Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

CROCI E DELIZIE D’EUROPA

Ieri sono arrivati dati Ocse, assai meno celebrati del superindice che ha tanto entusiasmato il governo due settimane fa: il Pil italiano diminuirà del 4,8 per cento nel 2009, un po’ peggio dell’ultima stima disponibile. Nonostante il rigorismo contabile di Giulio Tremonti il rapporto tra debito e Pil sfonderà il 120 per cento. Se davvero il 2010 andrà come dice l’Ocse, cioè +1,1 per cento, la congiuntura potrebbe tradursi in un inaspettato aiuto per il governo in un anno che potrebbe anche essere di elezioni anticipate. Sarà l’Europa a trascinare l’Italia, con il solito motore francotedesco che dovrebbe ripartire importando i nostri prodotti.

Ma l’Europa potrebbe anche diventare un problema non piccolo dopo la bocciatura della candidatura di Massimo D’Alema a ministro degli Esteri dell’Ue dopo il trattato di Lisbona. Il fatto da un lato dimostra, come ha sottolineato il presidente dei socialisti all’europarlamento Martin Schulz, che il peso diplomatico di questo governo non è all’altezza delle sue ambizioni. Dall’altro mette Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti in condizione di essere quasi obbligati a sponsorizzare la candidatura del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea, quando nel 2011 scadrà il mandato di Jean-Claude Trichet.

Prima c’è però un’altra battaglia da combattere: quella per mandare Tremonti alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei ministri economici che è la controparte politica della Bce. La lezione del ministro in Cina, ieri, alla scuola del Partito comunista cinese è stata l’occasione per ricordare il manifesto del tremontismo, aggiornato in vista dell’Eurogruppo: ha richiamato la sua analisi sui legami tra crisi e globalizzazione, evocato il suo progetto (mai decollato nei consessi internazionali) di un global standard per le pratiche economiche, e rinnovato l’invito a riscrivere le norme della finanza. Ha anche ribadito che il G20 non può diventare un G2 sinoamericano, al massimo un G3 con un’Europa che lui vede rafforzata dalla crisi, perché finalmente ha prevalso in modo chiaro la dimensione intergovernativa. Una posizione netta che, forse non piacerà a tutti, ma è una base per la candidatura all’Eurogruppo.

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20/11/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

DISSENSI DA FINE CRISI

da Il Fatto Quotidiano del 22 ottobre

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

In fondo è poco importante quanto c’è di vero nella presunta congiura contro il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Quello che conta è che, forse perché la crisi è percepita come meno grave o quasi finita, dentro il governo stanno emergendo chiaramente due linee di politica economica.

Da alcuni giorni “Libero” attacca Tremonti, sostenendo che dentro il Pdl ci sono in lavorazione programmi economici “non tremontiani”. Mercoledì è circolato anche un documento, diffuso on-line dal sito notapolitica.it, con il decalogo delle cose da fare. Al primo punto c’è la riduzione delle tasse, a partire dall’imposta sul reddito delle persone fisiche. Ed è questo il nodo principale: finora Tremonti ha imposto una linea di prudenza sull’uso della spesa pubblica contro la crisi, soffocando l’anima più liberista della coalizione che continua a credere nella riduzione delle imposte per dare carburante alla ripresa. E contendo anche quella più statalista che avrebbe voluto una maggiore spesa pubblica di tipo assistenziale.

Oltre alle interviste un po’ su tutti i giornali – uno per tutti: Claudio Scajola, capofila dei non tremontiani sul “Corriere” –  ieri sono arrivate anche le parole di Silvio Berlusconi a certificare l’inizio di una nuova fase. Il presidente del Consiglio ha detto che “il governo ha allo studio interventi per ridurre la pressione fiscale, aumentare i consumi  e agevolare gli investimenti: tra questi il taglio graduale  dell’Irap fino alla sua soppressione”. Niente di nuovo, l’abolizione dell’Irap è presente da sempre nei programmi elettorali, l’Europa l’ha chiesta, Confindustria la reclama da anni. Ma il problema è sempre lo stesso: come si finanzia la sanità senza i 38 miliardi dell’Irap? La risposta, ovviamente, non c’è. I leghisti direbbero che la soluzione di tutto è nel federalismo fiscale. Ma non c’è ancora neppure quello.

La rilevanza delle parole di Berlusconi non è quindi di merito, ma di agenda setting. Con poche parole Berlusconi liquida un dibatitto che stava diventando difficile da gestire, quello seguito all’elogio del posto fisso fatto da Tremonti. Dibattito che lo aveva costretto a una pubblica dichiarazione di concordia con il suo ministro dell’Economia che viene parzialmente stemperata proprio dall’intervento sull’Irap. Rimettere al centro del confronto politico il tema del taglio delle tasse – a cui anche il Pd (lato Pierluigi Bersani) sembra ora sensibile – significa sconfessare il rigorismo tributario di Tremonti. Almeno a parole. Nei fatti si vedrà.

23/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Il governo di Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi ama ricordare un aneddoto del giorno della nomina alla Banca d’Italia: dopo la comunicazione si incammina da piazza Venezia a Roma verso via del Corso. I cronisti pensano che stia andando a rendere omaggio a Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli. E invece lui, con un colpo di scena perfettamente calcolato, li spiazza, girando in una strada laterale. Doveva ringraziare padre Rozzi, il gesuita che è stato il suo maestro al liceo Massimo e guida dopo un grave lutto familiare, non certo la politica che, per un accidente storico, lo aveva promosso alla poltrona tecnica più importante del Paese.

RISIKO. Quasi quattro anni dopo il rapporto con la politica resta lo stesso, un coinvolgimento diretto e allo stesso tempo distaccato, nonostante tutti lo vedano sempre in procinto di smettere i panni del tecnico per quelli del politico (lo stesso succedeva, ciclicamente, anche al suo predecessore Antonio Fazio).
Mario Draghi oggi è al centro di un risiko di nomine, o almeno di speculazioni, che potrebbe portarlo alla guida di un governo tecnico o alla testa della Banca centrale europea. Molto dipende da come verranno riempite le altre caselle: il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aspira alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei  ministri economici dell’area euro, Massimo D’Alema sogna la poltrona di ministro degli Esteri europeo dell’Unione post- trattato di Lisbona, a catena – se Draghi andasse alla Bce – bisognerebbe trovare un altro governatore della Banca d’Italia, e potrebbe essere Lorenzo Bini Smaghi, che ora sta proprio nel consiglio della Bce, e  che avrebbe il placet di Tremonti.
Oltre alle nomine, nelle ultime settimane le tensioni con il ministro Tremonti (frequenti in questa legislatura) sono state originate, nell’ordine, da: gli applausi al discorso di Draghi al meeting di Rimini di Cl, merito anche del nuovo stile comunicativo con discorsi scritti interrotti da interventi a braccio; la richiesta di Draghi di alzare l’età pensionabile e le risposte del governo (“la riforma è già stata fatta”); le critiche della Banca d’Italia allo scudo fiscale con replica del ministro; la creazione della Banca del Mezzogiorno voluta da Tremonti che aggira il potere autorizzativo della Banca d’Italia sulla creazione di nuove istituzioni creditizie. Con un paio di mesi di anticipo, a luglio, il servizio studi della Banca d’Italia aveva pubblicato un working paper dal titolo “Quali politiche per il Sud? Il ruolo delle politiche nazionali e regionali nell’ultimo decennio” che si può leggere come  una bocciatura preventiva dei nuovi piani regionali vagheggiati dal governo Berlusconi di cui la Banca del Mezzogiorno è il cardine.

IL POTERE. Proprio dal servizio studi bisogna partire per capire il potere presente di Draghi che serve a mettere le basi di quello futuro, a palazzo Chigi o all’Eurotower di Francoforte, dove ha sede la Bce. Draghi ha riorganizzato il pensatoio della Banca d’Italia in quattro sezioni, statistica, economia reale, finanza pubblica, economia monetaria. A capo c’è sempre Salvatore Rossi che, però, dai tempi di Antonio Fazio, è salito di grado e ora è direttore centrale per la ricerca economica. La tempistica dei quaderni di ricerca della Banca d’Italia è stata negli ultimi due anni troppo precisa per essere casuale, basti ricordare quest’estate lo studio sui divari di reddito e prezzi tra Nord e Sud Italia che ha chiuso il dibattito sulle gabbie salariali volute dalla Lega, rafforzando quel ruolo di via Nazionale che alcuni osservatori definiscono di “Cassazione dell’Economia”. I maliziosi dicono che ormai il servizio studi è la clava che Draghi cala sul dibattito politico per conquistarne l’egemonia. Chi conosce personalmente il governatore, invece, lascia intuire un’altra interpretazione. Franco Bruni, economista della Bocconi tra i più autorevoli, negli anni Settanta studiava al MIT di Boston insieme a Draghi e Mario Baldassarri (ora con il Pdl) alla scuola del premio Nobel Franco Modigliani: “Erano i primi tempi in cui si usava l’econometria, passavamo le nottate con i computer a schede a far girare modelli, ma riuscivamo a non perdere il contatto con la realtà, anche italiana, grazie a Modigliani che discuteva con noi i suoi editoriali per il ‘Corriere della Sera’. Dovevamo anche aiutare Bob Solow e Paul Samuelson, due futuri Nobel, a preparare i loro appunti per le audizioni al Congresso”. A tutti e tre i giovani dottorandi resta l’imprinting: la ricerca, anche al più teorica, deve essere declinata in qualcosa di utile, cioè suggerimenti di politica economica. All’epoca Baldassarri era il più portato per gli aspetti concreti, l’unico a sapere a quanto ammontasse il Pil dell’Italia. Draghi era a metà tra la fascinazione per la teoria e la propensione a diventare un uomo del fare.

Dopo gli anni da direttore generale del Tesoro, in cui ha maturato grande esperienza per gli equilibri di potere romani e si è procurato anche parecchi nemici, Draghi sembra ver trovato ora l’equilibrio che più si addice alle sue inclinazioni caratteriali. Alla Banca d’Italia ha formato il suo ‘governo’, cioè il direttorio che è l’organo di comando di via Nazionale. Ignazio Visco, economista di fama internazionale, rappresenta l’anima più accademica, il teorico del gruppo. Annamaria Tarantola è stata promossa da Draghi, prima donna nel direttorio, dalla vigilanza dove è ricordata come uno dei cani da guardia più feroci dell’operato delle banche italiane. Giovanni Carosio, già numero due del comitato di Basilea che ha fissato negli scorsi anni le regole di patrimonializzazione delle banche (ora contestate da più parti) ha avuto da poco una chiamata “ad personam” di rilievo: guida il Comitato europeo per la supervisione bancaria, il Cebs, che sta costruendo la nuova vigilanza bancaria europea cui spetta il compito di riempire  le falle evidenziate dalla crisi. Chi ha gestito il delicato equilibrio tra funzioni nazionali e internazionali di via Nazionale è Fabrizio Saccomanni, il sessantasettene direttore generale della Banca d’Italia che due giorni fa – in una delle sue rare prese di posizione pubbliche – ha analizzato lo scudo fiscale davanti alle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato: lo scudo – ha detto – può avere effetti positivi sulla ripresa se i capitali degli evasori rimpatriati vengono investiti nelle imprese, ma potrebbe anche incentivare l’evasione futura. Immediata replica di Tremonti che ha detto “provvedimenti come questo ci sono in tutti i Paesi”.

Il compito più difficile di Saccomanni è stato in questi mesi conciliare le due cariche del governatore, evitando l’impressione che ne trascurasse una: oltre a essere alla testa della Banca d’Italia, Draghi presiede il Financial Stability Forum che dopo il G20 di Londra dello scorso aprile è diventato Financial Stability Board, promosso a principale foro di dialogo economico dove si discute del futuro dell’architettura finanziaria mondiale. Ne fanno parte banchieri centrali, capi di Stato e di governo e ministri dell’Economia (o loro rappresentanti) e i vertici delle principali istituzioni internazionali finanziarie. Sono i “topi a guardia del formaggio”, come li ha definiti una volta Tremonti con una delle sue battute più pungenti, sostenendo che la soluzione alla crisi non poteva arrivare da chi aveva applicato fino a ieri le regole alla base del tracollo.

LE REGOLE. Dai working group del Financial Stability Forum sono arrivate le proposte sui limiti alle retribuzioni dei manager, sui nuovi criteri di capitalizzazione e sulla disciplina da applicare agli strumenti finanziari derivati. L’ascesa del FSB è stata parallela alla progressiva prevalenza del G20 sul G8, sintomo dell’impossibilità di gestire la nuova governance globale della finanza senza il coinvolgimento dei Paesi emergenti. Il successo – anche di immagine – della presidenza Draghi del FSB lo rende un candidato più credibile del suo rivale Axel Weber, governatore della Bundesbank, per la poltrona della Bce. Draghi è sempre a tutti i summit che contano, dal G20 al G8, dai vertici europei di politica economica alle riunioni dei banchieri centrali come Jackson Hole, in Wyoming. Saccomanni, che è stato al Fondo monetario internazionale e responsabile dei rapporti con l’estero della Banca d’Italia, lo supporta sulla scena internazionale e si assicura che il governatore sia sempre informato e adeguatamente attivo nelle faccende italiane. Draghi, nella sua doppia veste, può  tradurre in suggerimenti di politica economica le suggestioni teoriche che gli derivano dai simposi internazionali e, viceversa, sviluppare considerazioni derivanti dalla pratica quotidiana in principi generali che devono ispirare la ristrutturazione della finanza globale. “Nei prossimi anni la guida del Financial Stability Board potrebbe essere per Draghi un compito più affascinante rispetto alla Bce, soprattutto quando sarà completato il riassetto del Fondo moentario internazionale e delle altre istituzioni”, dice il professor Bruni. Anche sulla scena internazionale Tremonti ha cercato il confronto con Draghi, promuovendo il suo global legal standard, la carta dei principi per una nuova finanza che, almeno negli ultimi vertici internazionali, non è riuscita a conquistare la testa dell’agenda.

LE PROSSIME TAPPE. Draghi, quindi, potrebbe anche decidere di restare alla Banca d’Italia e alla guida del FSB, se sarà riconfermato nel 2012, quando scade il suo mandato (non più a vita dopo l’esperienza di Antonio Fazio). “In fondo – spiega un esperto conoscitore di via Nazionale – i casi di governatori che hanno lasciato la poltrona più alta per prendere la guida del governo sono pochissimi: Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, ma quelli erano tempi di vera emergenza, Luigi Einaudi, che diventò vicepresidente del Consiglio prima di andare al Quirinale, e Lambeto Dini, che però era direttore genrale. Gli altri passaggi dall’istituzione alla politica sono stati più graduali”. Qualunque cosa decida di fare Draghi, però, nel suo presente continua la dialettica con il ministro Tremonti: prossimo match alla giornata del risparmio, il 29 ottobre, quando entrambi parleranno delle condizioni della finanza italiana.

19/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Ocse: le incognite di una ripresa «più rapida del previsto»

SUMMIT. Oggi a Londra si tiene il G20 finanziario, preparatorio di quello di Pittsburgh: si parlerà dei bonus ai banchieri e se sia ora di rimuovere le misure straordinarie a sostegno dell’economia.

Credit default swap. Tra i segnali che invitano alla prudenza l'Ocse individua i CDS: contratti assicurativi diventati strumenti di speculazione che misurano quanto una banca sia a rischio fallimento. La situazione è più tranquilla di un anno fa, quando falliva Lehman Brothers, ma il ritorno alla normalità è ancora lontano.

Credit default swap. Tra i segnali che invitano alla prudenza l'Ocse individua i CDS: contratti assicurativi diventati strumenti di speculazione che misurano quanto una banca sia a rischio fallimento. La situazione è più tranquilla di un anno fa, quando falliva Lehman Brothers, ma il ritorno alla normalità è ancora lontano.

Oggi inizia a Londra il G20 finanziario, il vertice dei ministri economici dei venti Paesi che a fine mese si incontrerannoa Pittsburgh per fare un bilancio della crisi a cinque mesi dal precendete summit di aprile. Il tema che occuperà i politici e i giornali è quello dei tetti alle retribuzioni dei manager: ieri la cancelliera tedesca Angela Merkel (in campagna elettorale), il presidente francese Nicolas Sarkozy e il premier britannico Gordon Brown hanno scritto una lettera congiunta al G20 – di cui fanno parte – per auspicare un forte messaggio alla fine del vertice di Pittsburgh su questo tema che da sempre sta a cuore soprattutto alla Merkel e a Sarkozy, che sta già provvedendo in patria.

Il vero scopo della riunione di oggi e del G20 americano è però decidere se è giunto il momento di rimuovere le stampelle messe alle economie occidentali per consentire loro di non crollare nella crisi. Nel concreto si tratta di stabilire se i tassi di interesse devono restare ancora bassi o – magari in modo concoredato – vadano gradualmente alzati rendendo i prestiti più onerosi e scoraggiando l’inflazione; se gli stimoli fiscali devono essere reiterati o meno, se i prestiti alle banche americane vanno rinnovati o restituiti. Ieri sono arrivate le analisi dell’Ocse, firmate dall’economista Jorgen Elmeskov che guida il dipartimento di economics: la ripresa è «più vicina di quanto previsto alcuni mesi fa». I segnali positivi, infatti, sono tanti: gli spread tra i corporate bond e i titoli di stato si stanno riducendo (tradotto: prestare soldi a un’azienda è considerato poco più rischioso di prestarli a uno stato che non può fallire), le imprese hanno ricominciato ad accumulare scorte, segnale che la domanda sta ripartendo e non si produce più giorno per giorno. Le economie emergenti, soprattutto Cina e India, stanno tornando ad avere una crescita sostenuta. Non alla velocità sperata da molti, che confidavano di andare a rimorchio, ma a un ritmo tale da garantire alle aziende occidentali la tenuta di importanti mercati di sbocco per i loro prodotti. Nel mercato monetario, che era impazzito durante l’autunno scorso, le cose sono tornate alla normalità e anche gli indicatori di stabilità nel settore finanziario stanno convergendo verso i livelli pre-crisi. Tuttavia, ammette l’Ocse, è difficile dire quanto di questo miglioramento sia duraturo e quanto solo l’effetto del doping della spesa pubblica. I CDS sulle banche, per esempio, indicano che il panico che un anno fa ha fatto scrivere al Wall Street Journal che “Wall Street è morta”, non è scomparso. All’inizio del 2007 l’indicatore di sintesi dell’Ocse sui CDS bancari era circa zero, cioè chi prestava soldi a una banca e comprava un derivato per coprirsi dall’eventualità del suo fallimento pagava il costo di un’assicurazione su un avvenimento molto improbabile. Poi le banche hanno iniziato a fallire e i CDS sono passati da 0 a oltre 600 punti, quando collassava Lehman Brothers. Oggi siamo tra 100 e 200, a seconda delle piazze finanziarie. Semplificando un po’ si può dire che le banche vengono considerate duecento volte più a rischio che prima della crisi. Il commercio mondiale «si è stabilizzato», ma su livelli inferiori del 20 per cento rispetto al picco raggiunto a fine 2007.

Anche per questo ieri la Banca centrale europea ha deciso di lasciare invariato il costo del denaro, all’uno per cento: conserva la possibilità di ridurlo ancora se le cose peggiorano e si prende tempo di aspettare il ritorno dell’inflazione prima di alzarlo. Ha detto il presidente Jean-Claude Trichet: «Le ultime informazioni supportano la nostra visione secondo cui ci sono sempre più segnali di stabilizzazione nell’attività economica, sia nell’Eurozona che altrove. Questo è coerente con le nostre aspettative che stia finendo una fase di significativa contrazione dell’attività economica e ora sarà seguita da un periodo di stabilizzazione e da una ripresa molto graduale». Il Pil nella zona dell’Euro, secondo la Bce, dovrebbe scendere nel 2009 da un minimo di 3,8 punti percentuale a un massimo di 4,4. Per l’Italia – conferma anche l’Ocse – andrà peggio: il calo sarà di almeno il cinque per cento, come ormai è chiaro da mesi. Trichet ha confermato anche ieri quella linea di prudenza che una decina di giorni fa lo ha visto contrapposto a Ben Bernanke che, fresco di riconferma alla Federal Reserve, spandeva ottimismo al forum di Jackson Hole, in Wyoming. Il presidente della Bce ha lanciato un messaggio che suona come un monito ai capi di Stato e di governo che si riuniranno al G20: «Non dobbiamo pensare, ora che i mercati funzionano meglio e che stiamo uscendo dal tunnel, che bisogna riprendere a fare quello che facevamo prima», pena il rischio di «rivivere quello che abbiamo appena passato». È la minaccia della crisi a “W”, un violento crollo seguito da una ripresa rapida – la fase attuale – e poi da un nuovo collasso. Mai, nei suoi intevrenti recenti, Trichet era stato così esplicito nei suoi inviti alla prudenza.

04/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , | Lascia un commento

Le dodici tavole finanziarie

moses

A Novembre sembrava potesse essere una nuova Bretton Woods, una riforma dell’architettura finanziaria mondiale, magari con un nuovo accordo sui cambi delle monete. Ad aprile era diventata una carta dei principi con l’ambizione di essere per l’economia l’equivalente della Carta europea dei diritti dell’uomo, un testo non vincolante, ma da cui non sia possibile prescindere nella stesura delle normative nazionali. In marzo era perfino entrato nei comunicati del G7 finanziario a Roma, e se ne era discusso al G20 di Londra un mese dopo. Ieri, finalmente, una bozza del Global legal standard voluto dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti e promesso da Silvio Berlusconi come la cifra della presidenza italiana del G8 è stata resa pubblica.

La sede in cui i «dodici principi per un’economia più forte, più giusta e più sana» vengono presentati è quella di un blog, il Global Standard Blog, appunto, che è parte del dibattito via web (community.oecd.org/community/gcls?view=blog, bisogna sapere l’indirizzo perché sulla home page non c’è alcun link) che si svolge sul sito dell’Ocse, l’organizzazione dei paesi più industrializzati, seguito al vertice di Lecce del 12 e 13 giugno.
Sono dodici punti, «principi comuni e standard sulla proprietà, l’integrità e la trasparenza», caricati sul sito da Nicholas Bray, il capo ufficio stampa Ocse. Tutti gli standard sono al condizionale, perché indicano come l’economia dovrebbe essere dopo la crisi. Dall’evasione fiscale («Tutti gli attori del business, indipendentemente dalla loro forma legale, dovrebbero adempiere ai loro doveri fiscali»), a «ogni forma di protezionismo dovrebbe essere bandita». Gli strumenti finanziari non dovrebbero essere usati per nascondere i veri beneficiari delle scatole cinesi societarie, e la rincorsa verso il basso nelle condizioni lavorative e ambientali si dovrebbe evitare «attraverso la cooperazione internazionale e la convergenza dei quadri normativi nazionali». L’elenco dei desiderata continua con l’auspicio che gli stipendi dei manager non siano sproporzionati rispetto alle possibilità dell’azienda e che la corruzione venga punita severamente.

Due le domande rivolte agli utenti: «Cosa vorreste vedere nel Global Standard? Cosa dovrebbero considerare i leader nelle loro riflessioni sul Global Standard?». Per ora non ci sono commenti.

Come spiega una nota introduttiva, adesso si apre il dibattito, perché il Global standard è un «work in progress» che, quindi, non può entrare nell’agenda del G8 che si apre domani all’Aquila se non come bozza. Berlusconi lo aveva già anticipato nei giorni scorsi: «Siamo ancora lontani da un risultato, ci vogliono ancora molti passaggi». E infatti nell’intervista di ieri al Giornale che presenta il vertice, il Global Standard che doveva essere la cifra della presidenza italiana non è nominato. Resta da capire se e come gli Standard saranno discussi nelle sessioni del G8, come aveva auspicato Tremonti e come doveva essere nelle intenzioni orginarie: di crisi e dossier economici – i più importanti sono l’aiuto allo sviluppo e il commercio internazionale – si discuterà soprattutto il primo giorno del vertice. Sarà quella l’occasione per affrontare l’argomento.
Gli sherpa, i rappresentati con delega dei governi, hanno lavorato in questi mesi con un gruppo di giuristi organizzato da Tremonti (di cui fanno parte, tra gli altri, Giulio Napolitano, Enrico Letta e Guido Rossi), per individuare i punti da cui partire per riformare la finanza mondiale. La Germania spingeva per una carta dei principi che non fosse strettamente finanziaria ma di più ampio respiro, l’Italia avrebbe preferito un focus più preciso. Si è trovata la mediazione nella formula del Global Legal Standard. Ma nel frattempo la cronaca ha complicato il processo di elaborazione del documento. Gli Stati Uniti di Barack Obama hanno fatto la loro riforma della supervisione, dando più poteri alla Federal Reserve, l’Unione europea ha annunciato la propria, con la creazione di un’autorità che valuterà i rischi sistemici. E il Financial Stability Board guidato da Mario Draghi si è imposto come il foro internazionale dove banchieri centrali e governanti stabiliscono i principi da tradurre in concreto a livello nazionale. In questo nuovo scenario l’urgenza con cui era stato lanciato il progetto degli standard si è progressivamente affievolita. «É un lavoro complesso, un cammino importante, che non si può chiudere in sei mesi», ha detto sabato Tremonti.

07/07/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

E’ uscito il nuovo numero di Aspenia: Krìsis

In libreria trovate il nuovo volume della rivista dell’Aspen Institute, con cui colaboro come membro del comitato di redazione. C’è anche una mia intervista al politologo americano Parag Khanna. In questo numero ci sono vari spunti interessanti, a partire da un testo di Giulio Tremonti, il presidente dell’Aspen, che offre una lettura della crisi diversa da quella che proponenva un anno fa. Non più catastrofe, ma cambiamento. Non sono sicuro di essere completamente d’accordo, soprattutto per le implicazioni di azione politica che ne derivano, ma è da discutere.

ASPENIA

29/06/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , | Lascia un commento