Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Perché Calearo lascia un Pd “tosco-emiliano”

calearo

Massimo Calearo

da Il Fatto Quotidiano del 7 novembre

“Sono uno fuori dagli schemi, quelli del Pdl dicono che sono politicamente scorretto, che sembro uno della Lega perché parlo come mangio”, Massimo Calearo torna nella sua Vicenza dopo l’addio al Partito democratico, a celebrare i 50 anni della nascita dell’Associazione dei giovani di Confindustria. “Per ora Calearo starà solo con Calearo, nel gruppo misto, poi si vedrà”, dice al Fatto, in una pausa della convention dove – racconta lui – in tantissimi gli hanno detto che ha fatto bene a lasciare un partito guidato da Pier Luigi Bersani.

L’addio di Calearo è arrivato un po’ a sorpresa, parte di quella secessione veneta che ha spinto anche il sindaco di Venezia Massimo Cacciari ad annunciare che con Bersani finiva un progetto politico e quindi era il momento di farsi da parte.

Filippo Penati, numero due di Bersani, ha detto che Calearo abbandona il ristorante prima di vedere il menu. Dice Paolo Nerozzi, senatore ex sindacalista della Cgil, uno tra quelli che più hanno apprezzato il Calearo parlamentare: “La sua decisione mi ha stupito, finora si è sempre impegnato, è uno che va nei circoli o nelle sezioni, comunque si chiamino, partecipa alle riunioni, è stato una rivelazione. E non mi sembra che sia incompatibile con la politica economica che potrebbe fare Bersani”.
Ma Calearo, invece, ha le idee chiare: quella del segretario del Pd è un’idea “tosco-emiliana” dell’economia ed è questo, più che il timore di un revival socialdemocratico, ad aver spinto il numero uno del “Calearo group – Antenne auto primo impianto” verso la porta d’uscita.

A 54 anni, Calearo è arrivato in Parlamento con la fama di “falco”, in parte immeritata perché da presidente di Federmeccanica (“il primo veneto e non lombardo”, ci tiene a precisare) aveva chiuso un accordo unitario con i sindacati, senza spaccare le diverse sigle come succedeva prima e come sta succedendo ora. Poi c’era stata quella battuta sullo sciopero fiscale che lo aveva fatto amare dalla Lega e odiare da una certa sinistra: basta pagare le tasse perché “la gente non ne può più di vedere chi fa fatica ad arrivare a fine mese e chi, all’opposto, vive di privilegi”, dice in una lunga intervista alla Padania. Pochi mesi dopo decide di entrare a far parte della “casta”. Una delle figurine di Veltroni, dicono di lui, come Antonio Boccuzzi della Thyssen Krupp, “l’operaio”, o Marianna Madia, la “giovane”. Ma lui, imprenditore radicato sul territorio (mentre Matteo Colaninno, l’altro imprenditore, è un figlio d’arte considerato da molti più estraneo al Pd del falco vicentino), in quel progetto ci credeva davvero: “C’era l’idea di un partito maggioritario, che raccogliesse gran parte della società, di un bipolarismo che non è stato capito ma che qui in Veneto in tanti volevano”, dice oggi.

I critici dicono che Veltroni si è limitato a candidature d’immagine, senza che dietro vi fosse un vero progetto di cultura economica. E l’attività parlamentare dell’onorevole Calearo un po’ lo dimostra. Finora non è stato uno dei più assidui del suo partito, ma con una dignitosa percentuale del 69,25 delle presenze non rientra nella lista degli assenteisti. C’è un’unica proposta di legge che lo vede come primo firmatario, quella per istituire la giornata della non violenza e del dialogo. Poi ha associato il suo nome a decine di altre iniziative, da quella per la “semplificazione dei procedimenti riguardanti l’avvio di attività economiche e la realizzazione di insediamenti produttivi” alle “norme in materia di mediazione familiare”. Siede nella commissione Attività produttive, l’unica in cui gli interessava lavorare. Quando a “Buona Domenica” si è lasciato scappare che forse con questo governo si poteva anche dialogare, ha passato la settimana successiva a smentire di essere un collaborazionista. E anche se i leghisti lo hanno sempre considerato uno spirito affine, lui ripete come un mantra, in ogni intervista e conversazione, che “all’estero sono un imprenditore italiano, non veneto o padano. Bisogna fare sistema, era l’idea del patto dei produttori di Veltroni: far dialogare le forze che producono ricchezza tra loro e con lo Stato”, perché non si compete più solo tra aziende ma tra sistemi industriali dove i prezzi dell’energia e la qualità delle infrastrutture dipendono dai governi, non certo dall’abilità dei singoli.

E chi si aspettava un salto di schieramento, dopo l’uscita dal Pd, dimenticava il Calearo imprenditore: “La mia azienda è una mosca nera, anche noi facciamo la cassa integrazione e il fatturato si è ridotto del 20-22 per cento. Quando Berlusconi dice che il peggio è alle spalle, dimostra di essere uno che guarda solo la televisione e non il paese reale”. Da imprenditore che non si considera in prestito alla politica ma solo a mezzo servizio tra due vite, come quando dirigeva Federmeccanica, Calearo ragiona con l’appoggio che i politologi definiscono one issue: tutto si giudica considerando l’impatto su Veneto, piccoli imprenditori e Nord-Est. “E nell’entourage di Bersani – dice – non mi sembra di vedere veneti”.

Annunci

07/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Governo in gabbia (salariale)

TUTTI CONTRO LA LEGA. La Cisl parla di «ritorno all’Urss», la Uil di «stupidaggine». Bordate pure dall’Ugl. Gasparri e Cicchitto “interpretano” Berlusconi: nessuna apertura al Carroccio. Frena anche Scajola.

gabbie

 

Almeno su una cosa sono (quasi) tutti d’accordo: le gabbie salariali non si devono fare e comunque non devono essere chiamate così. Solo la Lega, in modo prudente, continua a difendere l’idea di una differenza fissata per legge dei salari tra nord e sud, forte di quello che ha detto Silvio Berlusconi domenica rilanciando la proposta di Umberto Bossi: «Legare i salari ai diversi livelli del costo della vita fra sud e nord risponde a criteri di razionalità economica e di giustizia». Il problema è come farlo.

Ieri i sindacati – anche quelli meno ostili al Governo – hanno bocciato l’idea: la Cgil è «contrarissima», la Uil di Luigi Angeletti le bolla come «stupidaggine», secondo Raffaele Bonanni della Cisl le gabbie sarebbero «un ritorno all’Unione sovietica» con tutti i salari d’Italia decisi a Roma per legge. E anche l’Ugl di Renata Polverini ha preso posizione: «Sono un errore, servirebbero solo a penalizzare ulteriormente il sud».
Ma su questo non sono tutti d’accordo. Il dato più citato in questi giorni è lo studio della Banca d’Italia secondo cui al nord il costo della vita è superiore del 16 per cento rispetto a quello nel Mezzogiorno. Sostiene Giuseppe Bortolussi, capo della confederazione degli artigiani di Mestre, che al nord i salari sono già oggi superiori del 30 per cento, quindi se si introducessero le gabbie, a guadagnarci sarebbe il sud (o il nord a rimetterci, a seconda di come avverrebbe il riequilibrio).

La discussione, però, è per ora tutta politica, non di merito. Soprattutto all’interno al governo. Due vertici del quadrilatero che guida il Pdl in parlamento, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri (capigruppo, rispettivamente, alla Camera e al Senato), hanno cercato di raffreddare il clima. «I salari, presi oggettivamente, dipendono da un complesso di fattori: dalla situazione economica generale, dai rapporti di forza tra le parti, dai livelli di produttività aziendali e, evidentemente, dal costo della vita. Il presidente del Consiglio si è riferito a questi parametri. Nessuno pensa di fissare per legge i differenziali salariali», ha detto Cicchitto, frenando chiaramente rispetto all’intemerata leghista. Ancora più netto Gasparri: «Il termine gabbie salariali va tolto dal dibattito perché ingenera equivoci e giustamente si presta a polemiche».

È Gianfranco Rotondi, ministro per l’attuazione del programma, a spingere oltre l’esegesi delle parole di Berlusconi e a suggerire la via di una possibile mediazione: «Non mi pare proprio che Berlusconi faccia riferimento alle gabbie salariali, a cui rimaniamo contrari. Piuttosto, il presidente del Consiglio sta pensando a un tipo di contrattazioni regionali per incoraggiare investimenti nel sud e favorire una nuova stagione di ripresa imprenditoriale del Meridione». Tradotto: non si sta discutendo di centralizzare la fissazione dei salari, ma al contrario un decentramento, spostando il potere di decisione più a livello regionale. E questo è l’unico compromesso che può soddisfare il Partito del sud nato quest’estate all’interno del Popolo della libertà e che – pur privo di riconoscimenti formali – da quando è riuscito a ottenere quattro miliardi extra da Berlusconi per il Mezzogiorno esiste de facto.

Il direttore generale di Confindustria, Giampaolo Galli, ha però già detto alla Stampa che se differenziazione di salari deve esserci, allora che si faccia solo all’interno delle singole imprese: «Siamo contrari ad avere quattro livelli di contrattazione: il contratto nazionale, quello territoriale, quello aziendale e la contrattazione individuale. Noi vogliamo puntare sul livello aziendale, anche perché è in azienda, e non nel territorio, che si determinano i miglioramenti della produttività». Una linea che trova una – almeno parziale – sponda governativa nel ministro per lo Sviluppo Claudio Scajola che sostiene: «Dobbiamo avvicinare la contrattazione al territorio, alla specificità aziendale e anche alla produttività del territorio». Ma Scajola ci tiene anche a precisare che tutto il dibattito sulle gabbie salariali e le tensioni Pdl-Lega sono «una polemica basata sul nulla».

11/08/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento