Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Più Pil per tutti!

dal Fatto Quotidiano del 19 gennaio

di Carlo Stagnaro

direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni

A Giulio Tremonti il Pil non piace. “Ho l’impressione che la realtà non sia completamente catturata dalle statistiche sul Prodotto interno lordo”, ha detto a un convegno dell’Aspen Institute sul tema. “Se fossero calcolate e acquisite come rilevanti – ha aggiunto – cose come la bellezza, l’ambiente, la storia, il clima, l’Italia avrebbe una imbarazzante prima posizione, seguita a molte distanze da altre lande”. Tremonti non è originale.

L’inadeguatezza del Pil è al centro di un’ampia riflessione tra gli economisti, e ha avuto importanti ricadute politiche: la più significativa è il rapporto elaborato dalla “commissione Stiglitz” per conto del presidente francese, Nicolas Sarkozy, allo scopo di costruire una sorta di “Pil della felicità”. Una volta calcolato per tutti i paesi, il risultato – non sorprendentemente – è che Parigi guadagna posizioni accorciando, in particolare, il gap rispetto agli odiati yankee. Non è un caso, probabilmente, che molti nemici del Pil abbiano in mente indicatori che favoriscono i rispettivi paesi, e sminuiscono i primati altrui. La questione, però, non è se il Pil sia imperfetto o rozzo. Lo è, naturalmente. I suoi limiti sono molti e sono noti: per esempio, non include le attività non monetarie, che pure generano valore. Così, se una donna delle pulizie percepisce un reddito e dunque contribuisce al Pil, una casalinga – pur svolgendo le stesse mansioni – non ne viene fotografata. Oppure, il Pil considera tutte le attività pubbliche: quando, però, un ente o una società pubblica frena la concorrenza, o quando la burocrazia rende difficoltosa la vita delle imprese, sarebbe ragionevole attribuire un segno negativo, anziché positivo, al suo ruolo nell’economia. Infine, il ministro dell’Economia ha ragione: tante cose – la storia, l’ambiente, il clima, la bellezza, e altro ancora – non entrano nel Pil. Tuttavia, la correttezza delle critiche non cancella una verità difficile da contrastare: il Pil è il peggiore degli indicatori, tranne tutti gli altri. Alcuni di essi presentano un grado ancora maggiore di arbitrarietà. Il clima, per esempio, come può essere considerato? E come è possibile esprimere una valutazione unica a livello nazionale? Il clima delle Alpi è molto diverso da quello della Sicilia: qual è migliore? In altri casi, anche prendendo per buone le misure, è discutibile l’interpretazione. Le diseguaglianze sociali sono generalmente considerate come un esempio del fallimento del Pil: eppure, qualcuno potrebbe preferire un paese meno eguale, ma con un ascensore sociale più dinamico, a uno più statico e meno diversificato. Non è una provocazione: gli italiani migrano negli Stati Uniti, raramente avviene il contrario. Gli economisti si sono sforzati di valutare la felicità – generalmente attraverso la somministrazione di questionari – ma, alla fine, i risultati hanno comunque un ampio margine di ambiguità: in fondo, se per esempio un individuo decide di sacrificare un’unità di felicità in cambio di un reddito più alto, lo fa – evidentemente – perché trova più soddisfacente quel tipo di vita. Cioè, paradossalmente, è più felice così. In ogni caso, non dovrebbe stupire il fatto che la maggior parte degli indicatori teoricamente anti-Pil (felicità, benessere, qualità della vita, eccetera) sono generalmente fortemente correlati… al Pil. Questo suggerisce che, tendenzialmente, anche se non necessariamente, le società più ricche sono anche più felici. Come si dice a Genova, se i soldi non danno la felicità, figuriamoci la miseria. Cosa c’è, allora, dietro la voglia di scalzare il Pil?

Sul piano ideologico, c’è un profondo scetticismo verso la capacità dei mercati di creare e allocare ricchezza con efficienza ed equità: quindi, abolire il Pil serve a dar campo libero alle politiche pubbliche.

Da tempo Tremonti interpreta una posizione interventista, protezionista e corporativa, coerente con tale obiettivo. Su un terreno più concreto, il ministro potrebbe essere infastidito, più che dal Pil, dalle sue conseguenze, che spera di rendere meno percepibili attraverso la sua rivisitazione: forse il Pil della felicità, a differenza di quello consueto, nel 2009 non ha perso cinque punti percentuali, e in rapporto a esso il debito pubblico non si avvicina al 120 per cento né il deficit al 5,3 per cento. Se il Pil della felicità serve a nascondere informazioni, anziché fornirne di nuove, contro le perplessità di Tremonti non si può che berlusconianamente esclamare: più Pil per tutti!

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19/01/2010 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO | , , , , , , , , , , , | 1 commento

La riconferma di Big Ben

da Il Fatto Quotidiano del 18 dicembre

Ben Bernanke

L’uomo dell’anno ottiene il bis. Il giorno dopo che Time gli ha dedicato la copertina come personaggio del 2009, Bem Bernanke viene riconfermato dalla commissione Finanze del Senato americano alla guida della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. E non poteva andare diversamente, perché Bernanke era già stato indicato dal presidente Barack Obama e ha finora gestito con successo questa parte della crisi. Usando a fisarmonica il bilancio della Fed, passato da 900 a oltre 2000 miliardi di dollari, ha permesso alle banche di liberarsi dei titoli tossici nella fase in cui dovevano avere liquidità a poco prezzo per non soffocare, trasferendo il rischio sulla banca centrale.

Ha evitato l’apocalisse, dicono di lui, anche se c’è qualche ombra sulla sua gestione di alcune operazioni come quella del salvataggio di Bear Stearns. Ma fare ora i bilanci della sua leadership è come giudicare un film dopo il primo tempo. Perché adesso comincia una parte altrettanto difficile del suo compito: prevenire la prossima crisi. Ed è anche per questo che Foreign Policy lo ha indicato come l’intellettuale globale più influente dell’anno tra i 100 in classifica. Perché ora Bernanke dovrà costruire un nuovo paradigma intellettuale alternativo a quello del suo predecessore Alan Greenspan, decaduto guru della finanza che aveva le sue basi culturali in Ayn Rand e in una fede assoluta nelle virtù del mercato.

Bernanke dovrà gestire la politica monetaria in un contesto di disoccupazione al 10 per cento (poteva essere il 25 o il 30 e scatenare una nuova Grande depressione, dicono i suoi fan) e con le elezioni di med term che si avvicineranno proprio quando l’inflazione potrebbe riemergere. E il presidente della Fed dovrà destreggiarsi tra la necessità di alzare i tassi (o comunque raffreddare l’economia tagliando le misure straordinarie) e le pressioni della politica perché lasci correre la ripresa e anche l’inflazione, per ridurre il valore reale dell’enorme debito pubblico accumulato per salvare l’economia reale. Se ci riuscisse gli spetterebbe di diritto la copertina di Time anche nei prossimi dieci anni.

18/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Ci salvano i Cinesi

dal Fatto Quotidiano del 17 dicembre

di Francesco Bonazzi e Stefano Feltri

Il governatore della Banca centrale cinese Zhou Xiaochuan

Dio benedica la Cina e il suo capitalismo a corto di democrazia, ma non di denari. Da nemico pubblico numero uno, buono per gli slogan più beceri della base leghista e le macrovisioni geopolitiche di Giulio Tremonti a silenziosi partner. Niente più polemiche. Niente più insulti. Anche la Chinatown di Via Sarpi (Milano) o dell’Esquilino hanno smesso di preoccupare. Una volta a Roma perfino i tassisti malignavano su tutti “’sti cinesi amici di D’Alema”. Oggi sono amici di Tremonti?
Il viaggio del ministro dell’Economia a Pechino, con tanto di lezione alla scuola quadri del Partito comunista ha sollevato qualche domanda. E’ lo stesso ministro che si vantava (nel libro “Rischi fatali” del 2005) di essere stato “il primo politico occidentale” a individuare nella Cina “non solo una fantastica opportunità” ma anche “una incombente drammatica negatività”. Che i rapporti siano sempre più stretti lo dimostra anche la visita imminente dei dirigenti del Cic, il China Investment Corporation, opaco fondo sovrano (cioè che gestisce per conto del governo i surplus del bilancio cinese) che arriverà in Italia per trattare accordi con la Cassa depositi e prestiti, braccio operativo della politica economica tremontiana. E non può essere una coincidenza che circolino voci – poi smentite – dell’interesse di un’azienda cinese per acquisire lo stabilimento Fiat di Termini Imerese.


SHOPPING. La spiegazione della metamorfosi circola da settimane nei corridoi delle banche che si occupano di collocare sui mercati internazionali il debito dello Stato italiano: i cinesi hanno cominciato a comprare sempre più Bot e Btp, garantendo il successo delle aste e una domanda tale da mantenere bassi i rendimenti (cioè il costo dell’indebitamento per lo Stato). Racconta un banchiere di una grossa banca statunitense che partecipa alle aste del Tesoro italiano: “Per muovere il mercato in senso favorevole non bisogna neanche comprare moltissimo. Basta un grosso ordine da un investitore che potenzialmente può comprare ancora per aiutare a dare la direzione giusta”. Visto il loro peso specifico, le mosse dei cinesi hanno un impatto forte: “Se i grossi investitori sono anche istituzionali e cinesi, e questi ultimi sono molto liquidi anche perché stanno si spostando sempre più dal dollaro all’euro gli altri trader poi hanno paura di vendere e naturalmente il mercato sale o regge i livelli”. Con la riservatezza tipica del settore, quindi sotto garanzia di anonimato, anche altri banker confermano. “Il crescente interesse di clienti cinesi per i vostri titoli si è registrato in modo visibile già a marzo e aprile. E ancora a ottobre, durante l’ultima asta del Btp a 30 anni, si sono visti movimenti in crescita da Pechino”, dice un altro banchiere d’affari straniero, specializzato sul debito pubblico Sud Europa. “Grossi ordini da investitori cinesi hanno ‘incoraggiato’ la domanda di Btp”, rivela un terzo banchiere da Londra, più laconico ma sicuro nell’indicare un fenomeno nuovo “e che andrà sicuramente crescendo nel 2010, quando l’Italia dovrà collocare oltre 150 miliardi di titoli”. I  cinesi hanno molta liquidità da investire e sono molto attivi sui mercati, anche per la loro politica monetaria di cambio fisso tra yuan e dollaro. E quindi, spiega un banchiere italiano che ha lavorato a lungo per banche tedesche: “Possono decidere di comprare quello che vogliono. Comprano titoli americani per sostenere il debito (e il consumo) in quel paese.  Comprano titoli in euro e commodities per differenziare i loro investimenti”.


IL TESORO. Trovare conferme dal ministero di via XX Settembre non è facile. Nelle aste normali dei titoli di Stato gli acquirenti sono anonimi, almeno in una prima fase, e anche quanto l’identità diventa pubblica si tratta comunque di intermediari. E il Tesoro non è troppo interessato a sapere dove finisce il debito. Qualche informazione in più è disponibile sui collocamenti di titoli particolari, per i quali il ministero si rivolge a un “sindacato di collocamento”, di solito composto da cinque banche, che si occupa di sondare il mercato di piazzare poi l’emissione. E spesso il sindacato comunica anche indicazioni sulla provenienza geografica degli acquirenti. Nel 2009 ci sono state tre operazioni di questo tipo e tre comunicati che si limitano a dire: “Non è mancata anche la presenza di investitori residenti in Asia e negli Usa”. Il grosso viene comunque piazzato in Europa. A fine 2008, dice la Banca d’Italia, su 1,3 miliardi di debiti del settore pubblico 742 milioni erano in mano a investitori fuori dall’Italia. Ma nel 2009, si legge in una tabella dell’ultimo bollettino di Bankitalia, i titoli di Stato in mano straniera ha subito un deciso aumento. Un funzionario di alto livello del ministero non si sbilancia sul nuovo feeling con i cinesi e sul loro attivismo, ma dice: “Credo di poter dire che assistiamo a un aumento della componente asiatica, ma si tratta di un’informazione soltanto qualitativa”.


E forse alludeva a questo Tremonti, quando ai giovani quadri del Partito comunista cinese ha citato Karl Marx: “All’antica indipendenza nazionale si sovrapporrà una interdipendenza globale”. E pensare che sono passati soltanto quattro anni da quando, in “Rischi fatali”, il ministro denunciava: “E’ il resto del mondo, soprattutto la Cina, che sfrutta la debolezza dell’Europa. La colpa non è della Cina. La colpa è dell’Europa”.

17/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

CROCI E DELIZIE D’EUROPA

Ieri sono arrivati dati Ocse, assai meno celebrati del superindice che ha tanto entusiasmato il governo due settimane fa: il Pil italiano diminuirà del 4,8 per cento nel 2009, un po’ peggio dell’ultima stima disponibile. Nonostante il rigorismo contabile di Giulio Tremonti il rapporto tra debito e Pil sfonderà il 120 per cento. Se davvero il 2010 andrà come dice l’Ocse, cioè +1,1 per cento, la congiuntura potrebbe tradursi in un inaspettato aiuto per il governo in un anno che potrebbe anche essere di elezioni anticipate. Sarà l’Europa a trascinare l’Italia, con il solito motore francotedesco che dovrebbe ripartire importando i nostri prodotti.

Ma l’Europa potrebbe anche diventare un problema non piccolo dopo la bocciatura della candidatura di Massimo D’Alema a ministro degli Esteri dell’Ue dopo il trattato di Lisbona. Il fatto da un lato dimostra, come ha sottolineato il presidente dei socialisti all’europarlamento Martin Schulz, che il peso diplomatico di questo governo non è all’altezza delle sue ambizioni. Dall’altro mette Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti in condizione di essere quasi obbligati a sponsorizzare la candidatura del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea, quando nel 2011 scadrà il mandato di Jean-Claude Trichet.

Prima c’è però un’altra battaglia da combattere: quella per mandare Tremonti alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei ministri economici che è la controparte politica della Bce. La lezione del ministro in Cina, ieri, alla scuola del Partito comunista cinese è stata l’occasione per ricordare il manifesto del tremontismo, aggiornato in vista dell’Eurogruppo: ha richiamato la sua analisi sui legami tra crisi e globalizzazione, evocato il suo progetto (mai decollato nei consessi internazionali) di un global standard per le pratiche economiche, e rinnovato l’invito a riscrivere le norme della finanza. Ha anche ribadito che il G20 non può diventare un G2 sinoamericano, al massimo un G3 con un’Europa che lui vede rafforzata dalla crisi, perché finalmente ha prevalso in modo chiaro la dimensione intergovernativa. Una posizione netta che, forse non piacerà a tutti, ma è una base per la candidatura all’Eurogruppo.

20/11/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Nessuno ha il posto fisso

da Il Fatto Quotidiano del 21 ottobre

Tremonti e Berlusconi

Tremonti e Berlusconi

Giulio Tremonti è stato preso in parola. La sua apologia del posto fisso, lunedì pomeriggio, ha innescato reazioni dentro la maggioranza e non solo. “Penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare un progetto di vita e la famiglia”, aveva detto il ministro. E ieri è arrivata un inaspettato appoggio da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha detto: “Confermo la mia completa sintonia con il ministro Tremonti. Per noi, come dimostrano i provvedimenti presi in questi mesi a  tutela dell’occupazione, è del tutto evidente che il posto  fisso è un valore e non un disvalore”. La Confindustria, invece, non ha gradito la nuova linea tremontiana. La presidentessa Emma Marcegaglia ha detto che “riteniamo che la cultura del posto fisso è un ritorno al passato non possibile, che peraltro in questo Paese ha creato problemi”. Seguono decine di repliche, più caute dalla maggioranza, più critiche dall’opposizione, con Antonio Di Pietro (Idv) che chiede di vedere i soldi e Cesare Damian (Pd) che domanda addirittura le dimissioni di Berlusconi e Tremonti.

Il problema è che non è affatto chiaro quale proposta politica ci sia dietro l’elogio del posto fisso. Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi prova ad ampliare il concetto, parlando di “occupabilità”. L’obiettivo – secondo Sacconi – dovrebbe essere garantire ai lavoratori la possibilità di essere sempre idonei, per competenze e preparazione, a trovare un lavoro. Ma Tremonti ha parlato esplicitamente di “posto fisso”.

“L’alternativa non può essere tra posto fisso e mobilità assoluta, serve una flessibilità governata. Credo che il discorso di Tremonti fosse rivolto soprattutto a quelli che dalla sua parte hanno esagerato con la flessibilità, contro la precarietà ideologica”, dice al “Fatto” il senatore del Pd Tiziano Treu, che da ministro del primo governo Prodi ha introdotto i primi contratti flessibili (poi Rifondazione ha fatto cadere il governo prima che la riforma venisse completata introducendo adeguati ammortizzatori sociali). La distinzione tra posto fisso e precariato è poi molto più sfumata di quanto le proposte di Tremonti lascino intendere. Lo spiega il professore della Statale di Milano Stefano Sacchi che, con Fabio Berton e Matteo Ricchiardi, ha appena pubblicato “Flex-Insecurity” (Il Mulino): “In Italia l’unico posto davvero fisso è quello nella pubblica amministrazione, dove infatti i lavoratori non pagano l’assicurazione contro la disoccupazione, perché non sussiste il rischio di perdere il lavoro”. Per il resto, anche nel settore privato, non possono dire di avere un vero posto fisso anche molti di quelli che sono assunti a tempo indeterminato (in tre milioni hanno contratti di durata limitata). Per due ragioni. Intanto perché un terzo degli italiani nel privato lavorano per un’azienda che ha meno di 15 dipendenti, dove quindi non vige l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e possono dunque essere licenziati da un giorno all’altro. Si tratta anche di imprese che, in quanto piccole, sono esposte a un elevato rischio di fallimento. E se l’impresa fallisce, non si salva nessuno. Ma la condizione di insicurezza è più generale: “Un terzo dei contratti a tempo pieno e indeterminato nel settore privato dura meno di un anno e la metà meno di due”, dice Sacchi. Quindi anche chi, in teoria, ha il posto fisso lo perde spesso nel giro di pochi mesi. E non sempre perché ha trovato un lavoro migliore, visto che nel 40 per cento dei casi alla fine del rapporto di lavoro c’è la disoccupazione. Il mercato del lavoro, quindi, è già flessibile, a prescindere da quali siano i contratti di lavoro applicati. Secondo l’Ocse, infatti, il mercato del lavoro italiano è paragonabile a quello danese per grado di flessibilità (il problema è che da noi non ci sono gli stessi ammortizzatori sociali per chi resta disoccupato).

Quindi è difficile capire in quale ricetta  politica, compatibile con  le esigenze del sistema produttivo italiano, possano tradursi  le parole di Tremonti. Prova a spiegarlo Michel Martone, ordinario di Diritto del lavoro all’Università di Teramo e alla Luiss: “L’alternativa ai contratti a termine è un aumento della disoccupazione. Tornare indietro significa anche avere di nuovo le piazze piene di persone che protestano per il lavoro nero e la difficoltà di trovare un posto”. Dietro l’elogio del posto fisso  – e in coerenza con il retroterra culturale di una parte della maggioranza – ci potrebbe essere un progetto diverso, per evitare di scaricare tutto il peso della flessibilità su una generazione ma senza ripristinare le rigidità del passato. “Estendere l’articolo 18 a tutti è impossibile, ma si può ripensarlo, tornando alla proposta originale di Marco Biagi di non applicarlo ai nuovi assunti sostituendolo con una serie di tutele che crescono con il passare del tempo”. In pratica invece di essere assunti per un anno, si potrebbe firmare un contratto a tempo indeterminato ma l’azienda avrebbe la facoltà di licenziare anche senza giusta causa per un certo periodo.

Per le alternative di politica economica, come la riforma degli ammortizzatori sociali, sarebbe difficile trovare i soldi.

22/10/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il governo di Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi ama ricordare un aneddoto del giorno della nomina alla Banca d’Italia: dopo la comunicazione si incammina da piazza Venezia a Roma verso via del Corso. I cronisti pensano che stia andando a rendere omaggio a Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli. E invece lui, con un colpo di scena perfettamente calcolato, li spiazza, girando in una strada laterale. Doveva ringraziare padre Rozzi, il gesuita che è stato il suo maestro al liceo Massimo e guida dopo un grave lutto familiare, non certo la politica che, per un accidente storico, lo aveva promosso alla poltrona tecnica più importante del Paese.

RISIKO. Quasi quattro anni dopo il rapporto con la politica resta lo stesso, un coinvolgimento diretto e allo stesso tempo distaccato, nonostante tutti lo vedano sempre in procinto di smettere i panni del tecnico per quelli del politico (lo stesso succedeva, ciclicamente, anche al suo predecessore Antonio Fazio).
Mario Draghi oggi è al centro di un risiko di nomine, o almeno di speculazioni, che potrebbe portarlo alla guida di un governo tecnico o alla testa della Banca centrale europea. Molto dipende da come verranno riempite le altre caselle: il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aspira alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei  ministri economici dell’area euro, Massimo D’Alema sogna la poltrona di ministro degli Esteri europeo dell’Unione post- trattato di Lisbona, a catena – se Draghi andasse alla Bce – bisognerebbe trovare un altro governatore della Banca d’Italia, e potrebbe essere Lorenzo Bini Smaghi, che ora sta proprio nel consiglio della Bce, e  che avrebbe il placet di Tremonti.
Oltre alle nomine, nelle ultime settimane le tensioni con il ministro Tremonti (frequenti in questa legislatura) sono state originate, nell’ordine, da: gli applausi al discorso di Draghi al meeting di Rimini di Cl, merito anche del nuovo stile comunicativo con discorsi scritti interrotti da interventi a braccio; la richiesta di Draghi di alzare l’età pensionabile e le risposte del governo (“la riforma è già stata fatta”); le critiche della Banca d’Italia allo scudo fiscale con replica del ministro; la creazione della Banca del Mezzogiorno voluta da Tremonti che aggira il potere autorizzativo della Banca d’Italia sulla creazione di nuove istituzioni creditizie. Con un paio di mesi di anticipo, a luglio, il servizio studi della Banca d’Italia aveva pubblicato un working paper dal titolo “Quali politiche per il Sud? Il ruolo delle politiche nazionali e regionali nell’ultimo decennio” che si può leggere come  una bocciatura preventiva dei nuovi piani regionali vagheggiati dal governo Berlusconi di cui la Banca del Mezzogiorno è il cardine.

IL POTERE. Proprio dal servizio studi bisogna partire per capire il potere presente di Draghi che serve a mettere le basi di quello futuro, a palazzo Chigi o all’Eurotower di Francoforte, dove ha sede la Bce. Draghi ha riorganizzato il pensatoio della Banca d’Italia in quattro sezioni, statistica, economia reale, finanza pubblica, economia monetaria. A capo c’è sempre Salvatore Rossi che, però, dai tempi di Antonio Fazio, è salito di grado e ora è direttore centrale per la ricerca economica. La tempistica dei quaderni di ricerca della Banca d’Italia è stata negli ultimi due anni troppo precisa per essere casuale, basti ricordare quest’estate lo studio sui divari di reddito e prezzi tra Nord e Sud Italia che ha chiuso il dibattito sulle gabbie salariali volute dalla Lega, rafforzando quel ruolo di via Nazionale che alcuni osservatori definiscono di “Cassazione dell’Economia”. I maliziosi dicono che ormai il servizio studi è la clava che Draghi cala sul dibattito politico per conquistarne l’egemonia. Chi conosce personalmente il governatore, invece, lascia intuire un’altra interpretazione. Franco Bruni, economista della Bocconi tra i più autorevoli, negli anni Settanta studiava al MIT di Boston insieme a Draghi e Mario Baldassarri (ora con il Pdl) alla scuola del premio Nobel Franco Modigliani: “Erano i primi tempi in cui si usava l’econometria, passavamo le nottate con i computer a schede a far girare modelli, ma riuscivamo a non perdere il contatto con la realtà, anche italiana, grazie a Modigliani che discuteva con noi i suoi editoriali per il ‘Corriere della Sera’. Dovevamo anche aiutare Bob Solow e Paul Samuelson, due futuri Nobel, a preparare i loro appunti per le audizioni al Congresso”. A tutti e tre i giovani dottorandi resta l’imprinting: la ricerca, anche al più teorica, deve essere declinata in qualcosa di utile, cioè suggerimenti di politica economica. All’epoca Baldassarri era il più portato per gli aspetti concreti, l’unico a sapere a quanto ammontasse il Pil dell’Italia. Draghi era a metà tra la fascinazione per la teoria e la propensione a diventare un uomo del fare.

Dopo gli anni da direttore generale del Tesoro, in cui ha maturato grande esperienza per gli equilibri di potere romani e si è procurato anche parecchi nemici, Draghi sembra ver trovato ora l’equilibrio che più si addice alle sue inclinazioni caratteriali. Alla Banca d’Italia ha formato il suo ‘governo’, cioè il direttorio che è l’organo di comando di via Nazionale. Ignazio Visco, economista di fama internazionale, rappresenta l’anima più accademica, il teorico del gruppo. Annamaria Tarantola è stata promossa da Draghi, prima donna nel direttorio, dalla vigilanza dove è ricordata come uno dei cani da guardia più feroci dell’operato delle banche italiane. Giovanni Carosio, già numero due del comitato di Basilea che ha fissato negli scorsi anni le regole di patrimonializzazione delle banche (ora contestate da più parti) ha avuto da poco una chiamata “ad personam” di rilievo: guida il Comitato europeo per la supervisione bancaria, il Cebs, che sta costruendo la nuova vigilanza bancaria europea cui spetta il compito di riempire  le falle evidenziate dalla crisi. Chi ha gestito il delicato equilibrio tra funzioni nazionali e internazionali di via Nazionale è Fabrizio Saccomanni, il sessantasettene direttore generale della Banca d’Italia che due giorni fa – in una delle sue rare prese di posizione pubbliche – ha analizzato lo scudo fiscale davanti alle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato: lo scudo – ha detto – può avere effetti positivi sulla ripresa se i capitali degli evasori rimpatriati vengono investiti nelle imprese, ma potrebbe anche incentivare l’evasione futura. Immediata replica di Tremonti che ha detto “provvedimenti come questo ci sono in tutti i Paesi”.

Il compito più difficile di Saccomanni è stato in questi mesi conciliare le due cariche del governatore, evitando l’impressione che ne trascurasse una: oltre a essere alla testa della Banca d’Italia, Draghi presiede il Financial Stability Forum che dopo il G20 di Londra dello scorso aprile è diventato Financial Stability Board, promosso a principale foro di dialogo economico dove si discute del futuro dell’architettura finanziaria mondiale. Ne fanno parte banchieri centrali, capi di Stato e di governo e ministri dell’Economia (o loro rappresentanti) e i vertici delle principali istituzioni internazionali finanziarie. Sono i “topi a guardia del formaggio”, come li ha definiti una volta Tremonti con una delle sue battute più pungenti, sostenendo che la soluzione alla crisi non poteva arrivare da chi aveva applicato fino a ieri le regole alla base del tracollo.

LE REGOLE. Dai working group del Financial Stability Forum sono arrivate le proposte sui limiti alle retribuzioni dei manager, sui nuovi criteri di capitalizzazione e sulla disciplina da applicare agli strumenti finanziari derivati. L’ascesa del FSB è stata parallela alla progressiva prevalenza del G20 sul G8, sintomo dell’impossibilità di gestire la nuova governance globale della finanza senza il coinvolgimento dei Paesi emergenti. Il successo – anche di immagine – della presidenza Draghi del FSB lo rende un candidato più credibile del suo rivale Axel Weber, governatore della Bundesbank, per la poltrona della Bce. Draghi è sempre a tutti i summit che contano, dal G20 al G8, dai vertici europei di politica economica alle riunioni dei banchieri centrali come Jackson Hole, in Wyoming. Saccomanni, che è stato al Fondo monetario internazionale e responsabile dei rapporti con l’estero della Banca d’Italia, lo supporta sulla scena internazionale e si assicura che il governatore sia sempre informato e adeguatamente attivo nelle faccende italiane. Draghi, nella sua doppia veste, può  tradurre in suggerimenti di politica economica le suggestioni teoriche che gli derivano dai simposi internazionali e, viceversa, sviluppare considerazioni derivanti dalla pratica quotidiana in principi generali che devono ispirare la ristrutturazione della finanza globale. “Nei prossimi anni la guida del Financial Stability Board potrebbe essere per Draghi un compito più affascinante rispetto alla Bce, soprattutto quando sarà completato il riassetto del Fondo moentario internazionale e delle altre istituzioni”, dice il professor Bruni. Anche sulla scena internazionale Tremonti ha cercato il confronto con Draghi, promuovendo il suo global legal standard, la carta dei principi per una nuova finanza che, almeno negli ultimi vertici internazionali, non è riuscita a conquistare la testa dell’agenda.

LE PROSSIME TAPPE. Draghi, quindi, potrebbe anche decidere di restare alla Banca d’Italia e alla guida del FSB, se sarà riconfermato nel 2012, quando scade il suo mandato (non più a vita dopo l’esperienza di Antonio Fazio). “In fondo – spiega un esperto conoscitore di via Nazionale – i casi di governatori che hanno lasciato la poltrona più alta per prendere la guida del governo sono pochissimi: Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, ma quelli erano tempi di vera emergenza, Luigi Einaudi, che diventò vicepresidente del Consiglio prima di andare al Quirinale, e Lambeto Dini, che però era direttore genrale. Gli altri passaggi dall’istituzione alla politica sono stati più graduali”. Qualunque cosa decida di fare Draghi, però, nel suo presente continua la dialettica con il ministro Tremonti: prossimo match alla giornata del risparmio, il 29 ottobre, quando entrambi parleranno delle condizioni della finanza italiana.

19/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Ocse: le incognite di una ripresa «più rapida del previsto»

SUMMIT. Oggi a Londra si tiene il G20 finanziario, preparatorio di quello di Pittsburgh: si parlerà dei bonus ai banchieri e se sia ora di rimuovere le misure straordinarie a sostegno dell’economia.

Credit default swap. Tra i segnali che invitano alla prudenza l'Ocse individua i CDS: contratti assicurativi diventati strumenti di speculazione che misurano quanto una banca sia a rischio fallimento. La situazione è più tranquilla di un anno fa, quando falliva Lehman Brothers, ma il ritorno alla normalità è ancora lontano.

Credit default swap. Tra i segnali che invitano alla prudenza l'Ocse individua i CDS: contratti assicurativi diventati strumenti di speculazione che misurano quanto una banca sia a rischio fallimento. La situazione è più tranquilla di un anno fa, quando falliva Lehman Brothers, ma il ritorno alla normalità è ancora lontano.

Oggi inizia a Londra il G20 finanziario, il vertice dei ministri economici dei venti Paesi che a fine mese si incontrerannoa Pittsburgh per fare un bilancio della crisi a cinque mesi dal precendete summit di aprile. Il tema che occuperà i politici e i giornali è quello dei tetti alle retribuzioni dei manager: ieri la cancelliera tedesca Angela Merkel (in campagna elettorale), il presidente francese Nicolas Sarkozy e il premier britannico Gordon Brown hanno scritto una lettera congiunta al G20 – di cui fanno parte – per auspicare un forte messaggio alla fine del vertice di Pittsburgh su questo tema che da sempre sta a cuore soprattutto alla Merkel e a Sarkozy, che sta già provvedendo in patria.

Il vero scopo della riunione di oggi e del G20 americano è però decidere se è giunto il momento di rimuovere le stampelle messe alle economie occidentali per consentire loro di non crollare nella crisi. Nel concreto si tratta di stabilire se i tassi di interesse devono restare ancora bassi o – magari in modo concoredato – vadano gradualmente alzati rendendo i prestiti più onerosi e scoraggiando l’inflazione; se gli stimoli fiscali devono essere reiterati o meno, se i prestiti alle banche americane vanno rinnovati o restituiti. Ieri sono arrivate le analisi dell’Ocse, firmate dall’economista Jorgen Elmeskov che guida il dipartimento di economics: la ripresa è «più vicina di quanto previsto alcuni mesi fa». I segnali positivi, infatti, sono tanti: gli spread tra i corporate bond e i titoli di stato si stanno riducendo (tradotto: prestare soldi a un’azienda è considerato poco più rischioso di prestarli a uno stato che non può fallire), le imprese hanno ricominciato ad accumulare scorte, segnale che la domanda sta ripartendo e non si produce più giorno per giorno. Le economie emergenti, soprattutto Cina e India, stanno tornando ad avere una crescita sostenuta. Non alla velocità sperata da molti, che confidavano di andare a rimorchio, ma a un ritmo tale da garantire alle aziende occidentali la tenuta di importanti mercati di sbocco per i loro prodotti. Nel mercato monetario, che era impazzito durante l’autunno scorso, le cose sono tornate alla normalità e anche gli indicatori di stabilità nel settore finanziario stanno convergendo verso i livelli pre-crisi. Tuttavia, ammette l’Ocse, è difficile dire quanto di questo miglioramento sia duraturo e quanto solo l’effetto del doping della spesa pubblica. I CDS sulle banche, per esempio, indicano che il panico che un anno fa ha fatto scrivere al Wall Street Journal che “Wall Street è morta”, non è scomparso. All’inizio del 2007 l’indicatore di sintesi dell’Ocse sui CDS bancari era circa zero, cioè chi prestava soldi a una banca e comprava un derivato per coprirsi dall’eventualità del suo fallimento pagava il costo di un’assicurazione su un avvenimento molto improbabile. Poi le banche hanno iniziato a fallire e i CDS sono passati da 0 a oltre 600 punti, quando collassava Lehman Brothers. Oggi siamo tra 100 e 200, a seconda delle piazze finanziarie. Semplificando un po’ si può dire che le banche vengono considerate duecento volte più a rischio che prima della crisi. Il commercio mondiale «si è stabilizzato», ma su livelli inferiori del 20 per cento rispetto al picco raggiunto a fine 2007.

Anche per questo ieri la Banca centrale europea ha deciso di lasciare invariato il costo del denaro, all’uno per cento: conserva la possibilità di ridurlo ancora se le cose peggiorano e si prende tempo di aspettare il ritorno dell’inflazione prima di alzarlo. Ha detto il presidente Jean-Claude Trichet: «Le ultime informazioni supportano la nostra visione secondo cui ci sono sempre più segnali di stabilizzazione nell’attività economica, sia nell’Eurozona che altrove. Questo è coerente con le nostre aspettative che stia finendo una fase di significativa contrazione dell’attività economica e ora sarà seguita da un periodo di stabilizzazione e da una ripresa molto graduale». Il Pil nella zona dell’Euro, secondo la Bce, dovrebbe scendere nel 2009 da un minimo di 3,8 punti percentuale a un massimo di 4,4. Per l’Italia – conferma anche l’Ocse – andrà peggio: il calo sarà di almeno il cinque per cento, come ormai è chiaro da mesi. Trichet ha confermato anche ieri quella linea di prudenza che una decina di giorni fa lo ha visto contrapposto a Ben Bernanke che, fresco di riconferma alla Federal Reserve, spandeva ottimismo al forum di Jackson Hole, in Wyoming. Il presidente della Bce ha lanciato un messaggio che suona come un monito ai capi di Stato e di governo che si riuniranno al G20: «Non dobbiamo pensare, ora che i mercati funzionano meglio e che stiamo uscendo dal tunnel, che bisogna riprendere a fare quello che facevamo prima», pena il rischio di «rivivere quello che abbiamo appena passato». È la minaccia della crisi a “W”, un violento crollo seguito da una ripresa rapida – la fase attuale – e poi da un nuovo collasso. Mai, nei suoi intevrenti recenti, Trichet era stato così esplicito nei suoi inviti alla prudenza.

04/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , | Lascia un commento

Obama piega Ubs: così cambia il segreto svizzero

LA LISTA DI BERNA. Dopo un anno di trattative e minacce, l’Unione delle banche svizzera rivelerà i nomi di 4.450 evasori fiscali americani. Così eviterà il processo “John Doe”. Il ricatto del fisco Usa ha funzionato.

UBS

Ubs si è arresa al fisco americano. Per evitare il procedimento civile “John Doe” in Florida, l’Unione delle banche svizzera abbandonerà un dogma insostenibile nell’epoca in cui il G20 tutto si pronuncia contro i paradisi fiscali. Rivelerà i nomi di 4.450 clienti che hanno usato i conti presso Ubs per evadere le tasse statunitensi.Trattandosi di una banca svizzera, però, anche la forma conta: i nomi non saranno dati all’Internal Revenue Service (l’Agenzia delle entrate Usa), ma a una task force svizzera governativa. Il segreto bancario svizzero è quindi – solo formalmente – salvo: Ubs non rivela nulla al fisco americano, ma risponde alle pressioni della Swiss Federal Tax Administration. Quel che conta, però, è la sostanza.

In previsione del G20 di Londra, che si è tenuto il quattro aprile scorso, la Svizzera aveva annunciato di iniziare a collaborare con l’Ocse per quanto riguarda lo scambio di informazioni fiscali. Ubs aveva subito provveduto a rassicurare i suoi correntisti con un comunicato che è ancora disponibile sul sito della filiale italiana: «Il legittimo diritto alla privacy dei nostri clienti continuerà a essere garantito». E nello specifico: «Gli ultimi sviluppi non pregiudicano in alcun modo la posizione di Ubs in relazione al provvedimento “John Doe summons” dell’Internal revenue service, che richiede al tribunale di imporre al nostro istituto di rivelare all’IRS l’identità di 52mila clienti statunitensi. Tali informazioni sono tutelate dalla legge sul segreto bancario svizzero». E fino all’ultimo la banca presieduta da Kaspar Villiger (nel board dei direttori c’è anche Sergio Marchionne, numero uno di Fiat, come vicepresidente non esecutivo) ha provato a tenere fede ai suoi impegni.

Ma la pressione dell’amministrazione americana di Barack Obama, che garantiva il necessario peso politico all’azione dell’IRS, è stata più forte. Ubs aveva anche provato, prima di cedere sui nominativi, a dimostrare che i suoi conti non erano stati usati per frodare il contribuente americano. Aveva commissionato una perizia alla società di consulenza Alix Partners, presentata in evidenza nel sito aziendale, che ha esaminato i conti dei clienti americani che detenevano securities, cioè strumenti di investimento di vario tipo, americani senza aver adempiuto alle dovute comunicazioni al fisco Usa. Risultava che «virtualmente nessuno dei conti di questi clienti era titolare di investimenti americani nel periodo 2002-2007». Non è bastato. E ieri i segugi americani dell’agenzia delle entrate (omaggiati da Gabriele Muccino nel suo ultimo film “Sette anime”) hanno potuto esultare scrivendo sul sito: «L’IRS riceve una quantità senza precedenti di informazioni grazie all’accordo con Ubs». L’IRS ottiene un risultato diverso da quello che auspicava, cioè avere tutti i 52mila nominativi dei sospetti, ma comunque soddisfacente: nell’accordo tra Stati Uniti e Svizzera firmato ieri viene più volte esplicitato l’invito e gli incentivi ad autodenunciarsi, ottenendo così condizioni di trattamento più favorevoli rispetto a quelle che spetteranno a chi finirà nella lista. Visto che nessuno può essere sicuro di essere tra i 47mila e 500 sospettati che rimarranno protetti e che le rivelazioni della task force svizzera verranno centellinate, molti vorranno prevenire il peggio uscendo allo scoperto da soli. E così – si stima – altri 5mila nomi potrebbero essere spuntati dai 52mila. Come ci tiene a precisare Ubs, la banca non dovrà pagare multe, a differenza che nel precedente accordo (a febbraio) quando per adempiere alle richieste della giustizia americana aveva dovuto versare una sanzione da 780 milioni di dollari.

Non è finita l’era del segreto bancario svizzero, le casse elvetiche restano comunque uno dei rifugi più sicuri per gli evasori americani (ed europei). Ma il duello, ormai prolungato, del governo di Washington con Ubs – e per la proprietà transitiva con il governo svizzero – sta creando un precedente rilevante. Secondo le indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal, è solo questione di tempo prima che il dipartimento di Giustizia americano metta sotto assedio altri istituti di credito. I nomi dei bersagli sono il meglio della finanza elvetica (già provata dalla crisi finanziaria): Credit Suisse, Julius Baer, Zurcher Kantonalbank e UBP. Il caso Ubs ha dimostrato che, con le dovute pressioni, anche i più riservati tra i banchieri del mondo possono iniziare a collaborare.

 

20/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Le dodici tavole finanziarie

moses

A Novembre sembrava potesse essere una nuova Bretton Woods, una riforma dell’architettura finanziaria mondiale, magari con un nuovo accordo sui cambi delle monete. Ad aprile era diventata una carta dei principi con l’ambizione di essere per l’economia l’equivalente della Carta europea dei diritti dell’uomo, un testo non vincolante, ma da cui non sia possibile prescindere nella stesura delle normative nazionali. In marzo era perfino entrato nei comunicati del G7 finanziario a Roma, e se ne era discusso al G20 di Londra un mese dopo. Ieri, finalmente, una bozza del Global legal standard voluto dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti e promesso da Silvio Berlusconi come la cifra della presidenza italiana del G8 è stata resa pubblica.

La sede in cui i «dodici principi per un’economia più forte, più giusta e più sana» vengono presentati è quella di un blog, il Global Standard Blog, appunto, che è parte del dibattito via web (community.oecd.org/community/gcls?view=blog, bisogna sapere l’indirizzo perché sulla home page non c’è alcun link) che si svolge sul sito dell’Ocse, l’organizzazione dei paesi più industrializzati, seguito al vertice di Lecce del 12 e 13 giugno.
Sono dodici punti, «principi comuni e standard sulla proprietà, l’integrità e la trasparenza», caricati sul sito da Nicholas Bray, il capo ufficio stampa Ocse. Tutti gli standard sono al condizionale, perché indicano come l’economia dovrebbe essere dopo la crisi. Dall’evasione fiscale («Tutti gli attori del business, indipendentemente dalla loro forma legale, dovrebbero adempiere ai loro doveri fiscali»), a «ogni forma di protezionismo dovrebbe essere bandita». Gli strumenti finanziari non dovrebbero essere usati per nascondere i veri beneficiari delle scatole cinesi societarie, e la rincorsa verso il basso nelle condizioni lavorative e ambientali si dovrebbe evitare «attraverso la cooperazione internazionale e la convergenza dei quadri normativi nazionali». L’elenco dei desiderata continua con l’auspicio che gli stipendi dei manager non siano sproporzionati rispetto alle possibilità dell’azienda e che la corruzione venga punita severamente.

Due le domande rivolte agli utenti: «Cosa vorreste vedere nel Global Standard? Cosa dovrebbero considerare i leader nelle loro riflessioni sul Global Standard?». Per ora non ci sono commenti.

Come spiega una nota introduttiva, adesso si apre il dibattito, perché il Global standard è un «work in progress» che, quindi, non può entrare nell’agenda del G8 che si apre domani all’Aquila se non come bozza. Berlusconi lo aveva già anticipato nei giorni scorsi: «Siamo ancora lontani da un risultato, ci vogliono ancora molti passaggi». E infatti nell’intervista di ieri al Giornale che presenta il vertice, il Global Standard che doveva essere la cifra della presidenza italiana non è nominato. Resta da capire se e come gli Standard saranno discussi nelle sessioni del G8, come aveva auspicato Tremonti e come doveva essere nelle intenzioni orginarie: di crisi e dossier economici – i più importanti sono l’aiuto allo sviluppo e il commercio internazionale – si discuterà soprattutto il primo giorno del vertice. Sarà quella l’occasione per affrontare l’argomento.
Gli sherpa, i rappresentati con delega dei governi, hanno lavorato in questi mesi con un gruppo di giuristi organizzato da Tremonti (di cui fanno parte, tra gli altri, Giulio Napolitano, Enrico Letta e Guido Rossi), per individuare i punti da cui partire per riformare la finanza mondiale. La Germania spingeva per una carta dei principi che non fosse strettamente finanziaria ma di più ampio respiro, l’Italia avrebbe preferito un focus più preciso. Si è trovata la mediazione nella formula del Global Legal Standard. Ma nel frattempo la cronaca ha complicato il processo di elaborazione del documento. Gli Stati Uniti di Barack Obama hanno fatto la loro riforma della supervisione, dando più poteri alla Federal Reserve, l’Unione europea ha annunciato la propria, con la creazione di un’autorità che valuterà i rischi sistemici. E il Financial Stability Board guidato da Mario Draghi si è imposto come il foro internazionale dove banchieri centrali e governanti stabiliscono i principi da tradurre in concreto a livello nazionale. In questo nuovo scenario l’urgenza con cui era stato lanciato il progetto degli standard si è progressivamente affievolita. «É un lavoro complesso, un cammino importante, che non si può chiudere in sei mesi», ha detto sabato Tremonti.

07/07/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Dalla finanza al commercio: così cambia la crisi dal G20 al G8

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Tre mesi dopo.  A Londra la priorità era la lotta ai paradisi fiscali e la riforma della finanza. Dopo che Obama e l’Unione europea hanno presentato i loro piani, la priorità è diventata salvare la Wto.

 

Sono passati solo tre mesi dal G20 di Londra, quello officiato dal premier inglese Gordon Brown, eppure sembra che il G8 che sta per iniziare debba affrontare una crisi diversa. A Londra la priorità era la finanza, come riformarla, come stabilizzare le situazioni di emergenza (banche nazionalizzate, prestiti garantiti dalle casse dello Stato) e come evitare che il sostegno all’economia reale degenerasse in una nuova ondata di protezionismo. Angela Merkel, cancelliere tedesco più forte allora di oggi, era riuscita a distogliere l’attenzione dai problemi elettoralmente sensibili spostando il dibattito sui paradisi fiscali e sulle regole per gli hedge funds, i fondi speculativi che nulla hanno a che fare con la crisi ma che sono sempre un bersaglio allettante per i politici.

«I giochi veri si faranno al G8», diceva allora – pro domo sua – Silvio Berlusconi, che ancora pensava di presentare alla Maddalena il progetto di Giulio Tremonti, un “global legal standard” che ridefinisse le pratiche di buona condotta in campo economico. Invece le cose sono andate diversamente: il summit sarà all’Aquila, che continua a tremare, il global standard ci sarà in una versione minimalista (perché, dice Berlusconi, «è un lavoro complesso, un cammino importante, che non si può chiudere in 6 mesi»), e l’unica vera novità nella finanza internazionale è l’attivismo del Financial stability board presieduto da Mario Draghi, istituzione trasformata e rafforzata proprio dal G20 londinese.
Il Dow Jones è rimasto stabile (più 2 per cento in tre mesi), segno che la Borsa si è tranquillizzata, il presidente americano Barack Obama ha presentato la sua riforma per la supervisione finanziaria che rafforza la banca centrale e pochi giorni dopo anche l’Europa ha annunciato la propria, con nuove autorità incaricate di segnalare i rischi sistemici. Il petrolio è cresciuto da 50 a 70 dollari al barile, segnalando che l’economia mondiale – o almeno la speculazione, dice qualcuno – sta ripartendo.

L’unica vera emergenza rimasta è il commercio internazionale. «Il volume di scambi mondiali dovrebbe diminuire nel 2009 del dieci per cento circa, il declino più marcato dagli anni Trenta, le tentazioni protezioniste aumenteranno sicuramente prima di ridursi e un uso significativo di politiche che distorcono i flussi commerciali da parte dei Paesi più rilevanti potrebbe innescare un indesiderato effetto domino», scrivono Simon Everett, Bernard Hoekman e Oliver Cattaneo in un libro che raccoglie interventi in vista del G8, disponibile sul sito di dibattito economico voxeu.org (il volume si chiama “The fateful allure of protectionism: taking stock for the G8”). La tesi è che finora il commercio ha retto, senza collassare come dopo la crisi del Ventinove, perché c’era più spazio di manovra nelle politiche fiscali e monetarie, a differenze che negli anni Trenta quando l’approccio keynesiano non si era ancora affermato e i cambi fissi legavano le mani a banche centrali deboli e dipendenti dalla politica. Dopo aver sparato tutte le munizioni fiscali e monetarie, se la disoccupazione dovesse peggiorare – e sta peggiorando, si teme soprattutto per settembre – le politiche doganali potrebbero diventare una tentazione irresistibile per i governi.

Finora l’organizzazione mondiale del commercio, Wto, ha fatto da diga, mentre Paesi che non vi appartengono come Russia e Algeria diventavano sempre più protezionisti. Ma se all’Aquila il segretario Pascal Lamy non dovesse ottenere un accordo politico per chiudere i negoziati commerciali aperti nel 2001 entro la fine dell’anno, la capacità di tenuta della Wto potrebbe ridursi di molto. Berlusconi si è impegnato con Obama per «rilanciare il Doha round», cioè i negoziati in corso, poi ha detto che chiederà a Lamy di «convocare una nuova Doha», quasi come se quella attuale fosse data per persa. Comunque sia, il dossier commerciale è quello più delicato di questo G8, mentre la finanza che tanto preoccupava al G20 è ormai al terzo punto, preceduta anche dalle questioni climatiche.

06/07/2009 Posted by | Articoli, Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento