Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Più Pil per tutti!

dal Fatto Quotidiano del 19 gennaio

di Carlo Stagnaro

direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni

A Giulio Tremonti il Pil non piace. “Ho l’impressione che la realtà non sia completamente catturata dalle statistiche sul Prodotto interno lordo”, ha detto a un convegno dell’Aspen Institute sul tema. “Se fossero calcolate e acquisite come rilevanti – ha aggiunto – cose come la bellezza, l’ambiente, la storia, il clima, l’Italia avrebbe una imbarazzante prima posizione, seguita a molte distanze da altre lande”. Tremonti non è originale.

L’inadeguatezza del Pil è al centro di un’ampia riflessione tra gli economisti, e ha avuto importanti ricadute politiche: la più significativa è il rapporto elaborato dalla “commissione Stiglitz” per conto del presidente francese, Nicolas Sarkozy, allo scopo di costruire una sorta di “Pil della felicità”. Una volta calcolato per tutti i paesi, il risultato – non sorprendentemente – è che Parigi guadagna posizioni accorciando, in particolare, il gap rispetto agli odiati yankee. Non è un caso, probabilmente, che molti nemici del Pil abbiano in mente indicatori che favoriscono i rispettivi paesi, e sminuiscono i primati altrui. La questione, però, non è se il Pil sia imperfetto o rozzo. Lo è, naturalmente. I suoi limiti sono molti e sono noti: per esempio, non include le attività non monetarie, che pure generano valore. Così, se una donna delle pulizie percepisce un reddito e dunque contribuisce al Pil, una casalinga – pur svolgendo le stesse mansioni – non ne viene fotografata. Oppure, il Pil considera tutte le attività pubbliche: quando, però, un ente o una società pubblica frena la concorrenza, o quando la burocrazia rende difficoltosa la vita delle imprese, sarebbe ragionevole attribuire un segno negativo, anziché positivo, al suo ruolo nell’economia. Infine, il ministro dell’Economia ha ragione: tante cose – la storia, l’ambiente, il clima, la bellezza, e altro ancora – non entrano nel Pil. Tuttavia, la correttezza delle critiche non cancella una verità difficile da contrastare: il Pil è il peggiore degli indicatori, tranne tutti gli altri. Alcuni di essi presentano un grado ancora maggiore di arbitrarietà. Il clima, per esempio, come può essere considerato? E come è possibile esprimere una valutazione unica a livello nazionale? Il clima delle Alpi è molto diverso da quello della Sicilia: qual è migliore? In altri casi, anche prendendo per buone le misure, è discutibile l’interpretazione. Le diseguaglianze sociali sono generalmente considerate come un esempio del fallimento del Pil: eppure, qualcuno potrebbe preferire un paese meno eguale, ma con un ascensore sociale più dinamico, a uno più statico e meno diversificato. Non è una provocazione: gli italiani migrano negli Stati Uniti, raramente avviene il contrario. Gli economisti si sono sforzati di valutare la felicità – generalmente attraverso la somministrazione di questionari – ma, alla fine, i risultati hanno comunque un ampio margine di ambiguità: in fondo, se per esempio un individuo decide di sacrificare un’unità di felicità in cambio di un reddito più alto, lo fa – evidentemente – perché trova più soddisfacente quel tipo di vita. Cioè, paradossalmente, è più felice così. In ogni caso, non dovrebbe stupire il fatto che la maggior parte degli indicatori teoricamente anti-Pil (felicità, benessere, qualità della vita, eccetera) sono generalmente fortemente correlati… al Pil. Questo suggerisce che, tendenzialmente, anche se non necessariamente, le società più ricche sono anche più felici. Come si dice a Genova, se i soldi non danno la felicità, figuriamoci la miseria. Cosa c’è, allora, dietro la voglia di scalzare il Pil?

Sul piano ideologico, c’è un profondo scetticismo verso la capacità dei mercati di creare e allocare ricchezza con efficienza ed equità: quindi, abolire il Pil serve a dar campo libero alle politiche pubbliche.

Da tempo Tremonti interpreta una posizione interventista, protezionista e corporativa, coerente con tale obiettivo. Su un terreno più concreto, il ministro potrebbe essere infastidito, più che dal Pil, dalle sue conseguenze, che spera di rendere meno percepibili attraverso la sua rivisitazione: forse il Pil della felicità, a differenza di quello consueto, nel 2009 non ha perso cinque punti percentuali, e in rapporto a esso il debito pubblico non si avvicina al 120 per cento né il deficit al 5,3 per cento. Se il Pil della felicità serve a nascondere informazioni, anziché fornirne di nuove, contro le perplessità di Tremonti non si può che berlusconianamente esclamare: più Pil per tutti!

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19/01/2010 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO | , , , , , , , , , , , | 1 commento

L’illusionismo dell’inflazione

dal Fatto Quotidiano del 16 gennaio

di Ugo Arrigo

professore di Scienza delle finanze all’Università Bicocca

E’ vero che nel 2009 la recessione economica, grazie alla bassa inflazione, non ha penalizzato il potere d’acquisto degli italiani? In occasione della pubblicazione dei dati provvisori Istat sull’inflazione di dicembre i media hanno riportato con risalto, in almeno tre versioni, una dichiarazione in tal senso del ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola: nella prima la bassa inflazione dimostrerebbe come la crisi non abbia penalizzato più di tanto il potere d’acquisto dei cittadini; nella seconda cade il “più di tanto” e quindi il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato proprio penalizzato dalla crisi; nella terza non solo il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato penalizzato dalla crisi ma in molti casi si sarebbe accresciuto. Quale di queste versioni è dimostrabile? La bassa dinamica dei prezzi è un dato di fatto: con solo un +0,8 per cento nel 2009 l’inflazione è ai minimi storici dell’ultimo cinquantennio. Un secondo dato di fatto è la crescita più robusta delle retribuzioni nel medesimo periodo.

Poiché molti contratti di lavoro sono stati chiusi nella prima parte del 2008, prima del manifestarsi della recessione, nell’anno appena trascorso le retribuzioni hanno risentito positivamente di quegli accordi e hanno registrato una dinamica sensibilmente più elevata rispetto ai prezzi. Le retribuzioni contrattuali dovrebbero infatti chiudere il 2009 con un incremento del 3,1 per cento rispetto al 2008, oltre due punti percentuali in più dell’inflazione. Vanno meglio i lavoratori dell’industria (+3,6 per cento) rispetto a quelli dell’agricoltura (+3,1) e dei servizi (+2,8 per cento) mentre nel settore pubblico l’incremento è interamente imputabile ai comparti a contrattazione collettiva, con i dipendenti dei ministeri al +3,8 per cento e quelli delle autonomie territoriali, della sanità e della scuola al 3,6-3,5 per cento. I dati precedenti, tutti più elevati rispetto alla dinamica dei prezzi, danno apparentemente ragione all’affermazione del ministro Scajola nella sua versione più impegnativa.

Vi sono tuttavia alcuni fattori che ne limitano la portata relativamente ottimistica. In primo luogo l’incremento di potere d’acquisto è solo un effetto di breve periodo, destinato presto a rovesciarsi. La recessione ha infatti moderato i prezzi più rapidamente dei salari ma nel tempo è probabile che moderi i salari molto più a lungo dei prezzi. Quasi metà dei contratti collettivi in vigore è in scadenza in questi mesi ed è certo che non potrà essere rinnovata rapidamente e a condizioni comparabili a quelle della precedente tornata.

La recessione, dopo aver interessato i prezzi, inizierà pertanto a farsi sentire anche sulle retribuzioni mentre l’inflazione non potrà che risalire dai bassi valori correnti. A spingerla non è solo l’uscita dalla crisi, che non sappiamo esattamente quando si verificherà, ma le tensioni già esistenti sui prezzi delle materie prime e l’inspiegabile crescita dei prezzi nominalmente “controllati” dai poteri pubblici: a fronte di prezzi dei beni fermi o in discesa, il tasso di crescita tendenziale delle tariffe dei servizi regolati è passato dall’1 per cento del dicembre 2008 a oltre il 3 per cento degli ultimi mesi.

Il secondo fattore in grado di moderare l’ottimismo è il fatto che, utilizzando le statistiche disponibili, abbiamo sinora confrontato la dinamica dei prezzi con quella delle retribuzioni lorde e non dei redditi effettivamente disponibili. In passato i secondi sono cresciuti meno delle prime a causa di un crescente prelievo fiscale, soprattutto su base locale. I dati sui redditi disponibili delle famiglie, riferiti quindi a tutti i redditi e a tutte le famiglie, non solo a quelle che percepiscono redditi da lavori dipendente, smentiscono che la crisi abbia migliorato il potere d’acquisto: come riportato dall’ultimo bollettino statistico della Banca d’Italia, il reddito disponibile reale delle famiglie consumatrici si è ridotto di mezzo punto percentuale nel 2008 rispetto al 2007 e di oltre un punto percentuale nel primo semestre 2009 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

E’ davvero improbabile che questa dinamica si sia rovesciata nell’ultimo. Possiamo a questo punto provare un riepilogo: la crisi ha colpito molto alcuni (chi è passato dall’occupazione alla disoccupazione o alla cassa integrazione) e in media ha colpito tutti, dato che il reddito reale disponibile delle famiglie è sceso. Non ha ancora colpito e forse ha un po’ aiutato, ma solo transitoriamente, chi ha conservato il posto di lavoro e aveva visto rinnovato il proprio contratto collettivo prima dell’inizio della crisi.

Ogni ottimismo appare quindi ingiustificato.

18/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Quel (poco) che sappiamo della riforma fiscale

da Il Fatto Quotidiano del 12 gennaio

Una vignetta di Marilena Nardi

Ieri Silvio Berlusconi è tornato a Roma, un mese dopo il suo ferimento a Milano, e ha annunciato l’intenzione di intervenire entro il 2010 in materia fiscale. Vediamo per punti che cosa potrebbe succedere.

Di che cosa si discute?

Per il momento non c’è molto di concreto. Le ipotesi sono due: una riforma fiscale di ampio respiro, come vorrebbe il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, oppure un progetto più semplice di riduzione delle aliquote Irpef, come promette Silvio Berlusconi dal 1994. Infatti l’unico documento ufficiale disponibile, pubblicato sulla home page del sito del ministero dell’economia (mef.gov.it), è il “Libro bianco” scritto proprio da Tremonti nel 1994.

Cosa cambierebbe?

Stando al “libro bianco” di Tremonti il progetto dovrebbe portare a un cambiamento nella struttura delle aliquote. Nel 1994 si facevano quattro ipotesi, per un Irpef (cioè l’imposta sul reddito delle persone fisiche) a una, due o tre aliquote. L’ipotesi prevalente sembra quella a due aliquote, probabilmente 23 e 33 per cento (ma nel progetto originale erano 27 e 40). Oggi le aliquote sono sei, dal 23 al 43 per cento. Quella del 43 per cento diventerebbe 33 (per chi dichiara un reddito superiore a 100mila euro). Per gli altri un’aliquota unica al 23 per cento.

Chi ci guadagnerebbe?

Stando alle dichiarazioni 2008, gli italiani che guadagnano più di 200 mila euro sono soltanto 75 mila. Per i 21 milioni che già pagano il 23 per cento o meno non cambierà nulla. Per 13 milioni sarà una differenza minima (-4 per cento dell’aliquota), mentre i benefici più consistenti andranno a chi guadagna dai 55 mila euro in su. I più contenti di tutti saranno quelli che oggi pagano il 43 per cento e si ritroveranno inseriti nello scaglione di chi paga il 23, con un taglio del 20 per cento. Si tratta di 380 mila contribuenti che dichiarano tra i 75 e i 100 mila euro.

Quale sarebbe il risparmio?

Questa è la domanda più complicata. Per due ragioni: ogni caso è diverso e bisognerebbe avere informazioni più precise sulle contropartite. Secondo una simulazione della Cgia di Mestre, due coniugi con un figlio a carico e un reddito pro capite di 21.500 euro risparmierebbero 530 euro. Un lavoratore dipendente con 30mila euro, un figlio e una moglie a carico ne risparmierebbe 820.

Dov’è il trucco?

Nel libro bianco del 1994 si legge che il peso dell’Irpef sul totale del gettito scenderà dal 35 al 31 per cento. Nel complesso le imposte sulle “cose” saliranno dal 40 al 46 per cento e quelle sulle “persone” scenderanno dal 60 al 54 per cento. Tradotto: se da un lato si taglia, da un altro si dovrà aumentare. C’è l’ipotesi di una parziale tassa patrimoniale, per tassare non soltanto il reddito ma anche il patrimonio, concepita in funzione anti-evasione. Un’altra fonte di copertura dei  tagli all’Irpef dovrebbe essere il riordino dell’Iva, ritoccando al rialzo le aliquote che gravano sui consumi tassati meno del 20 per cento (alcuni beni alimentari come pane e pasta, l’editoria, l’elettricità e il gas). La conseguenza negativa, almeno da un punto di vista teorico, è che si procede a tagli fiscali mirati mentre gli aumenti sono generalizzati, perchè riguardano beni di consumo di uso diffuso.

E per chi resta alla stessa aliquota?

I 21 milioni che non beneficiano della riduzione dell’aliquota si troveranno comunque a finanziare gli sconti fiscali per i più abbienti pagando i beni con l’Iva aumentata. Quindi, anche per rispettare l’articolo 53 della Costituzione che impone la progressività dell’imposizione fiscale (i ricchi devono pagare di più anche in percentuale), dovrebbe essere previsto un meccanismo di quoziente famigliare. Questo è il punto più confuso, perchè tutti quelli che invocano il quoziente hanno in mente obiettivi e strumenti diversi per aiutare fiscalmente la famiglia. L’orientamento che sembra delinearsi è quello di superare il sistema attuale di micro-incentivi orientati soprattutto al sostegno della demografia preferendo un intervento più unitario che consideri l’ampiezza del nucleo famigliare (e non soltanto il numero di famigliari a carico) oltre al reddito complessivo.

Si farà davvero?

Difficile. Anche considerando l’innalzamento dell’Iva e le altre coperture servirebbero forse altri 20-30 miliardi che non ci sono (e l’ipotesi di procurarseli emettendo nuovo debito pubblico non sembra percorribile). Lo scenario  più probabile è che il gettito proveniente dalla proroga dello scudo fiscale, ancora ignoto ma nel probabile ordine di 4-5 miliardi, potrebbe essere usato per un intervento una tantum a beneficio delle famiglie, da annunciare a ridosso delle elezioni regionali di primavera.

12/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il governo di Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi ama ricordare un aneddoto del giorno della nomina alla Banca d’Italia: dopo la comunicazione si incammina da piazza Venezia a Roma verso via del Corso. I cronisti pensano che stia andando a rendere omaggio a Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli. E invece lui, con un colpo di scena perfettamente calcolato, li spiazza, girando in una strada laterale. Doveva ringraziare padre Rozzi, il gesuita che è stato il suo maestro al liceo Massimo e guida dopo un grave lutto familiare, non certo la politica che, per un accidente storico, lo aveva promosso alla poltrona tecnica più importante del Paese.

RISIKO. Quasi quattro anni dopo il rapporto con la politica resta lo stesso, un coinvolgimento diretto e allo stesso tempo distaccato, nonostante tutti lo vedano sempre in procinto di smettere i panni del tecnico per quelli del politico (lo stesso succedeva, ciclicamente, anche al suo predecessore Antonio Fazio).
Mario Draghi oggi è al centro di un risiko di nomine, o almeno di speculazioni, che potrebbe portarlo alla guida di un governo tecnico o alla testa della Banca centrale europea. Molto dipende da come verranno riempite le altre caselle: il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aspira alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei  ministri economici dell’area euro, Massimo D’Alema sogna la poltrona di ministro degli Esteri europeo dell’Unione post- trattato di Lisbona, a catena – se Draghi andasse alla Bce – bisognerebbe trovare un altro governatore della Banca d’Italia, e potrebbe essere Lorenzo Bini Smaghi, che ora sta proprio nel consiglio della Bce, e  che avrebbe il placet di Tremonti.
Oltre alle nomine, nelle ultime settimane le tensioni con il ministro Tremonti (frequenti in questa legislatura) sono state originate, nell’ordine, da: gli applausi al discorso di Draghi al meeting di Rimini di Cl, merito anche del nuovo stile comunicativo con discorsi scritti interrotti da interventi a braccio; la richiesta di Draghi di alzare l’età pensionabile e le risposte del governo (“la riforma è già stata fatta”); le critiche della Banca d’Italia allo scudo fiscale con replica del ministro; la creazione della Banca del Mezzogiorno voluta da Tremonti che aggira il potere autorizzativo della Banca d’Italia sulla creazione di nuove istituzioni creditizie. Con un paio di mesi di anticipo, a luglio, il servizio studi della Banca d’Italia aveva pubblicato un working paper dal titolo “Quali politiche per il Sud? Il ruolo delle politiche nazionali e regionali nell’ultimo decennio” che si può leggere come  una bocciatura preventiva dei nuovi piani regionali vagheggiati dal governo Berlusconi di cui la Banca del Mezzogiorno è il cardine.

IL POTERE. Proprio dal servizio studi bisogna partire per capire il potere presente di Draghi che serve a mettere le basi di quello futuro, a palazzo Chigi o all’Eurotower di Francoforte, dove ha sede la Bce. Draghi ha riorganizzato il pensatoio della Banca d’Italia in quattro sezioni, statistica, economia reale, finanza pubblica, economia monetaria. A capo c’è sempre Salvatore Rossi che, però, dai tempi di Antonio Fazio, è salito di grado e ora è direttore centrale per la ricerca economica. La tempistica dei quaderni di ricerca della Banca d’Italia è stata negli ultimi due anni troppo precisa per essere casuale, basti ricordare quest’estate lo studio sui divari di reddito e prezzi tra Nord e Sud Italia che ha chiuso il dibattito sulle gabbie salariali volute dalla Lega, rafforzando quel ruolo di via Nazionale che alcuni osservatori definiscono di “Cassazione dell’Economia”. I maliziosi dicono che ormai il servizio studi è la clava che Draghi cala sul dibattito politico per conquistarne l’egemonia. Chi conosce personalmente il governatore, invece, lascia intuire un’altra interpretazione. Franco Bruni, economista della Bocconi tra i più autorevoli, negli anni Settanta studiava al MIT di Boston insieme a Draghi e Mario Baldassarri (ora con il Pdl) alla scuola del premio Nobel Franco Modigliani: “Erano i primi tempi in cui si usava l’econometria, passavamo le nottate con i computer a schede a far girare modelli, ma riuscivamo a non perdere il contatto con la realtà, anche italiana, grazie a Modigliani che discuteva con noi i suoi editoriali per il ‘Corriere della Sera’. Dovevamo anche aiutare Bob Solow e Paul Samuelson, due futuri Nobel, a preparare i loro appunti per le audizioni al Congresso”. A tutti e tre i giovani dottorandi resta l’imprinting: la ricerca, anche al più teorica, deve essere declinata in qualcosa di utile, cioè suggerimenti di politica economica. All’epoca Baldassarri era il più portato per gli aspetti concreti, l’unico a sapere a quanto ammontasse il Pil dell’Italia. Draghi era a metà tra la fascinazione per la teoria e la propensione a diventare un uomo del fare.

Dopo gli anni da direttore generale del Tesoro, in cui ha maturato grande esperienza per gli equilibri di potere romani e si è procurato anche parecchi nemici, Draghi sembra ver trovato ora l’equilibrio che più si addice alle sue inclinazioni caratteriali. Alla Banca d’Italia ha formato il suo ‘governo’, cioè il direttorio che è l’organo di comando di via Nazionale. Ignazio Visco, economista di fama internazionale, rappresenta l’anima più accademica, il teorico del gruppo. Annamaria Tarantola è stata promossa da Draghi, prima donna nel direttorio, dalla vigilanza dove è ricordata come uno dei cani da guardia più feroci dell’operato delle banche italiane. Giovanni Carosio, già numero due del comitato di Basilea che ha fissato negli scorsi anni le regole di patrimonializzazione delle banche (ora contestate da più parti) ha avuto da poco una chiamata “ad personam” di rilievo: guida il Comitato europeo per la supervisione bancaria, il Cebs, che sta costruendo la nuova vigilanza bancaria europea cui spetta il compito di riempire  le falle evidenziate dalla crisi. Chi ha gestito il delicato equilibrio tra funzioni nazionali e internazionali di via Nazionale è Fabrizio Saccomanni, il sessantasettene direttore generale della Banca d’Italia che due giorni fa – in una delle sue rare prese di posizione pubbliche – ha analizzato lo scudo fiscale davanti alle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato: lo scudo – ha detto – può avere effetti positivi sulla ripresa se i capitali degli evasori rimpatriati vengono investiti nelle imprese, ma potrebbe anche incentivare l’evasione futura. Immediata replica di Tremonti che ha detto “provvedimenti come questo ci sono in tutti i Paesi”.

Il compito più difficile di Saccomanni è stato in questi mesi conciliare le due cariche del governatore, evitando l’impressione che ne trascurasse una: oltre a essere alla testa della Banca d’Italia, Draghi presiede il Financial Stability Forum che dopo il G20 di Londra dello scorso aprile è diventato Financial Stability Board, promosso a principale foro di dialogo economico dove si discute del futuro dell’architettura finanziaria mondiale. Ne fanno parte banchieri centrali, capi di Stato e di governo e ministri dell’Economia (o loro rappresentanti) e i vertici delle principali istituzioni internazionali finanziarie. Sono i “topi a guardia del formaggio”, come li ha definiti una volta Tremonti con una delle sue battute più pungenti, sostenendo che la soluzione alla crisi non poteva arrivare da chi aveva applicato fino a ieri le regole alla base del tracollo.

LE REGOLE. Dai working group del Financial Stability Forum sono arrivate le proposte sui limiti alle retribuzioni dei manager, sui nuovi criteri di capitalizzazione e sulla disciplina da applicare agli strumenti finanziari derivati. L’ascesa del FSB è stata parallela alla progressiva prevalenza del G20 sul G8, sintomo dell’impossibilità di gestire la nuova governance globale della finanza senza il coinvolgimento dei Paesi emergenti. Il successo – anche di immagine – della presidenza Draghi del FSB lo rende un candidato più credibile del suo rivale Axel Weber, governatore della Bundesbank, per la poltrona della Bce. Draghi è sempre a tutti i summit che contano, dal G20 al G8, dai vertici europei di politica economica alle riunioni dei banchieri centrali come Jackson Hole, in Wyoming. Saccomanni, che è stato al Fondo monetario internazionale e responsabile dei rapporti con l’estero della Banca d’Italia, lo supporta sulla scena internazionale e si assicura che il governatore sia sempre informato e adeguatamente attivo nelle faccende italiane. Draghi, nella sua doppia veste, può  tradurre in suggerimenti di politica economica le suggestioni teoriche che gli derivano dai simposi internazionali e, viceversa, sviluppare considerazioni derivanti dalla pratica quotidiana in principi generali che devono ispirare la ristrutturazione della finanza globale. “Nei prossimi anni la guida del Financial Stability Board potrebbe essere per Draghi un compito più affascinante rispetto alla Bce, soprattutto quando sarà completato il riassetto del Fondo moentario internazionale e delle altre istituzioni”, dice il professor Bruni. Anche sulla scena internazionale Tremonti ha cercato il confronto con Draghi, promuovendo il suo global legal standard, la carta dei principi per una nuova finanza che, almeno negli ultimi vertici internazionali, non è riuscita a conquistare la testa dell’agenda.

LE PROSSIME TAPPE. Draghi, quindi, potrebbe anche decidere di restare alla Banca d’Italia e alla guida del FSB, se sarà riconfermato nel 2012, quando scade il suo mandato (non più a vita dopo l’esperienza di Antonio Fazio). “In fondo – spiega un esperto conoscitore di via Nazionale – i casi di governatori che hanno lasciato la poltrona più alta per prendere la guida del governo sono pochissimi: Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, ma quelli erano tempi di vera emergenza, Luigi Einaudi, che diventò vicepresidente del Consiglio prima di andare al Quirinale, e Lambeto Dini, che però era direttore genrale. Gli altri passaggi dall’istituzione alla politica sono stati più graduali”. Qualunque cosa decida di fare Draghi, però, nel suo presente continua la dialettica con il ministro Tremonti: prossimo match alla giornata del risparmio, il 29 ottobre, quando entrambi parleranno delle condizioni della finanza italiana.

19/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

A che punto è la notte della crisi: diagnosi chiare, soluzioni meno

IL LIBRO. Le “Lezioni per il futuro” uscite sul “Sole 24 Ore” diventano un volume che è il termometro degli umori degli economisti. Ormai tutti sono (abbastanza) d’accordo sulle origini, ma resta da capire quanto permanenti saranno gli effetti. Nell’economia ma anche nella teoria economica.

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A dieci mesi dal fallimento di Lehman Brothers, il volume appena pubblicato dal Sole 24 Ore, “Lezioni per il futuro” (160 pp., 9,90 euro), fa da primo bilancio del dibattito intellettuale e politico sulla crisi.

Il libro raccoglie gli interventi ospitati dal quotidiano diretto da Gianni Riotta nei mesi scorsi, una serie di saggi aperta e chiusa dal rettore della Bocconi, Guido Tabellini. Grazie al vincolo della brevità imposto dal formato giornalistico, il volume permette a tutti di capire a che punto è arrivato il confronto tra economisti. In sintesi: abbiamo capito come e perché è successo tutto questo, ma non siamo d’accordo sul modo di uscirne. Per dirla con Tabellini: «È opinione diffusa che l’attuale situazione sia soprattutto il risultato di errori di politica economica (nella regolamentazione, nella supervisione e secondo alcuni anche nella politica monetaria) compiuti prima dello scoppio della crisi». Quindi, argomenta Tabellini, basterebbe correggere tali errori per evitare che si ripeta, «ma in realtà alcuni tra gli errori più gravi sono stati compiuti durante la gestione della crisi stessa e hanno contribuito siginificativamente a far precipitare la situazione».

E qui viene il problema. Quali sono stati gli sbagli negli interventi di emergenza? E quali quelli di tipo strutturale da non ripetere? Il volume del Sole dimostra quanto siano ancora diverse le risposte tra gli economisti. Lo scontro simbolo di questa eterogeneità di posizioni è tra Niall Ferguson di Harvard, il più brillante tra i giovani storici britannici, e Paul Krugman, economista di Princeton e premio Nobel dell’Economia nel 2008. Scrive Ferguson che è un dogma di fede pensare che tutta la spesa pubblica per sostenere la domanda, soprattutto negli Stati Uniti, non avrà conseguenze serie sulla finanza pubblica, visto che è fatta a debito (con l’emissione di buoni del Tesoro) : «Solo sul pianeta Eco-101, il corso-base di macroeconomia martellato nella testa di ogni studente universitario del primo anno – accade che una simile marea di obbligazioni non eserciti una pressione al rialzo sui tassi di interesse». L’accusa è rivolta ai neokeynesiani, che si preoccupano più di far ripartire l’economia che della solvibilità a medio termine dello Stato. Così, avverte Ferguson, lo Stato finirà per indebitarsi troppo, quindi i mercati inizieranno a dubitare della sua solidità e chiederanno interessi sempre maggiori nel prestare denaro. Così l’effetto di stimolo sarà mangiato dal costo crescente del debito. Krugman non ha gradito, sul suo blog ha dileggiato «l’ignoranza» di Ferguson, sintomo del fatto che «viviamo in un’epoca buia per la macroeconomia, dove conoscenze acquisite a caro prezzo sono state semplicemente dimenticate». Secondo l’approccio keynesiano, infatti, gonfiare il debito pubblico non è deprecabile se serve a innescare la ripresa, che farà crescere il Pil, riducendo quindi il peso del debito senza indebolire la solidità del bilancio. È troppo presto per capire chi ha ragione, la terza fase della crisi (dopo quella finanziaria e il contagio all’economia reale), cioè la gestione da parte dello Stato della spesa pubblica straordinaria è appena iniziata. E, come dice tra gli altri Carlo De Benedetti, non è affatto chiaro se porterà a una stagione di deflazione o di inflazione. La prima sarebbe la conseguenza di una riduzione troppo prematura degli stimoli d’emergenza (con un riacutizzarsi della crisi), la seconda un’irresistibile tentazione per governi che vogliono lasciar correre i prezzi per ridurre in valore reale il peso del debito.

Come ricorda Tabellini nel saggio conclusivo, un altro aspetto è ancora più controverso: se questa crisi determinerà un cambiamento strutturale nella teoria economica e nel ruolo degli economisti, o se si rivelerà solo l’ennesima oscillazione del pendolo tra regole e laissez faire, tra la scuola di Harvard e quella di Chicago. Martin Wolf, il capo dei commentatori economici del Financial Times, parla di una nascente «economia dei cento fiori». La crisi – non tanto nelle previsioni mancate, quando nella confusione intellettuale seguita al suo scoppio – «ha intaccato la reputazione della scienza economica», ma non per questo ne ha determinato la crisi. Anzi. Nonostante il FT abbia dedicato una lunga serie di articoli al futuro del capitalismo, chiedendosi se ne abbia uno, l’economia di mercato è più vitale di prima. Cina e India ne hanno sperimentato i vantaggi e continueranno a seguirne le regole. Quella che è finita è solo l’egemonia culturale occidentale dell’economia neoclassica, o almeno delle sue degenerazioni. E in questa ottica, scrive Wolf, ha senso dire che «il capitalismo è morto, lunga vita al capitalismo».

Ma perfino un superliberista come Jagdish Bhagwati, economista che da anni predica i benefici della globalizzazione, riconosce che «il meccanismo è scappato di mano». E quindi bisogna ridefinire i limiti, riscrivere alcune regole. Su dove intervenire, come, quanto e perché, le idee si fanno più confuse. Scrive Donato Masciandaro, professore della Bocconi che insegna Regolazione dei mercati finanziari: «Riformare la governance della regolamentazione, negli Stati Uniti e nell’Unione europea, dovrebbe essere una priorità: eppure nulla si muove. La ragione è semplice: lo status quo può fare molto comodo, in prima battuta ai politici». America ed Europa stanno cominciando a ridisegnare l’architettura della supervisione e della prevenzione nella finanza. Ma senza una linea chiara sui nodi di fondo: i derivati vanno controllati e certificati? Le banche centrali devono essere più o meno indipendenti dalla politica? Chi deve pagare le agenzie di rating? «Non credo che stiamo cambiando paradigma, ma acquisendo una migliore conoscenza sulla necessità di regole efficaci. Non solo supervisioni più efficaci, ma anche regole prudenziali macro», dice Jean Tirole, decano dell’economia politica a Tolosa. Ma per cogliere i rischi macro bisogna saper prevedere i pericoli e avere un’idea chiara di quello che succede. Le idee in campo a questo proposito, come si capisce leggendo le “Lezioni per il futuro”, sono tante e assai poco omogenee.

16/07/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Istat: deficit/pil al 9,3 per cento nel primo trimestre. Quanto dobbiamo preoccupuarci?

GUIDO TABELLINI. Per il rettore della Bocconi bisogna agire subito per ridurre la spesa pubblica.

Professor Tabellini, la stupisce un deficit al 9,3 per cento del Pil nel primo trimestre?

Questi dati si inseriscono in un trend globale, comune a tutti i paesi Ocse. Soprattutto quelli avanzati, a partire da Stati Uniti e Gran Bretagna, che hanno problemi di finanza pubblica anche superiori a quelli italiani. Ma sono dati che ci confermano l’importanza di guardare al futuro e ragionare su come gestire il mondo dopo la crisi. Non sono dati sorprendenti, ma per un Paese con il debito pubblico dell’Italia, ribadiscono l’urgenza di agire ora per arginare la crescita della spesa pubblica futura e dare credibilità alla nostra finanza pubblica.

Come?

Servono provvedimenti troppo a lungo rimandati, come un intervento sulle pensioni, che ci aiutino a rientrare dalla spesa come quello delle pensioni, che ci aiutino a rientrare dalla

Visto che la situazione della finanza pubblica si sta comunque deteriorando per il calo del Pil, non valeva la pensa spendere, abbandonando la linea di prudenza contabile tenuta da Tremonti?

Non necessariamente. Bisognava sicuramente fare di più non spendere per sostenere l’economia reale e questo non per forza significa spendere. Il governo si è affidato troppo agli stabilizzatori automatici, mentre avrebbe dovuto essere più proattivo. E questo vale tuttora: più aspettiamo ad agire, peggio è: il pericolo per ora è ancora la deflazione, non certo l’inflazione. E’ ancora importante sostenere l’economia reale. E c sono tante cose che si possono fare senza dissestare ulteriormente la finanza pubblica, dalla riforma dell’università che è in dirittura d’arrivo e speriamo non venga più rimandata, alle liberalizzazioni. Oppure la riforma della scuola. Scelte difficili, che non costano molto ma che avrebbero un grande impatto.

Ma ci sono le condizioni politiche per farlo? Perché le liberalizzazioni che intaccano rendite di posizione generano, per loro natura, tensioni sociali nei gruppi che le subiscono.

Per il governo l’alternativa è dare l’impressione di fare troppo poco in una situazione critica. E forse, da un punto di vista politico, è peggio che rischiare di scontentare qualcuno.

La linea di Berlusconi è che ormai la crisi è soprattutto psicologica e irrazionale, perché i fondamentali si sono assestati. Lei che ne pensa?

 Ha inciso moltissimo nei mesi passati, soprattutto fuori dall’Italia. Ora stiamo entrando in una fase diversa, in cui un po’ di fiducia sta iniziando a tornare. Gli aspetti psicologici diventeranno quindi sempre meno importanti, quello che conterà sono i fondamentali dell’economia che diventeranno il vero parametro per valutare l’andamento della crisi.

 

MARCO FORTIS. Il direttore della fondazione Edison spiega perché stiamo meglio di quel che sembra.

Professor Fortis, come spiega questo dato sul deficit?

La cosa interessante da notare è che il primo trimestre è quello che sconta il calo più forte del Pil, perchè la recessione si è concentrata tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. In particolare per gli esportatori come Giappone, Germania e Italia. Anche a valori correnti, la botta è stata forte. Il primo trimestre è sempre anche il trimestre che ha le uscite maggiori, come dimostra il fatto che lo scorso anno era il 5,7 per cento, molto più basso di quello finale. C’è una stagionalità. Se lo valutiamo nel più lungo periodo, e usiamo i dati della Commissione europea, il rapporto deficit/pil proiettato sul 2009-2010 è meno del cinque per cento. Di tutte le variabili, questa è quella che mi preoccupa meno. Abbiamo una spesa pubblica che cresce poco, 0,5 per cento all’anno, e non deteriora i conti pubblici. E visto che stiamo facendo poca spesa pubblica anticrisi, non dovrebbe peggiorare. Il problema è l’andamento del Pil, il denominatore.

E rispetto agli altri paesi?

Altrove, sorpattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, sta esplodendo il debito pubblico. Sconteranno un rapporto deficit/pil del 14 per cento, ma su base annua non trimestrale.

Quali sono le conseguenze politiche di dati come questi?

Io faccio l’economista, poi in politica si può dire tutto e il suo contrario. È chiaro che questo dato può essere strumentalizzato, ma come ho detto non è da drammatizzare. Il Pil non ci dice tutto: i consumi italiani caleranno meno di quelli di altri Paesi, le famiglie italiane hanno meno debiti e ricominceranno a consumare. Per noi è un problema che smettano di consuamre le famiglie degli altri paesi, perché questo danneggia le nostre imprese esportatrici che, tra l’altro, smettono di investire. Il nostro Pil cala più di quello di altri perché cala l’export.

Berlusconi dice che la crisi è ormai solo psicologica. È così?

Abbiamo problemi strutturali che c’erano anche prima della crisi. Ma Tremonti ha ragione a essere prudente, perché i grandi paesi che si dovranno indebitare avranno bisogno di emettere molti titoli di debito pubblico, facendo concorrenza ai notri Btp. Per questo dobbiamo stare molto attenti, E per ora le nostre aste stanno andando bene, ma il Tesoro deve rinnovare 300 miliardi in scadenza. Senza i conti a posto, nessuno ce li rinnoverebbe. E se smettono di rifinanziarci il debito, la crisi si trasferisce sui dipendenti pubblici.

 

03/07/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il nuovo libro di Franco Bruni: l’acqua e la spugna

Questa è la mia minirecensione di un libro, “L’acqua e la spugna”, che ne avrebbe meritata una più lunga, l’ultimo di Franco Bruni. Che non è solo il professore che mi ha proclamato dottore, ma uno dei saggisti più brillanti che ho letto di recente. Un libro che per la politica monetaria è quello che “Mondo privato e altre storie” di Marta Dassù è per le relazioni internazionali. Due libri agili, scritti benissimo e illuminanti che consiglio.

 

Ieri la Federal Reserve ha confermato la politica del tasso zero e la Banca centrale europea ha annunciato un prestito da record alle banche (442 miliardi di euro per 12 mesi). Franco Bruni – che ieri con Lorenzo Bini Smaghi, Fabrizio Saccomanni, Dario Di Vico, Giuliano Amato e Giampaolo Galli – ha presentato a Roma il libro “L’acqua e la spugna”(Egea, 192 pp., 15 euro), mette in guardia, come dice il sottotiolo, da “I guasti della troppa moneta”. Bruni è un monetarista della Bocconi, ha studiato con Franco Modigliani e oggi si occupa soprattutto di vigilanza. Spiega: «La politica monetaria stava uscendo dal dibattito sulla crisi. Si parlava di tassi di interesse, certo, di responsabilità dei banchieri centrali (soprattutto Alan Greenspan) e di riforme della regolazione. Ma poco delle regole, del modo di fare politica monetaria, di come agire. E soprattutto si parlava poco di moneta».

Nel libro Bruni sceglie un approccio non dogmatico, ma vicino a quello dei monetaristi classici, come Milton Friedman: la moneta è un bene che ha un prezzo (il tasso di interesse). Quindi è giusto trattarla come tale. Si può aumentare l’offerta, facendone scendere il prezzo, o cercare di renderla più costosa – aumentando i tassi – nella speranza che ne diminuisca la domanda. Il successo di Paul Volker, il governatore della Fed che negli anni Ottanta ha sconfitto l’inflazione americana, dimostra che intervenire sulla quantità può essere molto efficace. Il problema è che l’innovazione finanziaria ha creato un sistema di produzione di moneta parallelo, «un’umiliazione per i banchieri centrali», secondo Mario Draghi. Denaro creato cartolarizzando mutui e poi impacchettando le cartolarizzazioni in altri titoli che possono essere usati come garanzia per ottenere altro denaro o semplicemente venduti. Controllare la quantità di moneta è quindi diventato più difficile e le banche centrali, che si sono emancipate dalla politica, «forse sono cadute nelle braccia dei mercati», suggerisce Bruni. Sono state un po’ complici della crisi, quindi, anche perché non avevano – finora – poteri di vigilanza per intervenire su banche e istituzioni finanziarie (le riforme americane ed europee in discussione dovrebbero attribuire nuovi poteri a Fed e Bce). Quindi due cambiamenti sono necessari, secondo Bruni: considerare i rischi sistemici nella politica monetaria e sviluppare un coordinamento, almeno tra Europa e America, che eviti le tensioni nel mercato dei cambi che hanno contribuito a generare la crisi.

25/06/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento