Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Il governo di Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi ama ricordare un aneddoto del giorno della nomina alla Banca d’Italia: dopo la comunicazione si incammina da piazza Venezia a Roma verso via del Corso. I cronisti pensano che stia andando a rendere omaggio a Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli. E invece lui, con un colpo di scena perfettamente calcolato, li spiazza, girando in una strada laterale. Doveva ringraziare padre Rozzi, il gesuita che è stato il suo maestro al liceo Massimo e guida dopo un grave lutto familiare, non certo la politica che, per un accidente storico, lo aveva promosso alla poltrona tecnica più importante del Paese.

RISIKO. Quasi quattro anni dopo il rapporto con la politica resta lo stesso, un coinvolgimento diretto e allo stesso tempo distaccato, nonostante tutti lo vedano sempre in procinto di smettere i panni del tecnico per quelli del politico (lo stesso succedeva, ciclicamente, anche al suo predecessore Antonio Fazio).
Mario Draghi oggi è al centro di un risiko di nomine, o almeno di speculazioni, che potrebbe portarlo alla guida di un governo tecnico o alla testa della Banca centrale europea. Molto dipende da come verranno riempite le altre caselle: il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aspira alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei  ministri economici dell’area euro, Massimo D’Alema sogna la poltrona di ministro degli Esteri europeo dell’Unione post- trattato di Lisbona, a catena – se Draghi andasse alla Bce – bisognerebbe trovare un altro governatore della Banca d’Italia, e potrebbe essere Lorenzo Bini Smaghi, che ora sta proprio nel consiglio della Bce, e  che avrebbe il placet di Tremonti.
Oltre alle nomine, nelle ultime settimane le tensioni con il ministro Tremonti (frequenti in questa legislatura) sono state originate, nell’ordine, da: gli applausi al discorso di Draghi al meeting di Rimini di Cl, merito anche del nuovo stile comunicativo con discorsi scritti interrotti da interventi a braccio; la richiesta di Draghi di alzare l’età pensionabile e le risposte del governo (“la riforma è già stata fatta”); le critiche della Banca d’Italia allo scudo fiscale con replica del ministro; la creazione della Banca del Mezzogiorno voluta da Tremonti che aggira il potere autorizzativo della Banca d’Italia sulla creazione di nuove istituzioni creditizie. Con un paio di mesi di anticipo, a luglio, il servizio studi della Banca d’Italia aveva pubblicato un working paper dal titolo “Quali politiche per il Sud? Il ruolo delle politiche nazionali e regionali nell’ultimo decennio” che si può leggere come  una bocciatura preventiva dei nuovi piani regionali vagheggiati dal governo Berlusconi di cui la Banca del Mezzogiorno è il cardine.

IL POTERE. Proprio dal servizio studi bisogna partire per capire il potere presente di Draghi che serve a mettere le basi di quello futuro, a palazzo Chigi o all’Eurotower di Francoforte, dove ha sede la Bce. Draghi ha riorganizzato il pensatoio della Banca d’Italia in quattro sezioni, statistica, economia reale, finanza pubblica, economia monetaria. A capo c’è sempre Salvatore Rossi che, però, dai tempi di Antonio Fazio, è salito di grado e ora è direttore centrale per la ricerca economica. La tempistica dei quaderni di ricerca della Banca d’Italia è stata negli ultimi due anni troppo precisa per essere casuale, basti ricordare quest’estate lo studio sui divari di reddito e prezzi tra Nord e Sud Italia che ha chiuso il dibattito sulle gabbie salariali volute dalla Lega, rafforzando quel ruolo di via Nazionale che alcuni osservatori definiscono di “Cassazione dell’Economia”. I maliziosi dicono che ormai il servizio studi è la clava che Draghi cala sul dibattito politico per conquistarne l’egemonia. Chi conosce personalmente il governatore, invece, lascia intuire un’altra interpretazione. Franco Bruni, economista della Bocconi tra i più autorevoli, negli anni Settanta studiava al MIT di Boston insieme a Draghi e Mario Baldassarri (ora con il Pdl) alla scuola del premio Nobel Franco Modigliani: “Erano i primi tempi in cui si usava l’econometria, passavamo le nottate con i computer a schede a far girare modelli, ma riuscivamo a non perdere il contatto con la realtà, anche italiana, grazie a Modigliani che discuteva con noi i suoi editoriali per il ‘Corriere della Sera’. Dovevamo anche aiutare Bob Solow e Paul Samuelson, due futuri Nobel, a preparare i loro appunti per le audizioni al Congresso”. A tutti e tre i giovani dottorandi resta l’imprinting: la ricerca, anche al più teorica, deve essere declinata in qualcosa di utile, cioè suggerimenti di politica economica. All’epoca Baldassarri era il più portato per gli aspetti concreti, l’unico a sapere a quanto ammontasse il Pil dell’Italia. Draghi era a metà tra la fascinazione per la teoria e la propensione a diventare un uomo del fare.

Dopo gli anni da direttore generale del Tesoro, in cui ha maturato grande esperienza per gli equilibri di potere romani e si è procurato anche parecchi nemici, Draghi sembra ver trovato ora l’equilibrio che più si addice alle sue inclinazioni caratteriali. Alla Banca d’Italia ha formato il suo ‘governo’, cioè il direttorio che è l’organo di comando di via Nazionale. Ignazio Visco, economista di fama internazionale, rappresenta l’anima più accademica, il teorico del gruppo. Annamaria Tarantola è stata promossa da Draghi, prima donna nel direttorio, dalla vigilanza dove è ricordata come uno dei cani da guardia più feroci dell’operato delle banche italiane. Giovanni Carosio, già numero due del comitato di Basilea che ha fissato negli scorsi anni le regole di patrimonializzazione delle banche (ora contestate da più parti) ha avuto da poco una chiamata “ad personam” di rilievo: guida il Comitato europeo per la supervisione bancaria, il Cebs, che sta costruendo la nuova vigilanza bancaria europea cui spetta il compito di riempire  le falle evidenziate dalla crisi. Chi ha gestito il delicato equilibrio tra funzioni nazionali e internazionali di via Nazionale è Fabrizio Saccomanni, il sessantasettene direttore generale della Banca d’Italia che due giorni fa – in una delle sue rare prese di posizione pubbliche – ha analizzato lo scudo fiscale davanti alle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato: lo scudo – ha detto – può avere effetti positivi sulla ripresa se i capitali degli evasori rimpatriati vengono investiti nelle imprese, ma potrebbe anche incentivare l’evasione futura. Immediata replica di Tremonti che ha detto “provvedimenti come questo ci sono in tutti i Paesi”.

Il compito più difficile di Saccomanni è stato in questi mesi conciliare le due cariche del governatore, evitando l’impressione che ne trascurasse una: oltre a essere alla testa della Banca d’Italia, Draghi presiede il Financial Stability Forum che dopo il G20 di Londra dello scorso aprile è diventato Financial Stability Board, promosso a principale foro di dialogo economico dove si discute del futuro dell’architettura finanziaria mondiale. Ne fanno parte banchieri centrali, capi di Stato e di governo e ministri dell’Economia (o loro rappresentanti) e i vertici delle principali istituzioni internazionali finanziarie. Sono i “topi a guardia del formaggio”, come li ha definiti una volta Tremonti con una delle sue battute più pungenti, sostenendo che la soluzione alla crisi non poteva arrivare da chi aveva applicato fino a ieri le regole alla base del tracollo.

LE REGOLE. Dai working group del Financial Stability Forum sono arrivate le proposte sui limiti alle retribuzioni dei manager, sui nuovi criteri di capitalizzazione e sulla disciplina da applicare agli strumenti finanziari derivati. L’ascesa del FSB è stata parallela alla progressiva prevalenza del G20 sul G8, sintomo dell’impossibilità di gestire la nuova governance globale della finanza senza il coinvolgimento dei Paesi emergenti. Il successo – anche di immagine – della presidenza Draghi del FSB lo rende un candidato più credibile del suo rivale Axel Weber, governatore della Bundesbank, per la poltrona della Bce. Draghi è sempre a tutti i summit che contano, dal G20 al G8, dai vertici europei di politica economica alle riunioni dei banchieri centrali come Jackson Hole, in Wyoming. Saccomanni, che è stato al Fondo monetario internazionale e responsabile dei rapporti con l’estero della Banca d’Italia, lo supporta sulla scena internazionale e si assicura che il governatore sia sempre informato e adeguatamente attivo nelle faccende italiane. Draghi, nella sua doppia veste, può  tradurre in suggerimenti di politica economica le suggestioni teoriche che gli derivano dai simposi internazionali e, viceversa, sviluppare considerazioni derivanti dalla pratica quotidiana in principi generali che devono ispirare la ristrutturazione della finanza globale. “Nei prossimi anni la guida del Financial Stability Board potrebbe essere per Draghi un compito più affascinante rispetto alla Bce, soprattutto quando sarà completato il riassetto del Fondo moentario internazionale e delle altre istituzioni”, dice il professor Bruni. Anche sulla scena internazionale Tremonti ha cercato il confronto con Draghi, promuovendo il suo global legal standard, la carta dei principi per una nuova finanza che, almeno negli ultimi vertici internazionali, non è riuscita a conquistare la testa dell’agenda.

LE PROSSIME TAPPE. Draghi, quindi, potrebbe anche decidere di restare alla Banca d’Italia e alla guida del FSB, se sarà riconfermato nel 2012, quando scade il suo mandato (non più a vita dopo l’esperienza di Antonio Fazio). “In fondo – spiega un esperto conoscitore di via Nazionale – i casi di governatori che hanno lasciato la poltrona più alta per prendere la guida del governo sono pochissimi: Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, ma quelli erano tempi di vera emergenza, Luigi Einaudi, che diventò vicepresidente del Consiglio prima di andare al Quirinale, e Lambeto Dini, che però era direttore genrale. Gli altri passaggi dall’istituzione alla politica sono stati più graduali”. Qualunque cosa decida di fare Draghi, però, nel suo presente continua la dialettica con il ministro Tremonti: prossimo match alla giornata del risparmio, il 29 ottobre, quando entrambi parleranno delle condizioni della finanza italiana.

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19/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Giulio e gli economisti

Questo è il mio editoriale apparso ieri sul Riformista

Il Divino Otelma

Il Divino Otelma

 

Sedici economisti hanno risposto ieri alle accuse di Giulio Tremonti che dal Meeting di Cl aveva attaccato l’intera categoria, tacciando i suoi esponenti di essere dei maghi più che degli scienziati (l’autorevole Divino Otelma condivide l’accusa).Una lettera aperta pubblicata da Corriere e Repubblica che arriva dopo un anno di frecciate, di inviti al silenzio. All’intervento di Tremonti era seguito il silenzio. Nel day after il Riformista aveva cercato di intervistare alcuni dei più influenti economisti italiani che, però, non se la sono sentita di entrare in polemica con il ministro. Adesso si sono mossi collettivamente, in modo da avere una maggiore massa d’urto, professori e tecnici con diverse specializzazioni e sensibilità, dai bocconiani Marco Onado, Franco Bruni e Francesco Giavazzi a Luigi Guiso e Lucrezia Reichlin. L’unione fa la forza ma offre un assist a Tremonti, perché lo aiuta a legittimare la sua abitudine a trattare gli economisti come una categoria monolitica, tutta incapace di prevedere la crisi (non è vero) e di suggerirne vie d’uscita (neanche questo è vero). Visto che il ministro ha ingaggiato una dialettica culturale con gli economisti, non si vede perché questi non possano rispondergli da pari, affrontandolo sullo stesso terreno intellettuale in singolar tenzone. Tanto più che molti dei firmatari, da Giavazzi a Boeri a Onado, sono prestigiosi editorialisti dei grandi giornali e hanno quindi l’occasione e il seguito necessari a incidere nel dibattito pubblico. Lo hanno fatto in passato, ma da qualche tempo si limitano a incassare e in questi giorni hanno scritto d’altro. La dinamica che si sta delineando, economisti versus Tremonti (tributarista illustre ma che non ha studiato economia bensì diritto) ha diversi effetti collaterali sulla qualità del confronto delle idee. Il primo è che molte cariche pubbliche di grande rilievo sono ricoperte da economisti. Dal governatore di Bankitalia Mario Draghi a Gianpaolo Galli, direttore generale di Confindustria, a Lorenzo Bini Smaghi, membro del board della Banca centrale europea. Polarizzare il confronto significa che ogni parola di questi economisti verrà analizzata e interpretata come un fendente verso Tremonti o a sua difesa (dimentica forse il ministro che autorevoli economisti lo hanno sempre sostenuto o almeno trattato con riguardo, come Alberto Quadrio Curzio e Marco Fortis?) invece che come un normale contributo al dibattito.C’è poi un altro aspetto da considerare. La soluzione della crisi è affidata tanto agli economisti quanto ai politici di professione. Entrambi possono sbagliare e hanno sbagliato: come ha spiegato Bruni nel suo ultimo libro, molti economisti avevano contezza della bolla immobiliare americana e molti altri degli squilibri macroeconomici e monetari. Ma pochi hanno capito la relazione tra i due problemi che hanno generato la crisi attuale. Anche i politici, però, sbagliano: nel Dpef triennale firmato da Tremonti l’11 giugno 2008, si prevedeva per quest’anno una crescita del Pil dell’1,5%. E su quelle basi è stata impostata la politica del Governo. Invece il Pil calerà di oltre il 5% (come ha riconosciuto il Governo nel Dpef 2010-2014 dopo mesi di polemiche). L’intuizione tremontiana che qualcosa di terribile stava per succedere – accusano i sedici economisti nella lettera – non sembra aver inciso sulla capacità programmatica del Governo. Un dibattito con toni più pacati tra politica e accademia potrebbe beneficiare entrambi, evitando di perdere tempo prezioso nel rinfacciarsi reciproche mancanze. Favorendo l’evoluzione teorica che è già cominciata nell’università – per metabolizzare la crisi – e costringendo chi è al governo a discutere delle proprie decisioni operative e delle loro conseguenze.

05/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Appunti dal G8/10: Un bilancio a freddo

 L’Aquila. Ora che Barack Obama è in Ghana, Carla Bruni non è più tra le macerie dell’Aquila e il summit si è chiuso senza la pubblicazione delle foto di Silvio Berlusconi, è tempo di bilanci per questo G8 2009, che secondo il presidente del Consiglio è stato «perfetto». Vediamo punto per punto.

 ASPETTATIVE. Si parlava di inutilità del summit prima ancora che cominciasse. Tutti gli osservatori vedevano nel vertice abruzzese le premesse per un disastro logistico, un’infinita serie di occasioni per gaffe tipo “Mister Obamaaa” e il rischio di un fallimento politico. Non è andata così. E se il summit è stato considerato da tutti un sostanziale successo è senza dubbio anche perché le aspettative della vigilia erano così basse.

  BERTOLASO. La Protezione civile era attesa alla prova della gestione contemporanea della città terremotata e della logistica del vertice. A parte qualche rigidità nelle comunicazioni con i giornalisti, il personale di Guido Bertolaso vanta un bilancio positivo. Nonostante lo sciame sismico e le strutture di Coppito riadattate in poche settimane, la Protezione civile è riuscita a far funzionare tutto. Il riconoscimento ufficiale di Berlusconi è arrivato più volte, fino alla promessa di prendere casa a L’Aquila, questa estate.

CINA. Le rivolte degli Uiguri nella regione dello Xinjiang hanno impedito al presidente cinese Hu Jintato di partecipare alle sessioni di lavoro del summit. Questo ha avuto due conseguenze: il mancato accordo sul clima (che probabilmente non ci sarebbe stato neppure con Hu presente) e, soprattutto, la scomparsa dall’agenda del vertice della questione monetaria. La Cina ormai ha deciso di reagire alle pressioni per la rivalutazione dello Yuan andando all’attacco: in cambio chiede che si trovi un’alternativa al dollaro come valuta di riserva. Un modo per dire che vorrebbe convertire i propri enormi crediti in moneta americana in qualcos’altro prima che perdano di valore per l’inflazione probabile dopo la crisi o a causa di una persistente svalutazione del dollaro. È un tema di cui molti, a partire dagli europei, sono disposti a discutere, ma serve l’impulso dei cinesi, gli unici con il potere contrattuale sufficiente.

IRAN. L’agenda del summit era soprattutto economica. Ma le elezioni iraniane e la proliferazione nucleare si sono imposti come uno degli argomenti principali. Berlusconi ha tenuto posizioni oscillanti tra la linea dura e «la mano tesa», come ha detto anche il ministro degli Esteri Franco Frattini riferendosi alla dichiarazione finale che parla di preoccupazione ma non accenna a misure punitive. Nella conferenza stampa conclusiva Berlusconi ha ribadito con una forza maggiore rispetto ai giorni precedenti che si è esclusa l’ipotesi delle sanzioni, lasciando intendere che nella gamma delle posizioni presenti nelle discussioni a porte chiuse, l’Italia stava su quelle più dialoganti.

MURDOCH. C’erano due vere incognite in questo G8: le foto di Antonello Zappadu – che non sono uscite – e le domande dei giornalisti stranieri, che non sono arrivate. Berlusconi ha tenuto tre conferenze stampa, due con possibilità di intervenire. La stampa italiana è stata innocua con punte di piaggeria. Le conferenze stampa di Berlusconi si sono sempre chiuse con un applauso. Nessuno dei corrispondenti stranieri più agguerriti nell’ultimo periodo, come Richard Owen del Times di Rupert Murdoch o Miguel Mora del Paìs, ha mai provato ad avvicinarsi al microfono per fare domande. Non è detto che ci sarebbero riusciti – la conferenza stampa finale è stata chiusa appena prima che toccasse a Claudio Tito di Repubblica – ma neppure ci hanno provato. Murdoch, principale indiziato del complotto internazionale antiberlusconiano, ha poi avuto la cortesia di scegliere proprio i giorni del G8 per pagare un milione di sterline per chiudere cause legali dovute a intercettazioni illegali fatte da investigatori privati su richiesta del suo gruppo editoriale News Corp.

OBAMA. Berlusconi ha gestito la presenza di Barack Obama in quello che forse era l’unico modo possibile: lasciandogli la scena. Obama in camicia tra le macerie, Obama che arriva con 3,5 miliardi per l’Africa già pronti mentre Berlusconi deve giustificarsi per i ritardi negli aiuti promessi, Obama che – pur limitandosi alla normale cortesia diplomatica – detta i titoli dei giornali italiani parlando di «eccezionale ospitalità». Berlusconi aveva una sfida davanti: stabilire un rapporto proficuo con il presidente americano dopo otto anni passati a presentarsi come il partner (e l’amico) più affidabile di George Bush. C’è riuscito, anche se il prezzo da pagare è stato ammettere i limiti dell’amministrazione Bush, come quando ha riconosciuto che l’America era cambiata riguardo al clima. Il presidente del Consiglio ha ceduto a Obama la presidenza del Major Economic Forum, uno dei sottovertici più rilevanti, e si è presentato accanto a lui con il podio senza rialzi, accettando il divario fisico e scenografico (quando parlava da presidente del G8, invece, aveva quello con il gradino).
 

RISULTATI. Gli otto sono stati molto abili a presentare come obiettivi raggiunti anche quelli dove è stata fatta solo un’operazione di immagine. I risultati concreti sono stati solo tre: impegno alla chiusura politica dei negoziati sul commercio entro il 2009, innalzamento dai 15 miliardi previsti ai 20 promessi degli aiuti per la sicurezza alimentare e la creazione di un istituto in Australia che coordinerà gli sforzi per la riduzione dell’anidride carbonica. Il foro del G14 sarà sempre affiancato al G8 fino a sostituirlo, probabilmente, in breve tempo. Su tutto il resto niente è stato raggiunto: di crisi si è parlato, ma trascurando i due argomenti più delicati. Cioè la disoccupazione che continuerà a crescere per diversi mesi e la questione monetaria, con la Cina che continua a chiedere lo studio di alternative al dollaro come moneta di riserva mondiale. Sul clima si è assistito a un fallimento quasi completo: a dicembre ci sarà la conferenza internazionale di Copenhagen e le grandi potenze e gli emergenti come Cina e India ancora non hanno concordato quali obiettivi darsi.L’accordo sul limite massimo dei due gradi di aumento della temperatura, pur se privo di ricadute operative, ha permesso di non rivendicare un successo, anche se minimo.

SARKOZY. La scelta di Carla Bruni di visitare L’Aquila da sola e non con le altre first lady le ha attirato le critiche, ormai abituali, di eccesso di protagonismo. Bisogna però capire il contesto: suo marito Nicolas Sarkozy, presidente della Francia, è stato completamente oscurato da Obama e perfino da Berlusconi e Gordon Brown (la cui moglie teneva un blog per il Guardian nei giorni aquilani). Le apparizioni pubbliche di Carla Bruni sono servite – sia a livello internazionale che soprattutto in Francia – a marcare la differenza francese, a riaffermare una primazia di forma se non di sostanza che sul piano politico Parigi non può più rivendicare in questo genere di vertici.

 STAFF. La squadra di Berlusconi si è molto spesa questa settimana per preparare il giusto clima ed essere pronto nel caso – non improbabile – di qualche gaffe diplomatica. Anche personaggi di solito abituati a stare lontani dal proscenio sono stati visibili e attivi, come Valentino Valentini. I momenti di tensione maggiore erano le conferenze stampa, Paolo Bonaiuti scrutava la platea temendo i giornalisti stranieri. Ma le domande che avrebbero creato problemi non sono arrivate.

13/07/2009 Posted by | Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il nuovo libro di Franco Bruni: l’acqua e la spugna

Questa è la mia minirecensione di un libro, “L’acqua e la spugna”, che ne avrebbe meritata una più lunga, l’ultimo di Franco Bruni. Che non è solo il professore che mi ha proclamato dottore, ma uno dei saggisti più brillanti che ho letto di recente. Un libro che per la politica monetaria è quello che “Mondo privato e altre storie” di Marta Dassù è per le relazioni internazionali. Due libri agili, scritti benissimo e illuminanti che consiglio.

 

Ieri la Federal Reserve ha confermato la politica del tasso zero e la Banca centrale europea ha annunciato un prestito da record alle banche (442 miliardi di euro per 12 mesi). Franco Bruni – che ieri con Lorenzo Bini Smaghi, Fabrizio Saccomanni, Dario Di Vico, Giuliano Amato e Giampaolo Galli – ha presentato a Roma il libro “L’acqua e la spugna”(Egea, 192 pp., 15 euro), mette in guardia, come dice il sottotiolo, da “I guasti della troppa moneta”. Bruni è un monetarista della Bocconi, ha studiato con Franco Modigliani e oggi si occupa soprattutto di vigilanza. Spiega: «La politica monetaria stava uscendo dal dibattito sulla crisi. Si parlava di tassi di interesse, certo, di responsabilità dei banchieri centrali (soprattutto Alan Greenspan) e di riforme della regolazione. Ma poco delle regole, del modo di fare politica monetaria, di come agire. E soprattutto si parlava poco di moneta».

Nel libro Bruni sceglie un approccio non dogmatico, ma vicino a quello dei monetaristi classici, come Milton Friedman: la moneta è un bene che ha un prezzo (il tasso di interesse). Quindi è giusto trattarla come tale. Si può aumentare l’offerta, facendone scendere il prezzo, o cercare di renderla più costosa – aumentando i tassi – nella speranza che ne diminuisca la domanda. Il successo di Paul Volker, il governatore della Fed che negli anni Ottanta ha sconfitto l’inflazione americana, dimostra che intervenire sulla quantità può essere molto efficace. Il problema è che l’innovazione finanziaria ha creato un sistema di produzione di moneta parallelo, «un’umiliazione per i banchieri centrali», secondo Mario Draghi. Denaro creato cartolarizzando mutui e poi impacchettando le cartolarizzazioni in altri titoli che possono essere usati come garanzia per ottenere altro denaro o semplicemente venduti. Controllare la quantità di moneta è quindi diventato più difficile e le banche centrali, che si sono emancipate dalla politica, «forse sono cadute nelle braccia dei mercati», suggerisce Bruni. Sono state un po’ complici della crisi, quindi, anche perché non avevano – finora – poteri di vigilanza per intervenire su banche e istituzioni finanziarie (le riforme americane ed europee in discussione dovrebbero attribuire nuovi poteri a Fed e Bce). Quindi due cambiamenti sono necessari, secondo Bruni: considerare i rischi sistemici nella politica monetaria e sviluppare un coordinamento, almeno tra Europa e America, che eviti le tensioni nel mercato dei cambi che hanno contribuito a generare la crisi.

25/06/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento