Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Regolamento di conti/1: Il governatore che insiste con gli ammortizzatori

Mario Draghi

Questa volta c’è soltanto silenzio, nessuna reazione. Eppure il governatore della Banca d’Italia, venerdì a Padova, ha ripetuto lo stesso dato che aveva alimentato tante polemiche a giugno: in Italia ci sono 1,6 milioni di persone che se perdono il lavoro si trovano abbandonate, senza coperture, neppure quella cassa integrazione che nel disomogeneo sistema italiano diventa un privilegio di pochi. Nonostante le promesse di Silvio Berlusconi – “nessuno sarà abbandonato” – secondo le elaborazioni della Banca d’Italia su dati Istat e Inps, dice Mario Draghi, “circa 1,2 milioni di lavoratori dipendenti non avrebbero copertura in caso di interruzione del rapporto di lavoro, a cui si affiancano 450mila lavoratori parasubordinati che non godono di alcun sussidio o che non hanno i requisiti per accedere ai benefici introdotti dai provvedimenti del governo”. Una cifra che, rapportata ai 23,4 milioni di occupati censiti dall’Istat, dato 2008, significa che quasi il sette per cento dei lavoratori è privo di protezioni. Per questo Draghi auspica una riforma degli ammortizzatori sociali. Quando aveva detto le stesse cose sei mesi fa era stato Berlusconi in persona a contestarlo: “Questa è un’informazione di Draghi che non corrisponde alle cose che emergono dalla nostra conoscenza della realtà italiana”. Ma poi, in commissione Lavoro alla Camera, il sottosegretario Pasquale Viespoli aveva dovuto ammettere che i numeri della Banca d’Italia non erano poi così lontani dal vero.

GLI INDIFFERENTI. Questa volta le parole di Draghi, invece, non hanno suscitato commenti se non quelli dei sindacati che, compatti, appoggiano sempre l’idea di riformare (ampiandole) le protezioni per chi perde il lavoro. Quando, a ottobre, il governatore aveva intimato che “bisogna alzare l’età pensionabile” non aveva ottenuto neppure la sponda dei sindacati. Il governo, e il ministro del’Economia nello specifico, si limitò a dire che “la riforma è già stata fatta”. L’unica occasione in cui il governatore ha provocato reazioni dall’esecutivo è stato il convegno sul Mezzogiorno in cui ha bocciato i pilastri della politica berlusconiana e tremontiana per il Sud (cioè piani straordinari regionali e Banca del Sud per dare credito agevolato). Tremonti aveva provato addirittura, senza riuscirci, a bloccare il simposio. La freddezza del governo Berlusconi verso la Banca d’Italia è tale che, dopo l’intervento di Draghi al meeting di Comunione e liberazione, ci fu chi sostenne che ormai il governatore si rivolgeva  al Partito democratico, dettando le linee di un programma di politica economica alternativo.

IL POTERE. Draghi, ancora più economista che politico, parla per citazioni. Basta vedere lo studio che ha scelto di citare a sostegno del suo intervento sugli ammortizzatori, un lavoro firmato da Bruno Anastasia, Massimo Mancini e Ugo Trivellato. Nel paper dei tre economisti si legge: “La ragione principale che in genere si adduce per spiegare il (finora) mancato approdo ad una riforma generale è quella dell’eccesso paventato di costi, non si fanno le nozze con i fichi secchi” anche se c’è il forte sospetto che “il sistema attuale in realtà dispiaccia meno di quanto sembri agli attori sociali, nei quali prevale non di rado un riflesso conservatore, e scarso sia, invece, il consenso non tanto sui principi generali di riforma”. Tradotto: i politici, inclusi quelli di questo governo, preferiscono conservare il potere discrezionale di decidere chi ha diretto a quanta protezione, ,modificando le risorse per la cassa integrazione e per la previdenza. Anche se questo comporta abbandonare al loro destino 1,6 milioni di persone.

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21/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

La riconferma di Big Ben

da Il Fatto Quotidiano del 18 dicembre

Ben Bernanke

L’uomo dell’anno ottiene il bis. Il giorno dopo che Time gli ha dedicato la copertina come personaggio del 2009, Bem Bernanke viene riconfermato dalla commissione Finanze del Senato americano alla guida della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. E non poteva andare diversamente, perché Bernanke era già stato indicato dal presidente Barack Obama e ha finora gestito con successo questa parte della crisi. Usando a fisarmonica il bilancio della Fed, passato da 900 a oltre 2000 miliardi di dollari, ha permesso alle banche di liberarsi dei titoli tossici nella fase in cui dovevano avere liquidità a poco prezzo per non soffocare, trasferendo il rischio sulla banca centrale.

Ha evitato l’apocalisse, dicono di lui, anche se c’è qualche ombra sulla sua gestione di alcune operazioni come quella del salvataggio di Bear Stearns. Ma fare ora i bilanci della sua leadership è come giudicare un film dopo il primo tempo. Perché adesso comincia una parte altrettanto difficile del suo compito: prevenire la prossima crisi. Ed è anche per questo che Foreign Policy lo ha indicato come l’intellettuale globale più influente dell’anno tra i 100 in classifica. Perché ora Bernanke dovrà costruire un nuovo paradigma intellettuale alternativo a quello del suo predecessore Alan Greenspan, decaduto guru della finanza che aveva le sue basi culturali in Ayn Rand e in una fede assoluta nelle virtù del mercato.

Bernanke dovrà gestire la politica monetaria in un contesto di disoccupazione al 10 per cento (poteva essere il 25 o il 30 e scatenare una nuova Grande depressione, dicono i suoi fan) e con le elezioni di med term che si avvicineranno proprio quando l’inflazione potrebbe riemergere. E il presidente della Fed dovrà destreggiarsi tra la necessità di alzare i tassi (o comunque raffreddare l’economia tagliando le misure straordinarie) e le pressioni della politica perché lasci correre la ripresa e anche l’inflazione, per ridurre il valore reale dell’enorme debito pubblico accumulato per salvare l’economia reale. Se ci riuscisse gli spetterebbe di diritto la copertina di Time anche nei prossimi dieci anni.

18/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Ci salvano i Cinesi

dal Fatto Quotidiano del 17 dicembre

di Francesco Bonazzi e Stefano Feltri

Il governatore della Banca centrale cinese Zhou Xiaochuan

Dio benedica la Cina e il suo capitalismo a corto di democrazia, ma non di denari. Da nemico pubblico numero uno, buono per gli slogan più beceri della base leghista e le macrovisioni geopolitiche di Giulio Tremonti a silenziosi partner. Niente più polemiche. Niente più insulti. Anche la Chinatown di Via Sarpi (Milano) o dell’Esquilino hanno smesso di preoccupare. Una volta a Roma perfino i tassisti malignavano su tutti “’sti cinesi amici di D’Alema”. Oggi sono amici di Tremonti?
Il viaggio del ministro dell’Economia a Pechino, con tanto di lezione alla scuola quadri del Partito comunista ha sollevato qualche domanda. E’ lo stesso ministro che si vantava (nel libro “Rischi fatali” del 2005) di essere stato “il primo politico occidentale” a individuare nella Cina “non solo una fantastica opportunità” ma anche “una incombente drammatica negatività”. Che i rapporti siano sempre più stretti lo dimostra anche la visita imminente dei dirigenti del Cic, il China Investment Corporation, opaco fondo sovrano (cioè che gestisce per conto del governo i surplus del bilancio cinese) che arriverà in Italia per trattare accordi con la Cassa depositi e prestiti, braccio operativo della politica economica tremontiana. E non può essere una coincidenza che circolino voci – poi smentite – dell’interesse di un’azienda cinese per acquisire lo stabilimento Fiat di Termini Imerese.


SHOPPING. La spiegazione della metamorfosi circola da settimane nei corridoi delle banche che si occupano di collocare sui mercati internazionali il debito dello Stato italiano: i cinesi hanno cominciato a comprare sempre più Bot e Btp, garantendo il successo delle aste e una domanda tale da mantenere bassi i rendimenti (cioè il costo dell’indebitamento per lo Stato). Racconta un banchiere di una grossa banca statunitense che partecipa alle aste del Tesoro italiano: “Per muovere il mercato in senso favorevole non bisogna neanche comprare moltissimo. Basta un grosso ordine da un investitore che potenzialmente può comprare ancora per aiutare a dare la direzione giusta”. Visto il loro peso specifico, le mosse dei cinesi hanno un impatto forte: “Se i grossi investitori sono anche istituzionali e cinesi, e questi ultimi sono molto liquidi anche perché stanno si spostando sempre più dal dollaro all’euro gli altri trader poi hanno paura di vendere e naturalmente il mercato sale o regge i livelli”. Con la riservatezza tipica del settore, quindi sotto garanzia di anonimato, anche altri banker confermano. “Il crescente interesse di clienti cinesi per i vostri titoli si è registrato in modo visibile già a marzo e aprile. E ancora a ottobre, durante l’ultima asta del Btp a 30 anni, si sono visti movimenti in crescita da Pechino”, dice un altro banchiere d’affari straniero, specializzato sul debito pubblico Sud Europa. “Grossi ordini da investitori cinesi hanno ‘incoraggiato’ la domanda di Btp”, rivela un terzo banchiere da Londra, più laconico ma sicuro nell’indicare un fenomeno nuovo “e che andrà sicuramente crescendo nel 2010, quando l’Italia dovrà collocare oltre 150 miliardi di titoli”. I  cinesi hanno molta liquidità da investire e sono molto attivi sui mercati, anche per la loro politica monetaria di cambio fisso tra yuan e dollaro. E quindi, spiega un banchiere italiano che ha lavorato a lungo per banche tedesche: “Possono decidere di comprare quello che vogliono. Comprano titoli americani per sostenere il debito (e il consumo) in quel paese.  Comprano titoli in euro e commodities per differenziare i loro investimenti”.


IL TESORO. Trovare conferme dal ministero di via XX Settembre non è facile. Nelle aste normali dei titoli di Stato gli acquirenti sono anonimi, almeno in una prima fase, e anche quanto l’identità diventa pubblica si tratta comunque di intermediari. E il Tesoro non è troppo interessato a sapere dove finisce il debito. Qualche informazione in più è disponibile sui collocamenti di titoli particolari, per i quali il ministero si rivolge a un “sindacato di collocamento”, di solito composto da cinque banche, che si occupa di sondare il mercato di piazzare poi l’emissione. E spesso il sindacato comunica anche indicazioni sulla provenienza geografica degli acquirenti. Nel 2009 ci sono state tre operazioni di questo tipo e tre comunicati che si limitano a dire: “Non è mancata anche la presenza di investitori residenti in Asia e negli Usa”. Il grosso viene comunque piazzato in Europa. A fine 2008, dice la Banca d’Italia, su 1,3 miliardi di debiti del settore pubblico 742 milioni erano in mano a investitori fuori dall’Italia. Ma nel 2009, si legge in una tabella dell’ultimo bollettino di Bankitalia, i titoli di Stato in mano straniera ha subito un deciso aumento. Un funzionario di alto livello del ministero non si sbilancia sul nuovo feeling con i cinesi e sul loro attivismo, ma dice: “Credo di poter dire che assistiamo a un aumento della componente asiatica, ma si tratta di un’informazione soltanto qualitativa”.


E forse alludeva a questo Tremonti, quando ai giovani quadri del Partito comunista cinese ha citato Karl Marx: “All’antica indipendenza nazionale si sovrapporrà una interdipendenza globale”. E pensare che sono passati soltanto quattro anni da quando, in “Rischi fatali”, il ministro denunciava: “E’ il resto del mondo, soprattutto la Cina, che sfrutta la debolezza dell’Europa. La colpa non è della Cina. La colpa è dell’Europa”.

17/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

CROCI E DELIZIE D’EUROPA

Ieri sono arrivati dati Ocse, assai meno celebrati del superindice che ha tanto entusiasmato il governo due settimane fa: il Pil italiano diminuirà del 4,8 per cento nel 2009, un po’ peggio dell’ultima stima disponibile. Nonostante il rigorismo contabile di Giulio Tremonti il rapporto tra debito e Pil sfonderà il 120 per cento. Se davvero il 2010 andrà come dice l’Ocse, cioè +1,1 per cento, la congiuntura potrebbe tradursi in un inaspettato aiuto per il governo in un anno che potrebbe anche essere di elezioni anticipate. Sarà l’Europa a trascinare l’Italia, con il solito motore francotedesco che dovrebbe ripartire importando i nostri prodotti.

Ma l’Europa potrebbe anche diventare un problema non piccolo dopo la bocciatura della candidatura di Massimo D’Alema a ministro degli Esteri dell’Ue dopo il trattato di Lisbona. Il fatto da un lato dimostra, come ha sottolineato il presidente dei socialisti all’europarlamento Martin Schulz, che il peso diplomatico di questo governo non è all’altezza delle sue ambizioni. Dall’altro mette Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti in condizione di essere quasi obbligati a sponsorizzare la candidatura del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea, quando nel 2011 scadrà il mandato di Jean-Claude Trichet.

Prima c’è però un’altra battaglia da combattere: quella per mandare Tremonti alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei ministri economici che è la controparte politica della Bce. La lezione del ministro in Cina, ieri, alla scuola del Partito comunista cinese è stata l’occasione per ricordare il manifesto del tremontismo, aggiornato in vista dell’Eurogruppo: ha richiamato la sua analisi sui legami tra crisi e globalizzazione, evocato il suo progetto (mai decollato nei consessi internazionali) di un global standard per le pratiche economiche, e rinnovato l’invito a riscrivere le norme della finanza. Ha anche ribadito che il G20 non può diventare un G2 sinoamericano, al massimo un G3 con un’Europa che lui vede rafforzata dalla crisi, perché finalmente ha prevalso in modo chiaro la dimensione intergovernativa. Una posizione netta che, forse non piacerà a tutti, ma è una base per la candidatura all’Eurogruppo.

20/11/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Il governo di Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi ama ricordare un aneddoto del giorno della nomina alla Banca d’Italia: dopo la comunicazione si incammina da piazza Venezia a Roma verso via del Corso. I cronisti pensano che stia andando a rendere omaggio a Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli. E invece lui, con un colpo di scena perfettamente calcolato, li spiazza, girando in una strada laterale. Doveva ringraziare padre Rozzi, il gesuita che è stato il suo maestro al liceo Massimo e guida dopo un grave lutto familiare, non certo la politica che, per un accidente storico, lo aveva promosso alla poltrona tecnica più importante del Paese.

RISIKO. Quasi quattro anni dopo il rapporto con la politica resta lo stesso, un coinvolgimento diretto e allo stesso tempo distaccato, nonostante tutti lo vedano sempre in procinto di smettere i panni del tecnico per quelli del politico (lo stesso succedeva, ciclicamente, anche al suo predecessore Antonio Fazio).
Mario Draghi oggi è al centro di un risiko di nomine, o almeno di speculazioni, che potrebbe portarlo alla guida di un governo tecnico o alla testa della Banca centrale europea. Molto dipende da come verranno riempite le altre caselle: il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aspira alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei  ministri economici dell’area euro, Massimo D’Alema sogna la poltrona di ministro degli Esteri europeo dell’Unione post- trattato di Lisbona, a catena – se Draghi andasse alla Bce – bisognerebbe trovare un altro governatore della Banca d’Italia, e potrebbe essere Lorenzo Bini Smaghi, che ora sta proprio nel consiglio della Bce, e  che avrebbe il placet di Tremonti.
Oltre alle nomine, nelle ultime settimane le tensioni con il ministro Tremonti (frequenti in questa legislatura) sono state originate, nell’ordine, da: gli applausi al discorso di Draghi al meeting di Rimini di Cl, merito anche del nuovo stile comunicativo con discorsi scritti interrotti da interventi a braccio; la richiesta di Draghi di alzare l’età pensionabile e le risposte del governo (“la riforma è già stata fatta”); le critiche della Banca d’Italia allo scudo fiscale con replica del ministro; la creazione della Banca del Mezzogiorno voluta da Tremonti che aggira il potere autorizzativo della Banca d’Italia sulla creazione di nuove istituzioni creditizie. Con un paio di mesi di anticipo, a luglio, il servizio studi della Banca d’Italia aveva pubblicato un working paper dal titolo “Quali politiche per il Sud? Il ruolo delle politiche nazionali e regionali nell’ultimo decennio” che si può leggere come  una bocciatura preventiva dei nuovi piani regionali vagheggiati dal governo Berlusconi di cui la Banca del Mezzogiorno è il cardine.

IL POTERE. Proprio dal servizio studi bisogna partire per capire il potere presente di Draghi che serve a mettere le basi di quello futuro, a palazzo Chigi o all’Eurotower di Francoforte, dove ha sede la Bce. Draghi ha riorganizzato il pensatoio della Banca d’Italia in quattro sezioni, statistica, economia reale, finanza pubblica, economia monetaria. A capo c’è sempre Salvatore Rossi che, però, dai tempi di Antonio Fazio, è salito di grado e ora è direttore centrale per la ricerca economica. La tempistica dei quaderni di ricerca della Banca d’Italia è stata negli ultimi due anni troppo precisa per essere casuale, basti ricordare quest’estate lo studio sui divari di reddito e prezzi tra Nord e Sud Italia che ha chiuso il dibattito sulle gabbie salariali volute dalla Lega, rafforzando quel ruolo di via Nazionale che alcuni osservatori definiscono di “Cassazione dell’Economia”. I maliziosi dicono che ormai il servizio studi è la clava che Draghi cala sul dibattito politico per conquistarne l’egemonia. Chi conosce personalmente il governatore, invece, lascia intuire un’altra interpretazione. Franco Bruni, economista della Bocconi tra i più autorevoli, negli anni Settanta studiava al MIT di Boston insieme a Draghi e Mario Baldassarri (ora con il Pdl) alla scuola del premio Nobel Franco Modigliani: “Erano i primi tempi in cui si usava l’econometria, passavamo le nottate con i computer a schede a far girare modelli, ma riuscivamo a non perdere il contatto con la realtà, anche italiana, grazie a Modigliani che discuteva con noi i suoi editoriali per il ‘Corriere della Sera’. Dovevamo anche aiutare Bob Solow e Paul Samuelson, due futuri Nobel, a preparare i loro appunti per le audizioni al Congresso”. A tutti e tre i giovani dottorandi resta l’imprinting: la ricerca, anche al più teorica, deve essere declinata in qualcosa di utile, cioè suggerimenti di politica economica. All’epoca Baldassarri era il più portato per gli aspetti concreti, l’unico a sapere a quanto ammontasse il Pil dell’Italia. Draghi era a metà tra la fascinazione per la teoria e la propensione a diventare un uomo del fare.

Dopo gli anni da direttore generale del Tesoro, in cui ha maturato grande esperienza per gli equilibri di potere romani e si è procurato anche parecchi nemici, Draghi sembra ver trovato ora l’equilibrio che più si addice alle sue inclinazioni caratteriali. Alla Banca d’Italia ha formato il suo ‘governo’, cioè il direttorio che è l’organo di comando di via Nazionale. Ignazio Visco, economista di fama internazionale, rappresenta l’anima più accademica, il teorico del gruppo. Annamaria Tarantola è stata promossa da Draghi, prima donna nel direttorio, dalla vigilanza dove è ricordata come uno dei cani da guardia più feroci dell’operato delle banche italiane. Giovanni Carosio, già numero due del comitato di Basilea che ha fissato negli scorsi anni le regole di patrimonializzazione delle banche (ora contestate da più parti) ha avuto da poco una chiamata “ad personam” di rilievo: guida il Comitato europeo per la supervisione bancaria, il Cebs, che sta costruendo la nuova vigilanza bancaria europea cui spetta il compito di riempire  le falle evidenziate dalla crisi. Chi ha gestito il delicato equilibrio tra funzioni nazionali e internazionali di via Nazionale è Fabrizio Saccomanni, il sessantasettene direttore generale della Banca d’Italia che due giorni fa – in una delle sue rare prese di posizione pubbliche – ha analizzato lo scudo fiscale davanti alle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato: lo scudo – ha detto – può avere effetti positivi sulla ripresa se i capitali degli evasori rimpatriati vengono investiti nelle imprese, ma potrebbe anche incentivare l’evasione futura. Immediata replica di Tremonti che ha detto “provvedimenti come questo ci sono in tutti i Paesi”.

Il compito più difficile di Saccomanni è stato in questi mesi conciliare le due cariche del governatore, evitando l’impressione che ne trascurasse una: oltre a essere alla testa della Banca d’Italia, Draghi presiede il Financial Stability Forum che dopo il G20 di Londra dello scorso aprile è diventato Financial Stability Board, promosso a principale foro di dialogo economico dove si discute del futuro dell’architettura finanziaria mondiale. Ne fanno parte banchieri centrali, capi di Stato e di governo e ministri dell’Economia (o loro rappresentanti) e i vertici delle principali istituzioni internazionali finanziarie. Sono i “topi a guardia del formaggio”, come li ha definiti una volta Tremonti con una delle sue battute più pungenti, sostenendo che la soluzione alla crisi non poteva arrivare da chi aveva applicato fino a ieri le regole alla base del tracollo.

LE REGOLE. Dai working group del Financial Stability Forum sono arrivate le proposte sui limiti alle retribuzioni dei manager, sui nuovi criteri di capitalizzazione e sulla disciplina da applicare agli strumenti finanziari derivati. L’ascesa del FSB è stata parallela alla progressiva prevalenza del G20 sul G8, sintomo dell’impossibilità di gestire la nuova governance globale della finanza senza il coinvolgimento dei Paesi emergenti. Il successo – anche di immagine – della presidenza Draghi del FSB lo rende un candidato più credibile del suo rivale Axel Weber, governatore della Bundesbank, per la poltrona della Bce. Draghi è sempre a tutti i summit che contano, dal G20 al G8, dai vertici europei di politica economica alle riunioni dei banchieri centrali come Jackson Hole, in Wyoming. Saccomanni, che è stato al Fondo monetario internazionale e responsabile dei rapporti con l’estero della Banca d’Italia, lo supporta sulla scena internazionale e si assicura che il governatore sia sempre informato e adeguatamente attivo nelle faccende italiane. Draghi, nella sua doppia veste, può  tradurre in suggerimenti di politica economica le suggestioni teoriche che gli derivano dai simposi internazionali e, viceversa, sviluppare considerazioni derivanti dalla pratica quotidiana in principi generali che devono ispirare la ristrutturazione della finanza globale. “Nei prossimi anni la guida del Financial Stability Board potrebbe essere per Draghi un compito più affascinante rispetto alla Bce, soprattutto quando sarà completato il riassetto del Fondo moentario internazionale e delle altre istituzioni”, dice il professor Bruni. Anche sulla scena internazionale Tremonti ha cercato il confronto con Draghi, promuovendo il suo global legal standard, la carta dei principi per una nuova finanza che, almeno negli ultimi vertici internazionali, non è riuscita a conquistare la testa dell’agenda.

LE PROSSIME TAPPE. Draghi, quindi, potrebbe anche decidere di restare alla Banca d’Italia e alla guida del FSB, se sarà riconfermato nel 2012, quando scade il suo mandato (non più a vita dopo l’esperienza di Antonio Fazio). “In fondo – spiega un esperto conoscitore di via Nazionale – i casi di governatori che hanno lasciato la poltrona più alta per prendere la guida del governo sono pochissimi: Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, ma quelli erano tempi di vera emergenza, Luigi Einaudi, che diventò vicepresidente del Consiglio prima di andare al Quirinale, e Lambeto Dini, che però era direttore genrale. Gli altri passaggi dall’istituzione alla politica sono stati più graduali”. Qualunque cosa decida di fare Draghi, però, nel suo presente continua la dialettica con il ministro Tremonti: prossimo match alla giornata del risparmio, il 29 ottobre, quando entrambi parleranno delle condizioni della finanza italiana.

19/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Tremonti all’angolo

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

 

Da ieri la posizione di Giulio Tremonti negli equilibri interni al governo si è complicata un altro po’. “Il Giornale” di Vittorio Feltri ha sparato in prima pagina “La lettera della discordia tra Silvio e Giulio”. Si tratta dell’invito a una conferenza dell’Aspen, l’istituto per le relazioni transatlantiche presieduto dal ministro dell’Economia, per un incontro dell’8 ottobre scorso, a Roma. Tema: “Costruire il dopo e rinnovare la leadership”. Una conferenza – come sempre per l’Aspen – a porte chiuse, anche se un po’ meno del solito, visto che tra gli invitati c’erano new entry come Ignazio Marino e Umberto Veronesi. Un summit “irrituale”, secondo uno dei partecipanti. “Il Giornale” maligna: discutere “del dopo” a ventiquattr’ore dalla sentenza sul lodo Alfano non è stato elegante e Silvio Berlusconi non ha gradito. In realtà l’incontro era già in programma da tempo, tanto che la lettera d’invito è stata spedita il 7 settembre (quando l’unica scadenza nota era la presentazione del think tank di Luca di Montezemolo Italia Futura il 7 ottobre).

A irritare Berlusconi sembra sia stato soprattutto un passaggio troppo esplicito della lettera, il riferimento a “una leadership complessiva sul piano di un consenso che non sia solo immediato e mediatico”. E quanti tipi di leadership mediatica ci sono in Italia? La notizia del giornale, che poteva essere argomento di un retroscena o di un commento, viene sparata in copertina con un’enorme foto di Tremonti. Visti i precedenti, da Dino Boffo a Gianfranco Fini, la scelta editoriale ha anche una rilevanza politica. E Tremonti da giorni temeva che potesse esplodere il “caso Aspen”, soprattutto con una tempistica così infelice: domani, infatti, il ministro dell’Economia sottopone al Consiglio dei ministri il progetto della Banca del Sud, atteso da mesi. Vedere i giornali che si occupano solo dei rapporti con Berlusconi invece che del merito del provvedimento non può che irritare Tremonti.

Anche perché i primi dettagli diffusi dal ministero, tra cui il coinvolgimento delle Poste Italiane e dei loro sportelli, fanno pensare che i prossimi mesi saranno già difficili a prescindere dalle tensioni politiche. Se la Banca del Sud sarà un’istituzione privata, come annunciato, garantire il suo accesso alla rete dei 15mila sportelli postali può creare problemi di concorrenza e perplessità antitrust (sia a livello europeo che italiano), visto che le altre banche potrebbero lamentare una concorrenza sleale sponsorizzata dal governo. I tempi, comunque, non saranno brevissimi: ieri il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola ha smentito ogni contrasto con Tremonti, ma ha spiegato che entro Natale “si attiverà una cabina di regia a palazzo Chigi” per decidere un piano di interventi per il Sud.

Chi segue da vicino le mosse tremontiane invita a non sopravvalutare la questione Aspen, perché sull’agenda del ministro ci sono temi più urgenti di una successione a Berlusconi (sulla quale, comunque, il ministro riflette da tempo). Il primo è proprio la Banca del Sud, una misura strutturale – e non solo anticrisi – che serve a Tremonti per rifarsi delle difficoltà recenti su altri dossier. “La sconfitta che gli brucia di più è quella sul global legal standard, i principi per riformare la finanza internazionale proposti dal G8 italiano che sono caduti nell’irrilevanza nel dibattito internazionale”, dice una persona che lo conosce bene. Quella più politica, però, è la questione dei Tremonti-bond, le obbligazioni sottoscritte dal Tesoro che le due grandi banche Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno rifiutato. Alessandro Profumo, di Unicredit, ha già spiegato che era meglio fare un aumento di capitale e tenere il ministero fuori dal bilancio e quindi dalla gestione. Banca Intesa ieri ha comprato un’intera pagina del “Foglio” per spiegare che è perfettamente in grado di finanziare le piccole imprese anche senza i Tremonti-bond (che a questo dovevano servire, oltre a rafforzare la patrimonializzazione delle banche). Il ministro, poi, non ha gradito che il presidente dell’Associazione bancaria italiana, Corrado Faissola, si sia incontrato con Gianni Letta a sua insaputa proprio nei giorni in cui Tremonti discuteva del futuro della leadership e Berlusconi, stando ai “si dice”, all’ultimo Consiglio dei ministri, avrebbe esordito salutando i “provvisoriamente ministri” (e in mano avrebbe avuto la lettera di invito al seminario dell’Aspen). Ci si è messa anche l’Unione europea a complicare la vita del ministro che nei mesi della crisi si è presentato come la vestale dell’austerità contabile: lui, che ha negato ogni spesa di emergenza e ha imposto tagli a quasi tutti gli altri ministeri, ha dovuto incassare l’apertura della procedura di infrazione contro l’Italia perché ha sforato il deficit e che dovrà trovare 15 miliardi di euro all’anno per i prossimi tre-quattro anni, tra riduzioni di spesa e nuove tasse. Il tutto mentre il debito pubblico marcia verso il 118 per cento del Pil.  

Nei corridoi si racconta che Tremonti abbia sempre pronta una lettera di dimissioni, da usare come arma contrattuale. Anche se, nella sintesi del convegno Aspen, si legge che “un leader responsabile è innanzitutto consapevole di quanto il processo di ‘costruzione del dopo’ debba e possa dipendere dalla conoscenza e dalla gestione del processo nel presente”. Tradotto: il leader del futuro è più credibile se già oggi ha la possibilità di stare al governo

15/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , | Lascia un commento

Appunti dal G8/10: Un bilancio a freddo

 L’Aquila. Ora che Barack Obama è in Ghana, Carla Bruni non è più tra le macerie dell’Aquila e il summit si è chiuso senza la pubblicazione delle foto di Silvio Berlusconi, è tempo di bilanci per questo G8 2009, che secondo il presidente del Consiglio è stato «perfetto». Vediamo punto per punto.

 ASPETTATIVE. Si parlava di inutilità del summit prima ancora che cominciasse. Tutti gli osservatori vedevano nel vertice abruzzese le premesse per un disastro logistico, un’infinita serie di occasioni per gaffe tipo “Mister Obamaaa” e il rischio di un fallimento politico. Non è andata così. E se il summit è stato considerato da tutti un sostanziale successo è senza dubbio anche perché le aspettative della vigilia erano così basse.

  BERTOLASO. La Protezione civile era attesa alla prova della gestione contemporanea della città terremotata e della logistica del vertice. A parte qualche rigidità nelle comunicazioni con i giornalisti, il personale di Guido Bertolaso vanta un bilancio positivo. Nonostante lo sciame sismico e le strutture di Coppito riadattate in poche settimane, la Protezione civile è riuscita a far funzionare tutto. Il riconoscimento ufficiale di Berlusconi è arrivato più volte, fino alla promessa di prendere casa a L’Aquila, questa estate.

CINA. Le rivolte degli Uiguri nella regione dello Xinjiang hanno impedito al presidente cinese Hu Jintato di partecipare alle sessioni di lavoro del summit. Questo ha avuto due conseguenze: il mancato accordo sul clima (che probabilmente non ci sarebbe stato neppure con Hu presente) e, soprattutto, la scomparsa dall’agenda del vertice della questione monetaria. La Cina ormai ha deciso di reagire alle pressioni per la rivalutazione dello Yuan andando all’attacco: in cambio chiede che si trovi un’alternativa al dollaro come valuta di riserva. Un modo per dire che vorrebbe convertire i propri enormi crediti in moneta americana in qualcos’altro prima che perdano di valore per l’inflazione probabile dopo la crisi o a causa di una persistente svalutazione del dollaro. È un tema di cui molti, a partire dagli europei, sono disposti a discutere, ma serve l’impulso dei cinesi, gli unici con il potere contrattuale sufficiente.

IRAN. L’agenda del summit era soprattutto economica. Ma le elezioni iraniane e la proliferazione nucleare si sono imposti come uno degli argomenti principali. Berlusconi ha tenuto posizioni oscillanti tra la linea dura e «la mano tesa», come ha detto anche il ministro degli Esteri Franco Frattini riferendosi alla dichiarazione finale che parla di preoccupazione ma non accenna a misure punitive. Nella conferenza stampa conclusiva Berlusconi ha ribadito con una forza maggiore rispetto ai giorni precedenti che si è esclusa l’ipotesi delle sanzioni, lasciando intendere che nella gamma delle posizioni presenti nelle discussioni a porte chiuse, l’Italia stava su quelle più dialoganti.

MURDOCH. C’erano due vere incognite in questo G8: le foto di Antonello Zappadu – che non sono uscite – e le domande dei giornalisti stranieri, che non sono arrivate. Berlusconi ha tenuto tre conferenze stampa, due con possibilità di intervenire. La stampa italiana è stata innocua con punte di piaggeria. Le conferenze stampa di Berlusconi si sono sempre chiuse con un applauso. Nessuno dei corrispondenti stranieri più agguerriti nell’ultimo periodo, come Richard Owen del Times di Rupert Murdoch o Miguel Mora del Paìs, ha mai provato ad avvicinarsi al microfono per fare domande. Non è detto che ci sarebbero riusciti – la conferenza stampa finale è stata chiusa appena prima che toccasse a Claudio Tito di Repubblica – ma neppure ci hanno provato. Murdoch, principale indiziato del complotto internazionale antiberlusconiano, ha poi avuto la cortesia di scegliere proprio i giorni del G8 per pagare un milione di sterline per chiudere cause legali dovute a intercettazioni illegali fatte da investigatori privati su richiesta del suo gruppo editoriale News Corp.

OBAMA. Berlusconi ha gestito la presenza di Barack Obama in quello che forse era l’unico modo possibile: lasciandogli la scena. Obama in camicia tra le macerie, Obama che arriva con 3,5 miliardi per l’Africa già pronti mentre Berlusconi deve giustificarsi per i ritardi negli aiuti promessi, Obama che – pur limitandosi alla normale cortesia diplomatica – detta i titoli dei giornali italiani parlando di «eccezionale ospitalità». Berlusconi aveva una sfida davanti: stabilire un rapporto proficuo con il presidente americano dopo otto anni passati a presentarsi come il partner (e l’amico) più affidabile di George Bush. C’è riuscito, anche se il prezzo da pagare è stato ammettere i limiti dell’amministrazione Bush, come quando ha riconosciuto che l’America era cambiata riguardo al clima. Il presidente del Consiglio ha ceduto a Obama la presidenza del Major Economic Forum, uno dei sottovertici più rilevanti, e si è presentato accanto a lui con il podio senza rialzi, accettando il divario fisico e scenografico (quando parlava da presidente del G8, invece, aveva quello con il gradino).
 

RISULTATI. Gli otto sono stati molto abili a presentare come obiettivi raggiunti anche quelli dove è stata fatta solo un’operazione di immagine. I risultati concreti sono stati solo tre: impegno alla chiusura politica dei negoziati sul commercio entro il 2009, innalzamento dai 15 miliardi previsti ai 20 promessi degli aiuti per la sicurezza alimentare e la creazione di un istituto in Australia che coordinerà gli sforzi per la riduzione dell’anidride carbonica. Il foro del G14 sarà sempre affiancato al G8 fino a sostituirlo, probabilmente, in breve tempo. Su tutto il resto niente è stato raggiunto: di crisi si è parlato, ma trascurando i due argomenti più delicati. Cioè la disoccupazione che continuerà a crescere per diversi mesi e la questione monetaria, con la Cina che continua a chiedere lo studio di alternative al dollaro come moneta di riserva mondiale. Sul clima si è assistito a un fallimento quasi completo: a dicembre ci sarà la conferenza internazionale di Copenhagen e le grandi potenze e gli emergenti come Cina e India ancora non hanno concordato quali obiettivi darsi.L’accordo sul limite massimo dei due gradi di aumento della temperatura, pur se privo di ricadute operative, ha permesso di non rivendicare un successo, anche se minimo.

SARKOZY. La scelta di Carla Bruni di visitare L’Aquila da sola e non con le altre first lady le ha attirato le critiche, ormai abituali, di eccesso di protagonismo. Bisogna però capire il contesto: suo marito Nicolas Sarkozy, presidente della Francia, è stato completamente oscurato da Obama e perfino da Berlusconi e Gordon Brown (la cui moglie teneva un blog per il Guardian nei giorni aquilani). Le apparizioni pubbliche di Carla Bruni sono servite – sia a livello internazionale che soprattutto in Francia – a marcare la differenza francese, a riaffermare una primazia di forma se non di sostanza che sul piano politico Parigi non può più rivendicare in questo genere di vertici.

 STAFF. La squadra di Berlusconi si è molto spesa questa settimana per preparare il giusto clima ed essere pronto nel caso – non improbabile – di qualche gaffe diplomatica. Anche personaggi di solito abituati a stare lontani dal proscenio sono stati visibili e attivi, come Valentino Valentini. I momenti di tensione maggiore erano le conferenze stampa, Paolo Bonaiuti scrutava la platea temendo i giornalisti stranieri. Ma le domande che avrebbero creato problemi non sono arrivate.

13/07/2009 Posted by | Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Appunti dal G8/8: Venti miliardi di promesse e trucchi contabili

L’Aquila. Dopo aver trattato per due giorni con i Paesi emergenti, che ormai hanno lo stesso peso contrattuale degli otto grandi, ieri è stato il giorno di quello che una volta si sarebbe chiamato Terzo mondo e che di fatto è l’Africa. La formula che raccoglie le inizative annunciate o ribadite è “Global Food Security”, cioè assicurare a tutti l’accesso al cibo. «Abbiamo deciso di aumentare da 15 a 20 miliardi di dollari in tre anni i finanziamenti per la sicurezza alimentare», ha annunciato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla conferenza finale del summit organizzato dall’Italia. Soldi che serviranno per «una strategia complessiva e coordinata per lo sviluppo agricolo sostenibile, mentre si manterrà un forte impegno per assicurare l’assistenza con aiuti alimentari di emergenza», come si legge nella dichiarazione congiunta sottoscritta dal G8, dai Paesi del G5 (quelli più ricchi tra gli emergenti) e dai leader dei vari Paesi africani presenti a L’Aquila, dall’Alegeria all’Angola al Senegal.
La cifra ha un po’ sorpreso le Ong che si aspettavano solo 15 miliardi: secondo l’Ocse ogni anno – sommando tutte le diverse componenti – i Paesi ricchi stanziano cinque miliardi di dollari per gli aiuti allo sviluppo. Annunciare quella cifra avrebbe significato quindi ammettere che nessun nuovo stanziamento era previsto. Resta da capire, ora, come verranno ripartiti i soldi aggiuntivi.
Come sempre in queste situazioni, i calcoli non sono facili. La Gran Bretagna dovrebbe contribuire con 1,8 miliardi, gli Stati Uniti e il Giappone con almeno tre, l’Unione europea si fermerà a un miliardo, il Canada riuscirà a trovare 520 milioni e la Spagna 500. Per quanto riguarda l’Italia, la cifra che circolava ieri pomeriggio era di 450 milioni. Ma sono solo stime di cui bisogna fidarsi poco, perché comprendono tanto gli (eventuali) nuovi fondi, che in tempo di crisi sarà politicamente molto difficile giustificare, quanto quelli già approvati e spesso già stanziati. Dal documento di 114 pagine che accompagna la dichiarazione congiunta si apprende, per esempio, che l’Italia tra gennaio 2008 e luglio 2009 per la sicurezza alimentare ha speso solo 2,8 milioni di euro contro i 238 milioni degli inglesi.
La sicurezza alimentare, spiega la dichiarazione congiunta, non passa solo per gli aiuti diretti (o indiretti, attraverso i finanziamenti dei fonti internazionali che si occupano di dossier specifici) ma anche dal libero commercio, cioè dalla riapertura dei negoziati in seno all’Organizzazione mondiale del commercio, Wto, che questo G8 dovrebbe aver sbloccato. Berlusconi ha spiegato che: «È fondamentale che i Paesi più poveri possano esportare i loro prodotti qui da noi». Ma nell’anno della crisi sembra difficile ipotizzare una riforma, che si attende da decenni, della Politica agricola comunitaria o delle altre barriere agli scambi internazionali di prodotti agricoli che ostacolano le esportazioni. Rigidità che stanno facendo ripartire «la speculazione – ha detto sempre Berlusconi – sulle materie prime, a cominciare dal petrolio».
L’iniziativa presentata ieri, infatti, non cerca lo sviluppo dell’agricoltura finalizzato all’esportazione (che in passato ha determinato la dittatura della monocoltura), ma mira soprattutto alla sussitenza. Il Programma complessivo per lo sviluppo dell’agricoltura africana (CAADP) «svilupperà e implementerà strategie di sicurezza alimentare basate su solide evidenze scientifiche, consultazioni inclusive, investimenti domestici e indicazioni chiare». Anche se non è stata tra le priorità di questo summit, una delle strategie ribadite nelle riunioni è stata quella del salto tecnologico: i Paesi africani non dovranno percorrere la stessa traiettoria di sviluppo di quelli occidentali, ma arrivare direttamente alle tecnologie verdi. Ma questo dipende più dal settore privato che dagli aiuti pubblici.

11/07/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Appunti dal G8/7: La fine di un club

Da ieri il G8, di fatto, non esiste più. “Non so più se mi trovo a un G8, G14, G20 o cosa”, dice il direttore generale del Fondo monetario Dominique Strauss-Khan in una conferenza stampa a cui partecipa una manciata di giornalisti, a causa del caos organizzativo negli accrediti. Il suo “bad joke”, come lo chiama lui, coglie il senso politico della giornata. Ma la risposta, che chiarisce la natura del summit in corso all’Aquila e anche l’entità della sua ambizione, arriva in quei minuti: gli otto grandi, d’accordo con i principali paesi emergenti, hanno deciso di rendere permanente il foro del G14 all’interno dei vertici del G8. Lo ha confermato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in serata: “Il G8 esiste già da anni e ora non è più idoneo a gestire l‘economia mondiale, il G14 potrebbe essere una soluzione che consente una vera dialettica al suo interno e rappresenta le maggiori economie e i maggiori Paesi produttori di anidride carbonica”. Ed è chiaro che se da ora in avanti i capi di governo saranno sempre quattordici, è solo questione di tempo prima che l’etichetta di G8 cada in disuso, così come a suo tempo si era sostituita alla formula temporanea del G7+1 quando era stata cooptata la Russia. Brasile, Cina, India, Sud Africa Messico più, su pressioni anche dell’Italia, anche l’Egitto. “Così nessuno potrà più dire di non essere rappresentato: con l’Egitto ci sarà anche il mondo islamico, mentre il Sud Africa garantiva una rappresentanza africana ma non poteva fare da referente a quella che è una delle aree cruciali nelle relazioni diplomatiche ed economiche attuali”, spiega al Riformista il viceministro al Commercio estero Adolfo Urso, che ha lavorato alla preparazione del vertice. “Il passaggio al G14 è un passo importante nella governance economica che potrebbe preludere a un’evoluzione anche in campo politico, credo che i processi di assestamento nelle formule dei summit si svolgeranno in parallelo a una modifica di assetti come quello del Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove prima o poi si supererà lo schema attuale”, dice Urso.

Strauss-Khan ha spiegato perché un G8 senza gli emergenti non ha più senso: “Non è ancora il momento di implementare le exit strategy dalla crisi, ma bisogna cominciare a pensare a come risolvere gli squilibri che le politiche anticrisi stanno aggiungendo a quelli strutturali. Negli Stati Uniti i tassi di risparmio saliranno e questo, combinato con gli effetti della recessione, farà venire meno in modo quasi permanente quella forte domanda di consumi che finora ha trainato l’economia mondiale finora”. Quindi i paesi emergenti che finora hanno visto il loro Pil trascinato al rialzo grazie alle esportazioni, dovranno cominciare a puntare più sulla domanda interna, invece che su quella estera, cambiando il proprio modello di sviluppo. Le conseguenze, anche per quanto riguarda, la regolazione dei tassi di cambio sono che servirà un maggiore coordinamento. E qui si coglie il problema del passaggio al G14: “In questa crisi si è visto il primo vero esempio di politiche di risposta coordinate, tutti hanno sostenuto la domanda, tutti hanno ridotto i tassi di interesse, tutti ora dovranno sostenere il lato dell’offerta”, ha detto Strauss Khan. E questo è stato possibile perché il nucleo forte del G8 è stato compatto all’interno del G20: incentivare la cooperazione allargata a 14 è un passo in più verso il consolidamento della formula a 20 (tutti, qui all’Aquila, continuano a citare il G20 di Pittsburgh in settembre come l’ennesimo appuntamento decisivo). Il rischio per il G8 è quindi quello di avere gli stessi problemi dell’Unione europea, un’espansione potenzialmente illimitata che impedisce di fissare confini. Già ieri, oltre ai quattordici, c’erano anche Indonesia e Corea del Sud e, contando tutte le bandiere esposte all’ingresso del Media Village di Coppito si arriva a trenta. I corrispondenti spagnoli, dal prato all’interno al Village, hanno subito dedicato lunghe corrispondenze alla fine della “cumbre” degli otto che finora li ha esclusi (e questa è la prima volta che, invitati proprio dai cugini rivali d’Italia, la delegazione spagnola partecipa al summit). Perché se nel G14 c’è perfino un Paese in via di sviluppo come l‘Egitto, sarà sempre più difficile tenere fuori la Spagna.

L’allargamento senza fine piace molto alle Ong che vorrebbero un summit dove tutti sono rappresentati, come la sterminata (e quasi senza poteri) assemblea generale dell’Onu che si riunirà a settembre. “Ci vorrebbe un G162, non si andrà da nessuna parte finché pochi possono decidere il destino di tutti gli altri”, dice un volontario della Global Coalition against Poverty, la più efficace Ong (un ombrello che ne racchiude diverse, in realtà) all’Aquila, con la campagna “Press the G8”, e ha perfino convinto Berlusconi a presentare le proprie richieste in un documento che il presidente del Consiglio ha distribuito a cena ai colleghi mercoledì sera. Eppure proprio le Ong potrebbero trovarsi ora in difficoltà: un conto è andare allo scontro con i Paesi ricchi e avidi che non finanziano la lotta alla malaria o non condonano il debito di stati poverissimi. Tutt’altra cosa attaccare un G14 dove ci sono due Paesi africani e i tre campioni degli ex-poveri, Brasile, India e Cina.

Mentre si discute molto di governance, però, sui dossier non si ottengono risultati definitivi: c’è il rischio che il nuovo Istituto mondiale per catturare l’anidride carbonica annunciato dal premier australiano Kevin Rudd e da Obama nel pomeriggio – uno dei pochi progetti concreti – serva a poco, visto che la Cina si sfila dall’accordo sul clima, smentendo così l’auspicio di Berlusconi (“meglio un accordo di minima con tutti che impegni ambiziosi che chiedono sacrifici solo ai Paesi occidentali”), l’Onu parla di “grande occasione mancata”. E i cinesi ribadiscono il loro intento di creare un’alternativa al dollaro come valuta di riserva globale, mentre sugli aiuti ai Paesi poveri le Ong devono arrendersi all’evidenza che dei sessanta miliardi di euro promessi non c’è traccia. Unico vero risultato politico della giornata: i leader del G14 si sono impegnati a organizzare un meeting dei ministri del commercio prima del G20 di Pittsburgh, a settembre, per arrivare al summit con un accodo su quella che Urso definisce la “chiusura politica” dei negoziati della Wto aperti a Doha nel 2001. Poi arriverà la chiusura effettiva all’inizio del 2010. Resta una perplessità: davvero c’è bisogno di un vertice internazionale al mese? “La governance della globalizzazione è sempre più complessa e niente è efficace come un incontro faccia a faccia”, risponde Strauss Khan.

10/07/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Appunti dal G8/6: Il clima e lo scalino

Brevi considerazioni dopo la doppia conferenza stampa: prima parlano Obama e Berlusconi, mezzo metro di differenza, poi Berlusconi parla da solo, quindi cambiano il palco e mettono quello rialzato.

Le domande sono imbarazzanti. Ho visto in giro qualcuno accreditato da Transparency international, quelli che monitorano la corruzione, spero ci fossero anche quelli di Freedom House. Solo uno di Repubblica, Gianluca Luzi, osa fare in modo molto diplomatico la domanda che tutti aspettano: se e quando ha pesato Puttanopoli sull’immagine dell’Italia al vertice. Berlusconi prova a zittirlo, poi si limita a dire “Il vostro progetto è fallito”.

Tutto questo parlare dei leader tende a oscurare le vere novità di questo vertice, che non sono tutte di forma. A me sembra che la più concreta sia arrivata oggi: la Cina si è sfilata dall’accordo sul clima che doveva essere preliminare alla conferenza di Copenhagen di dicembre ed era richiesto espressamente dall’Onu. Ma poi il Major Economic Forum ha annunciato la costruzione di un Istituto per il monitoraggio e la cattura dell’anidride carbonica in Australia, che dovrebbe servire tra le altre cose a evitare inutili duplicazioni di progetti analoghi nel mondo e a individuare un istituzione unica a cui fare capo per le questioni del global warming. Ci sono i soldi, ci sono i nomi, a partire da Nicholas Stern del famoso rapporto omonimo (quello che calcolava anche l’impatto economico del riscaldamento). Sembra una cosa fatta bene. Peccato che qui tutti, compresi i giornalisti, siano più interessati ai personaggi che ai documenti. Appena avrò tempo mi studierò meglio la cosa.

Una televisione giapponese mi ha appena intervistato sulla performance di Obama. Ne ho detto un gran bene, voto finale: 7,5 anche per la scena in maniche di camicia tra le macerie dell’Aquila, meglio di Bush a Ground zero. Ha avuto il grande merito di presentarsi come un leader in un momento in cui la presidenza italiana italiana era molto indebolita. Anche perché Sarkozy, altro leader potenziale, è misteriosamente scomparso. Desaparecido. Lo sento parlare ora alle mie spalle, sui video, ma nessuno ricorda nulla di significativo.

09/07/2009 Posted by | Articoli, Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento