Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

QUELLA PAROLA INNOMINABILE

dal Fatto Quotidiano del 28 ottobre

C’è un’espressione che, in sordina, è tornata in questi giorni ad affacciarsi sulla scena politica, densa di pessimi ricordi per i partiti del centrodestra, che evoca drammi umani e crisi di governo sfiorate: “cabina di regia”. La voleva Gianfranco Fini nel 2004 per ingabbiare Giulio Tremonti, anche allora ministro dell’Economia, che alla fine si dimise prima di tornare, con mossa spettacolare che ancora oggi rivendica, dopo la parentesi di Domenico Siniscalco.

Questa volta le hanno cambiato nome, per contenere il contraccolpo psicologico: “Comitato di politica economica” o “Consulta economica” dentro il Pdl di cui a Tremonti spetterà ovviamente la presidenza ma che indica la volontà di rendere più “collegiali” le decisioni in materia. L’annuncio dovrebbe arrivare il 5 novembre, quando si riunirà l’ufficio di presidenza del Pdl, organismo dalla natura un po’ misteriosa ma sempre attivo nel fare da stanza di compensazione durante le crisi più gravi. Questo sembra essere il risultato del vertice che si è tenuto ieri sera ad Arcore, sede provvisoria del governo causa della  scarlattina di Berlusconi (i maligni insinuano si tratti di uno dei periodici ritiri dovuti a motivi di salute o interventi). Tremonti se n’è andato da Arcore senza rilasciare dichiarazione, ma Paolo Bonaiuti, portavoce della presidenza del Consiglio, ha detto che “è stato chiarito ogni equivoco”. Si è palesato anche il leader leghista Umberto Bossi, accompagnato da Roberto Cota, che fino a lunedì continuava a sostenere che Tremonti non solo dovesse conservare la poltrona, ma anche essere promosso a vicepremier, per marcarne la superiorità sugli altri membri del governo.

Il risultato è stato diverso, visto che il peso di Tremonti pare sarà ridotto non solo nell’esecutivo, ma anche nel partito. Per accettare questo compromesso è evidente che Bossi ha ottenuto rassicurazioni sull’unico altro tavolo che davvero gli interessa, quello delle elezioni regionali. Nei prossimi giorni, quindi, si capirà se Berlusconi sarà in grado di mantenere le promesse, soprattutto per quanto riguarda il Veneto dove non è stata ancora ufficializzata la sostituzione dell’uscente Giancarlo Galan (Pdl) con Luca Zaia (Lega).

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29/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La crisi vista dai think tank italiani: tutto ruota intorno a Tremonti

aspen

Il terreno su cui si consuma gran parte dello scontro intellettuale tra i think tank italiani è quello della crisi. Le origini, l’analisi, le tempistiche, le previsioni e, soprattutto, le risposte politiche per uscirne. Soltanto nell’ultima settimana, oltre alle tante già attive, sono nate altre due istituzioni ibride, un po’ culturali e molto politiche: la fondazione Italia Futura ispirata da Luca Cordero di Montezemolo, e Robinson Crusoe, rivista di dibattito sul web voluta da Giulio Tremonti e Giuliano Amato e coordinata dall’economista Mauro Marè. La prima ha scelto un approccio pragmatico, partendo dalle micropolitiche e non dall’analisi delle grandi questioni di scenario, finanzierà con 30 mila euro il progetto più innovativo tra quelli che partecipano a un concorso. Un’iniziativa lascia intendere un messaggio di politica economica: dalla crisi si esce grazie alle idee dei singoli, meglio agire da stimolo nella società imprenditoriale che denunciarne le rigidità. Crusoe parte invece con un manifesto programmatico, in inglese, per spiegare le dieci debolezze dell’Italia, dal debito alla spesa pubblica, chiudendo con un invito a essere ottimisti (come sollecita il governo e Silvio Berlusconi da mesi).

Sia Tremonti che Amato sono, rispettivamente, presidente ed ex presidente anche dell’Aspen Institute, che di crisi discute da due anni nei seminari a porte chiuse e pubblicamente sulla rivista Aspenia diretta da Marta Dassù: l’ultimo numero si chiama “Krìsis”. Tremonti spiega nel saggio introduttivo che questo è soprattutto un momento di cambiamento, l’occasione per accettare finalmente un’Unione europea intergovernativa, che possa emettere titoli di debito. La vera novità culturale del saggio di Tremonti è che il ministro, da critico di una globalizzazione costruita sul debito privato, suggerisce di riconsiderare in prospettiva storica l’importanza del debito pubblico come propellente della crescita: a supporto cita le performance dell’Italia degli anni Ottanta.

L’azione politica di Tremonti è stata però, finora, rigorista: poca spesa per avere saldi di bilancio sostenibili. Una linea che viene contestata, in forme diverse, da tutti i siti di dibattito a sinistra. Non si tratta di veri e propri think tank (non sono strutture permanenti ma piazze virtuali dove si incontrano persone con idee simili), però hanno la stessa funzione dei pensatoi strutturati: dare idee alla politica e monitorare le politiche della maggioranza. Il sito più a sinistra è Economia e politica, che fa capo all’economista Riccardo Realfonzo, oggi assessore al bilancio a Napoli. Realfonzo promuove da tempo la tesi che il debito pubblico non va ridotto ma stabilizzato, rifinanziandolo senza chiedere sacrifici all’economia reale nel nome del rigore di bilancio. Uno degli articoli pubblicati più di recente, a firma dello storico del pensiero economico Guglielmo Forges Davanzati, è dedicato a «Il governo, la crisi e i costi sociali del rigore finanziario».

Più complesso individuare una linea editoriale precisa nella voce.info, il sito di riferimento per gli economisti di appartenenza – o almeno di cultura – bocconiana: nell’editoriale collettivo che celebra il settimo compleanno del sito, si ringrazia il ministro Tremonti «di tante solerti attenzioni. Vuol dire che ha paura del nostro giudizio. Non glielo faremo certo mancare. Neanche per un giorno. Neanche per un’ora. Anche perché non siamo certo noi i catastrofisti. Ricordiamoci di chi in questi anni ha più volte evocato l’apocalisse». Non prevale una visione netta della crisi, se non che può rivelarsi il momento per le riforme, soprattutto nel mercato del lavoro e nella razionalizzazione della spesa pubblica. Sul piano macro alcuni collaboratori, come Francesco Daveri, continuano a segnalare i pericoli della deflazione (per ora solo teorici) e dell’eccesso di regolazione di emergenza. Ancora più difficile individuare i tratti comuni degli interventi nel blog collettivo noisefromamerika, meno accademico e più informale della voce.info, dove si sfogano economisti italiani che lavorano negli Stati Uniti. Anche in quel caso la critica a Tremonti sembra essere uno dei pochi punti fermi.

farefuturo

A destra le posizioni sono più marcate, c’è anche una divisione di compiti. La fondazione Farefuturo, presieduta da Gianfranco Fini e diretta a Adolfo Urso, ha appena pubblicato un rapporto di cinquecento pagine che invece di analizzare l’origine della crisi analizza il contesto in cui l’Italia dovrà competere. Individua una soluzione che, in sintesi, è la difesa del Made in Italy: lotta alla contraffazione, incentivi alle piccole imprese a crescere di dimensione, attirare investimenti esteri per proiettarsi poi nel mondo con basi più solide, un po’ sul modello della Fiat di Sergio Marchionne.

Il centro Tocqueville-Acton si concentra sul vuoto di valori che la crisi ha evidenziato. Con un piede nel mondo vaticano, il pensatoio animato da economisti come Flavio Felice (Università Lateranense) e Stefano Zamagni (consultore del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace) parlano di un «mercato da civilizzare». La sponda politica è quella dell’Udc di Pierferdinando Casini, il punto di riferimento la dottrina sociale della chiesa, l’obiettivo un’economia ricca di valori anche quando si parla di nuove tecnologie e si usano formule matematiche. Michael Novak, in uno degli articoli più recenti pubblicati sul sito, ha denunciato le «eresie economiche degli statalisti», ma ha ammonito anche i liberisti: «I processi di mercato funzionano bene solo se sottoposti a un sistema di regole, e solo sulla base di regole del gioco certe. Un mercato senza regole è una finzione dell’immaginazione». E i liberisti che più hanno difeso la deregulation in Italia sono quelli dell’Istituto Bruno Leoni. Il think tank diretto da Alberto Mingardi continua a preoccuparsi degli eccessi della regolazione (cui la politica può ricorrere approffittando della crisi) e delle tentazioni keynesiane cui è soggetta la nostra cultura. Ma ha un approccio più prudente nel valutare la situazione italiana. «Al governo si chiede autorevolezza in una fase cruciale. Ma anche dalla società civile dovrebbe venire qualcosa d’un po’ meglio», ha scritto Mingardi, che – da liberista – auspica che «ciascuno aiuti se stesso, sperando nella complicità delle stelle». Il ministro Tremonti, nella formula d’azione «economia sociale e di mercato» ha trovato la sintesi per combinare le istanze caratteristiche dei tre pensatoi di destra.

04/07/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Fini cerca sponde tra Murdoch e piccole imprese

Il 29 giugno parteciperà a un forum del “Wall Street Journal” del magnate australiano inviso al Cavaliere. Oggi è a un convegno a Frascati. Intanto lavora a un network anti-tremontiano.

fini

Sul Wall Street Journal di ieri, a pagina 20, c’era una foto di “Mr Gianfranco Fini ”. Il presidente della Camera parlerà al forum Nueva Economia, a Madrid, lunedì 29, evento sponsorizzato proprio dal quotidiano di Rupert Murdoch. Tra gli altri relatori che discuteranno di crisi finanziaria, Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea. Ma se questo riguarda soprattutto il suo profilo internazionale, la costruzione di una cultura economica di destra (o almeno finiana) passa anche per un convegno che si tiene questa mattina a Frascati. Fini ha inviato un messaggio che è una benedizione della prima vera iniziativa pubblica di Valore Impresa, network di imprese e professionisti. Titolo dell’iniziativa: «L’impresa è un valore», dove si inizierà a costruire l’alternativa al tremontismo di governo.

Nel suo messaggio Fini dirà che le istituzioni devono fare interventi mirati alle piccole e medie imprese, che devono «avere pari opportunità per competere». È questo il passaggio che identifica l’approccio finiano: mentre il Governo si è concentrato sull’aiuto alle banche in difficoltà, con i Tremonti bond e la garanzia dei depositi bancari, e delle grandi imprese (commesse, infrastrutture, incentivi alla rottamazione per la Fiat), le piccole imprese si sono sentite trascurate. «In Italia fanno notizia i cassintegrati della Fiat o quelli di Alitalia, ma non le migliaia di microimprese che chiudono: per questo è nata Valore Impresa, un’iniziativa su stimolo della base, non dall’alto», spiega Gianni Cicero, presidente del «network di imprese e professionisti» nato un anno fa. L’obiettivo di Valore Impresa è aggregare le aziende troppo piccole per espandersi da sole e fuori dalle associazioni di rappresentanza tradizionali. Venti consorzi, suddivisi per filiera produttiva, per unire le forze e muoversi con più sicurezza a livello nazionale e internazionale. La “Centrale consortile” viene presentata questa mattina. «Modelli industriali e finanziari da una parte e il modello cooperativistico dall’altra hanno monopolizzato l’attenzione della politica creando un tavolo che ha fin qui egemonizzato l’economia italiana», sostiene Cicero, che però ci tiene a precisare che quello delle Coop rosse non è un modello da contestare. Ma – almeno un po’ – da imitare, tranne che per l’utilizzo dei privilegi fiscali per «fare concorrenza sleale».

A voler dare una lettura più politica dell’evento di oggi, debutto pubblico di Valore Impresa, si può vedere nell’elenco dei partecipanti l’embrione di un network finiano che avrà il compito di sviluppare le idee alla base di «un’economia competitiva ma solidale», dal titolo di un intervento di Fini pubblicato sul webmagazine di Fare Futuro, la fondazione d’area del presidente della Camera. C’è un economista come Massimo Lo Cicero, politici come Enrico La Loggia, Maurizio Leo e Francesco Aracri, che funzionano anche da sponda politica verso gli ambienti di Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo che non ha le stesse idee di Valore Impresa (è più sensibile agli interessi dei grandi gruppi), ma per ora ha rappresentato nel Governo l’unica alternativa culturale all’economia sociale e di mercato di Tremonti. Poi ci sono la Confapi, un’altra associazione di piccole e medie imprese che comincia a guardare con un certo interesse all’area finiana, e anche la Compagnia delle opere, rappresentata da uno dei membri del consiglio nazionale Nicola Colicchi.

La coincidenza temporale è forse soltanto questo, una coincidenza. Ma mentre si discute di complotti e di possibili successioni a Berlusconi, Fini rappresenta l’Italia a un forum promosso da Murdoch, che con Berlusconi è in guerra su più fronti (da Sky al Times di Londra). E cerca di intercettare la rabbia di quella parte di imprenditori e partite Iva, tipici elettori di centrodestra, che tendono ad allontanarsi dal Governo più questo appoggia le avventure della Fiat e, nel nome del rigore di bilancio tremontiano, non dà alle piccole imprese le risposte che si aspetterebbero in vista del peggioramento della crisi dopo l’estate.

24/06/2009 Posted by | Uncategorized | , , | Lascia un commento