Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

La crisi e il ritorno agli anni Ottanta

da Il Fatto Quotidiano del 10 gennaio 2010

di Vladimiro Giacché

(economista e partner di Sator spa)

La notizia è di fine dicembre, e la maggior parte dei giornali l’ha confinata in poche righe. Ma avrebbe meritato maggiore attenzione: il servizio studi della Banca d’Italia, in una ricerca sulla crisi internazionale e il sistema produttivo italiano, ha fatto piazza pulita di tutte le fandonie di questi mesi sulla presunta buona tenuta della nostra economia. Con queste parole: “Rispetto ai massimi toccati all’inizio del 2008, nel secondo trimestre dell’anno in corso l’indice della produzione ha segnato una diminuzione cumulata prossima al 25 per cento, con il risultato che, nella scorsa primavera, il volume delle merci prodotte si era riportato al livello della metà degli anni Ottanta. Nella media dell’area e nei suoi principali paesi, il calo è stato inferiore. Misurato in termini di trimestri persi, cioè di quanto indietro nel tempo sono tornati i livelli della produzione, la maggiore gravità della situazione italiana risulta evidente: i 12 e i 13 trimestri di Francia e Germania si confrontano con i quasi 100 dell’Italia”. I trimestri perduti sono per l’esattezza 92: la produzione a metà 2009 si è quindi attestata agli stessi livelli del secondo trimestre del 1986. Fanno 23 anni: non abbiamo perso il lavoro di una generazione, ma poco ci manca.


Un primato poco invidiabile, reso possibile dal fatto che in Italia la crisi è arrivata dopo un lungo periodo di stagnazione, databile dalla seconda metà degli anni Novanta. Cioè da quando sono finite le svalutazioni competitive che periodicamente rianimavano le esportazioni italiane (l’ultima è del 1995). A questo punto le imprese avrebbero dovuto cambiare gioco, puntando sull’innovazione di prodotto e soprattutto di processo. Hanno preferito premere l’acceleratore, più ancora che in passato, sugli altri due pedali tradizionalmente adoperati: il basso costo del lavoro e l’evasione fiscale. Solo così si spiegano i dati apparentemente contraddittori esibiti dall’economia italiana in questo periodo. Da un lato la produttività del lavoro ha un andamento pessimo (scende all’1,7 per cento negli anni 1992-2000, ed è addirittura nulla dal 2000 al 2008), e il Prodotto interno lordo ristagna: negli anni 1999-2009 la crescita complessiva è stata appena del 5,5 per cento, mentre i paesi dell’area dell’euro crescevano in media del 13,5 per cento. Dall’altro, i profitti non solo tengono, ma crescono: dopo il 1993 sono aumentati per tutti gli anni Novanta, sia in percentuale del Pil sia come quota sul valore aggiunto, e lo stesso è avvenuto anche nei primi anni Duemila. Come è possibile? In un solo modo: attraverso un gigantesco trasferimento di ricchezza a danno dei salari. E infatti negli ultimi venti anni in Italia il valore degli stipendi rispetto al Prodotto interno lordo è crollato del 13 per cento (contro un calo dell’8 per cento nei 19 paesi più avanzati). Oggi le buste paga italiane sono scivolate al posto numero 23 (su 30) nella classifica dei paesi più industrializzati dell’Ocse, e risultano inferiori del 32 per cento rispetto alla media dell’Europa a quindici.


A questo va poi aggiunta un’evasione fiscale da guinness dei primati, ben testimoniata dai 95 miliardi di euro appena condonati al prezzo di un obolo del 5 per cento. In 10 anni, siamo già alla terza amnistia fiscale (solo all’estero però la si chiama così: in Italia, regno degli eufemismi, si preferisce parlare di “scudo fiscale”). Ed è grave. Perché, anche se di rado ci viene rammentato, l’evasione fiscale non è soltanto una vergogna (e un reato), ma è anche disastrosa dal punto di vista economico. Amplifica le disuguaglianze sociali, rende impossibile affrontare il problema del debito pubblico e distorce la concorrenza. Ma soprattutto perpetua un handicap storico del nostro sistema produttivo: il nanismo delle imprese. Sino a non molto tempo fa impazzava la retorica del “piccolo è bello”, delle piccole imprese capaci di sfidare le leggi dell’economia facendo a meno delle economie di scala.


La verità era ed è un’altra: in Italia in molti casi il consolidamento industriale che sarebbe stato necessario è stato evitato grazie a quel particolare abbattimento dei costi di produzione rappresentato proprio dall’evasione. Imprese che sarebbero state fuori mercato se avessero pagato le tasse, si sono autoridotte questo costo e così sono riuscite a fare profitti (perlopiù poi non investiti nella produzione, ma dirottati sul patrimonio personale dell’imprenditore). Tutto questo ha concorso a far scivolare il nostro sistema economico verso una frontiera competitiva arretrata, imperniata sulla competizione di prezzo, anziché sulla qualità e sul contenuto tecnologico dei prodotti, in concorrenza con i paesi emergenti e di nuova industrializzazione: una battaglia persa in partenza. È qui che va ricercata la radice della stagnazione economica del nostro paese e della batosta economica che si è profilata nei primi anni del nuovo secolo, quando la riduzione dei dazi all’importazione di molti prodotti ha messo fuori mercato numerose nostre produzioni. È su questo spiazzamento competitivo che la crisi mondiale iniziata nel 2007 si è innestata, infierendo ulteriormente. Sarebbe urgente invertire la rotta. Si sta facendo il contrario.


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11/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Regolamento di conti/1: Il governatore che insiste con gli ammortizzatori

Mario Draghi

Questa volta c’è soltanto silenzio, nessuna reazione. Eppure il governatore della Banca d’Italia, venerdì a Padova, ha ripetuto lo stesso dato che aveva alimentato tante polemiche a giugno: in Italia ci sono 1,6 milioni di persone che se perdono il lavoro si trovano abbandonate, senza coperture, neppure quella cassa integrazione che nel disomogeneo sistema italiano diventa un privilegio di pochi. Nonostante le promesse di Silvio Berlusconi – “nessuno sarà abbandonato” – secondo le elaborazioni della Banca d’Italia su dati Istat e Inps, dice Mario Draghi, “circa 1,2 milioni di lavoratori dipendenti non avrebbero copertura in caso di interruzione del rapporto di lavoro, a cui si affiancano 450mila lavoratori parasubordinati che non godono di alcun sussidio o che non hanno i requisiti per accedere ai benefici introdotti dai provvedimenti del governo”. Una cifra che, rapportata ai 23,4 milioni di occupati censiti dall’Istat, dato 2008, significa che quasi il sette per cento dei lavoratori è privo di protezioni. Per questo Draghi auspica una riforma degli ammortizzatori sociali. Quando aveva detto le stesse cose sei mesi fa era stato Berlusconi in persona a contestarlo: “Questa è un’informazione di Draghi che non corrisponde alle cose che emergono dalla nostra conoscenza della realtà italiana”. Ma poi, in commissione Lavoro alla Camera, il sottosegretario Pasquale Viespoli aveva dovuto ammettere che i numeri della Banca d’Italia non erano poi così lontani dal vero.

GLI INDIFFERENTI. Questa volta le parole di Draghi, invece, non hanno suscitato commenti se non quelli dei sindacati che, compatti, appoggiano sempre l’idea di riformare (ampiandole) le protezioni per chi perde il lavoro. Quando, a ottobre, il governatore aveva intimato che “bisogna alzare l’età pensionabile” non aveva ottenuto neppure la sponda dei sindacati. Il governo, e il ministro del’Economia nello specifico, si limitò a dire che “la riforma è già stata fatta”. L’unica occasione in cui il governatore ha provocato reazioni dall’esecutivo è stato il convegno sul Mezzogiorno in cui ha bocciato i pilastri della politica berlusconiana e tremontiana per il Sud (cioè piani straordinari regionali e Banca del Sud per dare credito agevolato). Tremonti aveva provato addirittura, senza riuscirci, a bloccare il simposio. La freddezza del governo Berlusconi verso la Banca d’Italia è tale che, dopo l’intervento di Draghi al meeting di Comunione e liberazione, ci fu chi sostenne che ormai il governatore si rivolgeva  al Partito democratico, dettando le linee di un programma di politica economica alternativo.

IL POTERE. Draghi, ancora più economista che politico, parla per citazioni. Basta vedere lo studio che ha scelto di citare a sostegno del suo intervento sugli ammortizzatori, un lavoro firmato da Bruno Anastasia, Massimo Mancini e Ugo Trivellato. Nel paper dei tre economisti si legge: “La ragione principale che in genere si adduce per spiegare il (finora) mancato approdo ad una riforma generale è quella dell’eccesso paventato di costi, non si fanno le nozze con i fichi secchi” anche se c’è il forte sospetto che “il sistema attuale in realtà dispiaccia meno di quanto sembri agli attori sociali, nei quali prevale non di rado un riflesso conservatore, e scarso sia, invece, il consenso non tanto sui principi generali di riforma”. Tradotto: i politici, inclusi quelli di questo governo, preferiscono conservare il potere discrezionale di decidere chi ha diretto a quanta protezione, ,modificando le risorse per la cassa integrazione e per la previdenza. Anche se questo comporta abbandonare al loro destino 1,6 milioni di persone.

21/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

La ripresa non basterà: l’industria perde i pezzi

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Dopo la revisione al rialzo delle stime della Commissione europea (il Pil italiano nel 2007 scenderà solo del 4,7 per cento), ieri sono arrivati i dati sulla cassa integrazione: una riduzione di quasi il 10 per cento tra settembre e ottobre. Segnale che le cose hanno smesso di peggiorare. Ma un rapporto della Banca d’Italia dimostra che il problema più grosso è che quando la ripresa arriverà, il sistema produttivo italiano potrebbe trovarsi così sfiatato da non riuscire ad approfittarne.

Tre imprese su dieci tra le 3874 sondate da Bankitalia stimano di chiudere il 2009 con piani di investimento ridimensionati rispetto a gennaio scorso e, soprattutto, quelle che prevedono di ridurre gli investimenti anche nel 2010 sono il 6 per cento in più di quelle che sperano di aumentarli. Tradotto: anche nel primo anno positivo dopo la grande recessione, quando l’economia italiana crescerà secondo la Commissione europea dello 0,7 per cento, le aziende che cercheranno di aggredire la ripresa saranno meno di quelle che continueranno a risentire della crisi. “Con la recessione è fisiologico che si verifichi una scrematura delle imprese, ma il rischio è che sia indiscriminata, punendo le nostre imprese più dinamiche che hanno tentato l’espansione internazionale e ora si trovano più esposte”, spiega lo storico dell’Economia Giuseppe Berta che ha appena pubblicato la nuova edizione del suo “L’Italia delle fabbriche” (Il Mulino). La tesi è sostenuta dallo studio di due economisti, Antoine Berthou e Charlotte Emlinger, pubblicato sul sito Voxeu.org: la domanda dei prodotti da esportazione di alta qualità – come quelli che produce l’Italia – soffre di più il calo del Pil. Nonostante la diffusa convinzione che per il lusso non ci sia mai crisi.

Il sondaggio della Banca d’Italia dimostra che le imprese italiane che lavorano con l’estero sono in uno stato confusionale: un terzo pensa che nei prossimi sei mesi le cose andranno meglio, un terzo che resteranno stabili e un terzo che peggioreranno. Considerando il proprio mercato di riferimento (per alcune l’Italia, per altre quello globale), il 40 per cento delle imprese che nei sei mesi scorsi ha sofferto la recessione si aspetta un periodo altrettanto lungo di sofferenza.  “La durata della crisi per l’Italia è una variabile decisiva – dice il professor Berta – perché mette alla prova le risorse interne delle nostre imprese, a partire dalla capitalizzazione”. E aziende piccole e medie di capitale ne hanno poco e continuano ad avere problemi nell’ottenere credito dalle banche visto che, come dimostra il sondaggio, quelle che dichiarano di trovare difficoltà quando vanno a chiedere finanziamenti sono un terzo. E ben il 28,2 per cento dichiara di aver visto respinta la richiesta di credito. La combinazione di una bassa domanda interna, di difficoltà a livello internazionale e stretta nei finanziamenti bancari rende pessimiste le imprese: una su tre stima di chiudere in perdita il 2009, il 36 per cento di ridurre l’occupazione nell’anno. Un anno fa, nello stesso sondaggio, quelle che prevedevano bilanci in rosso erano solo il 17 per cento.

Per chi vuole essere ottimista, c’è sempre la Fiat. In Europa continua a guadagnare quote di mercato (e dovrebbe ottenere il rinnovo degli incentivi), ora che è saltata la vendita di Opel ai russi di Magna potrebbe tornare all’assalto della casa di produzione tedesca per completare la sua espansione internazionale. Ieri pomeriggio l’amministratore delegato del gruppo, Sergio Marchionne, ha iniziato a presentare i piani di rilancio per la Chrysler (inglobata dalla Fiat a gennaio con una joint venture): punterà sulla 500 prodotta in Messico – da offirire prima in versione Abarth – ma soprattutto su Jeep e Cherokee, perché le auto ad alto consumo, addolcite dalle tecnologie verdi di Fiat, ora sono tornate popolari con il petrolio a 80 dollari al barile. “La Fiat è stata per anni una sequoia in una foresta di alberi nani, ma ora il suo ruolo nell’economia italiana è cambiato. Se il tentativo di Marchionne riuscirà, il Lingotto diventerà una vera impresa globale”, spiega Berta, che da anni studia la storia della casa di Torino. Come dire: anche il nuovo dinamismo della Fiat non basta più per trainare il sistema produttivo italiano.

Secondo Berta “l’Italia industriale del 1970 era una clessidra irregolare: una base di piccole e piccolissime imprese, un vertice di aziende pubbliche e private di dimensioni rilevanti e in mezzo le medie imprese. Poi si è espansa la metà bassa del corpo della clessidra ed è venuto meno il vertice”. Il problema è che con la crisi inizia a ingolfarsi  anche il motore di imprese medie che aveva sostituito il vertice. E la ripresa, che in Italia sarà comunque al massimo una crescita di poco superiore allo zero, potrebbe arrivare troppo tardi.

05/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , | Lascia un commento

Sequestro o non sequestro?

Un treno Alstom

Un treno Alstom

Dal Fatto Quotiano del 7 ottobre

Sequestro o non sequestro? “E’ chiaro che gli operai giocano sull’ambiguità perché questo è l’unico modo che hanno per attirare l’attenzione dei giornali e della politica sul loro dramma”, risponde Luca Colonna, responsabile del settore ferroviario della Uilm.
La protesta. Questi sono i fatti: a Colleferro (vicino a Roma) c’è uno stabilimento della multinazionale francese Alstom. Ieri mattina arrivano tre dirigenti, annunciano che la fabbrica sarà chiusa entro nove mesi, gli operai si mettono subito in sciopero, escono e organizzano una protesta. Alle quattro del pomeriggio inizia a circolare la notizia che i manager sono sequestrati dentro da mezzogiorno, non possono uscire e verranno segregati finché non si troverà una mediazione.

“Anche in Italia c’è il rischio di emulazione del fenomeno francese del bossnapping”, avvertiva ad aprile il segretario della Cgil Guglielmo Epifani. E quello di ieri sembrerebbe il primo vero caso italiano, ma in molti cercano di ridimensionare. A partire dal sindaco di Colleferro Mario Cacciotti: “Sono qui con gli operai, non c’è nessun sequestro, solo una normale protesta, questo è uno stabilimento di eccellenza, chiuderlo significa mettere in crisi 170 famiglie e sarò al loro fianco anche alla prossima manifestazione a Frascati”. Poi se ne va per partecipare a un consiglio comunale. Gli operai, però, dicono che “finché non si trova una soluzione, da qui non si muove nessuno”. Per un paio d’ore si resta nell’incertezza, poi esce uno dei tre manager, Riccardo Pierobon: “Siamo qui da stamani e non abbiamo ancora avuto necessità di uscire dalla fabbrica. Abbiamo tranquillizzato carabinieri e polizia che non siamo stati sequestrati. Volevamo sdrammatizzare, non c’é stato alcun tipo di intimidazione o violenza nei nostri confronti”. Alle otto di sera i manager sono però ancora dentro l’azienda: “Stanno parlando, fuori c’è il sit-in. Ripeto: un sit-in, nessuna porta è stata sbarrata, nessun cancello chiuso e soprattutto nessuno è stato minacciato”, precisa Antonio Tiribocchi, delegato della Filcem (lo stabilimento Alstom si occupa di meccanica ma il contratto applicato è quello dei lavoratori chimici, quindi sono attivi entrambi i sindacati).

Una sola cosa è certa: a Colleferro c’è tensione, parecchia, perché la chiusura dello stabilimento Alstom certificherebbe la fine del sito industriale in cui una volta c’era una fabbrica di esplosivi, poi riconvertita. La vicenda industriale della cittadina romana è un intreccio di questioni industriali, richieste politiche ed effetti della crisi. La Alstom produce treni e vari prodotti collegati: in Italia ha stabilimenti anche a Cuneo, Bologna, Sesto San Giovanni, Bari. A Colleferro costruiva il Minuetto, i piccoli treni regionali a tre vagoni commissionati dalle Ferrovie dello Stato. Poi, nel 2006, la produzione è cessata: l’impianto è stato riconvertito per la matuenzione di eccellenza ma, spiega Colonna della Uilm, “non è arrivato quasi nulla da manutenere”. Alstom è un colosso che lavora in mezzo mondo che ora sta scontando la crisi: un anno fa aveva ordini per 6,5 miliardi di euro, nel trimestre aprile-giugno del 2009 erano crollati a 4,8. E quindi ha iniziato a tagliare i rami secchi, incluso lo stabilimento italiano: ai lavoratori ha proposto il trasferimento a Nola (Napoli) o in Francia. Un’offerta che – essendo per molti inaccettabile – vuole spingere alle dimissioni spontanee. Secondo i sindacati, una fetta di responsabilità per questa situazione è di Trenitalia che negli ultimi quattro anni non ha bandito gare d’appalto tranne quella molto recente per 350 vagoni (va però ricordato che, se oggi lo facesse a Colleferro non sarebbero comunque in grado di costruire un treno completo, visto che si occupano di manutenzione). E, risalendo per la catena, è colpa anche del governo che non impone a Trenitalia di investire sostenendo l’occupazione nei siti industriali italiani.

E il governo è intervenuto sulla vicenda. Ha parlato il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, Maurizio Sacconi, per dire che si tratta di un tentativo di “drammatizzazione mediatica” da non assecondare perché “costituirebbe un pericoloso precedente”.
Le prospettive. Il 16 ottobre il caso Alstom verrà discusso in una riunione al ministero delle Attività produttive. I sindacati continuano a sperare in una soluzione industriale perché – spiega Tiribocchi – “Alstom ci ha detto che a Colleferro siamo i più bravi d’Europa a fare treni”. Peccato che Alstom abbia deciso da quasi tre anni che a Colleferrro, al massimo, si fa solo la manutenzione. Fin da subito i lavoratori avevano detto che non c’era mercato per quella e che il cambiamento di attività era l’anticamera della chiusura. Avevano ragione.

07/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | 1 commento

Crisi: è davvero il momento della “fase due”?

Renato Brunetta annucia la "fase due" nella risposta alla crisi

Renato Brunetta annucia la "fase due" nella risposta alla crisi

Dopo mesi in cui il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha ripetuto che ormai la crisi economica è soltanto un problema di scarsa fiducia, ieri il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta ha annunciato: «Una volta approvata la Finanziaria, inizieremo a ragionare su come passare alla fase due, su come passare cioè dalla fase difensiva a quella dell’espansione e della stimolazione dell’economia».

Secondo Brunetta, che ha sempre rappresentato l’anima meno catastrofista dell’esecutivo, il peggio è passato e quindi è il momento di iniziare a pensare al dopo-crisi. L’espressione, “fase due“, è la stessa che si usava ai tempi del Governo Prodi, quando si dibatteva se il centrosinistra dovesse prima risanare i conti pubblici («fase uno») e poi fare le riforme strutturali o agire al contempo su entrambi i temi. Poi sono arrivate le elezioni anticipate che hanno impedito di realizzate la fase due. E, stando ai “si dice” degli ultimi giorni, la stessa eventualità potrebbe forse ripetersi anche questa volta, se davvero qualcuno nella maggioranza avesse interesse a votare a marzo 2010.
Stando ai dati di fatto, però, si nota come il governo si stia comportando su più tavoli come se la crisi fosse davvero finita. La Lega di Umberto Bossi continua a sollecitare l’introduzione di gabbie salariali, indicando nella riduzione delle differenze di potere d’acquisto una delle priorità dell’azione dell’esecutivo (cioè una misura strutturale, non di emergenza). Nell’ultimo consiglio dei ministri, venerdì, anche la decisione di modificare la normativa sull’offerta pubblica d’acquisto è stata presentata come un segnale di ritorno alla normalità: visto che la Borsa si è ripresa, dice il Governo, non è più necessario mantenere le barriere straordinarie costruite intorno alle aziende di interesse strategico per evitare che cadessero in mani straniere. In realtà la questione è più delicata, le modifiche saranno operative dal luglio 2010 e comportano un grado di discrezionalità per la Consob di cui è difficile valutare ad oggi le conseguenze. Brunetta – che ha sempre definito il sistema di ammortizzatori sociali italiano «il migliore del mondo» – rivendica la decisione di non detassare le tredicesime lo scorso anno, lasciando però intendere che si preparano nuove misure di stimolo e aggiungendo che, comunque, «la fase uno ci vede promossi».

Della «fase uno», però, si osservano alcuni strascichi: Sergio Marchionne, l’amministratore delegato della Fiat, ha chiesto nuovi incentivi all’acquisto di automobili per sostenere il settore, esattamente come un anno fa. I sindacati denunciano i buchi nella rete degli ammortizzatori sociali, mentre le cronache registrano nuovi casi di proteste di chi rischia di perdere il lavoro. A Porta a Porta, pochi giorni fa, Berlusconi ha rivendicato di aver stanziato 34 miliardi di euro «per garantire chiunque perda un posto di lavoro di essere aiutato dallo Stato». Ma dal Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria), anche con i calcoli più generosi, secondo l’analisi degli economisti della voce.info risulta che si tratta di circa 15 miliardi, ma distribuiti in quattro anni. E dei 5,35 miliardi per ammortizzatori in deroga, quindi vere misure straordinarie, ne sono stati versati solo 825. Finora Giulio Tremonti è stato il più prudente nel dichiarare chiusa la «fase uno»: pur sostenendo, come il resto del governo che l’Italia sta meglio di altri Paesi europei (tesi che si fonda su pochissimi dati), ha riconosciuto venerdì che «siamo ancora in terra incognita, abbiamo evitato la catastrofe ma le difficoltà non sono ancora terminate». E lo dimostrano i dati macroeconomici: l’Italia non ha ancora evitato il tracollo del Pil, quella riduzione del sei per cento che secondo l’Istat è il dato tendenziale (che si ottiene, cioè, proiettando la velocità di caduta dei primi sei mesi sul resto dell’anno). Anche nel migliore dei casi, ha ribadito la Commissione europea, la riduzione sarà del cinque per cento. Il superindice dell’Ocse, molto citato dal Governo, si è limitato a segnalare che c’è un’alta probabilità che per l’Italia si verifichi un’inversione di tendenza nei prossimi sei mesi, cioè che l’economia smette di scendere. Ma nulla ha detto su quanto possa essere intensa la ripresa. Gli effetti – preannunciati da mesi – sulla disoccupazione d’autunno ancora non si sono manifestati, almeno nelle statistiche, anche se hanno determinato una ritrovata sintonia tra la Confindustria e il sindacato della Cgil. Ma è troppo presto per dire che il temuto autunno caldo sia stato evitato.

Come dimostra l’utlimo sondaggio di Ipr marketing per Repubblica, il governo ha perso dieci punti di popolarità nel corso di un anno. E se davvero qualche esponente dell’esecutivo pensa che ci sia il rischio di andare alle elezioni in primavera, la «fase due» in cui la spesa pubblica entra in una fase espansiva potrebbe rivelarsi una necessità elettorale, più che la conseguenza dell’evoluzione della congiuntura.

20/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Ocse: le incognite di una ripresa «più rapida del previsto»

SUMMIT. Oggi a Londra si tiene il G20 finanziario, preparatorio di quello di Pittsburgh: si parlerà dei bonus ai banchieri e se sia ora di rimuovere le misure straordinarie a sostegno dell’economia.

Credit default swap. Tra i segnali che invitano alla prudenza l'Ocse individua i CDS: contratti assicurativi diventati strumenti di speculazione che misurano quanto una banca sia a rischio fallimento. La situazione è più tranquilla di un anno fa, quando falliva Lehman Brothers, ma il ritorno alla normalità è ancora lontano.

Credit default swap. Tra i segnali che invitano alla prudenza l'Ocse individua i CDS: contratti assicurativi diventati strumenti di speculazione che misurano quanto una banca sia a rischio fallimento. La situazione è più tranquilla di un anno fa, quando falliva Lehman Brothers, ma il ritorno alla normalità è ancora lontano.

Oggi inizia a Londra il G20 finanziario, il vertice dei ministri economici dei venti Paesi che a fine mese si incontrerannoa Pittsburgh per fare un bilancio della crisi a cinque mesi dal precendete summit di aprile. Il tema che occuperà i politici e i giornali è quello dei tetti alle retribuzioni dei manager: ieri la cancelliera tedesca Angela Merkel (in campagna elettorale), il presidente francese Nicolas Sarkozy e il premier britannico Gordon Brown hanno scritto una lettera congiunta al G20 – di cui fanno parte – per auspicare un forte messaggio alla fine del vertice di Pittsburgh su questo tema che da sempre sta a cuore soprattutto alla Merkel e a Sarkozy, che sta già provvedendo in patria.

Il vero scopo della riunione di oggi e del G20 americano è però decidere se è giunto il momento di rimuovere le stampelle messe alle economie occidentali per consentire loro di non crollare nella crisi. Nel concreto si tratta di stabilire se i tassi di interesse devono restare ancora bassi o – magari in modo concoredato – vadano gradualmente alzati rendendo i prestiti più onerosi e scoraggiando l’inflazione; se gli stimoli fiscali devono essere reiterati o meno, se i prestiti alle banche americane vanno rinnovati o restituiti. Ieri sono arrivate le analisi dell’Ocse, firmate dall’economista Jorgen Elmeskov che guida il dipartimento di economics: la ripresa è «più vicina di quanto previsto alcuni mesi fa». I segnali positivi, infatti, sono tanti: gli spread tra i corporate bond e i titoli di stato si stanno riducendo (tradotto: prestare soldi a un’azienda è considerato poco più rischioso di prestarli a uno stato che non può fallire), le imprese hanno ricominciato ad accumulare scorte, segnale che la domanda sta ripartendo e non si produce più giorno per giorno. Le economie emergenti, soprattutto Cina e India, stanno tornando ad avere una crescita sostenuta. Non alla velocità sperata da molti, che confidavano di andare a rimorchio, ma a un ritmo tale da garantire alle aziende occidentali la tenuta di importanti mercati di sbocco per i loro prodotti. Nel mercato monetario, che era impazzito durante l’autunno scorso, le cose sono tornate alla normalità e anche gli indicatori di stabilità nel settore finanziario stanno convergendo verso i livelli pre-crisi. Tuttavia, ammette l’Ocse, è difficile dire quanto di questo miglioramento sia duraturo e quanto solo l’effetto del doping della spesa pubblica. I CDS sulle banche, per esempio, indicano che il panico che un anno fa ha fatto scrivere al Wall Street Journal che “Wall Street è morta”, non è scomparso. All’inizio del 2007 l’indicatore di sintesi dell’Ocse sui CDS bancari era circa zero, cioè chi prestava soldi a una banca e comprava un derivato per coprirsi dall’eventualità del suo fallimento pagava il costo di un’assicurazione su un avvenimento molto improbabile. Poi le banche hanno iniziato a fallire e i CDS sono passati da 0 a oltre 600 punti, quando collassava Lehman Brothers. Oggi siamo tra 100 e 200, a seconda delle piazze finanziarie. Semplificando un po’ si può dire che le banche vengono considerate duecento volte più a rischio che prima della crisi. Il commercio mondiale «si è stabilizzato», ma su livelli inferiori del 20 per cento rispetto al picco raggiunto a fine 2007.

Anche per questo ieri la Banca centrale europea ha deciso di lasciare invariato il costo del denaro, all’uno per cento: conserva la possibilità di ridurlo ancora se le cose peggiorano e si prende tempo di aspettare il ritorno dell’inflazione prima di alzarlo. Ha detto il presidente Jean-Claude Trichet: «Le ultime informazioni supportano la nostra visione secondo cui ci sono sempre più segnali di stabilizzazione nell’attività economica, sia nell’Eurozona che altrove. Questo è coerente con le nostre aspettative che stia finendo una fase di significativa contrazione dell’attività economica e ora sarà seguita da un periodo di stabilizzazione e da una ripresa molto graduale». Il Pil nella zona dell’Euro, secondo la Bce, dovrebbe scendere nel 2009 da un minimo di 3,8 punti percentuale a un massimo di 4,4. Per l’Italia – conferma anche l’Ocse – andrà peggio: il calo sarà di almeno il cinque per cento, come ormai è chiaro da mesi. Trichet ha confermato anche ieri quella linea di prudenza che una decina di giorni fa lo ha visto contrapposto a Ben Bernanke che, fresco di riconferma alla Federal Reserve, spandeva ottimismo al forum di Jackson Hole, in Wyoming. Il presidente della Bce ha lanciato un messaggio che suona come un monito ai capi di Stato e di governo che si riuniranno al G20: «Non dobbiamo pensare, ora che i mercati funzionano meglio e che stiamo uscendo dal tunnel, che bisogna riprendere a fare quello che facevamo prima», pena il rischio di «rivivere quello che abbiamo appena passato». È la minaccia della crisi a “W”, un violento crollo seguito da una ripresa rapida – la fase attuale – e poi da un nuovo collasso. Mai, nei suoi intevrenti recenti, Trichet era stato così esplicito nei suoi inviti alla prudenza.

04/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , | Lascia un commento

Obama chiede il bis: Bernanke resta alla Fed

Anticipo. Il presidente della banca centrale americana è stato riconfermato ieri: una scelta che soddisfa gli economisti e Wall Street. Da studioso della Grande Depressione, finora ha evitato gli errori del Ventinove. Da adesso non ha più esempi da seguire e dovrà fare da solo.

iL PRESIDENTE DELLA FED BEN BERNANKE

iL PRESIDENTE DELLA FED BEN BERNANKE

Con cinque mesi di anticipo, il presidente americano Barack Obama ha riconfermato Ben Bernanke alla guida della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. Come già era successo al suo predecessore Alan Greenspan, anche Bernanke (repubblicano) si è visto rinnovare il mandato da un presidente (democratico) di diverso colore politico. Queste le parole di Obama per motivare la scelta: «Come esperto delle cause della Grande Depressione, sono certo che Ben non avrebbe mai immaginato di far parte di una squadra incaricata di evitarne un’altra. Grazie al suo coraggio, al suo temperamento e alla sua creatività è riuscito ad evitare proprio questo».

Esattamente quello che aveva sostenuto Bernanke nel suo intervento al convegno di Jackson Hole, nel weekend, attribuendosi il merito di aver evitato il disastro grazie all’espansione dei poteri (e del bilancio) della banca centrale, scontrandosi con il panico degli investitori che ha determinato la paralisi dei mercati del credito. Nei prossimi quattro anni, Bernanke dovrà affrontare le conseguenze delle misure che oggi gli consentono di vantare il successo. I puntelli di emergenza messi all’economia americana dovranno essere gradualmente rimossi per evitare che facciano da carburante all’inflazione, a partire dalle agevolazioni creditizia al settore immobiliare (il piano TALF è stato appena prorogato perché l’edilizia non residenziale resta in crisi). Il bilancio della banca centrale è più che raddoppiato durante la crisi, solo nell’ultima settimana le sue passività sono cresciute di 37 miliardi di dollari, arrivando a 2037. Significa che la Fed ha immesso nel sistema creditizio un’enorme quantità di denaro (sotto forma di prestiti alle banche) ottenendo in cambio, come garanzia, titoli dal valore incerto. Ed è questa la sfida maggiore che Bernanke dovrà affrontare: liberarsene al momento giusto, un attimo prima che la liquidità in circolo si trasformi in inflazione e un attimo dopo che le banche hanno ripreso i loro business as usual, per non soffocare la ripresa.

In questo frangente il suo passato accademico non lo aiuterà. Bernanke è noto per essere un fine studioso della Grande Depressione (a cui ha dedicato numerosi libri tra cui “Essays on the Great Depression”, Princeton University Press) e del decennio perduto del Giappone. Riguardo al Ventinove è arrivato alle stesse conclusioni di uno dei suoi maestri, Milton Friedman: se il dissesto finanziario diventò catastrofe economica, la colpa fu soprattutto della politica monetaria che non diventò espansiva in modo abbastanza reattivo, lasciando fallire le banche. «Avevate ragione, ci dispiace e non lo rifaremo», ha detto Bernanke nel 2002, appena nominato nel board della Fed (non ancora presidente) a Friedman e Anna Schwartz, in un famoso discorso pubblico per i 90 anni di Friedman. E – infatti – non ha ripetuto gli stessi errori: suscitando qualche perplessità negli economisti più prudenti, la sua Fed ha reagito con prontezza, recuperando polverosi articoli del suo statuto (come il 13.3 che permette interventi straordinari in tempi straordinari) che le hanno permesso di muoversi ben oltre i confini tradizionali. Anche con una disinvoltura che ora gli viene rimproverata, soprattutto nelle fusioni bancarie incoraggiate con modi – dicono i critici e le parti in causa – un po’ troppo spicci.

Ma la storia non offre alcun suggerimento su come uscire dalla situazione attuale: enorme debito pubblico, Fed quasi onnipotente ma legata a doppio filo al Tesoro e quindi meno indipendente, mercati in cerca della ripresa ma dove nessuno dei problemi strutturali alla base della crisi è stato affrontato. A risolvere la Grande Depressione ci pensò, più del New Deal rooseveltiano, la seconda guerra mondiale. Il Giappone è ancora in cerca di una via alla crescita. “Helicopter Ben”, che ha sganciato dollari su Wall Street come da un elicottero (seguendo un auspicio di Friedman) non ha esempi da seguire e, questa volta, invece che ispirarsi alla storia dovrà scriverla.
La Borsa ieri ha reagito con moderato entusiasmo: sa che Bernanke ha tanti pensieri che occuparsi dei superbonus dei manager o limitare la speculazione di ritorno non è in cima alle sue priorità. Perché, oltre a guidare il mondo fuori dalla Grande Recessione, Bernanke dovrà traghettare la Fed attraverso la riforma della supervisione finanziaria e della vigilanza su cui sta lavorando Obama. Da come ne uscirà, dipenderà il destino della Fed: potrebbe avere una maggiore autonomia dalla politica (occupandosi anche dei rischi sistemici) o diventarne sempre più dipendente, se le esigenze di finanza pubblica e le pressioni contro un aumento dei tassi di interesse dovessero intensificarsi.

26/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Sta per tornare il panico bancario?

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Aspiegare l’andamento delle Borse di ieri, in rosso ovunque partendo da Wall Strett, basterebbe dire che qualcuno che ha comprato nei giorni scorsi sull’onda dell’entusiasmo per il “rally” estivo ora vende, sapendo che i rialzi non potevano durare in eterno.
Eppure c’è anche altro: venerdì sono fallite altre due banche americane. Rispettivamente il più grosso e il più piccolo fallimento bancario del 2009. Non è tanto questa la notizia che ha preoccupato le Borse, ormai abituate visto che si tratta dei crack numero settantasei e settantasette dell’anno. Ha inquietato di più scoprire che la Fdic, l’agenzia federale statunitense di assicurazione dei depositi ha finito i soldi. Secondo i calcoli della Saxo Bank, il rapporto tra riserve e depositi assicurati è 0,00 per cento. In cassa ci sono solo 648 milioni di dollari, mentre nel solo secondo trimestre ne sono stati necessari 11 miliardi.

Dopo la Grande Depressione del Ventinove, quando il governo degli Stati Uniti si è reso conto che la banca centrale (la Federal Reserve) istituita nel 1913 non bastava ad evitare le periodiche crisi bancarie, creò la Fdic. Da allora, come recita il sito web, «nessun americano ha più perso un dollaro». La Fdic assicura il rimborso ai risparmiatori che hanno sul conto fino a 250mila dollari, con un meccanismo automatico. Chi vuole svuotare il conto si presenta allo sportello, chiede indietro i soldi, la banca paga. Se gli attivi dell’istituto di credito non sono sufficienti a rimborsare tutti, la Fdic ci mette la differenza. La sicurezza psicologica di avere i soldi al sicuro ha permesso agli Stati Uniti di non sperimentare più bank run, la corsa agli sportelli, per quasi un secolo. A differenza di quanto succedeva in Europa dove solo nella crisi attuale è stata estesa la garanzia pubblica dei depositi (e la Northern Rock è passata dalla crisi di liquidità al fallimento proprio per il bank run). Venerdì la Fdic ha gestito il fallimento della grossa Colonial Bank e della piccola Community bank of Nevada: come succede in questi casi ha organizzato la loro acquisizione da parte di altri due istituti più in salute che ne hanno acquistato a prezzi scontati gli attivi. Ma nell’operazione la Fdic ha dovuto spendere oltre 185 milioni di euro.

Anche perché – e questo comincia a essere un problema rilevante – la qualità dei crediti bancari si sta rivelando molto inferiore da quanto risulta al bilancio. Nei due anni della crisi finanziaria il DIF, cioè il costo che la Fdic deve sopportare in percentuale rispetto agli attivi della banca, è cresciuto in modo esponenziale. Semplificando con un esempio: se la banca deve rimborsare ai suoi clienti 100 dollari ma, dopo aver riscosso i propri crediti esigibili, se ne trova in cassa solo 95, la Fdic deve fornire gli altri cinque dollari. Nel 2007 il rapporto era appunto del cinque per cento, ora siamo arrivati al trentuno, e la Fdic ha finito i soldi. Colpa delle banche, ovviamente, ma anche della politica: da un anno Washington manda messaggi contrastanti. Da un lato chiede ai banchieri di dire la verità su quanti titoli tossici hanno a bilancio, facendo pulizia, dall’altro allenta i criteri di valutazione proprio di quei titoli tossici perché un eccesso di rigore farebbe crescere ancora il numero di fallimenti. Così le banche stanno continuando a collassare ma, come scopre ogni volta la Fdic, le loro condizioni sono molto peggiori di quello che risulta dai libri contabili: in pratica hanno molti meno soldi di quello che dovrebbero e quindi tutelare i risparmiatori sta diventando sempre più costoso. Quindi? Il presidente americano Barack Obama non può certo chiudere la Fdic perché ha finito i fondi, pena una vera corsa a svuotare i conti e fallimenti a catena. Toccherà ricapitalizzarla, ci sono già 16 miliardi di dollari pronti stanziati e non ancora utilizzati. Trovarne altri non sarà semplice. Nell’attesa, le Borse si preoccupano.

18/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , | Lascia un commento

Le tante ragioni del pessimismo: perché la crisi non sta finendo

Anche ieri sono arrivati segnali dall’economia che invitano a essere ottimisti: la produttività dei lavoratori americani è cresciuta nel secondo trimestre del 6,4 per cento, il risultato migliore da sei anni. Il petrolio è salito ancora, sopra i 73 dollari al barile, e le Borse continuano, con qualche frenata occasionale come quella di ieri, ad andare bene dopo che perfino alcuni zombie, come le agenzie di mutui americane nazionalizzate da George Bush, Fannie Mae e Freddie Mac, hanno cominciato a fare utili. Tutti vogliono essere ottimisti: è di due giorni fa il sondaggio di Kpmg secondo cui le imprese inglesi e italiane sono quelle più fiduciose nella ripresa.
Forse ha ragione lo storico di Harvard Niall Ferguson, che sul Financial Times ha paragonato Barack Obama a Felix il gatto: come il personaggio dei cartoni animati, il presidente americano continuerà a essere fortunato e tutte le potenziali bombe su cui è seduto – a partire da un deficit che nel 2009 sarà di 1800 miliardi di dollari – verranno disinnescate dal provvidenziale ritorno della crescita. Ma i numeri – in cui tanti si esercitano in questi giorni a intravedere sprazzi di sereno – invitano alla prudenza. E lo ha detto ieri proprio Obama: «Non siamo ancora fuori dal bosco» (che in America equivale al nostro tunnel).

Prendiamo le ultime stime del Fondo monetario internazionale: la crescita del Pil mondiale dovrebbe essere negativa (-0,9) nel 2009 e positiva (2,5) nel 2010. Calcolando l’interesse composto, alla fine dell’anno prossimo il mondo sarà più ricco dell’uno per cento circa rispetto allo scorso gennaio. Ma questo non vale per i paesi più industrializzati: per loro la differenza sarà un -4 per cento secco. Ora le previsioni cominciano a essere riviste al rialzo, ma sarà cruciale quanto in fretta miglioreranno le cose.

Negli Stati Uniti, per esempio, c’è il problema del pagamento dei sussidi di disoccupazione: le politiche del lavoro sono affidate nella quasi totalità ai singoli stati federati. E molti di questi, nel tempo delle vacche grasse, non hanno messo da parte nulla e quando è arrivata la crisi hanno cominciato a indebitarsi. Secondo i calcoli della fondazione Pro publica, solo 13 stati su 50 hanno le finanze pubbliche in grado di sostenere il numero di disoccupati causato dalla recessione. Gli altri hanno dovuto prendere soldi in prestito, a partire dalla California (2,6 miliardi di dollari) fino allo stato di New York (1,3 miliardi). Ora il tasso di disoccupazione ha cominciato a ridursi, ma resta l’incognita se i miglioramenti saranno abbastanza rapidi da evitare il collasso alla finanza locale americana. Oggi terminerà la riunione del Fomc, il comitato della Federal Reserve che decide la politica monetaria, dove si sta discutendo della richiesta da parte di alcuni membri del Congresso (su tutti il potente democratico Gary Frank) di espandere i pacchetti di sostegno alla finanza. In particolare il Talf, Term Asset-backed securities Loan Facility, per sostenere il mercato di titoli derivati costruiti su prestiti agli studenti, finanziamenti delle carte di credito e rate per il pagamento dell’auto. Perché c’è il sospetto diffuso, anche se nessuno può averne la certezza, che appena la stampella pubblica verrà tolta, l’economia (e il settore del credito) torneranno nel caos. Come il mercato immobiliare, dove l’aggiustamento al ribasso dei prezzi – dopo gli eccessi della bolla speculativa scoppiata nel 2007 – continuerà ancora per almeno un anno.

Ma non sono certo solo problemi americani. Secondo gli analisti di RGE, la società dell’economista Nouriel Roubini, tra le grandi economie industrializzate solo le condizioni della Francia (e in parte della Norvegia) invitano davvero all’ottimismo: gli ammortizzatori sociali francesi, dal salario minimo alla rigidità del mercato del lavoro, sono stati combinati con politiche anticrisi dall’effetto immediato che hanno fatto il loro dovere. Mentre in altri Paesi sono state finanziate infrastrutture la cui costruzione deve ancora cominciare. Le grandi economie emergenti, invece, sono crollate alla stessa velocità di quelle occidentali a cui erano agganciate dalla globalizzazione ma ora, secondo le stime del Fondo monetario, stanno iniziando a uscire dalla crisi più in fretta.

La grande speranza è ovviamente la Cina: gli economisti che per anni hanno spiegato tutti gli squilibri del mondo con la teoria del savings glut (i cinesi consumano troppo poco e risparmiano troppo, immobilizzando ricchezza), ora sperano che lì nasca una nuova domanda di beni e servizi tale da compensare quella scomparsa – forse per sempre, di certo per un po’ – in Europa e America. Gli ultimi dati dicono che in luglio la produzione industriale è salita del 10 per cento anche se le esportazioni crollavano del 23, segno che il mercato interno è più solido di quello internazionale. Ma il settore finanziario è ancora un rebus, forse all’inizio di una nuova bolla sulla Borsa di Shanghai tornata ai livelli del 2007, prima della crisi. Ma l’ottimismo che suscita una crescita attesa del 9,4 per cento del Pil nel 2009 deve essere temperato, secondo RGE, dalla constatazione che nessuno dei problemi strutturali è stato affrontato nell’anno della crisi: troppi crediti nei bilanci delle banche di dubbio valore, eccesso di risparmio, eccesso di capacità produttiva per un mondo che consumerà meno.

 

12/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Conflitti e interessi al Tesoro (Usa)

Un anno dopo il fallimento di Lehman Brothers, il 15 settembre, chi in quei giorni prese decisioni di emergenza forzando i regolamenti, oggi comincia a pagarne il prezzo. È toccato prima a Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve la banca centrale americana. L’accusa è di aver fatto pressioni sui vertici di JP Morgan perché si comprassero la malandata Merrill Lynch, banca d’affari il cui fallimento era giudicato un pericolo per la tenuta del sistema.
Ora tocca a Henry Paulson, l’ultimo segretario al Tesoro di George Bush, quello che ha gestito i mesi del collasso finanziario. La sua posizione era delicata: prima di diventare ministro era il numero uno di Goldman Sachs, la più importante investment bank di Wall Street, che aveva guidato verso grandi risultati, prima dell’inizio della crisi. La settimana decisiva nel mandato di Paulson è stata quella cominciata lunedì 15 settembre 2008: Lehman Brothers dichiara l’insolvenza, l’unico vero rivale di Goldman si è visto rifiutare il sostegno del Governo e prima dell’apertura dei mercati si arrende alla crisi di liquidità e al peso dei derivati spazzatura. Richard Fuld, il “gorilla” di Wall Street che la guidava da anni, diventa il simbolo dei manager rapaci e irresponsabili che hanno distrutto la finanza. La motivazione ufficiale per non salvarla: bisogna ridurre il moral hazard, il retropensiero di chi rischia troppo perché si sente protetto dal denaro dei contribuenti. Il giorno dopo, il 16 settembre, però, il governo decide di salvare il gruppo assicurativo A.I.G. perché il suo crollo avrebbe destabilizzato quel che restava della finanza americana. Adesso si scopre, lo ha rivelato il New York Times, che mentre Paulson prendeva queste decisioni si sentiva spesso al telefono con Lloyd Blankfein, il suo successore alla testa di Goldman Sachs.

 

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I punti sensibili sono due. Anche se all’inizio della loro storia lavoravano insieme, Goldman e Lehman erano rivali. Il fallimento di una significa più spazio per l’altra. Oggi Goldman è diventata una banca commerciale per raccogliere risparmio dai privati e – soprattutto – gli aiuti dalla Federal Reserve. Ha già iniziato a restituire i prestiti del piano Paulson (che il segretario al Tesoro era faticosamente riuscito a far approvare in ottobre) e ha stupito i mercati con profitti record nel secondo trimestre 2009: 3,44 miliardi, non male per una banca che stava per fallire. E sarebbe fallita quasi certamente se fosse crollata A.I.G. Questa è infatti la seconda questione delicata: il 16 settembre 2008 il governo inizia la procedura che porterà alla nazionalizzazione di A.I.G. e che implica un’iniezione di 13 miliardi di dollari (il costo totale diventerà poi di oltre 170), soldi che servono anche a remunerare i creditori del gruppo assicurativo tra cui c’è, appunto, Goldman Sachs. Che riceve quindi oltre tre miliardi. E in questo nessuno scandalo, visto che il salvataggio di A.I.G. serviva proprio per evitare che le sue controparti, cioè le società con cui aveva contratti aperti, ricevessero un contraccolpo che ne avrebbe messo a rischio la stabilità.

Ma quando la notizia ha iniziato a circolare, qualche mese fa, in tanti hanno pensato: ecco perché Paulson ha salvato A.I.G. e non Lehman, perché nel primo caso Goldman ci guadagnava e nel secondo no. Il New York Times ha scritto di aver ottenuto i tabulati delle telefonate di Paulson grazie al Freedom of information act, la legge che impone la pubblicità di documenti in precedenza secretati. Ma nulla si sa del contenuto delle telefonate. L’unica certezza è che il segretario al Tesoro si era impegnato, nel codice etico che i ministri e i funzionari di nomina governativa sono tenuti a sottoscrivere, a non avere rapporti con la sua ex azienda. Infatti, quando è stato invitato a una riunione con la Fed per discutere della solidità di alcune banche, tra cui Lehman, ha dovuto richiedere una deroga al codice che gli è stata accordata anche una seconda volta, proprio in occasione della regia del salvataggio di A.I.G. . Ma le deroghe non comprendevano le telefonate a Lloyd Blankfein.
La vicenda è solo agli inizi, ma è improbabile che si trasformi in un vero scandalo. C’è chi dice che Goldman è troppo potente, che se ha avuto un momento di debolezza lo scorso anno, ora è di nuovo quella di un tempo, risorsa dei governi di mezzo mondo (la lista di suoi dirigenti diventati ministri o premier è lunga). In primavera si era addirittura scoperto che un membro del consiglio direttivo della Fed di New York, la più potente delle banche regionali che compongono il Federal Reserve System, continuava a sedere anche nel consiglio di Goldman mentre attuava le misure straordinarie a sostegno di Wall Street. E non è successo quasi nulla.

Paulson ormai è fuori dalla politica, sta scontando il periodo di decantazione fisiologico per tutti gli uomini di governo che aspettano di tornare nel settore privato. Ma la denuncia del New York Times è un segnale dei tempi, arrivata proprio quando la disoccupazione americana smette di crescere: il momento dell’emergenza è passato, ora si torna alla normalità e chi si è preso troppe libertà nel nome dell’eccezionalità della situazione adesso deve risponderne.

11/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento