Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Bamboccioni di una volta

dal Fatto Quotidiano del 19 gennaio

di Stefano Feltri

Tommaso Padoa Schioppa

Il primo gruppo che compare su Facebook cercando la parola “bamboccioni” ha 64 iscritti e una dichiarazione d’intenti: “Per chi ha dai 28 ai 38 anni e vive ancora a casa con i suo, perchè non c’è lavoro, gli affitti sono cari ma soprattutto xchè a casa hai sky e chi cucina per te”. Non ci sono proteste contro Renato Brunetta, il ministro della Funzione Pubblica, che dopo aver combattuto i fannulloni sogna una legge “anti bamboccioni” per costringere “i figli a uscire di casa a 18 anni. Sono le vittime di un sistema e di un’organizzazione sociale in cui sono i genitori a dover fare mea culpa”.

ASSALTO A TPS. Oggi gli altri ministri del governo commentano con memorie personali (Ignazio La Russa, per esempio, confessa di essere rimasto a casa fino al matrimonio, a 27 anni). Un po’ critici solo i leghisti. Umberto Bossi: “Quella di Brunetta è una battuta”. Il commento più duro viene dall’opposizione, con l’Italia dei Valori che accusa il ministro della Funzione pubblica “di vivere nel mondo dei puffi”. Eppure sono passati soltanto poco più di due anni da quando il ministro della gioventù Giorgia Meloni guidava per le strade di Roma il corteo di Azione Giovani contro il governo Prodi con lo slogan “Bamboccioni ce sarete” (tradotto: “Bamboccioni sarete voi”). Oggi la Meloni dice: “Stimo Brunetta, la sua è una provocazione, i bamboccioni, quelli che non se ne vanno dalla casa dei genitori perché stanno troppo comodi, sono al massimo il dieci per cento. Gli altri semplicemente perché non possono”. Eppure il termine è lo stesso che fece precipitare la popolarità del ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa (insieme alla dichiarazione che “le tasse sono bellissime”). C’è ameno una differenza di sostanza, però: oggi Brunetta vuole costringere i diciottenni a lasciare i genitori per legge. Nell’ottobre 2007 Padoa Schioppa stava scrivendo una legge Finanziaria per il 2008 in cui stanziava incentivi per favorire i ragazzi che volevano provare a farcela da soli. Queste le parole che, all’epoca, scatenarono la polemica: “Queste misure serviranno anche a mandare i bamboccioni fuori di casa, cioè a incentivare l’uscita di casa dei giovani che restano fino a età inverosimili con i genitori. Non crescono mai, non si sposano, non si rendono autonomi”. Il ministro si riferiva a detrazioni fiscali per i ragazzi tra i 20 e i 30 anni che prendevano una casa in affitto (fino a 1000 euro, a seconda del reddito famigliare”. Con qualche rara eccezione – come Umberto Eco – anche da sinistra parte l’attacco a TPS: per i comunisti italiani si tratta di un “epiteto infelice”, l’allora ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni lo contraddice, “i nostri giovani non sono bamboccioni”, mentre dentro il governo c’è quasi soltanto Fabio Mussi, ministro dell’Università e della ricerca, che si spende pubblicamente a favore di TPS. Padoa Schioppa, che terminata l’esperienza di governo ha ricominciato a occuparsi di finanza internazionale e regole globali (prima di fare il ministro stava alla Banca centrale europea), non vuole commentare le parole di Brunetta o rievocare i giorni difficili dei “bamboccioni”.

BAMBOCCIONI A CHI? L’ex-ministro si perde così l’occasione per sottolineare le differenza tra quello che il centrodestra diceva allora e quello che dice (o non dice) in risposta a Brunetta. Su Libero, per esempio, il deputato del Pdl Renato Farina che all’epoca era soltanto un giornalista, diceva: “Pirlacchione sarà allora il ministro e tutti i suoi colleghi. O se vi piace di più va bene ciulanda”.Per Giulio Tremonti, successore di Padoa Schioppa alla guida del Tesoro, “quel linguaggio dimostra quanto distante sia la sinista dalla realtà” e ancora “i bamboccioni non stanno a casa, ma stanno al governo”. Chi usa parole come “bamboccioni” ha una “visione penitenziale e punitiva della vita che si combina con il paternalismo altezzoso”. Lo diceva Fabrizio Cicchitto, oggi capogruppo del Popolo della libertà alla Camera.

19/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

QUELLA PAROLA INNOMINABILE

dal Fatto Quotidiano del 28 ottobre

C’è un’espressione che, in sordina, è tornata in questi giorni ad affacciarsi sulla scena politica, densa di pessimi ricordi per i partiti del centrodestra, che evoca drammi umani e crisi di governo sfiorate: “cabina di regia”. La voleva Gianfranco Fini nel 2004 per ingabbiare Giulio Tremonti, anche allora ministro dell’Economia, che alla fine si dimise prima di tornare, con mossa spettacolare che ancora oggi rivendica, dopo la parentesi di Domenico Siniscalco.

Questa volta le hanno cambiato nome, per contenere il contraccolpo psicologico: “Comitato di politica economica” o “Consulta economica” dentro il Pdl di cui a Tremonti spetterà ovviamente la presidenza ma che indica la volontà di rendere più “collegiali” le decisioni in materia. L’annuncio dovrebbe arrivare il 5 novembre, quando si riunirà l’ufficio di presidenza del Pdl, organismo dalla natura un po’ misteriosa ma sempre attivo nel fare da stanza di compensazione durante le crisi più gravi. Questo sembra essere il risultato del vertice che si è tenuto ieri sera ad Arcore, sede provvisoria del governo causa della  scarlattina di Berlusconi (i maligni insinuano si tratti di uno dei periodici ritiri dovuti a motivi di salute o interventi). Tremonti se n’è andato da Arcore senza rilasciare dichiarazione, ma Paolo Bonaiuti, portavoce della presidenza del Consiglio, ha detto che “è stato chiarito ogni equivoco”. Si è palesato anche il leader leghista Umberto Bossi, accompagnato da Roberto Cota, che fino a lunedì continuava a sostenere che Tremonti non solo dovesse conservare la poltrona, ma anche essere promosso a vicepremier, per marcarne la superiorità sugli altri membri del governo.

Il risultato è stato diverso, visto che il peso di Tremonti pare sarà ridotto non solo nell’esecutivo, ma anche nel partito. Per accettare questo compromesso è evidente che Bossi ha ottenuto rassicurazioni sull’unico altro tavolo che davvero gli interessa, quello delle elezioni regionali. Nei prossimi giorni, quindi, si capirà se Berlusconi sarà in grado di mantenere le promesse, soprattutto per quanto riguarda il Veneto dove non è stata ancora ufficializzata la sostituzione dell’uscente Giancarlo Galan (Pdl) con Luca Zaia (Lega).

29/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Crisi: è davvero il momento della “fase due”?

Renato Brunetta annucia la "fase due" nella risposta alla crisi

Renato Brunetta annucia la "fase due" nella risposta alla crisi

Dopo mesi in cui il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha ripetuto che ormai la crisi economica è soltanto un problema di scarsa fiducia, ieri il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta ha annunciato: «Una volta approvata la Finanziaria, inizieremo a ragionare su come passare alla fase due, su come passare cioè dalla fase difensiva a quella dell’espansione e della stimolazione dell’economia».

Secondo Brunetta, che ha sempre rappresentato l’anima meno catastrofista dell’esecutivo, il peggio è passato e quindi è il momento di iniziare a pensare al dopo-crisi. L’espressione, “fase due“, è la stessa che si usava ai tempi del Governo Prodi, quando si dibatteva se il centrosinistra dovesse prima risanare i conti pubblici («fase uno») e poi fare le riforme strutturali o agire al contempo su entrambi i temi. Poi sono arrivate le elezioni anticipate che hanno impedito di realizzate la fase due. E, stando ai “si dice” degli ultimi giorni, la stessa eventualità potrebbe forse ripetersi anche questa volta, se davvero qualcuno nella maggioranza avesse interesse a votare a marzo 2010.
Stando ai dati di fatto, però, si nota come il governo si stia comportando su più tavoli come se la crisi fosse davvero finita. La Lega di Umberto Bossi continua a sollecitare l’introduzione di gabbie salariali, indicando nella riduzione delle differenze di potere d’acquisto una delle priorità dell’azione dell’esecutivo (cioè una misura strutturale, non di emergenza). Nell’ultimo consiglio dei ministri, venerdì, anche la decisione di modificare la normativa sull’offerta pubblica d’acquisto è stata presentata come un segnale di ritorno alla normalità: visto che la Borsa si è ripresa, dice il Governo, non è più necessario mantenere le barriere straordinarie costruite intorno alle aziende di interesse strategico per evitare che cadessero in mani straniere. In realtà la questione è più delicata, le modifiche saranno operative dal luglio 2010 e comportano un grado di discrezionalità per la Consob di cui è difficile valutare ad oggi le conseguenze. Brunetta – che ha sempre definito il sistema di ammortizzatori sociali italiano «il migliore del mondo» – rivendica la decisione di non detassare le tredicesime lo scorso anno, lasciando però intendere che si preparano nuove misure di stimolo e aggiungendo che, comunque, «la fase uno ci vede promossi».

Della «fase uno», però, si osservano alcuni strascichi: Sergio Marchionne, l’amministratore delegato della Fiat, ha chiesto nuovi incentivi all’acquisto di automobili per sostenere il settore, esattamente come un anno fa. I sindacati denunciano i buchi nella rete degli ammortizzatori sociali, mentre le cronache registrano nuovi casi di proteste di chi rischia di perdere il lavoro. A Porta a Porta, pochi giorni fa, Berlusconi ha rivendicato di aver stanziato 34 miliardi di euro «per garantire chiunque perda un posto di lavoro di essere aiutato dallo Stato». Ma dal Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria), anche con i calcoli più generosi, secondo l’analisi degli economisti della voce.info risulta che si tratta di circa 15 miliardi, ma distribuiti in quattro anni. E dei 5,35 miliardi per ammortizzatori in deroga, quindi vere misure straordinarie, ne sono stati versati solo 825. Finora Giulio Tremonti è stato il più prudente nel dichiarare chiusa la «fase uno»: pur sostenendo, come il resto del governo che l’Italia sta meglio di altri Paesi europei (tesi che si fonda su pochissimi dati), ha riconosciuto venerdì che «siamo ancora in terra incognita, abbiamo evitato la catastrofe ma le difficoltà non sono ancora terminate». E lo dimostrano i dati macroeconomici: l’Italia non ha ancora evitato il tracollo del Pil, quella riduzione del sei per cento che secondo l’Istat è il dato tendenziale (che si ottiene, cioè, proiettando la velocità di caduta dei primi sei mesi sul resto dell’anno). Anche nel migliore dei casi, ha ribadito la Commissione europea, la riduzione sarà del cinque per cento. Il superindice dell’Ocse, molto citato dal Governo, si è limitato a segnalare che c’è un’alta probabilità che per l’Italia si verifichi un’inversione di tendenza nei prossimi sei mesi, cioè che l’economia smette di scendere. Ma nulla ha detto su quanto possa essere intensa la ripresa. Gli effetti – preannunciati da mesi – sulla disoccupazione d’autunno ancora non si sono manifestati, almeno nelle statistiche, anche se hanno determinato una ritrovata sintonia tra la Confindustria e il sindacato della Cgil. Ma è troppo presto per dire che il temuto autunno caldo sia stato evitato.

Come dimostra l’utlimo sondaggio di Ipr marketing per Repubblica, il governo ha perso dieci punti di popolarità nel corso di un anno. E se davvero qualche esponente dell’esecutivo pensa che ci sia il rischio di andare alle elezioni in primavera, la «fase due» in cui la spesa pubblica entra in una fase espansiva potrebbe rivelarsi una necessità elettorale, più che la conseguenza dell’evoluzione della congiuntura.

20/09/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento