Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

PRIMA LE PRIMARIE

primarie

da Il Fatto Quotidiano del 22 ottobre

Anche il (misterioso) viaggio privato di Silvio Berlusconi in Russia, da Valdimir Putin, arriva al momento giusto. Tre giorni di lontananza dalla scena italiana. Quando tornerà, domani mattina, il Pd sarà  ormai prossimo alle primarie di domenica, che possono essere lo spartiacque dell’autunno politico.

Le prime conseguenze saranno interne: dopo quattro mesi di paralisi, il Pd avrà un nuovo capo, si suppone Pierluigi Bersani. La fine dell’acefalia dovrebbe consentire al partito di occuparsi di nuovo del Paese, invece che investire tutte le energie in un dibattito interno privo di ogni ricaduta generale. Soltanto nella giornata di ieri si è registrata una polemica su Twitter tra Dario Franceschini e Ignazio Marino, gli altri due candidati, con reciproche accuse di “dietrologia”; un intervento di Walter Veltroni in tv sul fatto che non serviva votare nelle sezioni ma bastavano le primarie. Una volta votato, soprattutto se i votanti si conteranno a milioni e non a migliaia, tutto questo sarà archviato.

Aquel punto il Pd dovrà gestire due dossier, tra loro connessi: le elezioni regionali del 2010 e il rapporto con gli alleati potenziali (Udc, Idv, sinistra radicale) ma soprattutto con Gianfranco Fini. Ci sono almeno due regioni, strutturalemente di destra, in cui il Pd può causare parecchi problemi. Ieri Fabio Granata, deputato finiano, si è spinto a dire che la candidatura di Nicola Cosentino alla guida della Campania “è inopportuna”, anche per i suoi sospetti legami con i clan dei casalesi. In Veneto la situazione sta sfuggendo al controllo di Berlusconi, che ha fatto promesse impossibili da mantenere (ha garantito la candidatura sia all’uscente Giancarlo Galan che alla Lega) e la corsa per il comune di Venezia può avere effetti di portata nazionale. Ieri Massimo Cacciari – che già non aveva grande entusiasmo all’inizio del mandato – ha detto che non “non corro neanche contro il Padre eterno”.

Figurarsi contro Renato Brunetta che potrebbe lasciare il ministero per diventare sindaco della sua città (anche se bisogna considerare le ripercussioni nella sfida costante con Giulio Tremonti per l’egemonia economica sull’esecutivo). Poi c’è la Calabria, il destino di Antonio Bassolino da decidere, il futuro dei giornali amici “Europa” e “L’Unità”…

Ma prima le primarie.

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22/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

CHE VUOL FARE D’ALEMA

Massimo D'Alema

Massimo D'Alema

 

Ieri sera si poteva fare un esperimento: cercare tra le agenzie di stampa un commento del Pd al discorso del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi sulla necessità di alzare l’età pensionabile. Zero. Tra postumi da congresso, pre-tattica per le primarie, negoziati preventivi per il dopo, il Partito democratico era troppo indaffarato. Soprattutto perché a Roma c’era un evento che monopolizzava l’attenzione: parlava Massimo D’Alema. Tutti – o almeno tutti all’interno dell’area culturale del partito – aspettavano di capire come sarebbe proseguito lo scontro dialettico tra D’Alema (“mi attacchi per andare sui giornali”)  e Dario Franceschini (“semini zizzania). Che è poi una sublimazione di quello tra Franceschini e Pierluigi Bersani, già troppo unitario per combattere davvero la battaglia delle primarie. 

Dell’intervento romano di D’Alema resteranno agli atti i seguenti concetti: “La revisione dello statuto non è un’eresia”, la candidatura di Bersani è “l’unica che possa portare novità nel partito” (di cui fa parte, contando i cambiamenti di nome, da un quarto di secolo), lo schricchiolamento “del modello lideristico anche a destra se è vero, come è vero, che anche Gianfranco Fini chiede un partito vero” e che dopo le primarie serve “uno scatto di qualità” non meglio precisato. Parole non diverse da quelle che aveva detto al blogger Zoro, il giorno prima, quando si era lasciato scappare che il suo profilo Facebook era gestito da collaboratori perché lui con il web non ha grande familiarità, essendo “un uomo del novecento”.

Cosa abbia fatto nel ventesimo secolo, nel bene e nel male, è noto. Quali siano i suoi progetti per il ventunesimo un po’ meno. La leadership di Bersani, che salvo sorprese verrà sancita dalle primarie, sta nascendo sotto tutela di un leader del passato che non ha e sembra non ambire a cariche formali. Si discute della presidenza del Pd post-primarie che sembra non andrà a Romano Prodi (forse a Rosy Bindi, molto popolare dopo l’attacco di Berlusconi e pure bersaniana) ma non è detto che D’Alema sogni quella poltrona, dopo aver sperimentato i limiti della diarchia quando faceva il presidente dei Ds. La sua caratteristica di “riserva della Repubblica” sembra durata soltanto una stagione e il successo della sua strategia necocentrista di flirt con l’Udc ancora da dimostrare.

Mentre ci si interroga sui suoi disegni, il Pd si dimentica di commentare le pensioni, di votare in aula e del record del debito pubblico. “Io non ho mai impedito a Franceschini di fare opposizione”, ha detto D’Alema lunedì.

15/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , | Lascia un commento

Alla “school” ci vado ancora, il Pd non più

A leggere sui giornali la preparazione del congresso del Pd, uno può anche avere l’impressione che i dirigenti siano davvero interessati al rinnovamento.

Poi basta stare per tre giorni a contatto con il mondo intorno al partito, come ho fatto io questo weekend, per capire che le cose sono diverse. Ho passato tre giorni a Venezia, a fare una summer school del Centro di formazione politica. Nel 2007 ho frequentato i corsi del Cfp di Milano, una scuola che se avesse davvero un partito alle spalle sarebbe, appunto, una scuola di partito. Voluta da Francesco Rutelli, ideata da Massimo Cacciari – che poi non ha potuto seguirla come avrebbe voluto perché è diventato di nuovo sindaco – e diretta dal professor Nicola Pasini. Al Cfp ci sono i giovani. Quelli veri, non i quarantacinquenni “ragazzi di Piombino” che si sono riuniti al Lingotto sabato. Quando io ho frequentato una volta al mese i weekend intensivi a Milano, di anni ne avevo ventidue. E c’erano giovani ricercatori, ingegneri, brillanti trentenni laureati e con master che lavorano nella finanza o fanno gli imprenditori, universitari e, addirittura, alcuni giovani amministratori locali, consiglieri comunali o militanti di base. C’erano siciliani che prendevano l’aereo per venire ad ascoltare a Milano Michele Salvati, Aldo Bonomi, Cacciari o il professor Alberto Martinelli. Abruzzesi che si facevano dodici ore di treno per discutere di alleanze e schieramenti ma soprattutto di Europa, di economia reale, di policy più che di politics. Poca politica e molte politiche. Io non ero interessato a fare politica attiva, non ho mai avuto tessere, ma a ventidue anni è legittimo essere curiosi. Altri, invece, speravano di imparare qualcosa che servisse ad essere più incisivi nel partito, a portare qualche idea nuova. E magari, chissà, fare un po’ di carriera interna, come è giusto che sia se si è più preparati.

Ho capito che c’era qualcosa che non andava (nel partito, non nella scuola), quando Walter Veltroni è venuto a consegnarci i diplomi di fine corso. Era il momento della “nuova stagione”, dopo le primarie, quando il Pd era in una fase embrionale in cui si poteva ancora sperare che le cose andassero diversamente da come poi sono andate. Il segretario della bella politica, quello che pochi mesi dopo avrebbe candidato Marianna Madia «con tutta la sua inesperienza» come capolista nel Lazio, è venuto a Milano a parlare davanti a ottanta ragazzi che avevano appena finito una scuola di formazione durata un anno. Altro che i weekend singoli di Libertà e giustizia o i costosi e fulminei seminari di Ulibo. «Adesso dirà qualcosa», pensavo. Dopo aver parlato di alleanze, riformismo e risposto a qualche polemica contingente, dirà che il partito aspetta solo le nostre energie, che il centrosinistra ha bisogno di persone che non sono post o ex. Invece no, neppure una parola.

Ma almeno Veltroni si era presentato. Il weekend scorso, a Venezia, alla Summer school del Cfp non è venuto proprio nessuno. Non si è visto un solo dirigente del centrosinistra. I giovani, però, c’erano. E molti stanno continuando a impegnarsi, dopo aver finito il Cfp, in modi diversi. C’è un ragazzo veneto che organizza dibattiti con i giovani dei partiti presentandosi come “studente Cfp”, perché con il Pd non ha mai avuto contatti (e a questo punto neanche vuole averli). Un’altra vorrebbe fare una succursale napoletana del Cfp, altri stanno costruendo siti di dibattito. Dopo cinque anni di corsi, il centro ha coinvolto quasi quattrocento persone, che ora si stanno organizzando anche in un’associazione di alunni. Se avessero una sponda, qualcuno che li considera, potrebbero diventare un pezzo importante di un Pd che, come ha scritto Ilvo Diamanti (lui a Venezia c’era), è completamente privo di idee su tutti i temi rilevanti. Dall’economia alla sicurezza. Ma a parte Cacciari, che ci ospitava e discuteva con noi, nessuno ha sentito il bisogno di farsi vedere. Né Dario Franceschini né Pierluigi Bersani. Troppo concentrati su Debora Serracchiani, il loro modello di giovane (38 anni, una vita nel partito, qualità ancora tutte da dimostrare), o Luca Sofri (45 anni, blogger), o virgulti come David Sassoli (53), per accorgersi che a sinistra i giovani ci sarebbero davvero, anche fuori dalle federazioni giovanili che raccolgono solo aspiranti professionisti della politica, eterni studenti universitari in attesa della loro prima poltrona.

 E non è neanche troppo difficile trovarli. Ma se li stanno lasciando sfuggire. Qualcuno, me incluso, lo hanno già perso.

 

30/06/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 3 commenti