Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

L’illusionismo dell’inflazione

dal Fatto Quotidiano del 16 gennaio

di Ugo Arrigo

professore di Scienza delle finanze all’Università Bicocca

E’ vero che nel 2009 la recessione economica, grazie alla bassa inflazione, non ha penalizzato il potere d’acquisto degli italiani? In occasione della pubblicazione dei dati provvisori Istat sull’inflazione di dicembre i media hanno riportato con risalto, in almeno tre versioni, una dichiarazione in tal senso del ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola: nella prima la bassa inflazione dimostrerebbe come la crisi non abbia penalizzato più di tanto il potere d’acquisto dei cittadini; nella seconda cade il “più di tanto” e quindi il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato proprio penalizzato dalla crisi; nella terza non solo il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato penalizzato dalla crisi ma in molti casi si sarebbe accresciuto. Quale di queste versioni è dimostrabile? La bassa dinamica dei prezzi è un dato di fatto: con solo un +0,8 per cento nel 2009 l’inflazione è ai minimi storici dell’ultimo cinquantennio. Un secondo dato di fatto è la crescita più robusta delle retribuzioni nel medesimo periodo.

Poiché molti contratti di lavoro sono stati chiusi nella prima parte del 2008, prima del manifestarsi della recessione, nell’anno appena trascorso le retribuzioni hanno risentito positivamente di quegli accordi e hanno registrato una dinamica sensibilmente più elevata rispetto ai prezzi. Le retribuzioni contrattuali dovrebbero infatti chiudere il 2009 con un incremento del 3,1 per cento rispetto al 2008, oltre due punti percentuali in più dell’inflazione. Vanno meglio i lavoratori dell’industria (+3,6 per cento) rispetto a quelli dell’agricoltura (+3,1) e dei servizi (+2,8 per cento) mentre nel settore pubblico l’incremento è interamente imputabile ai comparti a contrattazione collettiva, con i dipendenti dei ministeri al +3,8 per cento e quelli delle autonomie territoriali, della sanità e della scuola al 3,6-3,5 per cento. I dati precedenti, tutti più elevati rispetto alla dinamica dei prezzi, danno apparentemente ragione all’affermazione del ministro Scajola nella sua versione più impegnativa.

Vi sono tuttavia alcuni fattori che ne limitano la portata relativamente ottimistica. In primo luogo l’incremento di potere d’acquisto è solo un effetto di breve periodo, destinato presto a rovesciarsi. La recessione ha infatti moderato i prezzi più rapidamente dei salari ma nel tempo è probabile che moderi i salari molto più a lungo dei prezzi. Quasi metà dei contratti collettivi in vigore è in scadenza in questi mesi ed è certo che non potrà essere rinnovata rapidamente e a condizioni comparabili a quelle della precedente tornata.

La recessione, dopo aver interessato i prezzi, inizierà pertanto a farsi sentire anche sulle retribuzioni mentre l’inflazione non potrà che risalire dai bassi valori correnti. A spingerla non è solo l’uscita dalla crisi, che non sappiamo esattamente quando si verificherà, ma le tensioni già esistenti sui prezzi delle materie prime e l’inspiegabile crescita dei prezzi nominalmente “controllati” dai poteri pubblici: a fronte di prezzi dei beni fermi o in discesa, il tasso di crescita tendenziale delle tariffe dei servizi regolati è passato dall’1 per cento del dicembre 2008 a oltre il 3 per cento degli ultimi mesi.

Il secondo fattore in grado di moderare l’ottimismo è il fatto che, utilizzando le statistiche disponibili, abbiamo sinora confrontato la dinamica dei prezzi con quella delle retribuzioni lorde e non dei redditi effettivamente disponibili. In passato i secondi sono cresciuti meno delle prime a causa di un crescente prelievo fiscale, soprattutto su base locale. I dati sui redditi disponibili delle famiglie, riferiti quindi a tutti i redditi e a tutte le famiglie, non solo a quelle che percepiscono redditi da lavori dipendente, smentiscono che la crisi abbia migliorato il potere d’acquisto: come riportato dall’ultimo bollettino statistico della Banca d’Italia, il reddito disponibile reale delle famiglie consumatrici si è ridotto di mezzo punto percentuale nel 2008 rispetto al 2007 e di oltre un punto percentuale nel primo semestre 2009 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

E’ davvero improbabile che questa dinamica si sia rovesciata nell’ultimo. Possiamo a questo punto provare un riepilogo: la crisi ha colpito molto alcuni (chi è passato dall’occupazione alla disoccupazione o alla cassa integrazione) e in media ha colpito tutti, dato che il reddito reale disponibile delle famiglie è sceso. Non ha ancora colpito e forse ha un po’ aiutato, ma solo transitoriamente, chi ha conservato il posto di lavoro e aveva visto rinnovato il proprio contratto collettivo prima dell’inizio della crisi.

Ogni ottimismo appare quindi ingiustificato.

18/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La crisi e il ritorno agli anni Ottanta

da Il Fatto Quotidiano del 10 gennaio 2010

di Vladimiro Giacché

(economista e partner di Sator spa)

La notizia è di fine dicembre, e la maggior parte dei giornali l’ha confinata in poche righe. Ma avrebbe meritato maggiore attenzione: il servizio studi della Banca d’Italia, in una ricerca sulla crisi internazionale e il sistema produttivo italiano, ha fatto piazza pulita di tutte le fandonie di questi mesi sulla presunta buona tenuta della nostra economia. Con queste parole: “Rispetto ai massimi toccati all’inizio del 2008, nel secondo trimestre dell’anno in corso l’indice della produzione ha segnato una diminuzione cumulata prossima al 25 per cento, con il risultato che, nella scorsa primavera, il volume delle merci prodotte si era riportato al livello della metà degli anni Ottanta. Nella media dell’area e nei suoi principali paesi, il calo è stato inferiore. Misurato in termini di trimestri persi, cioè di quanto indietro nel tempo sono tornati i livelli della produzione, la maggiore gravità della situazione italiana risulta evidente: i 12 e i 13 trimestri di Francia e Germania si confrontano con i quasi 100 dell’Italia”. I trimestri perduti sono per l’esattezza 92: la produzione a metà 2009 si è quindi attestata agli stessi livelli del secondo trimestre del 1986. Fanno 23 anni: non abbiamo perso il lavoro di una generazione, ma poco ci manca.


Un primato poco invidiabile, reso possibile dal fatto che in Italia la crisi è arrivata dopo un lungo periodo di stagnazione, databile dalla seconda metà degli anni Novanta. Cioè da quando sono finite le svalutazioni competitive che periodicamente rianimavano le esportazioni italiane (l’ultima è del 1995). A questo punto le imprese avrebbero dovuto cambiare gioco, puntando sull’innovazione di prodotto e soprattutto di processo. Hanno preferito premere l’acceleratore, più ancora che in passato, sugli altri due pedali tradizionalmente adoperati: il basso costo del lavoro e l’evasione fiscale. Solo così si spiegano i dati apparentemente contraddittori esibiti dall’economia italiana in questo periodo. Da un lato la produttività del lavoro ha un andamento pessimo (scende all’1,7 per cento negli anni 1992-2000, ed è addirittura nulla dal 2000 al 2008), e il Prodotto interno lordo ristagna: negli anni 1999-2009 la crescita complessiva è stata appena del 5,5 per cento, mentre i paesi dell’area dell’euro crescevano in media del 13,5 per cento. Dall’altro, i profitti non solo tengono, ma crescono: dopo il 1993 sono aumentati per tutti gli anni Novanta, sia in percentuale del Pil sia come quota sul valore aggiunto, e lo stesso è avvenuto anche nei primi anni Duemila. Come è possibile? In un solo modo: attraverso un gigantesco trasferimento di ricchezza a danno dei salari. E infatti negli ultimi venti anni in Italia il valore degli stipendi rispetto al Prodotto interno lordo è crollato del 13 per cento (contro un calo dell’8 per cento nei 19 paesi più avanzati). Oggi le buste paga italiane sono scivolate al posto numero 23 (su 30) nella classifica dei paesi più industrializzati dell’Ocse, e risultano inferiori del 32 per cento rispetto alla media dell’Europa a quindici.


A questo va poi aggiunta un’evasione fiscale da guinness dei primati, ben testimoniata dai 95 miliardi di euro appena condonati al prezzo di un obolo del 5 per cento. In 10 anni, siamo già alla terza amnistia fiscale (solo all’estero però la si chiama così: in Italia, regno degli eufemismi, si preferisce parlare di “scudo fiscale”). Ed è grave. Perché, anche se di rado ci viene rammentato, l’evasione fiscale non è soltanto una vergogna (e un reato), ma è anche disastrosa dal punto di vista economico. Amplifica le disuguaglianze sociali, rende impossibile affrontare il problema del debito pubblico e distorce la concorrenza. Ma soprattutto perpetua un handicap storico del nostro sistema produttivo: il nanismo delle imprese. Sino a non molto tempo fa impazzava la retorica del “piccolo è bello”, delle piccole imprese capaci di sfidare le leggi dell’economia facendo a meno delle economie di scala.


La verità era ed è un’altra: in Italia in molti casi il consolidamento industriale che sarebbe stato necessario è stato evitato grazie a quel particolare abbattimento dei costi di produzione rappresentato proprio dall’evasione. Imprese che sarebbero state fuori mercato se avessero pagato le tasse, si sono autoridotte questo costo e così sono riuscite a fare profitti (perlopiù poi non investiti nella produzione, ma dirottati sul patrimonio personale dell’imprenditore). Tutto questo ha concorso a far scivolare il nostro sistema economico verso una frontiera competitiva arretrata, imperniata sulla competizione di prezzo, anziché sulla qualità e sul contenuto tecnologico dei prodotti, in concorrenza con i paesi emergenti e di nuova industrializzazione: una battaglia persa in partenza. È qui che va ricercata la radice della stagnazione economica del nostro paese e della batosta economica che si è profilata nei primi anni del nuovo secolo, quando la riduzione dei dazi all’importazione di molti prodotti ha messo fuori mercato numerose nostre produzioni. È su questo spiazzamento competitivo che la crisi mondiale iniziata nel 2007 si è innestata, infierendo ulteriormente. Sarebbe urgente invertire la rotta. Si sta facendo il contrario.


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11/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Regolamento di conti/1: Il governatore che insiste con gli ammortizzatori

Mario Draghi

Questa volta c’è soltanto silenzio, nessuna reazione. Eppure il governatore della Banca d’Italia, venerdì a Padova, ha ripetuto lo stesso dato che aveva alimentato tante polemiche a giugno: in Italia ci sono 1,6 milioni di persone che se perdono il lavoro si trovano abbandonate, senza coperture, neppure quella cassa integrazione che nel disomogeneo sistema italiano diventa un privilegio di pochi. Nonostante le promesse di Silvio Berlusconi – “nessuno sarà abbandonato” – secondo le elaborazioni della Banca d’Italia su dati Istat e Inps, dice Mario Draghi, “circa 1,2 milioni di lavoratori dipendenti non avrebbero copertura in caso di interruzione del rapporto di lavoro, a cui si affiancano 450mila lavoratori parasubordinati che non godono di alcun sussidio o che non hanno i requisiti per accedere ai benefici introdotti dai provvedimenti del governo”. Una cifra che, rapportata ai 23,4 milioni di occupati censiti dall’Istat, dato 2008, significa che quasi il sette per cento dei lavoratori è privo di protezioni. Per questo Draghi auspica una riforma degli ammortizzatori sociali. Quando aveva detto le stesse cose sei mesi fa era stato Berlusconi in persona a contestarlo: “Questa è un’informazione di Draghi che non corrisponde alle cose che emergono dalla nostra conoscenza della realtà italiana”. Ma poi, in commissione Lavoro alla Camera, il sottosegretario Pasquale Viespoli aveva dovuto ammettere che i numeri della Banca d’Italia non erano poi così lontani dal vero.

GLI INDIFFERENTI. Questa volta le parole di Draghi, invece, non hanno suscitato commenti se non quelli dei sindacati che, compatti, appoggiano sempre l’idea di riformare (ampiandole) le protezioni per chi perde il lavoro. Quando, a ottobre, il governatore aveva intimato che “bisogna alzare l’età pensionabile” non aveva ottenuto neppure la sponda dei sindacati. Il governo, e il ministro del’Economia nello specifico, si limitò a dire che “la riforma è già stata fatta”. L’unica occasione in cui il governatore ha provocato reazioni dall’esecutivo è stato il convegno sul Mezzogiorno in cui ha bocciato i pilastri della politica berlusconiana e tremontiana per il Sud (cioè piani straordinari regionali e Banca del Sud per dare credito agevolato). Tremonti aveva provato addirittura, senza riuscirci, a bloccare il simposio. La freddezza del governo Berlusconi verso la Banca d’Italia è tale che, dopo l’intervento di Draghi al meeting di Comunione e liberazione, ci fu chi sostenne che ormai il governatore si rivolgeva  al Partito democratico, dettando le linee di un programma di politica economica alternativo.

IL POTERE. Draghi, ancora più economista che politico, parla per citazioni. Basta vedere lo studio che ha scelto di citare a sostegno del suo intervento sugli ammortizzatori, un lavoro firmato da Bruno Anastasia, Massimo Mancini e Ugo Trivellato. Nel paper dei tre economisti si legge: “La ragione principale che in genere si adduce per spiegare il (finora) mancato approdo ad una riforma generale è quella dell’eccesso paventato di costi, non si fanno le nozze con i fichi secchi” anche se c’è il forte sospetto che “il sistema attuale in realtà dispiaccia meno di quanto sembri agli attori sociali, nei quali prevale non di rado un riflesso conservatore, e scarso sia, invece, il consenso non tanto sui principi generali di riforma”. Tradotto: i politici, inclusi quelli di questo governo, preferiscono conservare il potere discrezionale di decidere chi ha diretto a quanta protezione, ,modificando le risorse per la cassa integrazione e per la previdenza. Anche se questo comporta abbandonare al loro destino 1,6 milioni di persone.

21/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

Quali sono i progetti di Tremonti sulle banche?

Questo è il mio editoriale apparso sul giornale di domenica, in ritardo causa festeggiamenti di compleanno.

 

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti deve spiegarsi meglio. Che cosa intendeva dire ieri quando, a margine del G20 finanziario di Londra, ha affermato che le banche italiane non devono essere troppo grandi e che «questo punto andrà risolto»?

In Italia ci sono solo due grandi banche, Unicredit e Intesa Sanpaolo, nate dopo fusioni accolte come l’ingresso della finanza italiana nell’età adulta.

Sia la banca guidata da Corrado Passera sia quella di Alessandro Profumo sono società quotate in Borsa e reduci da un anno di crisi che ha eroso prima il valore del titolo e poi gli utili: il ministro auspica forse una cura spezzatino e il ritorno agli istituti locali di una volta? Le sue parole possono legittimare negli osservatori questo sospetto e, visto che quello che dice il ministro dell’Economia è tenuto in una certa considerazione da chi lavora nella finanza, potrebbero anche avere conseguenze sull’andamento delle azioni. Il triennio di fusioni che ha portato l’Unicredit a inglobare Capitalia – operazione fatta a carissimo prezzo e non priva di effetti collaterali ma di cui nessuno nega la rilevanza sistemica – e la milanese Intesa a unirsi con la torinese Sanpaolo, rendendola meno sabauda e più nazionale, è stato considerato una tappa fondamentale nella marcia verso la modernità del sistema bancario. Dalle banche pubbliche a gruppi transnazionali, con una divisione de facto dei compiti: a Unicredit quello di sfruttare le opportunità della globalizzazione espandendosi a Est e a Intesa il ruolo di banca di sistema, partner del Governo nelle operazioni (redditizie) politicamente sensibili. Tremonti vuole tornare indietro? E se sì, come? Il breve revival delle nazionalizzazioni è passato, intervenire ora su due società che sono solo in parte italiane nella proprietà sarebbe percepito come un’intollerabile prevaricazione più che come una rivendicazione della supremazia della politica. Ma certamente il ministro non intendeva questo.

È più probabile che la sua fosse una sollecitazione – come quelle che sono venute in passato anche da Confindustria – a prestare maggiore attenzione alle esigenze del territorio, conservando quella flessibilità di approccio che ha sempre contraddistinto gli istituti che conoscono i loro clienti e sono partecipi delle loro vicende imprenditoriali. Un appello sempre utile anche se forse è troppo presto per trarre conclusioni da questa crisi: gli imprenditori raccontano di piccole banche locali, da sempre al loro fianco, che all’improvviso hanno voltato loro le spalle perché non potevano più rischiare nulla, mentre i grandi gruppi – più burocratici ma più solidi – grazie alla dimensione e alla diversificazione del rischio continuavano a garantire, magari a prezzo maggiorato, credito e servizi.

Quanto all’altro punto toccato da Tremonti, l’eccessiva influenza delle grandi banche sulla politica, risulta un po’ controintuitivo: nell’ultimo anno è stato il Tesoro a ingerirsi – secondo molti anche con qualche diritto – nella gestione aziendale, con i Tremonti bond, sollecitando moratorie sui debiti e accordi con le piccole e medie imprese, allestendo osservatori sul credito per mettere sotto tutela i direttori di filiale, attaccando publicamente i banchieri – come ha fatto ieri sui bonus eccessivi – quando pensava se lo meritassero. Ma non si è avuta la percezione che le grandi banche condizionassero la politica economica. A meno che Tremonti non alludesse a un altro tipo di banca che, questa sì, è sempe più attiva ed efficace nel dettare l’agenda e influenzare il dibattito politico. Cioè la Banca d’Italia di Mario Draghi.

08/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , | Lascia un commento

Giulio e gli economisti

Questo è il mio editoriale apparso ieri sul Riformista

Il Divino Otelma

Il Divino Otelma

 

Sedici economisti hanno risposto ieri alle accuse di Giulio Tremonti che dal Meeting di Cl aveva attaccato l’intera categoria, tacciando i suoi esponenti di essere dei maghi più che degli scienziati (l’autorevole Divino Otelma condivide l’accusa).Una lettera aperta pubblicata da Corriere e Repubblica che arriva dopo un anno di frecciate, di inviti al silenzio. All’intervento di Tremonti era seguito il silenzio. Nel day after il Riformista aveva cercato di intervistare alcuni dei più influenti economisti italiani che, però, non se la sono sentita di entrare in polemica con il ministro. Adesso si sono mossi collettivamente, in modo da avere una maggiore massa d’urto, professori e tecnici con diverse specializzazioni e sensibilità, dai bocconiani Marco Onado, Franco Bruni e Francesco Giavazzi a Luigi Guiso e Lucrezia Reichlin. L’unione fa la forza ma offre un assist a Tremonti, perché lo aiuta a legittimare la sua abitudine a trattare gli economisti come una categoria monolitica, tutta incapace di prevedere la crisi (non è vero) e di suggerirne vie d’uscita (neanche questo è vero). Visto che il ministro ha ingaggiato una dialettica culturale con gli economisti, non si vede perché questi non possano rispondergli da pari, affrontandolo sullo stesso terreno intellettuale in singolar tenzone. Tanto più che molti dei firmatari, da Giavazzi a Boeri a Onado, sono prestigiosi editorialisti dei grandi giornali e hanno quindi l’occasione e il seguito necessari a incidere nel dibattito pubblico. Lo hanno fatto in passato, ma da qualche tempo si limitano a incassare e in questi giorni hanno scritto d’altro. La dinamica che si sta delineando, economisti versus Tremonti (tributarista illustre ma che non ha studiato economia bensì diritto) ha diversi effetti collaterali sulla qualità del confronto delle idee. Il primo è che molte cariche pubbliche di grande rilievo sono ricoperte da economisti. Dal governatore di Bankitalia Mario Draghi a Gianpaolo Galli, direttore generale di Confindustria, a Lorenzo Bini Smaghi, membro del board della Banca centrale europea. Polarizzare il confronto significa che ogni parola di questi economisti verrà analizzata e interpretata come un fendente verso Tremonti o a sua difesa (dimentica forse il ministro che autorevoli economisti lo hanno sempre sostenuto o almeno trattato con riguardo, come Alberto Quadrio Curzio e Marco Fortis?) invece che come un normale contributo al dibattito.C’è poi un altro aspetto da considerare. La soluzione della crisi è affidata tanto agli economisti quanto ai politici di professione. Entrambi possono sbagliare e hanno sbagliato: come ha spiegato Bruni nel suo ultimo libro, molti economisti avevano contezza della bolla immobiliare americana e molti altri degli squilibri macroeconomici e monetari. Ma pochi hanno capito la relazione tra i due problemi che hanno generato la crisi attuale. Anche i politici, però, sbagliano: nel Dpef triennale firmato da Tremonti l’11 giugno 2008, si prevedeva per quest’anno una crescita del Pil dell’1,5%. E su quelle basi è stata impostata la politica del Governo. Invece il Pil calerà di oltre il 5% (come ha riconosciuto il Governo nel Dpef 2010-2014 dopo mesi di polemiche). L’intuizione tremontiana che qualcosa di terribile stava per succedere – accusano i sedici economisti nella lettera – non sembra aver inciso sulla capacità programmatica del Governo. Un dibattito con toni più pacati tra politica e accademia potrebbe beneficiare entrambi, evitando di perdere tempo prezioso nel rinfacciarsi reciproche mancanze. Favorendo l’evoluzione teorica che è già cominciata nell’università – per metabolizzare la crisi – e costringendo chi è al governo a discutere delle proprie decisioni operative e delle loro conseguenze.

05/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Le dodici tavole finanziarie

moses

A Novembre sembrava potesse essere una nuova Bretton Woods, una riforma dell’architettura finanziaria mondiale, magari con un nuovo accordo sui cambi delle monete. Ad aprile era diventata una carta dei principi con l’ambizione di essere per l’economia l’equivalente della Carta europea dei diritti dell’uomo, un testo non vincolante, ma da cui non sia possibile prescindere nella stesura delle normative nazionali. In marzo era perfino entrato nei comunicati del G7 finanziario a Roma, e se ne era discusso al G20 di Londra un mese dopo. Ieri, finalmente, una bozza del Global legal standard voluto dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti e promesso da Silvio Berlusconi come la cifra della presidenza italiana del G8 è stata resa pubblica.

La sede in cui i «dodici principi per un’economia più forte, più giusta e più sana» vengono presentati è quella di un blog, il Global Standard Blog, appunto, che è parte del dibattito via web (community.oecd.org/community/gcls?view=blog, bisogna sapere l’indirizzo perché sulla home page non c’è alcun link) che si svolge sul sito dell’Ocse, l’organizzazione dei paesi più industrializzati, seguito al vertice di Lecce del 12 e 13 giugno.
Sono dodici punti, «principi comuni e standard sulla proprietà, l’integrità e la trasparenza», caricati sul sito da Nicholas Bray, il capo ufficio stampa Ocse. Tutti gli standard sono al condizionale, perché indicano come l’economia dovrebbe essere dopo la crisi. Dall’evasione fiscale («Tutti gli attori del business, indipendentemente dalla loro forma legale, dovrebbero adempiere ai loro doveri fiscali»), a «ogni forma di protezionismo dovrebbe essere bandita». Gli strumenti finanziari non dovrebbero essere usati per nascondere i veri beneficiari delle scatole cinesi societarie, e la rincorsa verso il basso nelle condizioni lavorative e ambientali si dovrebbe evitare «attraverso la cooperazione internazionale e la convergenza dei quadri normativi nazionali». L’elenco dei desiderata continua con l’auspicio che gli stipendi dei manager non siano sproporzionati rispetto alle possibilità dell’azienda e che la corruzione venga punita severamente.

Due le domande rivolte agli utenti: «Cosa vorreste vedere nel Global Standard? Cosa dovrebbero considerare i leader nelle loro riflessioni sul Global Standard?». Per ora non ci sono commenti.

Come spiega una nota introduttiva, adesso si apre il dibattito, perché il Global standard è un «work in progress» che, quindi, non può entrare nell’agenda del G8 che si apre domani all’Aquila se non come bozza. Berlusconi lo aveva già anticipato nei giorni scorsi: «Siamo ancora lontani da un risultato, ci vogliono ancora molti passaggi». E infatti nell’intervista di ieri al Giornale che presenta il vertice, il Global Standard che doveva essere la cifra della presidenza italiana non è nominato. Resta da capire se e come gli Standard saranno discussi nelle sessioni del G8, come aveva auspicato Tremonti e come doveva essere nelle intenzioni orginarie: di crisi e dossier economici – i più importanti sono l’aiuto allo sviluppo e il commercio internazionale – si discuterà soprattutto il primo giorno del vertice. Sarà quella l’occasione per affrontare l’argomento.
Gli sherpa, i rappresentati con delega dei governi, hanno lavorato in questi mesi con un gruppo di giuristi organizzato da Tremonti (di cui fanno parte, tra gli altri, Giulio Napolitano, Enrico Letta e Guido Rossi), per individuare i punti da cui partire per riformare la finanza mondiale. La Germania spingeva per una carta dei principi che non fosse strettamente finanziaria ma di più ampio respiro, l’Italia avrebbe preferito un focus più preciso. Si è trovata la mediazione nella formula del Global Legal Standard. Ma nel frattempo la cronaca ha complicato il processo di elaborazione del documento. Gli Stati Uniti di Barack Obama hanno fatto la loro riforma della supervisione, dando più poteri alla Federal Reserve, l’Unione europea ha annunciato la propria, con la creazione di un’autorità che valuterà i rischi sistemici. E il Financial Stability Board guidato da Mario Draghi si è imposto come il foro internazionale dove banchieri centrali e governanti stabiliscono i principi da tradurre in concreto a livello nazionale. In questo nuovo scenario l’urgenza con cui era stato lanciato il progetto degli standard si è progressivamente affievolita. «É un lavoro complesso, un cammino importante, che non si può chiudere in sei mesi», ha detto sabato Tremonti.

07/07/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento