Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

INCASTRI DI GOVERNO

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Ieri si potevano chiudere i negoziati sulle elezioni regionali 2010 che da oltre un mese creano tensioni nella maggioranza. Invece il vertice risolutorio, tra Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Umberto Bossi è saltato. “Non c’era niente di urgente”, ha minimizzato il Cavaliere. Ma almeno un’urgenza comincia a delinearsi: il ruolo dell’Udc. Forse anche per l’imminente allargamento del polo centrista (con l’arrivo dell’atteso nuovo partito di Francesco Rutelli) e forse per le manovre di avvicinamento del Pd, il partito di Pierferdinando Casini è di nuovo al centro delle attenzioni. In alcune regioni, come la Puglia, dovrebbe riuscire davvero a giocare il ruolo di ago della bilancia a cui ambisce. E una nuova definizione dei rapporti con l’Udc porterà a un inevitabile cambiamento dei rapporti con la Lega che – forte del suo potere contrattuale – continua a rivendicare il Veneto, sollecitare il Piemonte e sognare la Lombardia.

Ma la cena tra i tre leader del centrodestra non c’è stata. Come previsto, invece, si è tenuto l’incontro tra Berlusconi, i coordinatori del Pdl e i capigruppo di Camera e Senato a palazzo Grazioli. Quasi a confermare l’impressione diffusa che, prima di preoccuparsi dei problemi con gli alleati, il Pdl debba risolvere quelli al proprio interno. É chiaro che c’è in corso un complesso gioco a incastri, l’ipotesi di una promozione di Gianni Letta a vicepremier è credibile. Servirebbe ad aumentare, per interposta persona, il controllo di Berlusconi sull’esecutivo, ridimensionando definitivamente anche da un punto di vista formale il peso di Giulio Tremonti.

L’arrivo di Pierluigi Bersani alla guida del Pd sembra aver fatto da catalizzatore: dalla partita europea per sponsorizzare Massimo D’Alema a mister Pesc alle possibili alleanze con l’Udc. Tutto succede più in fretta. E i nuovi equilibri interni possono avere conseguenze sul governo: dalla scelta, ormai quasi ufficiale, di mettere Dario Franceschini alla guida dei deputati all’annuncio di uscita della politica di Massimo Cacciari. Alla poltrona di sindaco di Venezia non ha mai rinunciato Renato Brunetta, che potrebbe liberare un posto nel governo, prezioso per remunerare qualche altro partecipante al grande risiko in corso.

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05/11/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , | Lascia un commento

Tremonti all’angolo

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

 

Da ieri la posizione di Giulio Tremonti negli equilibri interni al governo si è complicata un altro po’. “Il Giornale” di Vittorio Feltri ha sparato in prima pagina “La lettera della discordia tra Silvio e Giulio”. Si tratta dell’invito a una conferenza dell’Aspen, l’istituto per le relazioni transatlantiche presieduto dal ministro dell’Economia, per un incontro dell’8 ottobre scorso, a Roma. Tema: “Costruire il dopo e rinnovare la leadership”. Una conferenza – come sempre per l’Aspen – a porte chiuse, anche se un po’ meno del solito, visto che tra gli invitati c’erano new entry come Ignazio Marino e Umberto Veronesi. Un summit “irrituale”, secondo uno dei partecipanti. “Il Giornale” maligna: discutere “del dopo” a ventiquattr’ore dalla sentenza sul lodo Alfano non è stato elegante e Silvio Berlusconi non ha gradito. In realtà l’incontro era già in programma da tempo, tanto che la lettera d’invito è stata spedita il 7 settembre (quando l’unica scadenza nota era la presentazione del think tank di Luca di Montezemolo Italia Futura il 7 ottobre).

A irritare Berlusconi sembra sia stato soprattutto un passaggio troppo esplicito della lettera, il riferimento a “una leadership complessiva sul piano di un consenso che non sia solo immediato e mediatico”. E quanti tipi di leadership mediatica ci sono in Italia? La notizia del giornale, che poteva essere argomento di un retroscena o di un commento, viene sparata in copertina con un’enorme foto di Tremonti. Visti i precedenti, da Dino Boffo a Gianfranco Fini, la scelta editoriale ha anche una rilevanza politica. E Tremonti da giorni temeva che potesse esplodere il “caso Aspen”, soprattutto con una tempistica così infelice: domani, infatti, il ministro dell’Economia sottopone al Consiglio dei ministri il progetto della Banca del Sud, atteso da mesi. Vedere i giornali che si occupano solo dei rapporti con Berlusconi invece che del merito del provvedimento non può che irritare Tremonti.

Anche perché i primi dettagli diffusi dal ministero, tra cui il coinvolgimento delle Poste Italiane e dei loro sportelli, fanno pensare che i prossimi mesi saranno già difficili a prescindere dalle tensioni politiche. Se la Banca del Sud sarà un’istituzione privata, come annunciato, garantire il suo accesso alla rete dei 15mila sportelli postali può creare problemi di concorrenza e perplessità antitrust (sia a livello europeo che italiano), visto che le altre banche potrebbero lamentare una concorrenza sleale sponsorizzata dal governo. I tempi, comunque, non saranno brevissimi: ieri il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola ha smentito ogni contrasto con Tremonti, ma ha spiegato che entro Natale “si attiverà una cabina di regia a palazzo Chigi” per decidere un piano di interventi per il Sud.

Chi segue da vicino le mosse tremontiane invita a non sopravvalutare la questione Aspen, perché sull’agenda del ministro ci sono temi più urgenti di una successione a Berlusconi (sulla quale, comunque, il ministro riflette da tempo). Il primo è proprio la Banca del Sud, una misura strutturale – e non solo anticrisi – che serve a Tremonti per rifarsi delle difficoltà recenti su altri dossier. “La sconfitta che gli brucia di più è quella sul global legal standard, i principi per riformare la finanza internazionale proposti dal G8 italiano che sono caduti nell’irrilevanza nel dibattito internazionale”, dice una persona che lo conosce bene. Quella più politica, però, è la questione dei Tremonti-bond, le obbligazioni sottoscritte dal Tesoro che le due grandi banche Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno rifiutato. Alessandro Profumo, di Unicredit, ha già spiegato che era meglio fare un aumento di capitale e tenere il ministero fuori dal bilancio e quindi dalla gestione. Banca Intesa ieri ha comprato un’intera pagina del “Foglio” per spiegare che è perfettamente in grado di finanziare le piccole imprese anche senza i Tremonti-bond (che a questo dovevano servire, oltre a rafforzare la patrimonializzazione delle banche). Il ministro, poi, non ha gradito che il presidente dell’Associazione bancaria italiana, Corrado Faissola, si sia incontrato con Gianni Letta a sua insaputa proprio nei giorni in cui Tremonti discuteva del futuro della leadership e Berlusconi, stando ai “si dice”, all’ultimo Consiglio dei ministri, avrebbe esordito salutando i “provvisoriamente ministri” (e in mano avrebbe avuto la lettera di invito al seminario dell’Aspen). Ci si è messa anche l’Unione europea a complicare la vita del ministro che nei mesi della crisi si è presentato come la vestale dell’austerità contabile: lui, che ha negato ogni spesa di emergenza e ha imposto tagli a quasi tutti gli altri ministeri, ha dovuto incassare l’apertura della procedura di infrazione contro l’Italia perché ha sforato il deficit e che dovrà trovare 15 miliardi di euro all’anno per i prossimi tre-quattro anni, tra riduzioni di spesa e nuove tasse. Il tutto mentre il debito pubblico marcia verso il 118 per cento del Pil.  

Nei corridoi si racconta che Tremonti abbia sempre pronta una lettera di dimissioni, da usare come arma contrattuale. Anche se, nella sintesi del convegno Aspen, si legge che “un leader responsabile è innanzitutto consapevole di quanto il processo di ‘costruzione del dopo’ debba e possa dipendere dalla conoscenza e dalla gestione del processo nel presente”. Tradotto: il leader del futuro è più credibile se già oggi ha la possibilità di stare al governo

15/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , | Lascia un commento

SINISTRA FUTURA

da Il Fatto Quotidiano del 8 ottobre

Luca Cordero di Montezemolo

Luca Cordero di Montezemolo

Per una di quelle coincidenze temporali che per i giornali berlusconiani sono sempre “ad orlogeria”, mentre la politica aspettava il verdetto della Consulta sul lodo Alfano, tra gli stucchi di palazzo Colonna, a Roma, Luca di Montezemolo presentava “Italia Futura”. L’uomo di punta di quello che doveva essere “il complotto delle élite” ribadisce per l’ennesima volta che non sta battezzando un golpe, un movimento o un partito ma un think-tank. Un pensatoio attivo nel dibattito pubblico e nella società, che promuove convegni e finanzia progetti innovativi. E gli si può anche credere, non fosse per un rapido accenno all’orizzonte temporale su cui ragiona “Italia Futura”: 5 anni, giusto il tempo di una legislatura. “Immaginiamoci l’Italia fra cinque anni, come sarà?”, si domanda Montezemolo.

Anche il resto della platea se lo chiede, mentre compulsa i Blackberry per capire se è arrivata la sentenza sul lodo. Ammettendo la buona fede di Montezemolo e che quindi per ora lui non voglia entrare in politica (anche perché è ancora presidente della Fiat), bisogna comunque tenere conto del clima. In platea c’erano tutti, dal banchiere Luigi Abete alla sindacalista della Cgil Susanna Camusso (perfino Vittorio Sgarbi) con la voglia di ragionare già su scenari post-berlusconiani. Sul palco, infatti, c’è Gianfranco Fini. «Montezemolo presenta un rapporto sulla mobilità sociale e l’Italia bloccata e qui ad ascoltarlo ci sono tutti quelli che la bloccano», celia un direttore di giornale.

Oltre alle speculazioni sui complotti e agli sfottò alle spalle di Montezemolo che parla di meritocrazia contro la cooptazione (lui che fu cooptato da Gianni Agnelli), resta il dato politico: nel suo discorso il presidente della Fiat tocca una lunga lista di temi, dalla questione meridionale all’abolizione delle province fino a un’uguaglianza delle opportunità sostanziali e non solo formali per i giovani, che dimostrano come ci sia lo spazio – culturale se non politico ed elettorale –  per un nuovo centro che si appropria di alcuni temi della sinistra (dimenticati dal Pd) e scoperti dalla destra berlusconiana (la lotta ai fannulloni e alla burocrazia). Se poi, dopo i cinque anni evocati da Montezemolo, il Pd sarà ancora quello di oggi, forse Italia Futura potrebbe diventare perfino la Sinistra Futura. Molto centrista, però, e quindi – spera qualcuno – vincente.

08/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento