Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Quel (poco) che sappiamo della riforma fiscale

da Il Fatto Quotidiano del 12 gennaio

Una vignetta di Marilena Nardi

Ieri Silvio Berlusconi è tornato a Roma, un mese dopo il suo ferimento a Milano, e ha annunciato l’intenzione di intervenire entro il 2010 in materia fiscale. Vediamo per punti che cosa potrebbe succedere.

Di che cosa si discute?

Per il momento non c’è molto di concreto. Le ipotesi sono due: una riforma fiscale di ampio respiro, come vorrebbe il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, oppure un progetto più semplice di riduzione delle aliquote Irpef, come promette Silvio Berlusconi dal 1994. Infatti l’unico documento ufficiale disponibile, pubblicato sulla home page del sito del ministero dell’economia (mef.gov.it), è il “Libro bianco” scritto proprio da Tremonti nel 1994.

Cosa cambierebbe?

Stando al “libro bianco” di Tremonti il progetto dovrebbe portare a un cambiamento nella struttura delle aliquote. Nel 1994 si facevano quattro ipotesi, per un Irpef (cioè l’imposta sul reddito delle persone fisiche) a una, due o tre aliquote. L’ipotesi prevalente sembra quella a due aliquote, probabilmente 23 e 33 per cento (ma nel progetto originale erano 27 e 40). Oggi le aliquote sono sei, dal 23 al 43 per cento. Quella del 43 per cento diventerebbe 33 (per chi dichiara un reddito superiore a 100mila euro). Per gli altri un’aliquota unica al 23 per cento.

Chi ci guadagnerebbe?

Stando alle dichiarazioni 2008, gli italiani che guadagnano più di 200 mila euro sono soltanto 75 mila. Per i 21 milioni che già pagano il 23 per cento o meno non cambierà nulla. Per 13 milioni sarà una differenza minima (-4 per cento dell’aliquota), mentre i benefici più consistenti andranno a chi guadagna dai 55 mila euro in su. I più contenti di tutti saranno quelli che oggi pagano il 43 per cento e si ritroveranno inseriti nello scaglione di chi paga il 23, con un taglio del 20 per cento. Si tratta di 380 mila contribuenti che dichiarano tra i 75 e i 100 mila euro.

Quale sarebbe il risparmio?

Questa è la domanda più complicata. Per due ragioni: ogni caso è diverso e bisognerebbe avere informazioni più precise sulle contropartite. Secondo una simulazione della Cgia di Mestre, due coniugi con un figlio a carico e un reddito pro capite di 21.500 euro risparmierebbero 530 euro. Un lavoratore dipendente con 30mila euro, un figlio e una moglie a carico ne risparmierebbe 820.

Dov’è il trucco?

Nel libro bianco del 1994 si legge che il peso dell’Irpef sul totale del gettito scenderà dal 35 al 31 per cento. Nel complesso le imposte sulle “cose” saliranno dal 40 al 46 per cento e quelle sulle “persone” scenderanno dal 60 al 54 per cento. Tradotto: se da un lato si taglia, da un altro si dovrà aumentare. C’è l’ipotesi di una parziale tassa patrimoniale, per tassare non soltanto il reddito ma anche il patrimonio, concepita in funzione anti-evasione. Un’altra fonte di copertura dei  tagli all’Irpef dovrebbe essere il riordino dell’Iva, ritoccando al rialzo le aliquote che gravano sui consumi tassati meno del 20 per cento (alcuni beni alimentari come pane e pasta, l’editoria, l’elettricità e il gas). La conseguenza negativa, almeno da un punto di vista teorico, è che si procede a tagli fiscali mirati mentre gli aumenti sono generalizzati, perchè riguardano beni di consumo di uso diffuso.

E per chi resta alla stessa aliquota?

I 21 milioni che non beneficiano della riduzione dell’aliquota si troveranno comunque a finanziare gli sconti fiscali per i più abbienti pagando i beni con l’Iva aumentata. Quindi, anche per rispettare l’articolo 53 della Costituzione che impone la progressività dell’imposizione fiscale (i ricchi devono pagare di più anche in percentuale), dovrebbe essere previsto un meccanismo di quoziente famigliare. Questo è il punto più confuso, perchè tutti quelli che invocano il quoziente hanno in mente obiettivi e strumenti diversi per aiutare fiscalmente la famiglia. L’orientamento che sembra delinearsi è quello di superare il sistema attuale di micro-incentivi orientati soprattutto al sostegno della demografia preferendo un intervento più unitario che consideri l’ampiezza del nucleo famigliare (e non soltanto il numero di famigliari a carico) oltre al reddito complessivo.

Si farà davvero?

Difficile. Anche considerando l’innalzamento dell’Iva e le altre coperture servirebbero forse altri 20-30 miliardi che non ci sono (e l’ipotesi di procurarseli emettendo nuovo debito pubblico non sembra percorribile). Lo scenario  più probabile è che il gettito proveniente dalla proroga dello scudo fiscale, ancora ignoto ma nel probabile ordine di 4-5 miliardi, potrebbe essere usato per un intervento una tantum a beneficio delle famiglie, da annunciare a ridosso delle elezioni regionali di primavera.

12/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La crisi e il ritorno agli anni Ottanta

da Il Fatto Quotidiano del 10 gennaio 2010

di Vladimiro Giacché

(economista e partner di Sator spa)

La notizia è di fine dicembre, e la maggior parte dei giornali l’ha confinata in poche righe. Ma avrebbe meritato maggiore attenzione: il servizio studi della Banca d’Italia, in una ricerca sulla crisi internazionale e il sistema produttivo italiano, ha fatto piazza pulita di tutte le fandonie di questi mesi sulla presunta buona tenuta della nostra economia. Con queste parole: “Rispetto ai massimi toccati all’inizio del 2008, nel secondo trimestre dell’anno in corso l’indice della produzione ha segnato una diminuzione cumulata prossima al 25 per cento, con il risultato che, nella scorsa primavera, il volume delle merci prodotte si era riportato al livello della metà degli anni Ottanta. Nella media dell’area e nei suoi principali paesi, il calo è stato inferiore. Misurato in termini di trimestri persi, cioè di quanto indietro nel tempo sono tornati i livelli della produzione, la maggiore gravità della situazione italiana risulta evidente: i 12 e i 13 trimestri di Francia e Germania si confrontano con i quasi 100 dell’Italia”. I trimestri perduti sono per l’esattezza 92: la produzione a metà 2009 si è quindi attestata agli stessi livelli del secondo trimestre del 1986. Fanno 23 anni: non abbiamo perso il lavoro di una generazione, ma poco ci manca.


Un primato poco invidiabile, reso possibile dal fatto che in Italia la crisi è arrivata dopo un lungo periodo di stagnazione, databile dalla seconda metà degli anni Novanta. Cioè da quando sono finite le svalutazioni competitive che periodicamente rianimavano le esportazioni italiane (l’ultima è del 1995). A questo punto le imprese avrebbero dovuto cambiare gioco, puntando sull’innovazione di prodotto e soprattutto di processo. Hanno preferito premere l’acceleratore, più ancora che in passato, sugli altri due pedali tradizionalmente adoperati: il basso costo del lavoro e l’evasione fiscale. Solo così si spiegano i dati apparentemente contraddittori esibiti dall’economia italiana in questo periodo. Da un lato la produttività del lavoro ha un andamento pessimo (scende all’1,7 per cento negli anni 1992-2000, ed è addirittura nulla dal 2000 al 2008), e il Prodotto interno lordo ristagna: negli anni 1999-2009 la crescita complessiva è stata appena del 5,5 per cento, mentre i paesi dell’area dell’euro crescevano in media del 13,5 per cento. Dall’altro, i profitti non solo tengono, ma crescono: dopo il 1993 sono aumentati per tutti gli anni Novanta, sia in percentuale del Pil sia come quota sul valore aggiunto, e lo stesso è avvenuto anche nei primi anni Duemila. Come è possibile? In un solo modo: attraverso un gigantesco trasferimento di ricchezza a danno dei salari. E infatti negli ultimi venti anni in Italia il valore degli stipendi rispetto al Prodotto interno lordo è crollato del 13 per cento (contro un calo dell’8 per cento nei 19 paesi più avanzati). Oggi le buste paga italiane sono scivolate al posto numero 23 (su 30) nella classifica dei paesi più industrializzati dell’Ocse, e risultano inferiori del 32 per cento rispetto alla media dell’Europa a quindici.


A questo va poi aggiunta un’evasione fiscale da guinness dei primati, ben testimoniata dai 95 miliardi di euro appena condonati al prezzo di un obolo del 5 per cento. In 10 anni, siamo già alla terza amnistia fiscale (solo all’estero però la si chiama così: in Italia, regno degli eufemismi, si preferisce parlare di “scudo fiscale”). Ed è grave. Perché, anche se di rado ci viene rammentato, l’evasione fiscale non è soltanto una vergogna (e un reato), ma è anche disastrosa dal punto di vista economico. Amplifica le disuguaglianze sociali, rende impossibile affrontare il problema del debito pubblico e distorce la concorrenza. Ma soprattutto perpetua un handicap storico del nostro sistema produttivo: il nanismo delle imprese. Sino a non molto tempo fa impazzava la retorica del “piccolo è bello”, delle piccole imprese capaci di sfidare le leggi dell’economia facendo a meno delle economie di scala.


La verità era ed è un’altra: in Italia in molti casi il consolidamento industriale che sarebbe stato necessario è stato evitato grazie a quel particolare abbattimento dei costi di produzione rappresentato proprio dall’evasione. Imprese che sarebbero state fuori mercato se avessero pagato le tasse, si sono autoridotte questo costo e così sono riuscite a fare profitti (perlopiù poi non investiti nella produzione, ma dirottati sul patrimonio personale dell’imprenditore). Tutto questo ha concorso a far scivolare il nostro sistema economico verso una frontiera competitiva arretrata, imperniata sulla competizione di prezzo, anziché sulla qualità e sul contenuto tecnologico dei prodotti, in concorrenza con i paesi emergenti e di nuova industrializzazione: una battaglia persa in partenza. È qui che va ricercata la radice della stagnazione economica del nostro paese e della batosta economica che si è profilata nei primi anni del nuovo secolo, quando la riduzione dei dazi all’importazione di molti prodotti ha messo fuori mercato numerose nostre produzioni. È su questo spiazzamento competitivo che la crisi mondiale iniziata nel 2007 si è innestata, infierendo ulteriormente. Sarebbe urgente invertire la rotta. Si sta facendo il contrario.


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11/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

LA FIDUCIA MASCHERATA

da Il Fatto dell’8 dicembre

Sulla carta l’appello di Gianfranco Fini è stato rispettato. Il 25 novembre il presidente della Camera aveva chiesto alla maggioranza di cui fa parte di evitare il solito rito del maxiemendamento finale: Finanziaria modificata con un unico emendamento (e centinaia di commi) su cui viene posto un voto di fiducia. Che chiude ogni discussione e impedisce ogni dissenso dentro la maggioranza. Il governo si è attenuto alla forma: il voto di fiducia forse non ci sarà, ma soltanto perché la Finanziaria è stata blindata già in commissione Bilancio. Quando Fini ha detto che avrebbe avuto difficoltà “ad accettare un voto di fiducia su un testo diverso da quello uscito dalla commissione” non intendeva suggerire la linea che la maggioranza ha poi seguito. Per la prima volta tutta la riformulazione della manovra è stata appaltata al relatore (del Pdl) Massimo Corsaro. Le vere decisioni sono state prese in sedi diverse dalla commissione, come il comitato di politica economica del Pdl.

Il dettato di Fini è stato quindi rispettato: la fiducia ci sarà sul testo uscito dalla commissione – senza ulteriori modifiche – come richiesto Ma soltanto perché il maxiemendamento è stato già blindato in anticipo. L’opposizione ha abbandonato la commissione Bilancio lasciando la maggioranza da sola a votare il maxiemendamento perché il risultato, al di là del rispetto formale delle procedure, è stato proprio quello che Fini voleva evitare: il governo decide in autonomia di portare a 9 miliardi l’entità della Finanziaria e come ripartire le risorse in arrivo con lo scudo fiscale senza che nessuno possa discutere le decisioni.

Ieri pomeriggio Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo, ha però confermato che a gennaio ci sarà un decreto legge, appendice non irrilevante della manovra economica. Per decreto il governo progherà gli incentivi per il settore degli elettrodomestici e – forse – per l’auto se si trova un’intesa con la Fiat a cui il governo chiede garanzie sulla tutela dei posti di lavoro, soprattutto nello stabilimento di Termini Imerese (Palermo). L’opposizione già dimostra la sua contrarietà perché su un decreto legge c’è un margine di discussione ancora inferiore a quello sulla Finanziaria blindata.

09/12/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

Termini Imerese: La fine di un progetto

Dopo l’annuncio di un nuovo periodo di cassa integrazione, hanno passato la notte nel municipio, uno dei loro si è inventato sindaco alternativo, i sindaci veri di tutta la zona si sono riuniti per discutere la situazione: gli operai di Termini Imerese combattono una battaglia che non ha possibilità di vittoria. Sono calati in Sicilia anche il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, che si occupa delle trattative con la Fiat anche sugli incentivi alla rottamazione, e il sottosegretario Gianfranco Micciché. “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, hanno urlato gli operai ai due esponenti del governo.

LA FINE. Ma Termini Imerese è spacciata. Non solo per le dichiarazioni dell’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne che ha annunciato da tempo che dal 2011 a Termini non si produrranno più automobili (che cosa si farà non è ancora chiaro). E non è neanche colpa soltanto dei dati sul costo del lavoro. Già nel 2004 l’allora capo di Fiat Auto Herbert Demel spiegava ai sindacati che un’ora di lavoro costa 30 euro in Polonia e in Turchia, 55 a Melfi, 75 a Pomigliano e Cassino, 80 a Mirafiori e 90 a Termini Imerese. “Ma il costo del lavoro non è la variabile decisiva”, ripete spesso Marchionne, che guarda al costo complessivo. A segnare il destino della fabbrica è la sua storia, il suo declino prevedibile, almeno in una certa misura fin dall’inizio: “Termini non ha funzionato”, è il bilancio di quasi 40 anni di storia secondo Giuseppe Berta, professore di Storia economica alla Bocconi ed ex direttore dell’archivio storico Fiat. Bastano due numeri per capirlo: quando Termini ha iniziato l’ultima fase di declino, negli anni più difficili per il gruppo all’inizio di questo decennio, il suo indotto era di soli 500 posti di lavoro. E non è aumentato mentre i dipendenti si riducevano ai 1400 circa di oggi. “É un’azienda costruita in un posto assurdo secondo qualsiasi valutazione razionale”, dice Berta. La fabbrica più sbagliata della Fiat, secondo Berta, è considerata Pomigliano d’Arco costruita con logiche di divisione del lavoro tayloristiche quando ormai il modello della catena di montaggio era superato. Ma a posteriori perfino quella si è rivelata meglio di Termini che è completamente isolata, intorno non ha alcun tessuto industriale in grado di valorizzarla, mentre Pomigliano è messa meglio da quel punto di vista.

GLI INIZI. Per capire le ragioni di un fallimento storico bisogna tornare alle origini e alla scelta di espansione nel Mezzogiorno. Era il 1970, alla Fiat c’era una gestione in condominio di due amministratori delegati, l’ingegner Gaudenzio Bono e Umberto Agnelli. Il Lingotto deve confrontarsi con due problemi strutturali: la prima motorizzazione degli italiani si è conclusa da tempo, la domanda interna stagna, le finanze del gruppo sono deteriorate tanto che nel giro di un paio d’anni porterà l’azienda (con un passivo di 150 miliardi nel settore auto) sull’orlo della “irizzazione”, cioè del passaggio sotto la mano pubblica dell’Iri. Nell’aprile del 1970 la Fiat annuncia un piano con ambizioni strategiche pluridecennali: investimenti per 250 miliardi di lire – sfruttando i finanziamenti offerti dal governo a chi puntava sul Mezzogiorno – nelle regioni meridionali. É la prima volta che la Fiat cerca di “esportare l’industrializzazione”, come dice Berta. Secondo lo storico Valerio Castronovo, autore del monumentale “Fiat, una storia del capitalismo italiano”, la dirigenza del Lingotto era convinta che questa operazione avrebbe “esorcizzato il pericolo che Torino continuasse a essere investita da ingenti ondate migratorie” e migliorato l’immagine di un’azienda accusata di “una politica gretta, antimerdionalista e contrari agli stessi interesssi di uno sviluppo equilibrato nell’area torinese”. Secondo altre interpretazioni, invece, era troppo tardi per perseguire un’industrializzazione più armonica tra Nord e Sud, perché l’immigrazione a Torino durava da oltre vent’anni. L’ambizione era di creare 19.000 posti di lavoro e altrettanti nell’indotto. Non è successo.

L’ascesa della SicilFiat, nome originario dello stabilimento, dura solo un quindicennio. Per sette anni al progetto partecipa anche la Regione Sicilia come finanziatore, si parte con 350 addetti che fabbricano la 500, poi il boom con la Panda a metà degli anni Ottanta, con un terzo turno di lavoro per fabbricare la Panda. Negli anni Novanta iniziano le ristrutturazioni, prima per produrre la Tipo, poi la Punto. Inizia la cassa integrazione, i contratti a tempo determinato non vengono rinnovati, Torino inizia a chiedersi che senso abbia tenere aperto lo stabilimento.

CAMBIA IL PATTO. Secondo molti osservatori delle vicende di casa Agnelli, il rapporto tra l’azienda e lo Stato si è retto su un tacito patto: il bilancio pubblico sostiene la Fiat nei momenti di difficoltà e in cambio il Lingotto garantisce occupazione. Ora il numero di lavoratori Fiat al Sud sta diminuendo: 5.000 a Pomigliano, 5.200 a Melfi, 4.000 a Cassino. La concessione degli incentivi e del supporto della linea torinese nei negoziati commerciali con la Corea del sud senza contropartite occupazionali certifica che la natura del patto è cambiata.

Spiega il professor Berta: “Se crediamo che l’automobile abbia un futuro anche in Italia, dobbiamo fare delle scelte drastiche, non si possono produrre 600mila auto in 6 fabbriche diverse”. Ovvero: quello che oggi interessa alla politica (e forse anche al Paese, sostiene qualcuno) è che la Fiat mantenga in Italia il cervello e il controllo del gruppo, non qualche centinaio o migliaio di posti di lavoro non più competitivi. Anche se il costo (politico e sociale) è che qualche altro modello verrà prodotto nello stabilimento serbo acquisito da poco o in Polonia.

20/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , | 1 commento

La prudenza (italiana) della Fiat

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La Punto Evo

Mentre ad Auburn Hills, Detroit, dove ha sede la Chrysler, c’è  grande fermento per la presentazione del nuovo piano industriale dell’amministratore delegato Sergio Marchionne, in Italia il gruppo Fiat mantiene una posizione di attesa. Pochi modelli nuovi, molti restyling di quelli vecchi e innovazioni importanti, come la nuova ammiraglia Lancia, rimandate a quando partiranno le produzioni congiunte con Chrysler. “In Fiat Marchionne punta su nuove motorizzazioni, come il nuovo motore multi air e presto un bicilindrico o turbo a bassi consumi, che intercetta una domanda di auto più ecologiche”, spiega Giuseppe Volpato, economista industriale autore per Il Mulino di “Fiat group automobiles, un’araba fenice nell’industria automobilistica”.

Una strategia che consente di evitare gli altissimi costi della produzione di nuovi modelli ma permette di vendere a un prezzo più alto quelli aggiornati, dando l’impressione di non essere immobili. Nell’ultima trimestrale Fiat spiega di aver stimato per il 2009 una riduzione della domanda del 20 per cento, ma nei primi nove mesi il suo fatturato si è ridotto solo dell’1,4 per cento rispetto allo scorso anno. Che, nel ramo automobili del gruppo, significa 538.900 veicoli immatricolati.

Il cardine della strategia attendista è la Punto Evo, presentata al salone di Francoforte e in vendita dal 10 ottobre che ha avuto un’ottima accoglienza sul mercato: “Abbiamo migliorato la Grande Punto per inserirla in un ambiente cambiato, perché riuscisse a mantenere la sua attitudine innovativa”, ha detto Roberto Giolito, il direttore stile di Fiat che progettò la nuova 500.

Le operazioni di restyling funzionano bene sui veicoli Fiat, più complicate su quelli degli altri marchi del gruppo. Spiega il professor Volpato che “l’Alfa Romeo è in una situazione complessa, un prodotto atteso come la nuova 166 è stato rinviato ancora, ma MiTo si vende ma meno di quanto si poteva sperare, molto dipenderà da come andranno la Milano e la Torino, rispettivamente aggiornamenti della 147 e della 157”. Il caso Lancia è il più delicato. La cura Marchionne di Fiat era partita proprio da lì, grazie anche al responsabile marketing Luca De Meo (ora in Volkswagen), con il grande successo della Ypsilon, ora un po’ invecchiata. “Il problema è che la Thesis, l’ammiraglia, non si riesce a vendere”, spiega Volpato. E proprio su Lancia si testeranno le sinergie con Chrysler. Il rilancio della casa di Detroit partirà dai marchi Jeep e Cherokee e dai mini-Suv, ma la prima auto con marchio Chrysler prodotta da Fiat dovrebbe arrivare nel 2013. E potrebbe essere proprio quella la nuova ammiraglia di cui la Lancia ha bisogno, uno stesso modello commercializzato con due marchi diversi sulle due sponde dell’Atlantico.

Uno degli effetti delle strategie ormai sempre più internazionali del gruppo è che i modelli da cui dipende il successo non sono più quelli prodotti in Italia: la Uno, decisiva per i mercati sudamericani, è prodotta in Brasile; la Cinquecento per le grandi città americane sarà fatta in Messico; la Qubo (di cui è stato appena presentato il restyling Trekking) è fabbricata in Turchia. E altri modelli presto potrebbero essere trasferiti nello stabilimento in Serbia da poco acquisito.

06/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Nessuno ha il posto fisso

da Il Fatto Quotidiano del 21 ottobre

Tremonti e Berlusconi

Tremonti e Berlusconi

Giulio Tremonti è stato preso in parola. La sua apologia del posto fisso, lunedì pomeriggio, ha innescato reazioni dentro la maggioranza e non solo. “Penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare un progetto di vita e la famiglia”, aveva detto il ministro. E ieri è arrivata un inaspettato appoggio da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha detto: “Confermo la mia completa sintonia con il ministro Tremonti. Per noi, come dimostrano i provvedimenti presi in questi mesi a  tutela dell’occupazione, è del tutto evidente che il posto  fisso è un valore e non un disvalore”. La Confindustria, invece, non ha gradito la nuova linea tremontiana. La presidentessa Emma Marcegaglia ha detto che “riteniamo che la cultura del posto fisso è un ritorno al passato non possibile, che peraltro in questo Paese ha creato problemi”. Seguono decine di repliche, più caute dalla maggioranza, più critiche dall’opposizione, con Antonio Di Pietro (Idv) che chiede di vedere i soldi e Cesare Damian (Pd) che domanda addirittura le dimissioni di Berlusconi e Tremonti.

Il problema è che non è affatto chiaro quale proposta politica ci sia dietro l’elogio del posto fisso. Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi prova ad ampliare il concetto, parlando di “occupabilità”. L’obiettivo – secondo Sacconi – dovrebbe essere garantire ai lavoratori la possibilità di essere sempre idonei, per competenze e preparazione, a trovare un lavoro. Ma Tremonti ha parlato esplicitamente di “posto fisso”.

“L’alternativa non può essere tra posto fisso e mobilità assoluta, serve una flessibilità governata. Credo che il discorso di Tremonti fosse rivolto soprattutto a quelli che dalla sua parte hanno esagerato con la flessibilità, contro la precarietà ideologica”, dice al “Fatto” il senatore del Pd Tiziano Treu, che da ministro del primo governo Prodi ha introdotto i primi contratti flessibili (poi Rifondazione ha fatto cadere il governo prima che la riforma venisse completata introducendo adeguati ammortizzatori sociali). La distinzione tra posto fisso e precariato è poi molto più sfumata di quanto le proposte di Tremonti lascino intendere. Lo spiega il professore della Statale di Milano Stefano Sacchi che, con Fabio Berton e Matteo Ricchiardi, ha appena pubblicato “Flex-Insecurity” (Il Mulino): “In Italia l’unico posto davvero fisso è quello nella pubblica amministrazione, dove infatti i lavoratori non pagano l’assicurazione contro la disoccupazione, perché non sussiste il rischio di perdere il lavoro”. Per il resto, anche nel settore privato, non possono dire di avere un vero posto fisso anche molti di quelli che sono assunti a tempo indeterminato (in tre milioni hanno contratti di durata limitata). Per due ragioni. Intanto perché un terzo degli italiani nel privato lavorano per un’azienda che ha meno di 15 dipendenti, dove quindi non vige l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e possono dunque essere licenziati da un giorno all’altro. Si tratta anche di imprese che, in quanto piccole, sono esposte a un elevato rischio di fallimento. E se l’impresa fallisce, non si salva nessuno. Ma la condizione di insicurezza è più generale: “Un terzo dei contratti a tempo pieno e indeterminato nel settore privato dura meno di un anno e la metà meno di due”, dice Sacchi. Quindi anche chi, in teoria, ha il posto fisso lo perde spesso nel giro di pochi mesi. E non sempre perché ha trovato un lavoro migliore, visto che nel 40 per cento dei casi alla fine del rapporto di lavoro c’è la disoccupazione. Il mercato del lavoro, quindi, è già flessibile, a prescindere da quali siano i contratti di lavoro applicati. Secondo l’Ocse, infatti, il mercato del lavoro italiano è paragonabile a quello danese per grado di flessibilità (il problema è che da noi non ci sono gli stessi ammortizzatori sociali per chi resta disoccupato).

Quindi è difficile capire in quale ricetta  politica, compatibile con  le esigenze del sistema produttivo italiano, possano tradursi  le parole di Tremonti. Prova a spiegarlo Michel Martone, ordinario di Diritto del lavoro all’Università di Teramo e alla Luiss: “L’alternativa ai contratti a termine è un aumento della disoccupazione. Tornare indietro significa anche avere di nuovo le piazze piene di persone che protestano per il lavoro nero e la difficoltà di trovare un posto”. Dietro l’elogio del posto fisso  – e in coerenza con il retroterra culturale di una parte della maggioranza – ci potrebbe essere un progetto diverso, per evitare di scaricare tutto il peso della flessibilità su una generazione ma senza ripristinare le rigidità del passato. “Estendere l’articolo 18 a tutti è impossibile, ma si può ripensarlo, tornando alla proposta originale di Marco Biagi di non applicarlo ai nuovi assunti sostituendolo con una serie di tutele che crescono con il passare del tempo”. In pratica invece di essere assunti per un anno, si potrebbe firmare un contratto a tempo indeterminato ma l’azienda avrebbe la facoltà di licenziare anche senza giusta causa per un certo periodo.

Per le alternative di politica economica, come la riforma degli ammortizzatori sociali, sarebbe difficile trovare i soldi.

22/10/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

NEL NOME DELL’IMMUNITA’

da Il Fatto Quotidiano del 20 ottobre

Giancarlo Galan

Giancarlo Galan

La cronaca della giornata di ieri registra due notizie in apparenza non collegate tra loro: al Senato, dove già è stato annunciato da giorni un disegno di legge di Lucio Malan del Pdl per ripristinare l’immunità parlamentare, ne spunta un altro, di Giuseppe Valentino, altro senatore del Pdl. Valentino è un finiano e la sua mossa serve a certificare il placet di Gianfranco Fini al ritorno dell’immunità (che già era arrivato alla Camera con gli interventi del deputato Fabio Granata).

L’altro fatto di ieri è il susseguirsi di prese di posizione e polemiche sulla candidatura alla guida del Veneto: Renato Brunetta, in un’intervista, dice che non si candiderà a Venezia ma che vorrebbe la riconferma di Giancarlo Galan alla Regione. La Lega considera già sua la presidenza veneta, ma Galan dice che vuole ricandidarsi comunque anche se il suo partito, il Pdl, ha già deciso di sostenere il candidato leghista, forse Luca Zaia. Il coordinamento del Pdl veneto esprime “la ferma volontà di mantenere la guida della Regione Veneto in capo a Giancarlo Galan”. E tutto questo nella sostanziale indifferenza di Roma. Come può succedere che la periferia sfidi così apertamente l’autorità del centro senza conseguenze?

La risposta si può vedere proprio nelle reazioni alla bocciatura costituzionale del lodo Alfano. Per Berlusconi la priorità è trovare una via di uscita: che si tratti di introdurre una nuova immunità parlamentare, di accelerare la riforma Alfano della giustizia o di un provvedimento di tipo diverso, il Cavaliere ha bisogno del massimo supporto disponibile. Non può prescindere dalla Lega sia per avere i voti necessari ma anche perché se, come alcuni indizi lasciano intuire, lo scontro con il Quirinale dovesse diventare più aspro, Berlusconi vuole la certezza che Umberto Bossi non appoggi alcun altro governo (nel caso si arrivasse alle dimissioni). E l’unico modo per assicurarsi contro il ribaltone è mantenere il potere contrattuale che deriva dalle regionali del 2010. Il presidente del Consiglio non può neanche correre il rischio, però, di una spaccatura dentro il Pdl su un nuovo asse (di difficile definizione, comunque pro-Galan e regionalista), soprattutto ora che Fini sembra aver ridimensionato le sue recenti velleità di autonomia culturale. Quindi mantiene un margine di ambiguità, promettendo e smentendo, rassicurando e offrendo garanzie. A tutti. Almeno finché sarà possibile.

20/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Sorpresa M&C: De Benedetti invece di vendere compra

debenedetti

 

Forse alla fine si confermerà solo una battaglia per una scatola vuota, ma la partita per il destino di Managment & Capitali è ancora lontana dalla conclusione. E a riaprirla, spazzando via tutti gli accordi e le premesse maturate nei mesi scorsi, è stato ieri proprio Carlo De Benedetti, che di M&C è fondatore e primo azionista.

La storia è un po’ complessa, vale la pena riassumerla. Nel 2005 De Benedetti lancia un fondo di investimento che dovrà salvare, ristrutturare e rivendere con profitto aziende decotte. In pratica un fondo di private equity, che però – ed è la prima volta – viene quotato in Borsa.
Doveva partecipare all’operazione anche Berlusconi poi, per ragioni di opportunità politica e l’opposizione del quotidiano debenedettiano Repubblica, non se ne fece niente. Dopo quattro anni M&C ha in pancia una serie di obbligazioni di Teofran (carta da cucina), quel che resta dei lanifici Botto e Fila, oltre a Comital (alluminio). Asset dal valore incerto. De Benedetti ha deciso quindi di chiudere l’esperienza e uscire dall’investimento, o almento così sembrava fino a ieri.
All’inizio dell’estate partono due offerte pubbliche di acquisto da parte di Mi.mo.se., società di investimento della famiglia torinese Segre, e dal finanziere Giovanni Tamburi, tramite la sua Tip, Tamburi Investment Partners. Entrambi sono soci di M&C. L’offerta viene fatta a prezzi superiori a quelli di mercato per offrire ai piccoli azionisti la possibilità di cedere i propri titoli al nuovo aspirante azionista di controllo che si impegna a comprare tutte quelle che gli verranno offerte. Il primo prezzo, quello della famiglia Segre, è 0,08 euro ad azione. Cioè il valore della liquidità, divisa per il numero delle azioni, che è rimasta in pancia all’azienda ieri dopo aver rimborsato ai soci quasi tutto il capitale di M&C (come dire: visto che l’azienda non vede prospettive di investimento per il capitale dei soci, lo restituisce). Tamburi aveva proposto un’offerta di superiore di oltre il 24 per cento, combinando un pagamento in contanti con uno scambio azionario. Fine della prima parte.

La seconda comincia venerdì sette agosto, con il rilancio dei due contendenti. Mi.mo.se. sale a 0,11 euro per azione, Tamburi a 0,1221. Prima di procedere bisognava aspettare il pagamento del dividendo straordinario, avvenuto giovedì, al quale era subordinata l’efficacia delle due offerte. Il passo successivo, nelle attese degli attori coinvolti, era un consiglio di amministrazione in cui M&C – e quindi De Benedetti – si sarebbe pronunciato sulle nuove offerte. E siamo a ieri, quando la presa di posizione dell’Ingegnere è arrivata, ma non nel modo previsto. Alle dieci e un quarto del mattino le agenzie battono la seguente notizia. Dai documenti di Borsa Italiana si apprende che «Carlo De Benedetti attraverso la finanziaria Romed ha acquistato fuori mercato 10,250 milioni di azioni di Management & Capitali, pari al 2,18 per cento del capitale, aumentando così la sua quota dal 16,1 per cento al 18,2 per cento. La transazione è avvenuta in due tranche – una prima di 1,25 milioni a 0,1452 euro (il 10 agosto), una seconda di 9 milioni a 0,15 euro (il 13 agosto)». In pratica De Benedetti si è ricomprato una fetta consistente della società che ha messo in vendita e sulla quale ci sono già due Opa, pagando le azioni ben più di quello che – anche dopo il rilancio – sono disposti a fare i due pretendenti, Tamburi e i Segre. La mossa è arrivata a sorpresa e molti dei soggetti coinvolti nella vicenda si chiedono non solo perché l’Ingegnere lo abbia fatto, ma anche se era legalmente in suo potere farlo. Subito dopo la notizia, le azioni di M&C cominciano a salire, finché la Borsa non le sospende. Quando le contrattazioni riaprono, ricomincia la salita. Chiudono nel pomeriggio a 0,176, con un rialzo del 21,38 per cento. Cioè il 60 per cento sopra il valore offerto da Tamburi.
Cosa spinge l’Ingegnere a comprarsi a caro prezzo qualcosa che lui stesso ha messo sul mercato? «Evidentemente si è reso conto che le partecipazioni di M&C valgono più di quello che si pensa, come molti dicono da mesi», dice una fonte molto vicina al dossier. L’acquisto di De Benedetti è quindi un messaggio al mercato che dovrebbe stimolare nuovi rialzi nelle offerte e di fatto cancella il termine ultimo per aderire alle offerte d’acquisto, il 15 settembre, perché nessuno venderà più ai due offerenti, in un momento in cui il prezzo pagato dal mercato – dopo il segnale di De Benedetti – è tanto superiore.

C’è chi, in ambienti vicini a M&C, ha visto nella mossa dell’Ingegnere il segnale che la terza Opa è finalmente pronta. Dovrebbe fare capo ad Alessio Nati, genero della moglie dell’Ingegnere, che un mese fa spiegava alla Consob di avere «in corso uno studio di fattibilità» dell’operazione ma senza decisioni ancora prese. Da ieri, però, circola l’ipotesi che Nati sia pronto a impegnarsi, magari proprio al fianco di un De Benedetti pentito dalla scelta di vendere, o almeno con la sua benedizione. E l’acquisto di ieri si configurerebbe quindi come il segnale d’inizio del terzo tempo della partita. Che diventa sempre più contorta e dove tutti hanno un’unica certezza: la conclusione è lontana e il prezzo da pagare per il controllo di quella che a molti continua a sembrare una scatola vuota potrebbe essere ben più alto del previsto.

 

15/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Verso la manovrina d’estate: il governo sogna di evitare il disastro di settembre

Il Governo prova ad arginare la disoccupazione d’autunno intervenendo adesso. Crollano gli ordinativi, Confindustria dice che il problema vero è il carico fiscale sul lavoro.

Spesa pubblica

Il Governo lavora al decreto che verrà presentato al Consiglio dei ministri venerdì prossimo. Molto è ancora da decidere: non si sa ancora se sarà davvero presentato in quell’occasione lo scudo fiscale. Il provvedimento che consente di rimpatriare capitali esportati per eludere il fisco potrebbe essere rimandato. Ma il significato politico dell’intervento dovrebbe essere negli altri due provvedimenti: il premio alle imprese che non licenziano, proposto dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi, e la detassazione degli utili reinvestiti per le aziende, che invece è voluta dal ministro Giulio Tremonti. Provvedimenti che derivano dalla consapevolezza che a settembre la crisi peggiorerà, soprattutto per quando riguarda la disoccupazione. I dati di ieri dell’Istat indicano la gravità della situazione: ad aprile la produzione è crollata del 22 per cento e gli ordinativi del 32 per cento rispetto al 2008.

Con il nuovo provvedimento dopo il decreto di fine anno a sostegno delle famiglie e quello di inizio 2009 per «i settori industriali in crisi», il Governo prova a dare una scossa al sistema economico prima dell’estate, nella speranza di infondere un po’ di ottimismo e rendere meno duro l’autunno. «Altri hanno fatto di più – ha detto ieri Tremonti – noi per fortuna abbiamo fatto di meno, abbiamo fatto bene a non fare tanto e stupidamente. Noi abbiamo cercato di tenere più a posto che potevamo i conti pubblici, di investire quanti più fondi pubblici in ammortizzatori sociali e tenere aperti i canali del credito». Finora il Governo ha aggiunto solo 2,3 miliardi di euro per combattere la crisi, tutto il resto (17,8 miliardi di investimenti complessivi) è stato uno spostamento di fondi già stanziati. Lo calcola Ernst&Young in un documento che verrrà presentato nei prossimi giorni (insieme alla rivista Formiche), dove si arriva alla conclusione che «l’amplificarsi dei problemi strutturali dell’economia e dei deficit di bilancio sposterà progressivamente l’attenzione sull’esigenza di riforme sistemiche». E lo ha detto anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, ieri: «Mai come ai nostri tempi il potenziale di crescita di un paese avanzato è dipeso dalle conoscenze e dalle competenze dei suoi abitanti e per tornare a crescere bisogna reinvestire in questa direzione».

Prima di arrivare alle riforme, però, il governo vuole arginare i danni immediati che la crisi sta provocando. La detassazione degli utili reinvestiti, la cosiddetta norma Tremonti-ter, risponde alle esigenze di Confindustria. «Sappiamo che c’è un problema di limiti di bilancio, però è anche vero che nel medio termine dobbiamo ragionare per abbassare questa pressione fiscale», ha detto ieri la presidente Emma Marcegaglia, dopo la diffusione del dato Eurostat: l’Italia è al primo posto per carico fiscale sul lavoro, il 44 per cento del costo totale. Il problema più grave, sostiene la Marcegaglia, è che la zavorra fiscale rischia di impedire alle imprese di agganciare la ripresa, quando arriverà: «Siamo quelli che hanno la pressione fiscale più alta sul lavoro e sul capitale, è chiaro che se vogliamo parlare di competitività e di ripartenza dell’economia, quello della pressione fiscale è un problema molto serio». Detassare gli utili reinvestiti, però, non basterà a risolvere il problema. Spiega Maria Cecilia Guerra, docente di Scienza delle finanze all’Università di Modena e Reggio Emilia: «C’è stato un monitoraggio accurato sulle due precedenti manovre analoghe di Tremonti, si è visto che servono soprattutto ad anticipare investimenti già previsti, piuttosto che a stimolarne di nuovi. Oggi le imprese investono poco non perché non abbiano i soldi, ma perché c’è una crisi di domanda, e quindi temono di non riuscire a vendere i prodotti».

Per il Governo la priorità è limitare l’impatto sociale della recessione. L’altro elemento portante del decreto è stato quindi discusso con i sindacati e parte dal ministero del Welfare. Il ministro Sacconi ha però già spiegato che si tratterà di una «misura a costo zero». I dettagli non ci sono ancora. La logica dovrebbe essere quella di facilitare il reimpiego dei lavoratori di aziende in difficoltà senza pesare sulle casse pubbliche. Le imprese che assumono un lavoratore in cassaintegrazione beneficiano del sussidio, che passa dal dipendente all’azienda. Non vengono aggiunti soldi, cambiano solo destinatario. Anche perché finora il dibattito interno al Governo è stato soprattutto come evitare di dover raccogliere nuove risorse. Cioè come evitare di alzare le tasse. La fermezza del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi su questo punto (le tasse non si alzano) combinata con la prudenza contabile di Tremonti (non possiamo dissestare i bilanci pubblici) ha determinato quello 0,3 per cento di Pil impegnato contro la crisi che mette l’Italia in fondo alla classifica dell’interventismo. In testa c’è la Spagna con l’8,1. L’utilizzo dello scudo fiscale dovrebbe servire a superare questo stallo. In attesa di capire quali saranno le modalità, in tanti stanno facendo i calcoli: nel 2003 un condono con un’aliquota del 2,5 per cento (pagando quella percentuale l’evasore riportava in Italia i capitali sottratti al fisco senza rischiare sanzioni) ha riportato 80 miliardi di euro, e due miliardi sono finiti nelle casse dello Stato.

Questa volta, se l’aliquota sarà compresa tra il 4 e l’8 per cento, per ottenere un effetto analogo si dovrebbero muovere almeno 150 miliardi, obiettivo difficile. Ma bisogna considerare anche il clima culturale: è molto probabile che al G8 italiano di luglio venga ribadito l’impegno nella lotta contro i paradisi fiscali, e i condoni un po’ alludono ai paradisi fiscali. La prospettiva di un inasprimento delle sanzioni per chi fa ricorso ai paradisi offrirebbe la giustificazione politica per lo scudo di cui si è cominciato a parlare proprio all’epoca del G20 di aprile a Londra, dove si è molto discusso del tema. Il timore di sanzioni più dure potrebbe compensare l’effetto di aliquote più alte. L’obiettivo di Tremonti è rimettere in circolo denaro oggi parcheggiato su conti svizzeri o lussemburghesi, nella speranza che si traduca in consumi, investimenti e stipendi. «Lo scudo fiscale in un momento in cui c’è bisogno di rimettere capitali nelle imprese e c’è bisogno anche di avere sottoscrizione di debito pubblico, può essere una delle logiche concordata con l’Europa», ha detto ieri Emma Marcegaglia.

23/06/2009 Posted by | Articoli | , , , | Lascia un commento

Così la crisi uccide le imprese: il caso Idrobenne

A febbraio i clienti di Paolo Piccinelli smettono di pagare, lo Stato non eroga gli incentivi alla ricerca ma pretende l’Irap. Ora l’estate: ad agosto l’economia si ferma e a settembre – forse – dovrà licenziare. Ma i dipendenti sono amici e parenti.

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Per settembre Paolo Piccinelli ha ricevuto un invito e una richiesta da un suo operaio. L’invito al matrimonio e la richiesta di resistere e non licenziarlo prima delle nozze, perché la coppia sta cercando di costruire casa. «Ho 18 operai in cassaintegrazione, a luglio diventerà cassaintegrazione straordinaria, se si continua così a settembre temo che dovrò mettere in mobilità e licenziare», spiega al Riformista Piccinelli, che ha deciso di rendere pubblica l’agonia della sua impresa, scrivendo ai giornali. Repubblica ha pubblicato la sua lettera.

Perché la storia dell’Idrobenne è quella di un’azienda come decine di altre che negli ultimi decenni hanno reso la Lombardia la regione più ricca d’Italia. Ma è anche una storia che riassume i pericoli a cui questa recessione ha esposto l’intero tessuto produttivo italiano. «Fino a dicembre 2008 la mia era un’azienda modello, ora c’è il richio concreto che dopo l’estate debba chiudere», spiega Piccinelli. L’Idrobenne ha sede a Isorella, nel cuore del distretto bresciano della meccanica, un paese di 3533 anime, a 40 minuti di auto da Brescia. Il sindaco è il fratello Francesco Piccinelli, eletto nel 2006 con una lista civica. Da quelle parti la Lega prende più del 30 per cento. Quando erano ragazzi (Paolo aveva 21 anni) dalla fabbrica riaccompagnano a casa il padre con un forte mal di testa. Un tumore al cervello fulminante, resiste solo sei mesi. E i due fratelli si trovano alla guida dell’Idrobenne. Che hanno trasformato in un’azienda di successo, produttrice di «attrezzature idrauliche per escavatori e gru da camion». Per i non addetti: pinze e ganci che, applicati a bracci meccanici, servono a raccogliere e spostare rifiuti, metalli, carta, tronchi. Un tipico prodotto intermedio, B-to-B, direbbero alla Bocconi, dal business al business. A metà della catena del valore, un pezzo di quell’economia di cui il consumatore finale non si accorge finché non sparisce.

 «Fino all’autunno 2008 facevo programmi semestrali, a ottobre ho cominciato a farli su base trimestrale, perché i clienti non potevano più garantirmi le cifre d’affari degli altri anni. Adesso siamo passati dai programmi alla commessa singola: quando il cliente mi dice cosa vuole io faccio le richieste ai fornitori, da 20-30 pezzi alla volta siamo scesi a 2 o 3. Il nostro capo officina lavora in questo settore dagli anni Sessanta e non ha mai visto niente di simile: c’è stata una flessione nel 1996 e una piccola crisi nel 2003, ma non c’è paragone». Da imprenditore Piccinelli sta tornando artigiano. A novembre il capo della Idrobenne ha scritto ai dipendenti, «si prevede un uragano, cerchiamo di non perdere neppure una commessa perché sarà dura».

Soldi veri, soldi cari

Oggi è tutto fermo. I concessionari industriali non lavorano. Se nessuno ha i soldi per fare investimenti e comprare macchinari, le commesse non arrivano. Il prezzo dei rottami è crollato da 400 a 80 euro a tonnellata, nel settore ci sono meno soldi e quindi meno richiesta di appendici per spostare i materiali. C’è una carrozzeria industriale di Brescia che da anni è partner della Idrobenne: l’anno scorso vendeva cento veicoli, quest’anno – da gennaio a oggi – aveva fatto cinque contratti. Quattro sono saltati perché la banca non ha finanziato il leasing. Saldo finale: meno 99 veicoli in un anno. Le banche stanno diventando un problema.

Spiega Piccinelli: «Noi lavoriamo con cinque istituti, alcuni grandi altri più territoriali. Tra i beni dell’azienda abbiamo un capannone che vale 300 mila euro, in affitto per 2500 euro al mese. Abbiamo cercato di usarlo come garanzia per ottenere da una banca un prestito, liquidità che ci serviva per semplificare la gestione. Volevamo solo 90 mila euro, ma non si sono fidati. È incredibile: in dialetto bresciano ci hanno detto “noi i soldi non li prestiamo volentieri”. Abbiamo provato a insistere allora con la nostra banca di fiducia: ci ha concesso il finanziamento ma con uno spread, cioè il loro margine di guadagno, del 4,5 per cento. Quello normale è di 1,5 o 2 per cento». Anche le casse rurali e le piccole banche del territorio, quelle che ti conoscono da una vita, non si fidano più perché hanno bilanci fragili e temono il colpo di grazia. Lo studio degli artigiani di Mestre, l’autorevole Cgia, conferma l’impressione dell’Idrobenne: i soldi vanno solo alle grandi imprese. Al 31 dicembre 2008 le banche italiane avevano messo in circolo nel sistema 1.304 miliardi di euro. E il 77,9 per cento era stato dato al 10 per cento dei clienti, cioè alle poche grandi aziende che ci sono in Italia. Gli altri, tutto il tessuto produttivo delle piccole e medie imprese, doveva accontentarsi di 289 miliardi, il 22,1 per cento degli affidamenti. E questo era prima che la recessione economica trasferisse all’economia reale tutti gli effetti della crisi finanziaria (le imprese hanno cominciato a soffrire davvero solo in primavera). «Emma Marcegaglia ha ringraziato il governo perché dice che ha visto soldi veri. Solo lei, però. Non dice mai che le grandi aziende come la Fiat hanno smesso di pagare i fornitori, e soltanto qui a Brescia stanno fallendo a decine, e dico questo da associato di Confindustria», commenta Piccinelli, che oltre al problema bancario in queste settimane ha anche quello fiscale. In quella che è considerata la patria dell’evasione, la Idrobenne ha un problema più complesso che nascondere profitti alla guardia di finanza: deve convincere lo Stato a pagare. La situazione è questa: la Idrobenne ha crediti per 35mila euro, sono i “contributi automatici” – che sono assai poco automatici, nell’esperienza di Piccinelli – che vanno alle imprese che fanno ricerca, e a Isorella ne fanno. Poi ci sono i 28 mila euro di Irap da pagare sui profitti del 2008. La soluzione sarebbe semplice: a Piccinelli basterebbe non pagare i suoi 28mila e aspettare di incassare, quando Roma pagherà, i 7mila euro che mancano per compensare il suo credito. Invece non è possibile, la compensazione non è prevista. Risultato: nel pieno della recessione, con le banche che hanno raddoppiato il costo del denaro e le commesse che latitano, la Idrobenne deve trovare 28 mila euro e aspettare che, prima o poi, gliene vengano restituiti 35mila. «Ma potrebbe essere troppo tardi, potremmo aver già chiuso quando arriveranno quei soldi».

Lontani dal fondo

Perché di contanti non ne entrano quasi più, mentre i soldi per gli stipendi e per pagare i fornitori continuano a uscire dai conti dell’azienda. A febbraio sono arrivate le prima fatture insolute, clienti che si rifiutavano di pagare con la tipica giustificazione di chi produce beni intermedi: finché il mio cliente non paga, io non posso pagare il fornitore. Piccinelli sta cercando di non farlo, per lui – dice – «è una questione di onore pagare i fornitori». Ma oggi la Idrobenne è al limite. I suoi prodotti sono competitivi, «i cinesi non ci fanno concorrenza, siamo noi che andiamo a vendere in Cina, propio stamattina ho chiuso un accordo in Tunisia», ma senza soldi non si va lontano. Dopo aver resistito finché è stato possibile, agosto potrebbe segnare la crisi definitiva. Un mese in cui l’industria si ferma, non arrivano commesse, quasi tutti chiudono, sperando poi di riaprire in autunno. Entrano zero contanti ma si continuano a pagare gli stipendi. Se poi a settembre cominceranno i licenziamenti ci sarà una nuova crisi di fiducia, un crollo dei consumi, un’ulteriore riduzione degli investimenti, «siamo ancora lontani dal fondo». A maggio 2009 la Idrobenne ha fatturato 49 mila euro, l’anno prima 250 mila, cinque volte di più.  Tagliare il costo principale, il personale, è l’ultima opzione.
 
«Questa è gente con cui sono cresciuto: con me lavorano un mio cugino, il figlio di un mio socio, due vicini di casa, persone che hanno portato l’azienda al successo», dice Piccinelli. Poi ci sono anche gli immigrati: «Prima è arrivato Mohammed, dall’Egitto, che ha chiamato suo cugino Ahmed, poi un altro Mohammed». E così via. «Senza immigrati avremmo chiuso dieci anni fa, non si trovano più saldatori italiani disposti a lavorare tutta la giornata con una temperatura di quaranta gradi». Piccinelli, che è un elettore del centrodestra da sempre, ha un approccio pragmatico alla questione della sicurezza: «Se gli immigrati restano senza lavoro, da un giorno all’altro, e si trovano irregolari, poi è normale che la situazione diventi tesa. A Isorella c’erano 450 immigrati, sono stati i primi a essere licenziati. E sono subito cominciati i furtarelli nelle stesse imprese in cui lavoravano, anche io ne ho subiti. Quindi le ronde diventano una necessità». Ma non è tanto per questo che Piccinelli ha votato Lega all’ultima tornata elettorale: «Umberto Bossi è stato l’unico a dire esplicitamente che il governo avrebbe dovuto dare i soldi alle imprese, invece che alle banche cercando poi di convincerle a prestarli. Solo la Lega ha fatto qualcosa per noi e per gli artigiani. Io rimango un liberale e quindi continuo a votare a destra, però lo faccio turandomi il naso. Un presidente del Consiglio imprenditore non dovrebbe comportarsi così, questo governo non sta facendo quello che aveva promesso». E se ci fosse un’alternativa credibile, Piccinelli – anche con un fratello sindaco di un comune dove la Lega prende il 35 per cento – sarebbe pronto a votare per una volta a sinistra. «Anche solo per dare un segnale di protesta».

22/06/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , | 1 commento