisenti sembra che qualcosa sia cambiato. «È Meomartini l’uomo chiave. Operazioni come l’Expo hanno bisogno di un sistema che ha sua volta necessita di un centro, di qualcuno che agisca come punto di aggregazione. La sua Assolombarda può svolgere questa funzione», dice l’economista Giulio Sapelli, che insegna alla Università Statale di Milano. Le ultime elezioni, del sette giugno, hanno portato alla guida della provincia Guido Podestà, del Popolo della libertà, al posto di Filippo Penati, del Pd, determinando una maggiore omogeneità politica che dovrebbe favorire la collaborazione. Con l’altro vertice del quadrilatero, oltre a Stanca, Moratti e Podestà, che viene di solito individuato nella camera di commercio guidata da Carlo Sangalli. «L’impressione che qualcosa stia cambiando è recente, nei mesi scorsi si è veramente temuto il collasso», dice Sapelli, e testimonianza del clima la offre il libro del giornalista Marco Alfieri, “La peste di Milano” (Feltrinelli).

Anche Mario Monti, il presidente della Bocconi, ha individuato nell’Expo 2015 l’evento decisivo del prossimo decennio, al termine di settimane in cui era circolata la voce di una possibile rinuncia al progetto (Tremonti non ne è mai stato entusiasta). «In assenza di una scadenza-chiave dataci dall’Europa, dovrebbe essere la comunità nazionale, guidata dal governo a darsene una, per farvi convergere gli sforzi pubblici e privati», ha scritto Monti sul Corriere della Sera il 28 giugno.

Il successo, politico ma anche logistico, del G8 de L’Aquila ha trasmesso l’impressione a livello internazionale che l’Italia può essere capace di gestire eventi internazionali di quel livello, e già si parla del modello aquilano applicato a Milano. Se poi si vuole stare sul piano dei simboli del momentum milanese, poi, bisogna aggiungere all’elenco il progetto leghista della nuova cittadella del cinema in viale Fulvio Testi. Alla fine del 2008, quando si celebravano le esequie del modello Torino dopo l’uscita di Modiano da Intesa San Paolo, tra i segnali a favore della tesi declinista ce n’era anche in quel caso uno cinematografico, l’addio di Nanni Moretti al fesrival del cinema di Torino. Ma poche settimane dopo è iniziata la partita internazionale della Fiat di Marchionne per conquistare prima Chrysler e per tentare di replicare l’operazione con Opel, mossa (per ora) senza risultati. E si è cominciato a parlare di un nuovo modello Torino.

A settembre, come ha confermato anche il direttore del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Khan, la crisi dell’economia reale diventerà più grave dal punto di vista dell’occupazione. E si vedrà se questo sposterà di nuovo gli equilibri parziali tra la città della grande fabbrica, Torino, e quella delle piccole imprese disperse nell’hinterland, Milano.

15/07/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La crisi vista dai think tank italiani: tutto ruota intorno a Tremonti

aspen

Il terreno su cui si consuma gran parte dello scontro intellettuale tra i think tank italiani è quello della crisi. Le origini, l’analisi, le tempistiche, le previsioni e, soprattutto, le risposte politiche per uscirne. Soltanto nell’ultima settimana, oltre alle tante già attive, sono nate altre due istituzioni ibride, un po’ culturali e molto politiche: la fondazione Italia Futura ispirata da Luca Cordero di Montezemolo, e Robinson Crusoe, rivista di dibattito sul web voluta da Giulio Tremonti e Giuliano Amato e coordinata dall’economista Mauro Marè. La prima ha scelto un approccio pragmatico, partendo dalle micropolitiche e non dall’analisi delle grandi questioni di scenario, finanzierà con 30 mila euro il progetto più innovativo tra quelli che partecipano a un concorso. Un’iniziativa lascia intendere un messaggio di politica economica: dalla crisi si esce grazie alle idee dei singoli, meglio agire da stimolo nella società imprenditoriale che denunciarne le rigidità. Crusoe parte invece con un manifesto programmatico, in inglese, per spiegare le dieci debolezze dell’Italia, dal debito alla spesa pubblica, chiudendo con un invito a essere ottimisti (come sollecita il governo e Silvio Berlusconi da mesi).

Sia Tremonti che Amato sono, rispettivamente, presidente ed ex presidente anche dell’Aspen Institute, che di crisi discute da due anni nei seminari a porte chiuse e pubblicamente sulla rivista Aspenia diretta da Marta Dassù: l’ultimo numero si chiama “Krìsis”. Tremonti spiega nel saggio introduttivo che questo è soprattutto un momento di cambiamento, l’occasione per accettare finalmente un’Unione europea intergovernativa, che possa emettere titoli di debito. La vera novità culturale del saggio di Tremonti è che il ministro, da critico di una globalizzazione costruita sul debito privato, suggerisce di riconsiderare in prospettiva storica l’importanza del debito pubblico come propellente della crescita: a supporto cita le performance dell’Italia degli anni Ottanta.

L’azione politica di Tremonti è stata però, finora, rigorista: poca spesa per avere saldi di bilancio sostenibili. Una linea che viene contestata, in forme diverse, da tutti i siti di dibattito a sinistra. Non si tratta di veri e propri think tank (non sono strutture permanenti ma piazze virtuali dove si incontrano persone con idee simili), però hanno la stessa funzione dei pensatoi strutturati: dare idee alla politica e monitorare le politiche della maggioranza. Il sito più a sinistra è Economia e politica, che fa capo all’economista Riccardo Realfonzo, oggi assessore al bilancio a Napoli. Realfonzo promuove da tempo la tesi che il debito pubblico non va ridotto ma stabilizzato, rifinanziandolo senza chiedere sacrifici all’economia reale nel nome del rigore di bilancio. Uno degli articoli pubblicati più di recente, a firma dello storico del pensiero economico Guglielmo Forges Davanzati, è dedicato a «Il governo, la crisi e i costi sociali del rigore finanziario».

Più complesso individuare una linea editoriale precisa nella voce.info, il sito di riferimento per gli economisti di appartenenza – o almeno di cultura – bocconiana: nell’editoriale collettivo che celebra il settimo compleanno del sito, si ringrazia il ministro Tremonti «di tante solerti attenzioni. Vuol dire che ha paura del nostro giudizio. Non glielo faremo certo mancare. Neanche per un giorno. Neanche per un’ora. Anche perché non siamo certo noi i catastrofisti. Ricordiamoci di chi in questi anni ha più volte evocato l’apocalisse». Non prevale una visione netta della crisi, se non che può rivelarsi il momento per le riforme, soprattutto nel mercato del lavoro e nella razionalizzazione della spesa pubblica. Sul piano macro alcuni collaboratori, come Francesco Daveri, continuano a segnalare i pericoli della deflazione (per ora solo teorici) e dell’eccesso di regolazione di emergenza. Ancora più difficile individuare i tratti comuni degli interventi nel blog collettivo noisefromamerika, meno accademico e più informale della voce.info, dove si sfogano economisti italiani che lavorano negli Stati Uniti. Anche in quel caso la critica a Tremonti sembra essere uno dei pochi punti fermi.

farefuturo

A destra le posizioni sono più marcate, c’è anche una divisione di compiti. La fondazione Farefuturo, presieduta da Gianfranco Fini e diretta a Adolfo Urso, ha appena pubblicato un rapporto di cinquecento pagine che invece di analizzare l’origine della crisi analizza il contesto in cui l’Italia dovrà competere. Individua una soluzione che, in sintesi, è la difesa del Made in Italy: lotta alla contraffazione, incentivi alle piccole imprese a crescere di dimensione, attirare investimenti esteri per proiettarsi poi nel mondo con basi più solide, un po’ sul modello della Fiat di Sergio Marchionne.

Il centro Tocqueville-Acton si concentra sul vuoto di valori che la crisi ha evidenziato. Con un piede nel mondo vaticano, il pensatoio animato da economisti come Flavio Felice (Università Lateranense) e Stefano Zamagni (consultore del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace) parlano di un «mercato da civilizzare». La sponda politica è quella dell’Udc di Pierferdinando Casini, il punto di riferimento la dottrina sociale della chiesa, l’obiettivo un’economia ricca di valori anche quando si parla di nuove tecnologie e si usano formule matematiche. Michael Novak, in uno degli articoli più recenti pubblicati sul sito, ha denunciato le «eresie economiche degli statalisti», ma ha ammonito anche i liberisti: «I processi di mercato funzionano bene solo se sottoposti a un sistema di regole, e solo sulla base di regole del gioco certe. Un mercato senza regole è una finzione dell’immaginazione». E i liberisti che più hanno difeso la deregulation in Italia sono quelli dell’Istituto Bruno Leoni. Il think tank diretto da Alberto Mingardi continua a preoccuparsi degli eccessi della regolazione (cui la politica può ricorrere approffittando della crisi) e delle tentazioni keynesiane cui è soggetta la nostra cultura. Ma ha un approccio più prudente nel valutare la situazione italiana. «Al governo si chiede autorevolezza in una fase cruciale. Ma anche dalla società civile dovrebbe venire qualcosa d’un po’ meglio», ha scritto Mingardi, che – da liberista – auspica che «ciascuno aiuti se stesso, sperando nella complicità delle stelle». Il ministro Tremonti, nella formula d’azione «economia sociale e di mercato» ha trovato la sintesi per combinare le istanze caratteristiche dei tre pensatoi di destra.

04/07/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento