Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Più Pil per tutti!

dal Fatto Quotidiano del 19 gennaio

di Carlo Stagnaro

direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni

A Giulio Tremonti il Pil non piace. “Ho l’impressione che la realtà non sia completamente catturata dalle statistiche sul Prodotto interno lordo”, ha detto a un convegno dell’Aspen Institute sul tema. “Se fossero calcolate e acquisite come rilevanti – ha aggiunto – cose come la bellezza, l’ambiente, la storia, il clima, l’Italia avrebbe una imbarazzante prima posizione, seguita a molte distanze da altre lande”. Tremonti non è originale.

L’inadeguatezza del Pil è al centro di un’ampia riflessione tra gli economisti, e ha avuto importanti ricadute politiche: la più significativa è il rapporto elaborato dalla “commissione Stiglitz” per conto del presidente francese, Nicolas Sarkozy, allo scopo di costruire una sorta di “Pil della felicità”. Una volta calcolato per tutti i paesi, il risultato – non sorprendentemente – è che Parigi guadagna posizioni accorciando, in particolare, il gap rispetto agli odiati yankee. Non è un caso, probabilmente, che molti nemici del Pil abbiano in mente indicatori che favoriscono i rispettivi paesi, e sminuiscono i primati altrui. La questione, però, non è se il Pil sia imperfetto o rozzo. Lo è, naturalmente. I suoi limiti sono molti e sono noti: per esempio, non include le attività non monetarie, che pure generano valore. Così, se una donna delle pulizie percepisce un reddito e dunque contribuisce al Pil, una casalinga – pur svolgendo le stesse mansioni – non ne viene fotografata. Oppure, il Pil considera tutte le attività pubbliche: quando, però, un ente o una società pubblica frena la concorrenza, o quando la burocrazia rende difficoltosa la vita delle imprese, sarebbe ragionevole attribuire un segno negativo, anziché positivo, al suo ruolo nell’economia. Infine, il ministro dell’Economia ha ragione: tante cose – la storia, l’ambiente, il clima, la bellezza, e altro ancora – non entrano nel Pil. Tuttavia, la correttezza delle critiche non cancella una verità difficile da contrastare: il Pil è il peggiore degli indicatori, tranne tutti gli altri. Alcuni di essi presentano un grado ancora maggiore di arbitrarietà. Il clima, per esempio, come può essere considerato? E come è possibile esprimere una valutazione unica a livello nazionale? Il clima delle Alpi è molto diverso da quello della Sicilia: qual è migliore? In altri casi, anche prendendo per buone le misure, è discutibile l’interpretazione. Le diseguaglianze sociali sono generalmente considerate come un esempio del fallimento del Pil: eppure, qualcuno potrebbe preferire un paese meno eguale, ma con un ascensore sociale più dinamico, a uno più statico e meno diversificato. Non è una provocazione: gli italiani migrano negli Stati Uniti, raramente avviene il contrario. Gli economisti si sono sforzati di valutare la felicità – generalmente attraverso la somministrazione di questionari – ma, alla fine, i risultati hanno comunque un ampio margine di ambiguità: in fondo, se per esempio un individuo decide di sacrificare un’unità di felicità in cambio di un reddito più alto, lo fa – evidentemente – perché trova più soddisfacente quel tipo di vita. Cioè, paradossalmente, è più felice così. In ogni caso, non dovrebbe stupire il fatto che la maggior parte degli indicatori teoricamente anti-Pil (felicità, benessere, qualità della vita, eccetera) sono generalmente fortemente correlati… al Pil. Questo suggerisce che, tendenzialmente, anche se non necessariamente, le società più ricche sono anche più felici. Come si dice a Genova, se i soldi non danno la felicità, figuriamoci la miseria. Cosa c’è, allora, dietro la voglia di scalzare il Pil?

Sul piano ideologico, c’è un profondo scetticismo verso la capacità dei mercati di creare e allocare ricchezza con efficienza ed equità: quindi, abolire il Pil serve a dar campo libero alle politiche pubbliche.

Da tempo Tremonti interpreta una posizione interventista, protezionista e corporativa, coerente con tale obiettivo. Su un terreno più concreto, il ministro potrebbe essere infastidito, più che dal Pil, dalle sue conseguenze, che spera di rendere meno percepibili attraverso la sua rivisitazione: forse il Pil della felicità, a differenza di quello consueto, nel 2009 non ha perso cinque punti percentuali, e in rapporto a esso il debito pubblico non si avvicina al 120 per cento né il deficit al 5,3 per cento. Se il Pil della felicità serve a nascondere informazioni, anziché fornirne di nuove, contro le perplessità di Tremonti non si può che berlusconianamente esclamare: più Pil per tutti!

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19/01/2010 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO | , , , , , , , , , , , | 1 commento

L’illusionismo dell’inflazione

dal Fatto Quotidiano del 16 gennaio

di Ugo Arrigo

professore di Scienza delle finanze all’Università Bicocca

E’ vero che nel 2009 la recessione economica, grazie alla bassa inflazione, non ha penalizzato il potere d’acquisto degli italiani? In occasione della pubblicazione dei dati provvisori Istat sull’inflazione di dicembre i media hanno riportato con risalto, in almeno tre versioni, una dichiarazione in tal senso del ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola: nella prima la bassa inflazione dimostrerebbe come la crisi non abbia penalizzato più di tanto il potere d’acquisto dei cittadini; nella seconda cade il “più di tanto” e quindi il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato proprio penalizzato dalla crisi; nella terza non solo il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato penalizzato dalla crisi ma in molti casi si sarebbe accresciuto. Quale di queste versioni è dimostrabile? La bassa dinamica dei prezzi è un dato di fatto: con solo un +0,8 per cento nel 2009 l’inflazione è ai minimi storici dell’ultimo cinquantennio. Un secondo dato di fatto è la crescita più robusta delle retribuzioni nel medesimo periodo.

Poiché molti contratti di lavoro sono stati chiusi nella prima parte del 2008, prima del manifestarsi della recessione, nell’anno appena trascorso le retribuzioni hanno risentito positivamente di quegli accordi e hanno registrato una dinamica sensibilmente più elevata rispetto ai prezzi. Le retribuzioni contrattuali dovrebbero infatti chiudere il 2009 con un incremento del 3,1 per cento rispetto al 2008, oltre due punti percentuali in più dell’inflazione. Vanno meglio i lavoratori dell’industria (+3,6 per cento) rispetto a quelli dell’agricoltura (+3,1) e dei servizi (+2,8 per cento) mentre nel settore pubblico l’incremento è interamente imputabile ai comparti a contrattazione collettiva, con i dipendenti dei ministeri al +3,8 per cento e quelli delle autonomie territoriali, della sanità e della scuola al 3,6-3,5 per cento. I dati precedenti, tutti più elevati rispetto alla dinamica dei prezzi, danno apparentemente ragione all’affermazione del ministro Scajola nella sua versione più impegnativa.

Vi sono tuttavia alcuni fattori che ne limitano la portata relativamente ottimistica. In primo luogo l’incremento di potere d’acquisto è solo un effetto di breve periodo, destinato presto a rovesciarsi. La recessione ha infatti moderato i prezzi più rapidamente dei salari ma nel tempo è probabile che moderi i salari molto più a lungo dei prezzi. Quasi metà dei contratti collettivi in vigore è in scadenza in questi mesi ed è certo che non potrà essere rinnovata rapidamente e a condizioni comparabili a quelle della precedente tornata.

La recessione, dopo aver interessato i prezzi, inizierà pertanto a farsi sentire anche sulle retribuzioni mentre l’inflazione non potrà che risalire dai bassi valori correnti. A spingerla non è solo l’uscita dalla crisi, che non sappiamo esattamente quando si verificherà, ma le tensioni già esistenti sui prezzi delle materie prime e l’inspiegabile crescita dei prezzi nominalmente “controllati” dai poteri pubblici: a fronte di prezzi dei beni fermi o in discesa, il tasso di crescita tendenziale delle tariffe dei servizi regolati è passato dall’1 per cento del dicembre 2008 a oltre il 3 per cento degli ultimi mesi.

Il secondo fattore in grado di moderare l’ottimismo è il fatto che, utilizzando le statistiche disponibili, abbiamo sinora confrontato la dinamica dei prezzi con quella delle retribuzioni lorde e non dei redditi effettivamente disponibili. In passato i secondi sono cresciuti meno delle prime a causa di un crescente prelievo fiscale, soprattutto su base locale. I dati sui redditi disponibili delle famiglie, riferiti quindi a tutti i redditi e a tutte le famiglie, non solo a quelle che percepiscono redditi da lavori dipendente, smentiscono che la crisi abbia migliorato il potere d’acquisto: come riportato dall’ultimo bollettino statistico della Banca d’Italia, il reddito disponibile reale delle famiglie consumatrici si è ridotto di mezzo punto percentuale nel 2008 rispetto al 2007 e di oltre un punto percentuale nel primo semestre 2009 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

E’ davvero improbabile che questa dinamica si sia rovesciata nell’ultimo. Possiamo a questo punto provare un riepilogo: la crisi ha colpito molto alcuni (chi è passato dall’occupazione alla disoccupazione o alla cassa integrazione) e in media ha colpito tutti, dato che il reddito reale disponibile delle famiglie è sceso. Non ha ancora colpito e forse ha un po’ aiutato, ma solo transitoriamente, chi ha conservato il posto di lavoro e aveva visto rinnovato il proprio contratto collettivo prima dell’inizio della crisi.

Ogni ottimismo appare quindi ingiustificato.

18/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Quel (poco) che sappiamo della riforma fiscale

da Il Fatto Quotidiano del 12 gennaio

Una vignetta di Marilena Nardi

Ieri Silvio Berlusconi è tornato a Roma, un mese dopo il suo ferimento a Milano, e ha annunciato l’intenzione di intervenire entro il 2010 in materia fiscale. Vediamo per punti che cosa potrebbe succedere.

Di che cosa si discute?

Per il momento non c’è molto di concreto. Le ipotesi sono due: una riforma fiscale di ampio respiro, come vorrebbe il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, oppure un progetto più semplice di riduzione delle aliquote Irpef, come promette Silvio Berlusconi dal 1994. Infatti l’unico documento ufficiale disponibile, pubblicato sulla home page del sito del ministero dell’economia (mef.gov.it), è il “Libro bianco” scritto proprio da Tremonti nel 1994.

Cosa cambierebbe?

Stando al “libro bianco” di Tremonti il progetto dovrebbe portare a un cambiamento nella struttura delle aliquote. Nel 1994 si facevano quattro ipotesi, per un Irpef (cioè l’imposta sul reddito delle persone fisiche) a una, due o tre aliquote. L’ipotesi prevalente sembra quella a due aliquote, probabilmente 23 e 33 per cento (ma nel progetto originale erano 27 e 40). Oggi le aliquote sono sei, dal 23 al 43 per cento. Quella del 43 per cento diventerebbe 33 (per chi dichiara un reddito superiore a 100mila euro). Per gli altri un’aliquota unica al 23 per cento.

Chi ci guadagnerebbe?

Stando alle dichiarazioni 2008, gli italiani che guadagnano più di 200 mila euro sono soltanto 75 mila. Per i 21 milioni che già pagano il 23 per cento o meno non cambierà nulla. Per 13 milioni sarà una differenza minima (-4 per cento dell’aliquota), mentre i benefici più consistenti andranno a chi guadagna dai 55 mila euro in su. I più contenti di tutti saranno quelli che oggi pagano il 43 per cento e si ritroveranno inseriti nello scaglione di chi paga il 23, con un taglio del 20 per cento. Si tratta di 380 mila contribuenti che dichiarano tra i 75 e i 100 mila euro.

Quale sarebbe il risparmio?

Questa è la domanda più complicata. Per due ragioni: ogni caso è diverso e bisognerebbe avere informazioni più precise sulle contropartite. Secondo una simulazione della Cgia di Mestre, due coniugi con un figlio a carico e un reddito pro capite di 21.500 euro risparmierebbero 530 euro. Un lavoratore dipendente con 30mila euro, un figlio e una moglie a carico ne risparmierebbe 820.

Dov’è il trucco?

Nel libro bianco del 1994 si legge che il peso dell’Irpef sul totale del gettito scenderà dal 35 al 31 per cento. Nel complesso le imposte sulle “cose” saliranno dal 40 al 46 per cento e quelle sulle “persone” scenderanno dal 60 al 54 per cento. Tradotto: se da un lato si taglia, da un altro si dovrà aumentare. C’è l’ipotesi di una parziale tassa patrimoniale, per tassare non soltanto il reddito ma anche il patrimonio, concepita in funzione anti-evasione. Un’altra fonte di copertura dei  tagli all’Irpef dovrebbe essere il riordino dell’Iva, ritoccando al rialzo le aliquote che gravano sui consumi tassati meno del 20 per cento (alcuni beni alimentari come pane e pasta, l’editoria, l’elettricità e il gas). La conseguenza negativa, almeno da un punto di vista teorico, è che si procede a tagli fiscali mirati mentre gli aumenti sono generalizzati, perchè riguardano beni di consumo di uso diffuso.

E per chi resta alla stessa aliquota?

I 21 milioni che non beneficiano della riduzione dell’aliquota si troveranno comunque a finanziare gli sconti fiscali per i più abbienti pagando i beni con l’Iva aumentata. Quindi, anche per rispettare l’articolo 53 della Costituzione che impone la progressività dell’imposizione fiscale (i ricchi devono pagare di più anche in percentuale), dovrebbe essere previsto un meccanismo di quoziente famigliare. Questo è il punto più confuso, perchè tutti quelli che invocano il quoziente hanno in mente obiettivi e strumenti diversi per aiutare fiscalmente la famiglia. L’orientamento che sembra delinearsi è quello di superare il sistema attuale di micro-incentivi orientati soprattutto al sostegno della demografia preferendo un intervento più unitario che consideri l’ampiezza del nucleo famigliare (e non soltanto il numero di famigliari a carico) oltre al reddito complessivo.

Si farà davvero?

Difficile. Anche considerando l’innalzamento dell’Iva e le altre coperture servirebbero forse altri 20-30 miliardi che non ci sono (e l’ipotesi di procurarseli emettendo nuovo debito pubblico non sembra percorribile). Lo scenario  più probabile è che il gettito proveniente dalla proroga dello scudo fiscale, ancora ignoto ma nel probabile ordine di 4-5 miliardi, potrebbe essere usato per un intervento una tantum a beneficio delle famiglie, da annunciare a ridosso delle elezioni regionali di primavera.

12/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La crisi e il ritorno agli anni Ottanta

da Il Fatto Quotidiano del 10 gennaio 2010

di Vladimiro Giacché

(economista e partner di Sator spa)

La notizia è di fine dicembre, e la maggior parte dei giornali l’ha confinata in poche righe. Ma avrebbe meritato maggiore attenzione: il servizio studi della Banca d’Italia, in una ricerca sulla crisi internazionale e il sistema produttivo italiano, ha fatto piazza pulita di tutte le fandonie di questi mesi sulla presunta buona tenuta della nostra economia. Con queste parole: “Rispetto ai massimi toccati all’inizio del 2008, nel secondo trimestre dell’anno in corso l’indice della produzione ha segnato una diminuzione cumulata prossima al 25 per cento, con il risultato che, nella scorsa primavera, il volume delle merci prodotte si era riportato al livello della metà degli anni Ottanta. Nella media dell’area e nei suoi principali paesi, il calo è stato inferiore. Misurato in termini di trimestri persi, cioè di quanto indietro nel tempo sono tornati i livelli della produzione, la maggiore gravità della situazione italiana risulta evidente: i 12 e i 13 trimestri di Francia e Germania si confrontano con i quasi 100 dell’Italia”. I trimestri perduti sono per l’esattezza 92: la produzione a metà 2009 si è quindi attestata agli stessi livelli del secondo trimestre del 1986. Fanno 23 anni: non abbiamo perso il lavoro di una generazione, ma poco ci manca.


Un primato poco invidiabile, reso possibile dal fatto che in Italia la crisi è arrivata dopo un lungo periodo di stagnazione, databile dalla seconda metà degli anni Novanta. Cioè da quando sono finite le svalutazioni competitive che periodicamente rianimavano le esportazioni italiane (l’ultima è del 1995). A questo punto le imprese avrebbero dovuto cambiare gioco, puntando sull’innovazione di prodotto e soprattutto di processo. Hanno preferito premere l’acceleratore, più ancora che in passato, sugli altri due pedali tradizionalmente adoperati: il basso costo del lavoro e l’evasione fiscale. Solo così si spiegano i dati apparentemente contraddittori esibiti dall’economia italiana in questo periodo. Da un lato la produttività del lavoro ha un andamento pessimo (scende all’1,7 per cento negli anni 1992-2000, ed è addirittura nulla dal 2000 al 2008), e il Prodotto interno lordo ristagna: negli anni 1999-2009 la crescita complessiva è stata appena del 5,5 per cento, mentre i paesi dell’area dell’euro crescevano in media del 13,5 per cento. Dall’altro, i profitti non solo tengono, ma crescono: dopo il 1993 sono aumentati per tutti gli anni Novanta, sia in percentuale del Pil sia come quota sul valore aggiunto, e lo stesso è avvenuto anche nei primi anni Duemila. Come è possibile? In un solo modo: attraverso un gigantesco trasferimento di ricchezza a danno dei salari. E infatti negli ultimi venti anni in Italia il valore degli stipendi rispetto al Prodotto interno lordo è crollato del 13 per cento (contro un calo dell’8 per cento nei 19 paesi più avanzati). Oggi le buste paga italiane sono scivolate al posto numero 23 (su 30) nella classifica dei paesi più industrializzati dell’Ocse, e risultano inferiori del 32 per cento rispetto alla media dell’Europa a quindici.


A questo va poi aggiunta un’evasione fiscale da guinness dei primati, ben testimoniata dai 95 miliardi di euro appena condonati al prezzo di un obolo del 5 per cento. In 10 anni, siamo già alla terza amnistia fiscale (solo all’estero però la si chiama così: in Italia, regno degli eufemismi, si preferisce parlare di “scudo fiscale”). Ed è grave. Perché, anche se di rado ci viene rammentato, l’evasione fiscale non è soltanto una vergogna (e un reato), ma è anche disastrosa dal punto di vista economico. Amplifica le disuguaglianze sociali, rende impossibile affrontare il problema del debito pubblico e distorce la concorrenza. Ma soprattutto perpetua un handicap storico del nostro sistema produttivo: il nanismo delle imprese. Sino a non molto tempo fa impazzava la retorica del “piccolo è bello”, delle piccole imprese capaci di sfidare le leggi dell’economia facendo a meno delle economie di scala.


La verità era ed è un’altra: in Italia in molti casi il consolidamento industriale che sarebbe stato necessario è stato evitato grazie a quel particolare abbattimento dei costi di produzione rappresentato proprio dall’evasione. Imprese che sarebbero state fuori mercato se avessero pagato le tasse, si sono autoridotte questo costo e così sono riuscite a fare profitti (perlopiù poi non investiti nella produzione, ma dirottati sul patrimonio personale dell’imprenditore). Tutto questo ha concorso a far scivolare il nostro sistema economico verso una frontiera competitiva arretrata, imperniata sulla competizione di prezzo, anziché sulla qualità e sul contenuto tecnologico dei prodotti, in concorrenza con i paesi emergenti e di nuova industrializzazione: una battaglia persa in partenza. È qui che va ricercata la radice della stagnazione economica del nostro paese e della batosta economica che si è profilata nei primi anni del nuovo secolo, quando la riduzione dei dazi all’importazione di molti prodotti ha messo fuori mercato numerose nostre produzioni. È su questo spiazzamento competitivo che la crisi mondiale iniziata nel 2007 si è innestata, infierendo ulteriormente. Sarebbe urgente invertire la rotta. Si sta facendo il contrario.


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11/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

LA FIDUCIA MASCHERATA

da Il Fatto dell’8 dicembre

Sulla carta l’appello di Gianfranco Fini è stato rispettato. Il 25 novembre il presidente della Camera aveva chiesto alla maggioranza di cui fa parte di evitare il solito rito del maxiemendamento finale: Finanziaria modificata con un unico emendamento (e centinaia di commi) su cui viene posto un voto di fiducia. Che chiude ogni discussione e impedisce ogni dissenso dentro la maggioranza. Il governo si è attenuto alla forma: il voto di fiducia forse non ci sarà, ma soltanto perché la Finanziaria è stata blindata già in commissione Bilancio. Quando Fini ha detto che avrebbe avuto difficoltà “ad accettare un voto di fiducia su un testo diverso da quello uscito dalla commissione” non intendeva suggerire la linea che la maggioranza ha poi seguito. Per la prima volta tutta la riformulazione della manovra è stata appaltata al relatore (del Pdl) Massimo Corsaro. Le vere decisioni sono state prese in sedi diverse dalla commissione, come il comitato di politica economica del Pdl.

Il dettato di Fini è stato quindi rispettato: la fiducia ci sarà sul testo uscito dalla commissione – senza ulteriori modifiche – come richiesto Ma soltanto perché il maxiemendamento è stato già blindato in anticipo. L’opposizione ha abbandonato la commissione Bilancio lasciando la maggioranza da sola a votare il maxiemendamento perché il risultato, al di là del rispetto formale delle procedure, è stato proprio quello che Fini voleva evitare: il governo decide in autonomia di portare a 9 miliardi l’entità della Finanziaria e come ripartire le risorse in arrivo con lo scudo fiscale senza che nessuno possa discutere le decisioni.

Ieri pomeriggio Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo, ha però confermato che a gennaio ci sarà un decreto legge, appendice non irrilevante della manovra economica. Per decreto il governo progherà gli incentivi per il settore degli elettrodomestici e – forse – per l’auto se si trova un’intesa con la Fiat a cui il governo chiede garanzie sulla tutela dei posti di lavoro, soprattutto nello stabilimento di Termini Imerese (Palermo). L’opposizione già dimostra la sua contrarietà perché su un decreto legge c’è un margine di discussione ancora inferiore a quello sulla Finanziaria blindata.

09/12/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

CROCI E DELIZIE D’EUROPA

Ieri sono arrivati dati Ocse, assai meno celebrati del superindice che ha tanto entusiasmato il governo due settimane fa: il Pil italiano diminuirà del 4,8 per cento nel 2009, un po’ peggio dell’ultima stima disponibile. Nonostante il rigorismo contabile di Giulio Tremonti il rapporto tra debito e Pil sfonderà il 120 per cento. Se davvero il 2010 andrà come dice l’Ocse, cioè +1,1 per cento, la congiuntura potrebbe tradursi in un inaspettato aiuto per il governo in un anno che potrebbe anche essere di elezioni anticipate. Sarà l’Europa a trascinare l’Italia, con il solito motore francotedesco che dovrebbe ripartire importando i nostri prodotti.

Ma l’Europa potrebbe anche diventare un problema non piccolo dopo la bocciatura della candidatura di Massimo D’Alema a ministro degli Esteri dell’Ue dopo il trattato di Lisbona. Il fatto da un lato dimostra, come ha sottolineato il presidente dei socialisti all’europarlamento Martin Schulz, che il peso diplomatico di questo governo non è all’altezza delle sue ambizioni. Dall’altro mette Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti in condizione di essere quasi obbligati a sponsorizzare la candidatura del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea, quando nel 2011 scadrà il mandato di Jean-Claude Trichet.

Prima c’è però un’altra battaglia da combattere: quella per mandare Tremonti alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei ministri economici che è la controparte politica della Bce. La lezione del ministro in Cina, ieri, alla scuola del Partito comunista cinese è stata l’occasione per ricordare il manifesto del tremontismo, aggiornato in vista dell’Eurogruppo: ha richiamato la sua analisi sui legami tra crisi e globalizzazione, evocato il suo progetto (mai decollato nei consessi internazionali) di un global standard per le pratiche economiche, e rinnovato l’invito a riscrivere le norme della finanza. Ha anche ribadito che il G20 non può diventare un G2 sinoamericano, al massimo un G3 con un’Europa che lui vede rafforzata dalla crisi, perché finalmente ha prevalso in modo chiaro la dimensione intergovernativa. Una posizione netta che, forse non piacerà a tutti, ma è una base per la candidatura all’Eurogruppo.

20/11/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Perché Calearo lascia un Pd “tosco-emiliano”

calearo

Massimo Calearo

da Il Fatto Quotidiano del 7 novembre

“Sono uno fuori dagli schemi, quelli del Pdl dicono che sono politicamente scorretto, che sembro uno della Lega perché parlo come mangio”, Massimo Calearo torna nella sua Vicenza dopo l’addio al Partito democratico, a celebrare i 50 anni della nascita dell’Associazione dei giovani di Confindustria. “Per ora Calearo starà solo con Calearo, nel gruppo misto, poi si vedrà”, dice al Fatto, in una pausa della convention dove – racconta lui – in tantissimi gli hanno detto che ha fatto bene a lasciare un partito guidato da Pier Luigi Bersani.

L’addio di Calearo è arrivato un po’ a sorpresa, parte di quella secessione veneta che ha spinto anche il sindaco di Venezia Massimo Cacciari ad annunciare che con Bersani finiva un progetto politico e quindi era il momento di farsi da parte.

Filippo Penati, numero due di Bersani, ha detto che Calearo abbandona il ristorante prima di vedere il menu. Dice Paolo Nerozzi, senatore ex sindacalista della Cgil, uno tra quelli che più hanno apprezzato il Calearo parlamentare: “La sua decisione mi ha stupito, finora si è sempre impegnato, è uno che va nei circoli o nelle sezioni, comunque si chiamino, partecipa alle riunioni, è stato una rivelazione. E non mi sembra che sia incompatibile con la politica economica che potrebbe fare Bersani”.
Ma Calearo, invece, ha le idee chiare: quella del segretario del Pd è un’idea “tosco-emiliana” dell’economia ed è questo, più che il timore di un revival socialdemocratico, ad aver spinto il numero uno del “Calearo group – Antenne auto primo impianto” verso la porta d’uscita.

A 54 anni, Calearo è arrivato in Parlamento con la fama di “falco”, in parte immeritata perché da presidente di Federmeccanica (“il primo veneto e non lombardo”, ci tiene a precisare) aveva chiuso un accordo unitario con i sindacati, senza spaccare le diverse sigle come succedeva prima e come sta succedendo ora. Poi c’era stata quella battuta sullo sciopero fiscale che lo aveva fatto amare dalla Lega e odiare da una certa sinistra: basta pagare le tasse perché “la gente non ne può più di vedere chi fa fatica ad arrivare a fine mese e chi, all’opposto, vive di privilegi”, dice in una lunga intervista alla Padania. Pochi mesi dopo decide di entrare a far parte della “casta”. Una delle figurine di Veltroni, dicono di lui, come Antonio Boccuzzi della Thyssen Krupp, “l’operaio”, o Marianna Madia, la “giovane”. Ma lui, imprenditore radicato sul territorio (mentre Matteo Colaninno, l’altro imprenditore, è un figlio d’arte considerato da molti più estraneo al Pd del falco vicentino), in quel progetto ci credeva davvero: “C’era l’idea di un partito maggioritario, che raccogliesse gran parte della società, di un bipolarismo che non è stato capito ma che qui in Veneto in tanti volevano”, dice oggi.

I critici dicono che Veltroni si è limitato a candidature d’immagine, senza che dietro vi fosse un vero progetto di cultura economica. E l’attività parlamentare dell’onorevole Calearo un po’ lo dimostra. Finora non è stato uno dei più assidui del suo partito, ma con una dignitosa percentuale del 69,25 delle presenze non rientra nella lista degli assenteisti. C’è un’unica proposta di legge che lo vede come primo firmatario, quella per istituire la giornata della non violenza e del dialogo. Poi ha associato il suo nome a decine di altre iniziative, da quella per la “semplificazione dei procedimenti riguardanti l’avvio di attività economiche e la realizzazione di insediamenti produttivi” alle “norme in materia di mediazione familiare”. Siede nella commissione Attività produttive, l’unica in cui gli interessava lavorare. Quando a “Buona Domenica” si è lasciato scappare che forse con questo governo si poteva anche dialogare, ha passato la settimana successiva a smentire di essere un collaborazionista. E anche se i leghisti lo hanno sempre considerato uno spirito affine, lui ripete come un mantra, in ogni intervista e conversazione, che “all’estero sono un imprenditore italiano, non veneto o padano. Bisogna fare sistema, era l’idea del patto dei produttori di Veltroni: far dialogare le forze che producono ricchezza tra loro e con lo Stato”, perché non si compete più solo tra aziende ma tra sistemi industriali dove i prezzi dell’energia e la qualità delle infrastrutture dipendono dai governi, non certo dall’abilità dei singoli.

E chi si aspettava un salto di schieramento, dopo l’uscita dal Pd, dimenticava il Calearo imprenditore: “La mia azienda è una mosca nera, anche noi facciamo la cassa integrazione e il fatturato si è ridotto del 20-22 per cento. Quando Berlusconi dice che il peggio è alle spalle, dimostra di essere uno che guarda solo la televisione e non il paese reale”. Da imprenditore che non si considera in prestito alla politica ma solo a mezzo servizio tra due vite, come quando dirigeva Federmeccanica, Calearo ragiona con l’appoggio che i politologi definiscono one issue: tutto si giudica considerando l’impatto su Veneto, piccoli imprenditori e Nord-Est. “E nell’entourage di Bersani – dice – non mi sembra di vedere veneti”.

07/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

INCASTRI DI GOVERNO

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Ieri si potevano chiudere i negoziati sulle elezioni regionali 2010 che da oltre un mese creano tensioni nella maggioranza. Invece il vertice risolutorio, tra Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Umberto Bossi è saltato. “Non c’era niente di urgente”, ha minimizzato il Cavaliere. Ma almeno un’urgenza comincia a delinearsi: il ruolo dell’Udc. Forse anche per l’imminente allargamento del polo centrista (con l’arrivo dell’atteso nuovo partito di Francesco Rutelli) e forse per le manovre di avvicinamento del Pd, il partito di Pierferdinando Casini è di nuovo al centro delle attenzioni. In alcune regioni, come la Puglia, dovrebbe riuscire davvero a giocare il ruolo di ago della bilancia a cui ambisce. E una nuova definizione dei rapporti con l’Udc porterà a un inevitabile cambiamento dei rapporti con la Lega che – forte del suo potere contrattuale – continua a rivendicare il Veneto, sollecitare il Piemonte e sognare la Lombardia.

Ma la cena tra i tre leader del centrodestra non c’è stata. Come previsto, invece, si è tenuto l’incontro tra Berlusconi, i coordinatori del Pdl e i capigruppo di Camera e Senato a palazzo Grazioli. Quasi a confermare l’impressione diffusa che, prima di preoccuparsi dei problemi con gli alleati, il Pdl debba risolvere quelli al proprio interno. É chiaro che c’è in corso un complesso gioco a incastri, l’ipotesi di una promozione di Gianni Letta a vicepremier è credibile. Servirebbe ad aumentare, per interposta persona, il controllo di Berlusconi sull’esecutivo, ridimensionando definitivamente anche da un punto di vista formale il peso di Giulio Tremonti.

L’arrivo di Pierluigi Bersani alla guida del Pd sembra aver fatto da catalizzatore: dalla partita europea per sponsorizzare Massimo D’Alema a mister Pesc alle possibili alleanze con l’Udc. Tutto succede più in fretta. E i nuovi equilibri interni possono avere conseguenze sul governo: dalla scelta, ormai quasi ufficiale, di mettere Dario Franceschini alla guida dei deputati all’annuncio di uscita della politica di Massimo Cacciari. Alla poltrona di sindaco di Venezia non ha mai rinunciato Renato Brunetta, che potrebbe liberare un posto nel governo, prezioso per remunerare qualche altro partecipante al grande risiko in corso.

05/11/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , | Lascia un commento

Conti pubblici comincia l’assalto alla diligenza

dal Fatto Quotidano del 28 ottobre

Ora che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti è stato ridimensionato (presiederà un comitato per la politica economica, cioè non decide più da solo), il Partito della Spesa Pubblica può iniziare a smantellare la Finanziaria a colpi di emendamenti. Una “manovra” che era stata varata a luglio senza tagli e senza spese, che non toccava l’impianto di politica economica deciso su base triennale nel 2008, prima che la crisi economica si aggravasse.

 Ieri, però, il Centro studi Ref ha scritto nel suo report periodico che il Pil italiano scenderà del 4,8 per cento nel 2009, nel 2011 il rapporto con tra debito e Pil sfonderà il 120 per cento e “la finanza pubblica è entrata in una trappola che riflette non tanto problemi nella conduzione della politica di bilancio quanto il mancato sviluppo degli ultimi quindici anni”.
Ieri in Senato c’è stato un primo incontro tra i vertici del Pdl per discutere gli emendamenti alla Finanziaria, poi è cominciato il dibattito in commissione che si chiuderà entro giovedì. A quel punto il testo arriverà all’aula del Senato. Ma è alla Camera che si deciderà davvero, forse con un maxiemendamento, quando sarà chiaro il gettito dello scudo fiscale (si spera almeno 5 miliardi) che è la vera torta da spartire. C’è poi la finanziaria parallela, l’emendamento proposto dal senatore del Pdl Mario Baldassarri, che è una vera “manovra” da 37 miliardi, 12 dei quali destinati al taglio dell’Irap. Per le entrate che dovranno coprire l’intervento, oltre allo scudo, si conta su consistenti tagli di spesa. Anche il Partito democratico preme per un intervento dal lato della spesa, questa mattina presenterà un pacchetto di emendamenti che, nel complesso, vale 30 miliardi e va dal credito d’imposta per il Mezzogiorno a tagli fiscali per il lavoro dipendente, fino a una riduzione dell’Irap, rilanciata da poco da Silvio Berlusconi e seguita da grandi polemiche, per le società di persone. “ I nostri emendamenti sono più precisi di quelli di Baldassarri, soprattutto sulla copertura, dal risparmio di spesa a  un’accentuazione della Robin Hood Tax, alla tassazione movimentazioni bancarie”, spiega il senatore Pd Vidmer Mercatali.

Qualunque sia il destino in aula degli emendamenti, il Partito della Spesa dentro il governo sta moltiplicando i segnali di attivismo. Oggi Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo economico e contrappeso di Tremonti, presenterà le “22 zone franche” in territori disagiati dove si pagheranno meno tasse per facilitare la creazione di imprese. E il ministro delle Regioni Raffaele Fitto, anche lui un avversario del rigorismo tremontiano, annuncia che “ora c’è bisogno di una fase che guardi a scelte di sviluppo che possano essere ancora più incisive di quelle fatte finora e consentano la ripresa”.

 
 Il problema è che mentre tutto l’arco costituzionale discute di come spendere di più, dalla Banca d’Italia arriva un segnale non rassicurante. Il rendimento dei titoli del debito pubblico che sono stati venduti all’asta è in crescita. Tradotto: l’Italia continua ad accumulare debito pubblico che ora comincia a diventare più costoso (visto che gli investitori hanno ricominciato a investire in Borsa e non hanno più bisogno del porto sicuro dei titoli di Stato). “Il pericolo che si torni alla spesa pubblica in un momento così delicato c’è e se cediamo alla tentazione rischiamo di giocarci i prossimi 10 anni”, dice Giacomo Vaciago, economista della Cattolica di Milano.

“Il governo aveva una strategia – spiega Vaciago – tagliare per tre anni la spesa corrente e iniziare nella parte finale della legislatura a ridurre le tasse vincere di nuovo le elezioni. Ma intanto la crisi sta riportando la produzione industriale al livello di dieci anni fa e, invece di reagire con una vera politica industriale, si finanziano solo gli ammortizzatori sociali”.
Infatti, da destra e da sinistra, la priorità sembra quella: la spesa pubblica verrà usata un po’ per spese assistenziali e un po’ per placare i piccoli imprenditori che iniziano a rumoreggiare, costringendo la Confindustria di Emma Marcegaglia ad alternare posizioni concilianti con richieste di nuovi interventi. Secondo Vaciago, “in questa fase rischiamo che tutto il mondo riparta mentre noi aspettiamo di andare a rimorchio dei nostri mercati di esportazione, la Francia, dove la politica industriale c’è stata e ha funzionato, e la Germania, dove il nuovo governo Merkel inizierà a ridurre le tasse. Serve una strategia politica chiara, perché in questa crisi sono le nostre imprese migliori quelle che soffrono di più e il governo non le sostiene, lasciando loro come unica possibilità di sviluppo quella di investire all’estero”.

29/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , | Lascia un commento

DISSENSI DA FINE CRISI

da Il Fatto Quotidiano del 22 ottobre

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

In fondo è poco importante quanto c’è di vero nella presunta congiura contro il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Quello che conta è che, forse perché la crisi è percepita come meno grave o quasi finita, dentro il governo stanno emergendo chiaramente due linee di politica economica.

Da alcuni giorni “Libero” attacca Tremonti, sostenendo che dentro il Pdl ci sono in lavorazione programmi economici “non tremontiani”. Mercoledì è circolato anche un documento, diffuso on-line dal sito notapolitica.it, con il decalogo delle cose da fare. Al primo punto c’è la riduzione delle tasse, a partire dall’imposta sul reddito delle persone fisiche. Ed è questo il nodo principale: finora Tremonti ha imposto una linea di prudenza sull’uso della spesa pubblica contro la crisi, soffocando l’anima più liberista della coalizione che continua a credere nella riduzione delle imposte per dare carburante alla ripresa. E contendo anche quella più statalista che avrebbe voluto una maggiore spesa pubblica di tipo assistenziale.

Oltre alle interviste un po’ su tutti i giornali – uno per tutti: Claudio Scajola, capofila dei non tremontiani sul “Corriere” –  ieri sono arrivate anche le parole di Silvio Berlusconi a certificare l’inizio di una nuova fase. Il presidente del Consiglio ha detto che “il governo ha allo studio interventi per ridurre la pressione fiscale, aumentare i consumi  e agevolare gli investimenti: tra questi il taglio graduale  dell’Irap fino alla sua soppressione”. Niente di nuovo, l’abolizione dell’Irap è presente da sempre nei programmi elettorali, l’Europa l’ha chiesta, Confindustria la reclama da anni. Ma il problema è sempre lo stesso: come si finanzia la sanità senza i 38 miliardi dell’Irap? La risposta, ovviamente, non c’è. I leghisti direbbero che la soluzione di tutto è nel federalismo fiscale. Ma non c’è ancora neppure quello.

La rilevanza delle parole di Berlusconi non è quindi di merito, ma di agenda setting. Con poche parole Berlusconi liquida un dibatitto che stava diventando difficile da gestire, quello seguito all’elogio del posto fisso fatto da Tremonti. Dibattito che lo aveva costretto a una pubblica dichiarazione di concordia con il suo ministro dell’Economia che viene parzialmente stemperata proprio dall’intervento sull’Irap. Rimettere al centro del confronto politico il tema del taglio delle tasse – a cui anche il Pd (lato Pierluigi Bersani) sembra ora sensibile – significa sconfessare il rigorismo tributario di Tremonti. Almeno a parole. Nei fatti si vedrà.

23/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento