Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

La riconferma di Big Ben

da Il Fatto Quotidiano del 18 dicembre

Ben Bernanke

L’uomo dell’anno ottiene il bis. Il giorno dopo che Time gli ha dedicato la copertina come personaggio del 2009, Bem Bernanke viene riconfermato dalla commissione Finanze del Senato americano alla guida della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. E non poteva andare diversamente, perché Bernanke era già stato indicato dal presidente Barack Obama e ha finora gestito con successo questa parte della crisi. Usando a fisarmonica il bilancio della Fed, passato da 900 a oltre 2000 miliardi di dollari, ha permesso alle banche di liberarsi dei titoli tossici nella fase in cui dovevano avere liquidità a poco prezzo per non soffocare, trasferendo il rischio sulla banca centrale.

Ha evitato l’apocalisse, dicono di lui, anche se c’è qualche ombra sulla sua gestione di alcune operazioni come quella del salvataggio di Bear Stearns. Ma fare ora i bilanci della sua leadership è come giudicare un film dopo il primo tempo. Perché adesso comincia una parte altrettanto difficile del suo compito: prevenire la prossima crisi. Ed è anche per questo che Foreign Policy lo ha indicato come l’intellettuale globale più influente dell’anno tra i 100 in classifica. Perché ora Bernanke dovrà costruire un nuovo paradigma intellettuale alternativo a quello del suo predecessore Alan Greenspan, decaduto guru della finanza che aveva le sue basi culturali in Ayn Rand e in una fede assoluta nelle virtù del mercato.

Bernanke dovrà gestire la politica monetaria in un contesto di disoccupazione al 10 per cento (poteva essere il 25 o il 30 e scatenare una nuova Grande depressione, dicono i suoi fan) e con le elezioni di med term che si avvicineranno proprio quando l’inflazione potrebbe riemergere. E il presidente della Fed dovrà destreggiarsi tra la necessità di alzare i tassi (o comunque raffreddare l’economia tagliando le misure straordinarie) e le pressioni della politica perché lasci correre la ripresa e anche l’inflazione, per ridurre il valore reale dell’enorme debito pubblico accumulato per salvare l’economia reale. Se ci riuscisse gli spetterebbe di diritto la copertina di Time anche nei prossimi dieci anni.

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18/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Ci salvano i Cinesi

dal Fatto Quotidiano del 17 dicembre

di Francesco Bonazzi e Stefano Feltri

Il governatore della Banca centrale cinese Zhou Xiaochuan

Dio benedica la Cina e il suo capitalismo a corto di democrazia, ma non di denari. Da nemico pubblico numero uno, buono per gli slogan più beceri della base leghista e le macrovisioni geopolitiche di Giulio Tremonti a silenziosi partner. Niente più polemiche. Niente più insulti. Anche la Chinatown di Via Sarpi (Milano) o dell’Esquilino hanno smesso di preoccupare. Una volta a Roma perfino i tassisti malignavano su tutti “’sti cinesi amici di D’Alema”. Oggi sono amici di Tremonti?
Il viaggio del ministro dell’Economia a Pechino, con tanto di lezione alla scuola quadri del Partito comunista ha sollevato qualche domanda. E’ lo stesso ministro che si vantava (nel libro “Rischi fatali” del 2005) di essere stato “il primo politico occidentale” a individuare nella Cina “non solo una fantastica opportunità” ma anche “una incombente drammatica negatività”. Che i rapporti siano sempre più stretti lo dimostra anche la visita imminente dei dirigenti del Cic, il China Investment Corporation, opaco fondo sovrano (cioè che gestisce per conto del governo i surplus del bilancio cinese) che arriverà in Italia per trattare accordi con la Cassa depositi e prestiti, braccio operativo della politica economica tremontiana. E non può essere una coincidenza che circolino voci – poi smentite – dell’interesse di un’azienda cinese per acquisire lo stabilimento Fiat di Termini Imerese.


SHOPPING. La spiegazione della metamorfosi circola da settimane nei corridoi delle banche che si occupano di collocare sui mercati internazionali il debito dello Stato italiano: i cinesi hanno cominciato a comprare sempre più Bot e Btp, garantendo il successo delle aste e una domanda tale da mantenere bassi i rendimenti (cioè il costo dell’indebitamento per lo Stato). Racconta un banchiere di una grossa banca statunitense che partecipa alle aste del Tesoro italiano: “Per muovere il mercato in senso favorevole non bisogna neanche comprare moltissimo. Basta un grosso ordine da un investitore che potenzialmente può comprare ancora per aiutare a dare la direzione giusta”. Visto il loro peso specifico, le mosse dei cinesi hanno un impatto forte: “Se i grossi investitori sono anche istituzionali e cinesi, e questi ultimi sono molto liquidi anche perché stanno si spostando sempre più dal dollaro all’euro gli altri trader poi hanno paura di vendere e naturalmente il mercato sale o regge i livelli”. Con la riservatezza tipica del settore, quindi sotto garanzia di anonimato, anche altri banker confermano. “Il crescente interesse di clienti cinesi per i vostri titoli si è registrato in modo visibile già a marzo e aprile. E ancora a ottobre, durante l’ultima asta del Btp a 30 anni, si sono visti movimenti in crescita da Pechino”, dice un altro banchiere d’affari straniero, specializzato sul debito pubblico Sud Europa. “Grossi ordini da investitori cinesi hanno ‘incoraggiato’ la domanda di Btp”, rivela un terzo banchiere da Londra, più laconico ma sicuro nell’indicare un fenomeno nuovo “e che andrà sicuramente crescendo nel 2010, quando l’Italia dovrà collocare oltre 150 miliardi di titoli”. I  cinesi hanno molta liquidità da investire e sono molto attivi sui mercati, anche per la loro politica monetaria di cambio fisso tra yuan e dollaro. E quindi, spiega un banchiere italiano che ha lavorato a lungo per banche tedesche: “Possono decidere di comprare quello che vogliono. Comprano titoli americani per sostenere il debito (e il consumo) in quel paese.  Comprano titoli in euro e commodities per differenziare i loro investimenti”.


IL TESORO. Trovare conferme dal ministero di via XX Settembre non è facile. Nelle aste normali dei titoli di Stato gli acquirenti sono anonimi, almeno in una prima fase, e anche quanto l’identità diventa pubblica si tratta comunque di intermediari. E il Tesoro non è troppo interessato a sapere dove finisce il debito. Qualche informazione in più è disponibile sui collocamenti di titoli particolari, per i quali il ministero si rivolge a un “sindacato di collocamento”, di solito composto da cinque banche, che si occupa di sondare il mercato di piazzare poi l’emissione. E spesso il sindacato comunica anche indicazioni sulla provenienza geografica degli acquirenti. Nel 2009 ci sono state tre operazioni di questo tipo e tre comunicati che si limitano a dire: “Non è mancata anche la presenza di investitori residenti in Asia e negli Usa”. Il grosso viene comunque piazzato in Europa. A fine 2008, dice la Banca d’Italia, su 1,3 miliardi di debiti del settore pubblico 742 milioni erano in mano a investitori fuori dall’Italia. Ma nel 2009, si legge in una tabella dell’ultimo bollettino di Bankitalia, i titoli di Stato in mano straniera ha subito un deciso aumento. Un funzionario di alto livello del ministero non si sbilancia sul nuovo feeling con i cinesi e sul loro attivismo, ma dice: “Credo di poter dire che assistiamo a un aumento della componente asiatica, ma si tratta di un’informazione soltanto qualitativa”.


E forse alludeva a questo Tremonti, quando ai giovani quadri del Partito comunista cinese ha citato Karl Marx: “All’antica indipendenza nazionale si sovrapporrà una interdipendenza globale”. E pensare che sono passati soltanto quattro anni da quando, in “Rischi fatali”, il ministro denunciava: “E’ il resto del mondo, soprattutto la Cina, che sfrutta la debolezza dell’Europa. La colpa non è della Cina. La colpa è dell’Europa”.

17/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il governo di Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi ama ricordare un aneddoto del giorno della nomina alla Banca d’Italia: dopo la comunicazione si incammina da piazza Venezia a Roma verso via del Corso. I cronisti pensano che stia andando a rendere omaggio a Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli. E invece lui, con un colpo di scena perfettamente calcolato, li spiazza, girando in una strada laterale. Doveva ringraziare padre Rozzi, il gesuita che è stato il suo maestro al liceo Massimo e guida dopo un grave lutto familiare, non certo la politica che, per un accidente storico, lo aveva promosso alla poltrona tecnica più importante del Paese.

RISIKO. Quasi quattro anni dopo il rapporto con la politica resta lo stesso, un coinvolgimento diretto e allo stesso tempo distaccato, nonostante tutti lo vedano sempre in procinto di smettere i panni del tecnico per quelli del politico (lo stesso succedeva, ciclicamente, anche al suo predecessore Antonio Fazio).
Mario Draghi oggi è al centro di un risiko di nomine, o almeno di speculazioni, che potrebbe portarlo alla guida di un governo tecnico o alla testa della Banca centrale europea. Molto dipende da come verranno riempite le altre caselle: il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aspira alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei  ministri economici dell’area euro, Massimo D’Alema sogna la poltrona di ministro degli Esteri europeo dell’Unione post- trattato di Lisbona, a catena – se Draghi andasse alla Bce – bisognerebbe trovare un altro governatore della Banca d’Italia, e potrebbe essere Lorenzo Bini Smaghi, che ora sta proprio nel consiglio della Bce, e  che avrebbe il placet di Tremonti.
Oltre alle nomine, nelle ultime settimane le tensioni con il ministro Tremonti (frequenti in questa legislatura) sono state originate, nell’ordine, da: gli applausi al discorso di Draghi al meeting di Rimini di Cl, merito anche del nuovo stile comunicativo con discorsi scritti interrotti da interventi a braccio; la richiesta di Draghi di alzare l’età pensionabile e le risposte del governo (“la riforma è già stata fatta”); le critiche della Banca d’Italia allo scudo fiscale con replica del ministro; la creazione della Banca del Mezzogiorno voluta da Tremonti che aggira il potere autorizzativo della Banca d’Italia sulla creazione di nuove istituzioni creditizie. Con un paio di mesi di anticipo, a luglio, il servizio studi della Banca d’Italia aveva pubblicato un working paper dal titolo “Quali politiche per il Sud? Il ruolo delle politiche nazionali e regionali nell’ultimo decennio” che si può leggere come  una bocciatura preventiva dei nuovi piani regionali vagheggiati dal governo Berlusconi di cui la Banca del Mezzogiorno è il cardine.

IL POTERE. Proprio dal servizio studi bisogna partire per capire il potere presente di Draghi che serve a mettere le basi di quello futuro, a palazzo Chigi o all’Eurotower di Francoforte, dove ha sede la Bce. Draghi ha riorganizzato il pensatoio della Banca d’Italia in quattro sezioni, statistica, economia reale, finanza pubblica, economia monetaria. A capo c’è sempre Salvatore Rossi che, però, dai tempi di Antonio Fazio, è salito di grado e ora è direttore centrale per la ricerca economica. La tempistica dei quaderni di ricerca della Banca d’Italia è stata negli ultimi due anni troppo precisa per essere casuale, basti ricordare quest’estate lo studio sui divari di reddito e prezzi tra Nord e Sud Italia che ha chiuso il dibattito sulle gabbie salariali volute dalla Lega, rafforzando quel ruolo di via Nazionale che alcuni osservatori definiscono di “Cassazione dell’Economia”. I maliziosi dicono che ormai il servizio studi è la clava che Draghi cala sul dibattito politico per conquistarne l’egemonia. Chi conosce personalmente il governatore, invece, lascia intuire un’altra interpretazione. Franco Bruni, economista della Bocconi tra i più autorevoli, negli anni Settanta studiava al MIT di Boston insieme a Draghi e Mario Baldassarri (ora con il Pdl) alla scuola del premio Nobel Franco Modigliani: “Erano i primi tempi in cui si usava l’econometria, passavamo le nottate con i computer a schede a far girare modelli, ma riuscivamo a non perdere il contatto con la realtà, anche italiana, grazie a Modigliani che discuteva con noi i suoi editoriali per il ‘Corriere della Sera’. Dovevamo anche aiutare Bob Solow e Paul Samuelson, due futuri Nobel, a preparare i loro appunti per le audizioni al Congresso”. A tutti e tre i giovani dottorandi resta l’imprinting: la ricerca, anche al più teorica, deve essere declinata in qualcosa di utile, cioè suggerimenti di politica economica. All’epoca Baldassarri era il più portato per gli aspetti concreti, l’unico a sapere a quanto ammontasse il Pil dell’Italia. Draghi era a metà tra la fascinazione per la teoria e la propensione a diventare un uomo del fare.

Dopo gli anni da direttore generale del Tesoro, in cui ha maturato grande esperienza per gli equilibri di potere romani e si è procurato anche parecchi nemici, Draghi sembra ver trovato ora l’equilibrio che più si addice alle sue inclinazioni caratteriali. Alla Banca d’Italia ha formato il suo ‘governo’, cioè il direttorio che è l’organo di comando di via Nazionale. Ignazio Visco, economista di fama internazionale, rappresenta l’anima più accademica, il teorico del gruppo. Annamaria Tarantola è stata promossa da Draghi, prima donna nel direttorio, dalla vigilanza dove è ricordata come uno dei cani da guardia più feroci dell’operato delle banche italiane. Giovanni Carosio, già numero due del comitato di Basilea che ha fissato negli scorsi anni le regole di patrimonializzazione delle banche (ora contestate da più parti) ha avuto da poco una chiamata “ad personam” di rilievo: guida il Comitato europeo per la supervisione bancaria, il Cebs, che sta costruendo la nuova vigilanza bancaria europea cui spetta il compito di riempire  le falle evidenziate dalla crisi. Chi ha gestito il delicato equilibrio tra funzioni nazionali e internazionali di via Nazionale è Fabrizio Saccomanni, il sessantasettene direttore generale della Banca d’Italia che due giorni fa – in una delle sue rare prese di posizione pubbliche – ha analizzato lo scudo fiscale davanti alle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato: lo scudo – ha detto – può avere effetti positivi sulla ripresa se i capitali degli evasori rimpatriati vengono investiti nelle imprese, ma potrebbe anche incentivare l’evasione futura. Immediata replica di Tremonti che ha detto “provvedimenti come questo ci sono in tutti i Paesi”.

Il compito più difficile di Saccomanni è stato in questi mesi conciliare le due cariche del governatore, evitando l’impressione che ne trascurasse una: oltre a essere alla testa della Banca d’Italia, Draghi presiede il Financial Stability Forum che dopo il G20 di Londra dello scorso aprile è diventato Financial Stability Board, promosso a principale foro di dialogo economico dove si discute del futuro dell’architettura finanziaria mondiale. Ne fanno parte banchieri centrali, capi di Stato e di governo e ministri dell’Economia (o loro rappresentanti) e i vertici delle principali istituzioni internazionali finanziarie. Sono i “topi a guardia del formaggio”, come li ha definiti una volta Tremonti con una delle sue battute più pungenti, sostenendo che la soluzione alla crisi non poteva arrivare da chi aveva applicato fino a ieri le regole alla base del tracollo.

LE REGOLE. Dai working group del Financial Stability Forum sono arrivate le proposte sui limiti alle retribuzioni dei manager, sui nuovi criteri di capitalizzazione e sulla disciplina da applicare agli strumenti finanziari derivati. L’ascesa del FSB è stata parallela alla progressiva prevalenza del G20 sul G8, sintomo dell’impossibilità di gestire la nuova governance globale della finanza senza il coinvolgimento dei Paesi emergenti. Il successo – anche di immagine – della presidenza Draghi del FSB lo rende un candidato più credibile del suo rivale Axel Weber, governatore della Bundesbank, per la poltrona della Bce. Draghi è sempre a tutti i summit che contano, dal G20 al G8, dai vertici europei di politica economica alle riunioni dei banchieri centrali come Jackson Hole, in Wyoming. Saccomanni, che è stato al Fondo monetario internazionale e responsabile dei rapporti con l’estero della Banca d’Italia, lo supporta sulla scena internazionale e si assicura che il governatore sia sempre informato e adeguatamente attivo nelle faccende italiane. Draghi, nella sua doppia veste, può  tradurre in suggerimenti di politica economica le suggestioni teoriche che gli derivano dai simposi internazionali e, viceversa, sviluppare considerazioni derivanti dalla pratica quotidiana in principi generali che devono ispirare la ristrutturazione della finanza globale. “Nei prossimi anni la guida del Financial Stability Board potrebbe essere per Draghi un compito più affascinante rispetto alla Bce, soprattutto quando sarà completato il riassetto del Fondo moentario internazionale e delle altre istituzioni”, dice il professor Bruni. Anche sulla scena internazionale Tremonti ha cercato il confronto con Draghi, promuovendo il suo global legal standard, la carta dei principi per una nuova finanza che, almeno negli ultimi vertici internazionali, non è riuscita a conquistare la testa dell’agenda.

LE PROSSIME TAPPE. Draghi, quindi, potrebbe anche decidere di restare alla Banca d’Italia e alla guida del FSB, se sarà riconfermato nel 2012, quando scade il suo mandato (non più a vita dopo l’esperienza di Antonio Fazio). “In fondo – spiega un esperto conoscitore di via Nazionale – i casi di governatori che hanno lasciato la poltrona più alta per prendere la guida del governo sono pochissimi: Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, ma quelli erano tempi di vera emergenza, Luigi Einaudi, che diventò vicepresidente del Consiglio prima di andare al Quirinale, e Lambeto Dini, che però era direttore genrale. Gli altri passaggi dall’istituzione alla politica sono stati più graduali”. Qualunque cosa decida di fare Draghi, però, nel suo presente continua la dialettica con il ministro Tremonti: prossimo match alla giornata del risparmio, il 29 ottobre, quando entrambi parleranno delle condizioni della finanza italiana.

19/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Effetto Bernanke sulla teoria economica

Helicopter Ben

Helicopter Ben

 

La riconferma di Ben Bernanke alla guida della Federal Reserve offre all’ex professore di Princeton la possibilità di traghettare l’America fuori dalla crisi finanziaria. Ma anche di creare un nuovo paradigma teorico, di ambire alla stessa influenza culturale che fu del suo predecessore Alan Greenspan, in un momento in cui gli economisti sono in cerca di una guida. E, soprattutto, di una nuova sintesi capace di superare i modelli economici che la crisi ha dimostrato essere inadeguati. A metà luglio, l’ “Economist” ha dedicato la copertina alla confusione terorica, rappresentata da un enorme tomo di “Modern economic theory” che si liquefa. Bernanke è l’uomo a cui tutti guardano, sia per il suo curricolum di studi (esperto della Grande Depressione e monetarista atipico, seguace critico di Milton Friedman) ma soprattutto per la posizione che ricopre: quello di presidente della Fed è uno dei lavori più duri, in questo momento, ma anche l’unico che consente di fare ciò che per gli economisti di solito è impossibile. Tradurre in pratica le teorie, applicare i modelli e vedere che succede, senza (o in minima parte) dovendo scendere a compromessi con la politica.
Bernanke potrebbe quindi diventare l’ideologo – o almeno la bandiera – della teoria economica degli anni zero, così come Greenspan lo fu del trionfo capitalista dell’ultimo quindicennio del secolo: in carica dal 1987 al 2006, Greenspan portò gli Stati Uniti alla prosperità e alle bolle finanziarie precedenti la crisi, con una personalità capace di trasformare i dati sul Pil in un manifesto della superiorità dell’economia di mercato su quella pianificata (e sul modello socialdemocratico di welfare state europeo). Poi è arrivata la crisi e molte certezze sono crollate. Non quelle sulla superiorità del libero mercato sulla pianificazione di stampo sovietico, ma su quanto e come il mercato debba essere libero.

Scrive l’economista giapponese Leiichiro Kobayashi sul sito voxeu.org: «Visto che l’attuale teoria macroeconomica sfrutta solo le leve keynesiane (politica monetaria e fiscale), gli unici strumenti che abbiamo sono le tasse e la politica monetaria. È evidente che risolvere il problema degli asset tossici e stabilizzare il sistema finanziario sono passi importanti, ma non è chiaro il rapporto tra questi e la stabilità macroeconomica». In pratica: tutti hanno dolorosamente capito in questa crisi che i legami tra l’economia reale e l’intangibile mercato del credito sono molto più stretti di quanto la teoria sostiene. La finanza non è solo uno strumento, ma si è fatta attore determinante. Charles Wyploz, in una sua recente lezione, ha riassunto così le ipotesi alla base della teoria dei mercati finanziari: che gli occasionali shock sono casuali e non correlati tra loro (come i temporali) e sono in prevalenza di entità trascurabile con alcuni, rarissimi, picchi. La storia continua a dimostrare che queste ipotesi sono false. «Perché banchieri, investitori e tutti gli altri continuano a basarsi su queste idee anche se sanno che sono inadeguate?», si chiede Wyploz. Una risposta che l’economista francese si da è che ormai la scienza economica è diventata così dipendente dalla matematica più sofisticata che chi solleva obiezioni viene liquidato come qualcuno che non ha studiato abbastanza per capire le formule. Barry Eichengreen, studioso di teoria monetaria, sostiene una tesi diversa: nella letteratura accademica ci sono tutte le nozioni che consentivano di presentire questa crisi e di capirne la dinamica, ma ha prevalso l’approccio della «conoscenza selettiva»: banchieri e finanzieri consideravano solo quello di cui avevano bisogno per giustificare la propria linea di condotta. A questa tentazione, sempre presente nelle scienze sociali, si è aggiunta la «maledizione di Tobin»: James Tobin (quello noto per l’omonima Tax) ha sostenuto a lungo, senza risultati, che macroeconomia e finanza non potevano essere studiate separatamente. Ma invece è successo, con il risultato che chi sapeva dei problemi nel settore dei mutui subprime cartolarizzati frequentava università e convegni diversi da chi era ben consapevole dei pericoli di una bilancia dei pagamenti troppo squilibrata e di un dollaro in declino come valuta di riserva.

Al centro di questa ragnatela teorica piena di falle c’è lui, Ben Bernanke, che ha recuperato ricette vecchie di cento anni (quelle del fondatore dell’ “Economist” Walter Bagehot) e ha mandato a zero i tassi di interesse, espanendo al contempo i poteri della banca centrale come mai era successo in passato. Sottoscrivendo, quando si è rivelato necessario, anche titoli di debito pubblico governativo, per ridurne il rendimento (e quindi il costo per lo Stato) a lungo termine. Ora tutti gli accademici guardano alla Fed. Bernanke è stato messo dalla crisi nella condizione di superare il gap tra macroeconomia e finanza. La sua Fed si occupa attualmente più di politica fiscale, sostenendo la spesa pubblica e alcuni settori tipo quello edilizio, che della tradizionale politica monetaria. E per la prima volta, forte di un nuovo mandato che allunga il suo orizzonte temporale d’azione, Bernanke può provare ad applicare quello che l’economista della Bocconi ha definito con un ossimoro «monetarismo keynesiano». Cioè una sintesi tra le principali conquiste teoriche del monetarismo di Friedman (la quantità di moneta è importante almeno quanto il suo prezzo, cioè il tasso di interesse) e quelle di John Maynard Keynes (che il mercato del lavoro non tende a eliminare la disoccupazione e il legame tra moneta ed economia reale). Il presidente della Fed ha la chance di diventare il simbolo di un nuovo capitalismo, ancora difficile da definire (nelle intenzioni “illuminato”), così come Greenspan lo era stato di quello sregolato dell’esuberanza irrazionale e dell’illusione della fine dei cicli economici. Solo in tempi straordinari come questi poteva trovare le motivazioni e le opportunità per provarci. Ma per cominciare, superata la fase dell’emergenza, serviva una riconferma. E, almeno questo risultato, Bernanke l’ha già ottenuto.

27/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Obama chiede il bis: Bernanke resta alla Fed

Anticipo. Il presidente della banca centrale americana è stato riconfermato ieri: una scelta che soddisfa gli economisti e Wall Street. Da studioso della Grande Depressione, finora ha evitato gli errori del Ventinove. Da adesso non ha più esempi da seguire e dovrà fare da solo.

iL PRESIDENTE DELLA FED BEN BERNANKE

iL PRESIDENTE DELLA FED BEN BERNANKE

Con cinque mesi di anticipo, il presidente americano Barack Obama ha riconfermato Ben Bernanke alla guida della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. Come già era successo al suo predecessore Alan Greenspan, anche Bernanke (repubblicano) si è visto rinnovare il mandato da un presidente (democratico) di diverso colore politico. Queste le parole di Obama per motivare la scelta: «Come esperto delle cause della Grande Depressione, sono certo che Ben non avrebbe mai immaginato di far parte di una squadra incaricata di evitarne un’altra. Grazie al suo coraggio, al suo temperamento e alla sua creatività è riuscito ad evitare proprio questo».

Esattamente quello che aveva sostenuto Bernanke nel suo intervento al convegno di Jackson Hole, nel weekend, attribuendosi il merito di aver evitato il disastro grazie all’espansione dei poteri (e del bilancio) della banca centrale, scontrandosi con il panico degli investitori che ha determinato la paralisi dei mercati del credito. Nei prossimi quattro anni, Bernanke dovrà affrontare le conseguenze delle misure che oggi gli consentono di vantare il successo. I puntelli di emergenza messi all’economia americana dovranno essere gradualmente rimossi per evitare che facciano da carburante all’inflazione, a partire dalle agevolazioni creditizia al settore immobiliare (il piano TALF è stato appena prorogato perché l’edilizia non residenziale resta in crisi). Il bilancio della banca centrale è più che raddoppiato durante la crisi, solo nell’ultima settimana le sue passività sono cresciute di 37 miliardi di dollari, arrivando a 2037. Significa che la Fed ha immesso nel sistema creditizio un’enorme quantità di denaro (sotto forma di prestiti alle banche) ottenendo in cambio, come garanzia, titoli dal valore incerto. Ed è questa la sfida maggiore che Bernanke dovrà affrontare: liberarsene al momento giusto, un attimo prima che la liquidità in circolo si trasformi in inflazione e un attimo dopo che le banche hanno ripreso i loro business as usual, per non soffocare la ripresa.

In questo frangente il suo passato accademico non lo aiuterà. Bernanke è noto per essere un fine studioso della Grande Depressione (a cui ha dedicato numerosi libri tra cui “Essays on the Great Depression”, Princeton University Press) e del decennio perduto del Giappone. Riguardo al Ventinove è arrivato alle stesse conclusioni di uno dei suoi maestri, Milton Friedman: se il dissesto finanziario diventò catastrofe economica, la colpa fu soprattutto della politica monetaria che non diventò espansiva in modo abbastanza reattivo, lasciando fallire le banche. «Avevate ragione, ci dispiace e non lo rifaremo», ha detto Bernanke nel 2002, appena nominato nel board della Fed (non ancora presidente) a Friedman e Anna Schwartz, in un famoso discorso pubblico per i 90 anni di Friedman. E – infatti – non ha ripetuto gli stessi errori: suscitando qualche perplessità negli economisti più prudenti, la sua Fed ha reagito con prontezza, recuperando polverosi articoli del suo statuto (come il 13.3 che permette interventi straordinari in tempi straordinari) che le hanno permesso di muoversi ben oltre i confini tradizionali. Anche con una disinvoltura che ora gli viene rimproverata, soprattutto nelle fusioni bancarie incoraggiate con modi – dicono i critici e le parti in causa – un po’ troppo spicci.

Ma la storia non offre alcun suggerimento su come uscire dalla situazione attuale: enorme debito pubblico, Fed quasi onnipotente ma legata a doppio filo al Tesoro e quindi meno indipendente, mercati in cerca della ripresa ma dove nessuno dei problemi strutturali alla base della crisi è stato affrontato. A risolvere la Grande Depressione ci pensò, più del New Deal rooseveltiano, la seconda guerra mondiale. Il Giappone è ancora in cerca di una via alla crescita. “Helicopter Ben”, che ha sganciato dollari su Wall Street come da un elicottero (seguendo un auspicio di Friedman) non ha esempi da seguire e, questa volta, invece che ispirarsi alla storia dovrà scriverla.
La Borsa ieri ha reagito con moderato entusiasmo: sa che Bernanke ha tanti pensieri che occuparsi dei superbonus dei manager o limitare la speculazione di ritorno non è in cima alle sue priorità. Perché, oltre a guidare il mondo fuori dalla Grande Recessione, Bernanke dovrà traghettare la Fed attraverso la riforma della supervisione finanziaria e della vigilanza su cui sta lavorando Obama. Da come ne uscirà, dipenderà il destino della Fed: potrebbe avere una maggiore autonomia dalla politica (occupandosi anche dei rischi sistemici) o diventarne sempre più dipendente, se le esigenze di finanza pubblica e le pressioni contro un aumento dei tassi di interesse dovessero intensificarsi.

26/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Le tante ragioni del pessimismo: perché la crisi non sta finendo

Anche ieri sono arrivati segnali dall’economia che invitano a essere ottimisti: la produttività dei lavoratori americani è cresciuta nel secondo trimestre del 6,4 per cento, il risultato migliore da sei anni. Il petrolio è salito ancora, sopra i 73 dollari al barile, e le Borse continuano, con qualche frenata occasionale come quella di ieri, ad andare bene dopo che perfino alcuni zombie, come le agenzie di mutui americane nazionalizzate da George Bush, Fannie Mae e Freddie Mac, hanno cominciato a fare utili. Tutti vogliono essere ottimisti: è di due giorni fa il sondaggio di Kpmg secondo cui le imprese inglesi e italiane sono quelle più fiduciose nella ripresa.
Forse ha ragione lo storico di Harvard Niall Ferguson, che sul Financial Times ha paragonato Barack Obama a Felix il gatto: come il personaggio dei cartoni animati, il presidente americano continuerà a essere fortunato e tutte le potenziali bombe su cui è seduto – a partire da un deficit che nel 2009 sarà di 1800 miliardi di dollari – verranno disinnescate dal provvidenziale ritorno della crescita. Ma i numeri – in cui tanti si esercitano in questi giorni a intravedere sprazzi di sereno – invitano alla prudenza. E lo ha detto ieri proprio Obama: «Non siamo ancora fuori dal bosco» (che in America equivale al nostro tunnel).

Prendiamo le ultime stime del Fondo monetario internazionale: la crescita del Pil mondiale dovrebbe essere negativa (-0,9) nel 2009 e positiva (2,5) nel 2010. Calcolando l’interesse composto, alla fine dell’anno prossimo il mondo sarà più ricco dell’uno per cento circa rispetto allo scorso gennaio. Ma questo non vale per i paesi più industrializzati: per loro la differenza sarà un -4 per cento secco. Ora le previsioni cominciano a essere riviste al rialzo, ma sarà cruciale quanto in fretta miglioreranno le cose.

Negli Stati Uniti, per esempio, c’è il problema del pagamento dei sussidi di disoccupazione: le politiche del lavoro sono affidate nella quasi totalità ai singoli stati federati. E molti di questi, nel tempo delle vacche grasse, non hanno messo da parte nulla e quando è arrivata la crisi hanno cominciato a indebitarsi. Secondo i calcoli della fondazione Pro publica, solo 13 stati su 50 hanno le finanze pubbliche in grado di sostenere il numero di disoccupati causato dalla recessione. Gli altri hanno dovuto prendere soldi in prestito, a partire dalla California (2,6 miliardi di dollari) fino allo stato di New York (1,3 miliardi). Ora il tasso di disoccupazione ha cominciato a ridursi, ma resta l’incognita se i miglioramenti saranno abbastanza rapidi da evitare il collasso alla finanza locale americana. Oggi terminerà la riunione del Fomc, il comitato della Federal Reserve che decide la politica monetaria, dove si sta discutendo della richiesta da parte di alcuni membri del Congresso (su tutti il potente democratico Gary Frank) di espandere i pacchetti di sostegno alla finanza. In particolare il Talf, Term Asset-backed securities Loan Facility, per sostenere il mercato di titoli derivati costruiti su prestiti agli studenti, finanziamenti delle carte di credito e rate per il pagamento dell’auto. Perché c’è il sospetto diffuso, anche se nessuno può averne la certezza, che appena la stampella pubblica verrà tolta, l’economia (e il settore del credito) torneranno nel caos. Come il mercato immobiliare, dove l’aggiustamento al ribasso dei prezzi – dopo gli eccessi della bolla speculativa scoppiata nel 2007 – continuerà ancora per almeno un anno.

Ma non sono certo solo problemi americani. Secondo gli analisti di RGE, la società dell’economista Nouriel Roubini, tra le grandi economie industrializzate solo le condizioni della Francia (e in parte della Norvegia) invitano davvero all’ottimismo: gli ammortizzatori sociali francesi, dal salario minimo alla rigidità del mercato del lavoro, sono stati combinati con politiche anticrisi dall’effetto immediato che hanno fatto il loro dovere. Mentre in altri Paesi sono state finanziate infrastrutture la cui costruzione deve ancora cominciare. Le grandi economie emergenti, invece, sono crollate alla stessa velocità di quelle occidentali a cui erano agganciate dalla globalizzazione ma ora, secondo le stime del Fondo monetario, stanno iniziando a uscire dalla crisi più in fretta.

La grande speranza è ovviamente la Cina: gli economisti che per anni hanno spiegato tutti gli squilibri del mondo con la teoria del savings glut (i cinesi consumano troppo poco e risparmiano troppo, immobilizzando ricchezza), ora sperano che lì nasca una nuova domanda di beni e servizi tale da compensare quella scomparsa – forse per sempre, di certo per un po’ – in Europa e America. Gli ultimi dati dicono che in luglio la produzione industriale è salita del 10 per cento anche se le esportazioni crollavano del 23, segno che il mercato interno è più solido di quello internazionale. Ma il settore finanziario è ancora un rebus, forse all’inizio di una nuova bolla sulla Borsa di Shanghai tornata ai livelli del 2007, prima della crisi. Ma l’ottimismo che suscita una crescita attesa del 9,4 per cento del Pil nel 2009 deve essere temperato, secondo RGE, dalla constatazione che nessuno dei problemi strutturali è stato affrontato nell’anno della crisi: troppi crediti nei bilanci delle banche di dubbio valore, eccesso di risparmio, eccesso di capacità produttiva per un mondo che consumerà meno.

 

12/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il nuovo libro di Franco Bruni: l’acqua e la spugna

Questa è la mia minirecensione di un libro, “L’acqua e la spugna”, che ne avrebbe meritata una più lunga, l’ultimo di Franco Bruni. Che non è solo il professore che mi ha proclamato dottore, ma uno dei saggisti più brillanti che ho letto di recente. Un libro che per la politica monetaria è quello che “Mondo privato e altre storie” di Marta Dassù è per le relazioni internazionali. Due libri agili, scritti benissimo e illuminanti che consiglio.

 

Ieri la Federal Reserve ha confermato la politica del tasso zero e la Banca centrale europea ha annunciato un prestito da record alle banche (442 miliardi di euro per 12 mesi). Franco Bruni – che ieri con Lorenzo Bini Smaghi, Fabrizio Saccomanni, Dario Di Vico, Giuliano Amato e Giampaolo Galli – ha presentato a Roma il libro “L’acqua e la spugna”(Egea, 192 pp., 15 euro), mette in guardia, come dice il sottotiolo, da “I guasti della troppa moneta”. Bruni è un monetarista della Bocconi, ha studiato con Franco Modigliani e oggi si occupa soprattutto di vigilanza. Spiega: «La politica monetaria stava uscendo dal dibattito sulla crisi. Si parlava di tassi di interesse, certo, di responsabilità dei banchieri centrali (soprattutto Alan Greenspan) e di riforme della regolazione. Ma poco delle regole, del modo di fare politica monetaria, di come agire. E soprattutto si parlava poco di moneta».

Nel libro Bruni sceglie un approccio non dogmatico, ma vicino a quello dei monetaristi classici, come Milton Friedman: la moneta è un bene che ha un prezzo (il tasso di interesse). Quindi è giusto trattarla come tale. Si può aumentare l’offerta, facendone scendere il prezzo, o cercare di renderla più costosa – aumentando i tassi – nella speranza che ne diminuisca la domanda. Il successo di Paul Volker, il governatore della Fed che negli anni Ottanta ha sconfitto l’inflazione americana, dimostra che intervenire sulla quantità può essere molto efficace. Il problema è che l’innovazione finanziaria ha creato un sistema di produzione di moneta parallelo, «un’umiliazione per i banchieri centrali», secondo Mario Draghi. Denaro creato cartolarizzando mutui e poi impacchettando le cartolarizzazioni in altri titoli che possono essere usati come garanzia per ottenere altro denaro o semplicemente venduti. Controllare la quantità di moneta è quindi diventato più difficile e le banche centrali, che si sono emancipate dalla politica, «forse sono cadute nelle braccia dei mercati», suggerisce Bruni. Sono state un po’ complici della crisi, quindi, anche perché non avevano – finora – poteri di vigilanza per intervenire su banche e istituzioni finanziarie (le riforme americane ed europee in discussione dovrebbero attribuire nuovi poteri a Fed e Bce). Quindi due cambiamenti sono necessari, secondo Bruni: considerare i rischi sistemici nella politica monetaria e sviluppare un coordinamento, almeno tra Europa e America, che eviti le tensioni nel mercato dei cambi che hanno contribuito a generare la crisi.

25/06/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento