Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Più Pil per tutti!

dal Fatto Quotidiano del 19 gennaio

di Carlo Stagnaro

direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni

A Giulio Tremonti il Pil non piace. “Ho l’impressione che la realtà non sia completamente catturata dalle statistiche sul Prodotto interno lordo”, ha detto a un convegno dell’Aspen Institute sul tema. “Se fossero calcolate e acquisite come rilevanti – ha aggiunto – cose come la bellezza, l’ambiente, la storia, il clima, l’Italia avrebbe una imbarazzante prima posizione, seguita a molte distanze da altre lande”. Tremonti non è originale.

L’inadeguatezza del Pil è al centro di un’ampia riflessione tra gli economisti, e ha avuto importanti ricadute politiche: la più significativa è il rapporto elaborato dalla “commissione Stiglitz” per conto del presidente francese, Nicolas Sarkozy, allo scopo di costruire una sorta di “Pil della felicità”. Una volta calcolato per tutti i paesi, il risultato – non sorprendentemente – è che Parigi guadagna posizioni accorciando, in particolare, il gap rispetto agli odiati yankee. Non è un caso, probabilmente, che molti nemici del Pil abbiano in mente indicatori che favoriscono i rispettivi paesi, e sminuiscono i primati altrui. La questione, però, non è se il Pil sia imperfetto o rozzo. Lo è, naturalmente. I suoi limiti sono molti e sono noti: per esempio, non include le attività non monetarie, che pure generano valore. Così, se una donna delle pulizie percepisce un reddito e dunque contribuisce al Pil, una casalinga – pur svolgendo le stesse mansioni – non ne viene fotografata. Oppure, il Pil considera tutte le attività pubbliche: quando, però, un ente o una società pubblica frena la concorrenza, o quando la burocrazia rende difficoltosa la vita delle imprese, sarebbe ragionevole attribuire un segno negativo, anziché positivo, al suo ruolo nell’economia. Infine, il ministro dell’Economia ha ragione: tante cose – la storia, l’ambiente, il clima, la bellezza, e altro ancora – non entrano nel Pil. Tuttavia, la correttezza delle critiche non cancella una verità difficile da contrastare: il Pil è il peggiore degli indicatori, tranne tutti gli altri. Alcuni di essi presentano un grado ancora maggiore di arbitrarietà. Il clima, per esempio, come può essere considerato? E come è possibile esprimere una valutazione unica a livello nazionale? Il clima delle Alpi è molto diverso da quello della Sicilia: qual è migliore? In altri casi, anche prendendo per buone le misure, è discutibile l’interpretazione. Le diseguaglianze sociali sono generalmente considerate come un esempio del fallimento del Pil: eppure, qualcuno potrebbe preferire un paese meno eguale, ma con un ascensore sociale più dinamico, a uno più statico e meno diversificato. Non è una provocazione: gli italiani migrano negli Stati Uniti, raramente avviene il contrario. Gli economisti si sono sforzati di valutare la felicità – generalmente attraverso la somministrazione di questionari – ma, alla fine, i risultati hanno comunque un ampio margine di ambiguità: in fondo, se per esempio un individuo decide di sacrificare un’unità di felicità in cambio di un reddito più alto, lo fa – evidentemente – perché trova più soddisfacente quel tipo di vita. Cioè, paradossalmente, è più felice così. In ogni caso, non dovrebbe stupire il fatto che la maggior parte degli indicatori teoricamente anti-Pil (felicità, benessere, qualità della vita, eccetera) sono generalmente fortemente correlati… al Pil. Questo suggerisce che, tendenzialmente, anche se non necessariamente, le società più ricche sono anche più felici. Come si dice a Genova, se i soldi non danno la felicità, figuriamoci la miseria. Cosa c’è, allora, dietro la voglia di scalzare il Pil?

Sul piano ideologico, c’è un profondo scetticismo verso la capacità dei mercati di creare e allocare ricchezza con efficienza ed equità: quindi, abolire il Pil serve a dar campo libero alle politiche pubbliche.

Da tempo Tremonti interpreta una posizione interventista, protezionista e corporativa, coerente con tale obiettivo. Su un terreno più concreto, il ministro potrebbe essere infastidito, più che dal Pil, dalle sue conseguenze, che spera di rendere meno percepibili attraverso la sua rivisitazione: forse il Pil della felicità, a differenza di quello consueto, nel 2009 non ha perso cinque punti percentuali, e in rapporto a esso il debito pubblico non si avvicina al 120 per cento né il deficit al 5,3 per cento. Se il Pil della felicità serve a nascondere informazioni, anziché fornirne di nuove, contro le perplessità di Tremonti non si può che berlusconianamente esclamare: più Pil per tutti!

19/01/2010 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO | , , , , , , , , , , , | 1 commento

Bamboccioni di una volta

dal Fatto Quotidiano del 19 gennaio

di Stefano Feltri

Tommaso Padoa Schioppa

Il primo gruppo che compare su Facebook cercando la parola “bamboccioni” ha 64 iscritti e una dichiarazione d’intenti: “Per chi ha dai 28 ai 38 anni e vive ancora a casa con i suo, perchè non c’è lavoro, gli affitti sono cari ma soprattutto xchè a casa hai sky e chi cucina per te”. Non ci sono proteste contro Renato Brunetta, il ministro della Funzione Pubblica, che dopo aver combattuto i fannulloni sogna una legge “anti bamboccioni” per costringere “i figli a uscire di casa a 18 anni. Sono le vittime di un sistema e di un’organizzazione sociale in cui sono i genitori a dover fare mea culpa”.

ASSALTO A TPS. Oggi gli altri ministri del governo commentano con memorie personali (Ignazio La Russa, per esempio, confessa di essere rimasto a casa fino al matrimonio, a 27 anni). Un po’ critici solo i leghisti. Umberto Bossi: “Quella di Brunetta è una battuta”. Il commento più duro viene dall’opposizione, con l’Italia dei Valori che accusa il ministro della Funzione pubblica “di vivere nel mondo dei puffi”. Eppure sono passati soltanto poco più di due anni da quando il ministro della gioventù Giorgia Meloni guidava per le strade di Roma il corteo di Azione Giovani contro il governo Prodi con lo slogan “Bamboccioni ce sarete” (tradotto: “Bamboccioni sarete voi”). Oggi la Meloni dice: “Stimo Brunetta, la sua è una provocazione, i bamboccioni, quelli che non se ne vanno dalla casa dei genitori perché stanno troppo comodi, sono al massimo il dieci per cento. Gli altri semplicemente perché non possono”. Eppure il termine è lo stesso che fece precipitare la popolarità del ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa (insieme alla dichiarazione che “le tasse sono bellissime”). C’è ameno una differenza di sostanza, però: oggi Brunetta vuole costringere i diciottenni a lasciare i genitori per legge. Nell’ottobre 2007 Padoa Schioppa stava scrivendo una legge Finanziaria per il 2008 in cui stanziava incentivi per favorire i ragazzi che volevano provare a farcela da soli. Queste le parole che, all’epoca, scatenarono la polemica: “Queste misure serviranno anche a mandare i bamboccioni fuori di casa, cioè a incentivare l’uscita di casa dei giovani che restano fino a età inverosimili con i genitori. Non crescono mai, non si sposano, non si rendono autonomi”. Il ministro si riferiva a detrazioni fiscali per i ragazzi tra i 20 e i 30 anni che prendevano una casa in affitto (fino a 1000 euro, a seconda del reddito famigliare”. Con qualche rara eccezione – come Umberto Eco – anche da sinistra parte l’attacco a TPS: per i comunisti italiani si tratta di un “epiteto infelice”, l’allora ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni lo contraddice, “i nostri giovani non sono bamboccioni”, mentre dentro il governo c’è quasi soltanto Fabio Mussi, ministro dell’Università e della ricerca, che si spende pubblicamente a favore di TPS. Padoa Schioppa, che terminata l’esperienza di governo ha ricominciato a occuparsi di finanza internazionale e regole globali (prima di fare il ministro stava alla Banca centrale europea), non vuole commentare le parole di Brunetta o rievocare i giorni difficili dei “bamboccioni”.

BAMBOCCIONI A CHI? L’ex-ministro si perde così l’occasione per sottolineare le differenza tra quello che il centrodestra diceva allora e quello che dice (o non dice) in risposta a Brunetta. Su Libero, per esempio, il deputato del Pdl Renato Farina che all’epoca era soltanto un giornalista, diceva: “Pirlacchione sarà allora il ministro e tutti i suoi colleghi. O se vi piace di più va bene ciulanda”.Per Giulio Tremonti, successore di Padoa Schioppa alla guida del Tesoro, “quel linguaggio dimostra quanto distante sia la sinista dalla realtà” e ancora “i bamboccioni non stanno a casa, ma stanno al governo”. Chi usa parole come “bamboccioni” ha una “visione penitenziale e punitiva della vita che si combina con il paternalismo altezzoso”. Lo diceva Fabrizio Cicchitto, oggi capogruppo del Popolo della libertà alla Camera.

19/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

L’illusionismo dell’inflazione

dal Fatto Quotidiano del 16 gennaio

di Ugo Arrigo

professore di Scienza delle finanze all’Università Bicocca

E’ vero che nel 2009 la recessione economica, grazie alla bassa inflazione, non ha penalizzato il potere d’acquisto degli italiani? In occasione della pubblicazione dei dati provvisori Istat sull’inflazione di dicembre i media hanno riportato con risalto, in almeno tre versioni, una dichiarazione in tal senso del ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola: nella prima la bassa inflazione dimostrerebbe come la crisi non abbia penalizzato più di tanto il potere d’acquisto dei cittadini; nella seconda cade il “più di tanto” e quindi il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato proprio penalizzato dalla crisi; nella terza non solo il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato penalizzato dalla crisi ma in molti casi si sarebbe accresciuto. Quale di queste versioni è dimostrabile? La bassa dinamica dei prezzi è un dato di fatto: con solo un +0,8 per cento nel 2009 l’inflazione è ai minimi storici dell’ultimo cinquantennio. Un secondo dato di fatto è la crescita più robusta delle retribuzioni nel medesimo periodo.

Poiché molti contratti di lavoro sono stati chiusi nella prima parte del 2008, prima del manifestarsi della recessione, nell’anno appena trascorso le retribuzioni hanno risentito positivamente di quegli accordi e hanno registrato una dinamica sensibilmente più elevata rispetto ai prezzi. Le retribuzioni contrattuali dovrebbero infatti chiudere il 2009 con un incremento del 3,1 per cento rispetto al 2008, oltre due punti percentuali in più dell’inflazione. Vanno meglio i lavoratori dell’industria (+3,6 per cento) rispetto a quelli dell’agricoltura (+3,1) e dei servizi (+2,8 per cento) mentre nel settore pubblico l’incremento è interamente imputabile ai comparti a contrattazione collettiva, con i dipendenti dei ministeri al +3,8 per cento e quelli delle autonomie territoriali, della sanità e della scuola al 3,6-3,5 per cento. I dati precedenti, tutti più elevati rispetto alla dinamica dei prezzi, danno apparentemente ragione all’affermazione del ministro Scajola nella sua versione più impegnativa.

Vi sono tuttavia alcuni fattori che ne limitano la portata relativamente ottimistica. In primo luogo l’incremento di potere d’acquisto è solo un effetto di breve periodo, destinato presto a rovesciarsi. La recessione ha infatti moderato i prezzi più rapidamente dei salari ma nel tempo è probabile che moderi i salari molto più a lungo dei prezzi. Quasi metà dei contratti collettivi in vigore è in scadenza in questi mesi ed è certo che non potrà essere rinnovata rapidamente e a condizioni comparabili a quelle della precedente tornata.

La recessione, dopo aver interessato i prezzi, inizierà pertanto a farsi sentire anche sulle retribuzioni mentre l’inflazione non potrà che risalire dai bassi valori correnti. A spingerla non è solo l’uscita dalla crisi, che non sappiamo esattamente quando si verificherà, ma le tensioni già esistenti sui prezzi delle materie prime e l’inspiegabile crescita dei prezzi nominalmente “controllati” dai poteri pubblici: a fronte di prezzi dei beni fermi o in discesa, il tasso di crescita tendenziale delle tariffe dei servizi regolati è passato dall’1 per cento del dicembre 2008 a oltre il 3 per cento degli ultimi mesi.

Il secondo fattore in grado di moderare l’ottimismo è il fatto che, utilizzando le statistiche disponibili, abbiamo sinora confrontato la dinamica dei prezzi con quella delle retribuzioni lorde e non dei redditi effettivamente disponibili. In passato i secondi sono cresciuti meno delle prime a causa di un crescente prelievo fiscale, soprattutto su base locale. I dati sui redditi disponibili delle famiglie, riferiti quindi a tutti i redditi e a tutte le famiglie, non solo a quelle che percepiscono redditi da lavori dipendente, smentiscono che la crisi abbia migliorato il potere d’acquisto: come riportato dall’ultimo bollettino statistico della Banca d’Italia, il reddito disponibile reale delle famiglie consumatrici si è ridotto di mezzo punto percentuale nel 2008 rispetto al 2007 e di oltre un punto percentuale nel primo semestre 2009 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

E’ davvero improbabile che questa dinamica si sia rovesciata nell’ultimo. Possiamo a questo punto provare un riepilogo: la crisi ha colpito molto alcuni (chi è passato dall’occupazione alla disoccupazione o alla cassa integrazione) e in media ha colpito tutti, dato che il reddito reale disponibile delle famiglie è sceso. Non ha ancora colpito e forse ha un po’ aiutato, ma solo transitoriamente, chi ha conservato il posto di lavoro e aveva visto rinnovato il proprio contratto collettivo prima dell’inizio della crisi.

Ogni ottimismo appare quindi ingiustificato.

18/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Regolamento di conti/1: Il governatore che insiste con gli ammortizzatori

Mario Draghi

Questa volta c’è soltanto silenzio, nessuna reazione. Eppure il governatore della Banca d’Italia, venerdì a Padova, ha ripetuto lo stesso dato che aveva alimentato tante polemiche a giugno: in Italia ci sono 1,6 milioni di persone che se perdono il lavoro si trovano abbandonate, senza coperture, neppure quella cassa integrazione che nel disomogeneo sistema italiano diventa un privilegio di pochi. Nonostante le promesse di Silvio Berlusconi – “nessuno sarà abbandonato” – secondo le elaborazioni della Banca d’Italia su dati Istat e Inps, dice Mario Draghi, “circa 1,2 milioni di lavoratori dipendenti non avrebbero copertura in caso di interruzione del rapporto di lavoro, a cui si affiancano 450mila lavoratori parasubordinati che non godono di alcun sussidio o che non hanno i requisiti per accedere ai benefici introdotti dai provvedimenti del governo”. Una cifra che, rapportata ai 23,4 milioni di occupati censiti dall’Istat, dato 2008, significa che quasi il sette per cento dei lavoratori è privo di protezioni. Per questo Draghi auspica una riforma degli ammortizzatori sociali. Quando aveva detto le stesse cose sei mesi fa era stato Berlusconi in persona a contestarlo: “Questa è un’informazione di Draghi che non corrisponde alle cose che emergono dalla nostra conoscenza della realtà italiana”. Ma poi, in commissione Lavoro alla Camera, il sottosegretario Pasquale Viespoli aveva dovuto ammettere che i numeri della Banca d’Italia non erano poi così lontani dal vero.

GLI INDIFFERENTI. Questa volta le parole di Draghi, invece, non hanno suscitato commenti se non quelli dei sindacati che, compatti, appoggiano sempre l’idea di riformare (ampiandole) le protezioni per chi perde il lavoro. Quando, a ottobre, il governatore aveva intimato che “bisogna alzare l’età pensionabile” non aveva ottenuto neppure la sponda dei sindacati. Il governo, e il ministro del’Economia nello specifico, si limitò a dire che “la riforma è già stata fatta”. L’unica occasione in cui il governatore ha provocato reazioni dall’esecutivo è stato il convegno sul Mezzogiorno in cui ha bocciato i pilastri della politica berlusconiana e tremontiana per il Sud (cioè piani straordinari regionali e Banca del Sud per dare credito agevolato). Tremonti aveva provato addirittura, senza riuscirci, a bloccare il simposio. La freddezza del governo Berlusconi verso la Banca d’Italia è tale che, dopo l’intervento di Draghi al meeting di Comunione e liberazione, ci fu chi sostenne che ormai il governatore si rivolgeva  al Partito democratico, dettando le linee di un programma di politica economica alternativo.

IL POTERE. Draghi, ancora più economista che politico, parla per citazioni. Basta vedere lo studio che ha scelto di citare a sostegno del suo intervento sugli ammortizzatori, un lavoro firmato da Bruno Anastasia, Massimo Mancini e Ugo Trivellato. Nel paper dei tre economisti si legge: “La ragione principale che in genere si adduce per spiegare il (finora) mancato approdo ad una riforma generale è quella dell’eccesso paventato di costi, non si fanno le nozze con i fichi secchi” anche se c’è il forte sospetto che “il sistema attuale in realtà dispiaccia meno di quanto sembri agli attori sociali, nei quali prevale non di rado un riflesso conservatore, e scarso sia, invece, il consenso non tanto sui principi generali di riforma”. Tradotto: i politici, inclusi quelli di questo governo, preferiscono conservare il potere discrezionale di decidere chi ha diretto a quanta protezione, ,modificando le risorse per la cassa integrazione e per la previdenza. Anche se questo comporta abbandonare al loro destino 1,6 milioni di persone.

21/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

Apologia dell’inciucio

da Il Fatto Quotidiano del 19 dicembre

Quando, due giorni fa, Massimo D’Alema ha ventilato l’ipotesi di “una leggina” che risolvesse i problemi giudiziari di Silvio Berlusconi, subito si è gridato all’inciucio. E ieri, quasi a voler eliminare ogni ambiguità, D’Alema si è prodotto in una pubblica apologia dell’inciucismo. Il primo e il più nobile degli inciuci, secondo D’Alema, è stato l’articolo 7 della Costituzione, sulla sovranità e l’indipendenza di Stato e Chiesa e sui Patti Lateranensi che regolano il loro rapporto. Il padre nobile degli inciucisti sarebbe quindi Palmiro Togliatti che si è rifiutato di fare la rivoluzione, come gli rimproverò Adriano Sofri alla vigilia della fondazione di Lotta continua, sostiene D’Alema.

Un giorno dopo l’invito dell’ufficio di presidenza del Pdl che ha invitato a un “dialogo costruttivo “patto democratico” con le opposizioni, D’Alema risponde: “Quegli inciuci sono stati molto importanti  per costruire la convivenza in Italia. Oggi è più complicato e  invece sarebbero utili”.  Da destra osservano con interesse, auspicando (come fanno Daniele Capezzone e Sandro Bondi) che i legami con l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro vengano recisi. Non tutti, però, sono d’accordo nel Partito democratico con le posizioni dalemiane. Lanfranco Tenaglia, che fu ministro ombra della Giustizia di Walter Veltroni, dice che ogni cambiamento di linea politica sulla giustizia deve essere discusso nel partito e non annunciato a mezzo stampa.

Un inciucio, anche questo ispirato da D’Alema, è già in corso. Quello con l’Udc di Pier Ferdinando Casini, alleato privilegiato del Pd nella tattica dalemiana in vista delle regionali della primavera. Dalla Puglia all’Emilia Romagna alla Liguria si intensificano i legami tra Pd e i suoi alleati, nel tentativo di creare un vasto schieramento che possa tenere dentro anche l’Idv. Il prezzo da pagare sembra però essere la scelta di un candidato governatore di provenienza Udc.

19/12/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , | Lascia un commento

DISSENSI DA FINE CRISI

da Il Fatto Quotidiano del 22 ottobre

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

In fondo è poco importante quanto c’è di vero nella presunta congiura contro il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Quello che conta è che, forse perché la crisi è percepita come meno grave o quasi finita, dentro il governo stanno emergendo chiaramente due linee di politica economica.

Da alcuni giorni “Libero” attacca Tremonti, sostenendo che dentro il Pdl ci sono in lavorazione programmi economici “non tremontiani”. Mercoledì è circolato anche un documento, diffuso on-line dal sito notapolitica.it, con il decalogo delle cose da fare. Al primo punto c’è la riduzione delle tasse, a partire dall’imposta sul reddito delle persone fisiche. Ed è questo il nodo principale: finora Tremonti ha imposto una linea di prudenza sull’uso della spesa pubblica contro la crisi, soffocando l’anima più liberista della coalizione che continua a credere nella riduzione delle imposte per dare carburante alla ripresa. E contendo anche quella più statalista che avrebbe voluto una maggiore spesa pubblica di tipo assistenziale.

Oltre alle interviste un po’ su tutti i giornali – uno per tutti: Claudio Scajola, capofila dei non tremontiani sul “Corriere” –  ieri sono arrivate anche le parole di Silvio Berlusconi a certificare l’inizio di una nuova fase. Il presidente del Consiglio ha detto che “il governo ha allo studio interventi per ridurre la pressione fiscale, aumentare i consumi  e agevolare gli investimenti: tra questi il taglio graduale  dell’Irap fino alla sua soppressione”. Niente di nuovo, l’abolizione dell’Irap è presente da sempre nei programmi elettorali, l’Europa l’ha chiesta, Confindustria la reclama da anni. Ma il problema è sempre lo stesso: come si finanzia la sanità senza i 38 miliardi dell’Irap? La risposta, ovviamente, non c’è. I leghisti direbbero che la soluzione di tutto è nel federalismo fiscale. Ma non c’è ancora neppure quello.

La rilevanza delle parole di Berlusconi non è quindi di merito, ma di agenda setting. Con poche parole Berlusconi liquida un dibatitto che stava diventando difficile da gestire, quello seguito all’elogio del posto fisso fatto da Tremonti. Dibattito che lo aveva costretto a una pubblica dichiarazione di concordia con il suo ministro dell’Economia che viene parzialmente stemperata proprio dall’intervento sull’Irap. Rimettere al centro del confronto politico il tema del taglio delle tasse – a cui anche il Pd (lato Pierluigi Bersani) sembra ora sensibile – significa sconfessare il rigorismo tributario di Tremonti. Almeno a parole. Nei fatti si vedrà.

23/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Perché Berlusconi attacca il Corriere

La sede del Corriere in via Solferino

La sede del Corriere in via Solferino

Il direttore del “Corriere della Sera”, Ferruccio de Bortoli, incassa l’attacco di Silvio Berlusconi e replica che il giornale continuerà a rispondere solo ai lettori “senza muoverci di un millimetro”. Venerdì il presidente del Consiglio aveva colpito a freddo: “Il ‘Corriere della Sera’ da foglio conservatore della buona borghesia italiana è diventato un foglio di sinistra”. A via Solferino non se l’aspettavano, proprio nel giorno in cui Pierluigi Battista sosteneva in prima pagina che “in Italia il regime non c’è”.

Ieri il quotidiano milanese, nell’ editoriale del direttore,  ammette “un unico grande torto, siamo un giornale che ragiona con la propria testa”. Segue un comunicato sindacale del comitato di redazione: “Il nostro è un organo d’informazione scritto da giornalisti liberi”. C’è anche un’intervista a Marina Berlusconi – la seconda in un mese – alla quale  il vicedirettore Daniele Manca concede una paginata per attaccare Carlo De Bendetti riguardo alla condanna di Fininvest a risarcire la Cir di De Bendetti con 750 milioni di euro per il lodo Mondadori (replica serale, punto per punto, della Cir). Un’intervista che è stata letta come un ramoscello di ulivo verso la famiglia del premier – lato Silvio, non Veronica – per dimostrare  che il “Corriere” resta  in sintonia con la grande imprenditoria milanese. Nei corridoi della redazione milanese resta il dubbio: perché l’attacco di Berlusconi arriva adesso? Gli scoop su Patrizia D’Addario firmati da Fiorenza Sarzanini arrivano  prima dell’estate, sul lodo Alfano il giornale ha mantenuto circa la stessa linea della direzione di Paolo Mieli: non ci piace ma va bene purché serva a superare la questione giudiziaria e consenta finalmente di parlare di cose serie. Quindi?

Ci sono dei precedenti: de Bortoli era stato costretto a dimettersi nel 2003 per le pressioni seguite al suo editoriale sugli “onorevoli avvocaticchi”, Niccolò Ghedini e Gaetano Pecorella (ha appena perso in appello la causa per diffamazione). Paolo Mieli,  suo successore dopo Stefano Folli, si era attirato le ire berlusconiane – e di una parte dei lettori – con il famoso endorsement pre-elettorale del 2006, la presa di posizione a favore del centrosinistra che Berlusconi non ha dimenticato. Come l’avviso di garanzia pubblicato sul “Corriere”, anche allora di Mieli, nel 1994.  A dicembre 2008  Berlusconi invita  i direttori di “Stampa” e “Corriere” a cambiare mestiere. Lo fanno: Giulio Anselmi finisce alla presidenza dell’Ansa, Paolo Mieli a Rcs libri. De Bortoli lascia il “Sole 24 Ore” e torna al “Corriere” dopo aver rifiutato la presidenza della Rai e una lunga mediazione curata da Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca, azionista forte del “Corriere”. Anche Berlusconi concede il via libera, dopo  la sconfitta del     suo candidato, Carlo Rossella.  Il “Corriere” è al centro delle attenzioni del governo come rare volte in passato, soprattutto di Giulio Tremonti che  impone un editorialista economico amico, Alberto Quadrio Curzio. Da neodirettore de Bortoli interviene a Porta a Porta sul caso Noemi ma non incalza Berlusconi. Al giornale ridimensiona lo spazio dedicato alla politica e soprattutto rinuncia al ruolo di “kingmaker”: finisce l’era del terzismo di Mieli, il giornale abbandona l’ambizione di  scomporre e ricomporre alleanze al centro usando gli editoriali di Mario Monti e Francesco Giavazzi. Il basso profilo del de Bortoli bis è apprezzato dalle parti di palazzo Chigi, dove già sono ossessionati dai complotti delle “élite irresponsabili”, come le chiama Renato Brunetta.

Questa volta, insomma, all’attacco berlusconiano manca il casus belli. Resta quindi solo una spiegazione, o almeno una constatazione: dire che il “Corriere” è di sinistra regala lettori al giornale che più gli contende il pubblico di centrodestra, cioè  “Il Giornale” di Vittorio Feltri, edito da Paolo Berlusconi, dove si rifugiano i delusi da via Solferino (come ai tempi dell’endorsement di Mieli). Secondo un retroscena pubblicato da “Italia Oggi”, all’ufficio di presidenza del Pdl di giovedì Berlusconi avrebbe magnificato i risultati di Feltri, spiegando che sta anche diventando ricchissimo perché il suo stipendio è legato alle vendite, che sarebbero salite di 60 mila copie (altre stime sono più caute: 15-20 mila). Secondo l’ultima rilevazione, ad aprile “Il Giornale” vendeva in media 176mila copie, il “Corriere” 522mila. E Feltri sogna di riportare “Il Giornale” a 250mila copie di venduto.

Se poi Feltri volesse davvero rilevare la proprietà del quotidiano di via Negri, come si vocifera, riportare il bilancio in pareggio (dovrebbe succedere secondo Silvio Berlusconi l’anno prossimo, dopo   22,6 milioni di perdite nel 2008 e 23,2 nel 2007) potrebbe essere un utile primo passo per accreditarsi come futuro amministratore. Troppa dietrologia per una voce dal sen fuggita? Non sarebbe però la prima volta che Berlusconi trasforma le sue apparizioni pubbliche in spot per le proprie pubblicazioni, come quando nella puntata di Porta a Porta sul divorzio ha invitato a comprare “Chi” (Mondadori) “per sapere tutta la verità”.

12/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Crisi: è davvero il momento della “fase due”?

Renato Brunetta annucia la "fase due" nella risposta alla crisi

Renato Brunetta annucia la "fase due" nella risposta alla crisi

Dopo mesi in cui il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha ripetuto che ormai la crisi economica è soltanto un problema di scarsa fiducia, ieri il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta ha annunciato: «Una volta approvata la Finanziaria, inizieremo a ragionare su come passare alla fase due, su come passare cioè dalla fase difensiva a quella dell’espansione e della stimolazione dell’economia».

Secondo Brunetta, che ha sempre rappresentato l’anima meno catastrofista dell’esecutivo, il peggio è passato e quindi è il momento di iniziare a pensare al dopo-crisi. L’espressione, “fase due“, è la stessa che si usava ai tempi del Governo Prodi, quando si dibatteva se il centrosinistra dovesse prima risanare i conti pubblici («fase uno») e poi fare le riforme strutturali o agire al contempo su entrambi i temi. Poi sono arrivate le elezioni anticipate che hanno impedito di realizzate la fase due. E, stando ai “si dice” degli ultimi giorni, la stessa eventualità potrebbe forse ripetersi anche questa volta, se davvero qualcuno nella maggioranza avesse interesse a votare a marzo 2010.
Stando ai dati di fatto, però, si nota come il governo si stia comportando su più tavoli come se la crisi fosse davvero finita. La Lega di Umberto Bossi continua a sollecitare l’introduzione di gabbie salariali, indicando nella riduzione delle differenze di potere d’acquisto una delle priorità dell’azione dell’esecutivo (cioè una misura strutturale, non di emergenza). Nell’ultimo consiglio dei ministri, venerdì, anche la decisione di modificare la normativa sull’offerta pubblica d’acquisto è stata presentata come un segnale di ritorno alla normalità: visto che la Borsa si è ripresa, dice il Governo, non è più necessario mantenere le barriere straordinarie costruite intorno alle aziende di interesse strategico per evitare che cadessero in mani straniere. In realtà la questione è più delicata, le modifiche saranno operative dal luglio 2010 e comportano un grado di discrezionalità per la Consob di cui è difficile valutare ad oggi le conseguenze. Brunetta – che ha sempre definito il sistema di ammortizzatori sociali italiano «il migliore del mondo» – rivendica la decisione di non detassare le tredicesime lo scorso anno, lasciando però intendere che si preparano nuove misure di stimolo e aggiungendo che, comunque, «la fase uno ci vede promossi».

Della «fase uno», però, si osservano alcuni strascichi: Sergio Marchionne, l’amministratore delegato della Fiat, ha chiesto nuovi incentivi all’acquisto di automobili per sostenere il settore, esattamente come un anno fa. I sindacati denunciano i buchi nella rete degli ammortizzatori sociali, mentre le cronache registrano nuovi casi di proteste di chi rischia di perdere il lavoro. A Porta a Porta, pochi giorni fa, Berlusconi ha rivendicato di aver stanziato 34 miliardi di euro «per garantire chiunque perda un posto di lavoro di essere aiutato dallo Stato». Ma dal Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria), anche con i calcoli più generosi, secondo l’analisi degli economisti della voce.info risulta che si tratta di circa 15 miliardi, ma distribuiti in quattro anni. E dei 5,35 miliardi per ammortizzatori in deroga, quindi vere misure straordinarie, ne sono stati versati solo 825. Finora Giulio Tremonti è stato il più prudente nel dichiarare chiusa la «fase uno»: pur sostenendo, come il resto del governo che l’Italia sta meglio di altri Paesi europei (tesi che si fonda su pochissimi dati), ha riconosciuto venerdì che «siamo ancora in terra incognita, abbiamo evitato la catastrofe ma le difficoltà non sono ancora terminate». E lo dimostrano i dati macroeconomici: l’Italia non ha ancora evitato il tracollo del Pil, quella riduzione del sei per cento che secondo l’Istat è il dato tendenziale (che si ottiene, cioè, proiettando la velocità di caduta dei primi sei mesi sul resto dell’anno). Anche nel migliore dei casi, ha ribadito la Commissione europea, la riduzione sarà del cinque per cento. Il superindice dell’Ocse, molto citato dal Governo, si è limitato a segnalare che c’è un’alta probabilità che per l’Italia si verifichi un’inversione di tendenza nei prossimi sei mesi, cioè che l’economia smette di scendere. Ma nulla ha detto su quanto possa essere intensa la ripresa. Gli effetti – preannunciati da mesi – sulla disoccupazione d’autunno ancora non si sono manifestati, almeno nelle statistiche, anche se hanno determinato una ritrovata sintonia tra la Confindustria e il sindacato della Cgil. Ma è troppo presto per dire che il temuto autunno caldo sia stato evitato.

Come dimostra l’utlimo sondaggio di Ipr marketing per Repubblica, il governo ha perso dieci punti di popolarità nel corso di un anno. E se davvero qualche esponente dell’esecutivo pensa che ci sia il rischio di andare alle elezioni in primavera, la «fase due» in cui la spesa pubblica entra in una fase espansiva potrebbe rivelarsi una necessità elettorale, più che la conseguenza dell’evoluzione della congiuntura.

20/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Quel tetto impossibile ai megastipendi pubblici

 
RINVIO. Il Consiglio dei ministri non approva il tentativo di Brunetta di limitare i salari dei dirigenti statali. Il premier non è convinto, e frena anche il responsabile dell’Economia (che pure si sta battendo contro i bonus nella finanza). Tutto rimandato alla prossima settimana.

Renato Brunetta

Renato Brunetta

Ieri il Consiglio dei ministri ha avviato l’esame del regolamento voluto dal ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, ma non lo ha approvato. Tutto rinviato alla prossima settimana e il risultato non è scontato. In seno al cdm ci sono infatti visioni diverse sull’opportunità di questo provvedimento. Secondo alcune ricostruzioni, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non è del tutto convinto del provvedimento e ha invitato alla prudenza, ricordando ai ministri il rischio di crearsi troppi nemici. Non è un grande sostenitore della misura neppure il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che da mesi ha un rapporto complesso con Brunetta, come dimostra la vicenda della scelta del nuovo presidente dell’Istat, con Brunetta che non è riuscito a imporre il proprio candidato (l’economista Fiorella Kostoris), pur spettando a lui la proposta. Alla fine Tremonti ha ottenuto un presidente di mediazione a lui non sgradito, Enrico Giovannini.

Sul tetto agli stipendi dei manager pubblici si stanno sviluppando nuove tensioni. Il progetto di Brunetta è simile a quello del governo Prodi che, nella legge di bilancio 2007, riuscì a bloccare gli stipendi dei dirigenti pubblici al livello di quanto percepisce un primo presidente di Cassazione, circa 290 mila euro. Questa volta il ministro Brunetta si è mosso preparando il terreno: a giugno è entrata in vigore una legge che vincola le amministrazioni pubbliche ad aumentare la trasparenza per quanto riguarda le retribuzioni dei massimi dirigenti che, finora, non erano pubbliche a differenza di quelle dei vertici di società partecipate dallo Stato (cioè dal Tesoro) che invece sono accessibili. Il passo successivo, dopo aver reso omogenei e confrontabili gli stipendi, dovrebbe essere la fissazione del tetto a 290mila euro. «Da cittadino mi auguro che Brunetta ce la faccia, anche se mi farebbe da soffrire perché la mia parte politica non è riuscita a fissare quel tetto», dice Massimo Villone che nella scorsa legislatura, da senatore della Sinistra democratica, era riuscito a introdurre il tetto dei 290mila euro insieme a Cesare Salvi. Ma non ha retto. Prima c’è stato il caso Sanremo: a Pippo Baudo e Michelle Hunziker, i due presentatori del festival, sono stati promessi compensi di 750mila e 1,6 milioni rispettivamente e il blocco degli stipendi metteva a rischio la trasmissione visto che contrastava con i contratti firmati. Dopo molte pressioni, l’allora ministro della Funzione pubblica Luigi Nicolais cede e, con una circolare, accetta che si faccia un’eccezione. Le sue argomentazioni sono quelle che di solito vengono addotte da parte liberale per denunciare l’impossibilità di fissare dall’alto gli stipendi: «L’eventuale applicazione del tetto previsto altererebbe il normale esplicarsi del confronto aziendale, ponendo la società a prevalente partecipazione pubblica [la Rai] in una situazione dei svantaggio alterando significativamente le regole del mercato e della concorrenza».

A dimostrare quanto sia difficile – se non impossibile – l’impresa di fissare questi limiti c’è il fallimento del successivo tentativo: nella Finanziaria 2008 il tetto viene fissato, ma vale solo per le persone fisiche: ne sono quindi esclusi tutti gli artisti televisivi che si fanno rappresentare da società o da agenti terzi. Poi è arrivato il nuovo governo Berlusconi e, nella prima legge Finanziaria triennale firmata da Tremonti, il tetto è stato rimosso in attesa di essere riformulato. La scadenza era lo scorso ottobre, ma ancora il governo non ha trovato una mediazione. «Il tentativo di Brunetta è un po’ tardivo, perché il limite agli stipendi dei manager pubblici c’era già ed è stato proprio il governo di cui fa parte a rimuoverlo», commenta Carlo Podda, segretario della Cgil Funzione Pubblica.

Il nuovo tentativo di Brunetta, che ancora non è stato ufficialmente presentato ma di cui si conoscono le grandi linee, si è già riempito di deroghe ed eccezioni – pare – anche su pressione di Tremonti che deve gestire, oltre ai manager delle partecipate (non toccati dal provvedimento) molti dirigenti nominati dal Tesoro. Per il momento le prime eccezioni riguardano chi allo stipendio pagato dall’ente pubblico di cui è dirigente già riceve una pensione o un’altra retribuzione dallo stesso ente, che non verranno conteggiate per determinare lo sforamento dei 290mila euro. Sono escluse anche le attività con una tariffa professionale e quelle professionali non continuative, proprio come quelle dei megacontratti televisivi che fecero saltare il primo tetto. Oltre a eventuali circostanze eccezionali, giudicate tali dal ministero della Funzione pubblica. Questo è il testo che arriverà al Consiglio dei ministri, la prossima settimana, ma non è sicuro che sarà quello che ne uscirà, visto che lo scetticismo di Berlusconi e Tremonti potrebbe affossarlo.

10/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Istat nel caos: Biggeri senza poteri?

Ancora una volta il Consiglio dei ministri si è riunito e si è sciolto senza nominare un nuovo presidente dell’Istat, l’istituto nazionale di statistica. Succede da mesi, ma la data di ieri era diversa. Per legge il presidente può rimanere in carica solo 45 giorni dopo lo scadere del mandato, senza possibilità di proroghe. E il calcolo, lo confermava anche l’ufficio stampa dell’Istat fino a pochi giorni fa, si fa dal primo giugno, perché il presidente Luigi Biggeri è stato nominato la prima volta (nel 2001) in quella data. Adesso prevale, anche in ambienti vicini all’istituto, un’altra tesi: i conti si fanno dal 24 giugno, la data in cui è stato riconfermato nel 2005. E quindi il governo ha ancora tempo. Non è solo una questione di burocrazia: se vale la prima ipotesi, da oggi Biggeri non ha più poteri, ogni suo atto potrà essere dichiarato nullo, l’Istat si trova senza un vertice e con un direttore generale, Giovanni Fontanarosa, ad interim. Una situazione che il sindacato dei lavoratori della ricerca, Usi/RdB definisce di «paralisi totale». E secondo il sindacato non ci sono dubbi: «L’Avvocatura di Stato ha più volte ribadito che quello che vale è la manifestazione di volontà politica del Consiglio dei ministri in ordine alla conferma che, nel caso del professor Biggeri, avvenne addirittura nel corso della riunione del governo del 13 maggio 2005». Quindi il presidente dell’Istat sarebbe senza poteri addirittura da due settimane.

L’unica certezza è che c’è in corso una partita che dura da mesi tra il ministro Renato Brunetta, che formalmente deve indicare il nome del successore di Biggeri, e Giulio Tremonti che, da ministro dell’Economia, vuole avere un ruolo nella scelta. I loro staff hanno la consegna del silenzio assoluto sulla materia. I tempi, però, non consentono più lunghe negoziazioni. Come si è detto nelle scorse settimane, l’ipotesi più probabile è il commissariamento, cioè sottoporre l’istituto di statistica direttamente al governo che nomina un commissario. E visto che Biggeri è ancora al suo posto, si rafforza l’ipotesi che possa essere lui stesso il commissario. Ieri Biggeri si è anche mostrato collaborativo con il governo: «Questo è il miglior Dpef mai letto», ha detto commentando la presentazione del documento di bilancio da parte di Tremonti. Mentre Brunetta e Tremonti continuano a cercare di far prevalere i propri candidati, rispettivamente la professoressa Fiorella Kostoris e il professor Carlo Andrea Bollino. L’Istat si troverebbe così in mano governativa proprio mentre in parlamento continua l’iter un emendamento alla legge di bilancio che mira a sottrarre la nomina del presidente al governo. La proposta di scegliere un presidente con il voto dei due terzi delle commissioni parlamentari competenti ha ottenuto l’unanimità in Senato e ora è alla seconda lettura alla Camera: il numero uno della statistica verrebbe equiparato, nella procedura di nomina, a un garante di un authority. Intanto si continua con il negoziato politico.

E la rilevanza della questione è chiara dalla frequenza con cui le statistiche dell’Istat vengono attaccate da Tremonti (che però non se la prende mai direttamente con Biggeri) e dal ministro dello Sviluppo Claudio Scajola. I numeri dell’Istat dicono quanto è grave la crisi, quali politiche stanno funzionando e quali hanno fallito, quanto sono più ricchi o più poveri gli italiani. Le crescenti pressioni della politica cominciano a inquietare chi, nel proprio lavoro, si deve affidare a quelle cifre. Secondo quanto risulta al Riformista, alla Banca d’Italia – che usa numeri dell’Istat per elaborare, per esempio, il proprio bollettino mensile – sta crescendo la preoccupazione per la scarsa affidabilità dei dati della gestione Biggeri. E c’è il timore che, con un Istat commissariato, l’attendibilità delle statistiche possa solo peggiorare.

16/07/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento