Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Più Pil per tutti!

dal Fatto Quotidiano del 19 gennaio

di Carlo Stagnaro

direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni

A Giulio Tremonti il Pil non piace. “Ho l’impressione che la realtà non sia completamente catturata dalle statistiche sul Prodotto interno lordo”, ha detto a un convegno dell’Aspen Institute sul tema. “Se fossero calcolate e acquisite come rilevanti – ha aggiunto – cose come la bellezza, l’ambiente, la storia, il clima, l’Italia avrebbe una imbarazzante prima posizione, seguita a molte distanze da altre lande”. Tremonti non è originale.

L’inadeguatezza del Pil è al centro di un’ampia riflessione tra gli economisti, e ha avuto importanti ricadute politiche: la più significativa è il rapporto elaborato dalla “commissione Stiglitz” per conto del presidente francese, Nicolas Sarkozy, allo scopo di costruire una sorta di “Pil della felicità”. Una volta calcolato per tutti i paesi, il risultato – non sorprendentemente – è che Parigi guadagna posizioni accorciando, in particolare, il gap rispetto agli odiati yankee. Non è un caso, probabilmente, che molti nemici del Pil abbiano in mente indicatori che favoriscono i rispettivi paesi, e sminuiscono i primati altrui. La questione, però, non è se il Pil sia imperfetto o rozzo. Lo è, naturalmente. I suoi limiti sono molti e sono noti: per esempio, non include le attività non monetarie, che pure generano valore. Così, se una donna delle pulizie percepisce un reddito e dunque contribuisce al Pil, una casalinga – pur svolgendo le stesse mansioni – non ne viene fotografata. Oppure, il Pil considera tutte le attività pubbliche: quando, però, un ente o una società pubblica frena la concorrenza, o quando la burocrazia rende difficoltosa la vita delle imprese, sarebbe ragionevole attribuire un segno negativo, anziché positivo, al suo ruolo nell’economia. Infine, il ministro dell’Economia ha ragione: tante cose – la storia, l’ambiente, il clima, la bellezza, e altro ancora – non entrano nel Pil. Tuttavia, la correttezza delle critiche non cancella una verità difficile da contrastare: il Pil è il peggiore degli indicatori, tranne tutti gli altri. Alcuni di essi presentano un grado ancora maggiore di arbitrarietà. Il clima, per esempio, come può essere considerato? E come è possibile esprimere una valutazione unica a livello nazionale? Il clima delle Alpi è molto diverso da quello della Sicilia: qual è migliore? In altri casi, anche prendendo per buone le misure, è discutibile l’interpretazione. Le diseguaglianze sociali sono generalmente considerate come un esempio del fallimento del Pil: eppure, qualcuno potrebbe preferire un paese meno eguale, ma con un ascensore sociale più dinamico, a uno più statico e meno diversificato. Non è una provocazione: gli italiani migrano negli Stati Uniti, raramente avviene il contrario. Gli economisti si sono sforzati di valutare la felicità – generalmente attraverso la somministrazione di questionari – ma, alla fine, i risultati hanno comunque un ampio margine di ambiguità: in fondo, se per esempio un individuo decide di sacrificare un’unità di felicità in cambio di un reddito più alto, lo fa – evidentemente – perché trova più soddisfacente quel tipo di vita. Cioè, paradossalmente, è più felice così. In ogni caso, non dovrebbe stupire il fatto che la maggior parte degli indicatori teoricamente anti-Pil (felicità, benessere, qualità della vita, eccetera) sono generalmente fortemente correlati… al Pil. Questo suggerisce che, tendenzialmente, anche se non necessariamente, le società più ricche sono anche più felici. Come si dice a Genova, se i soldi non danno la felicità, figuriamoci la miseria. Cosa c’è, allora, dietro la voglia di scalzare il Pil?

Sul piano ideologico, c’è un profondo scetticismo verso la capacità dei mercati di creare e allocare ricchezza con efficienza ed equità: quindi, abolire il Pil serve a dar campo libero alle politiche pubbliche.

Da tempo Tremonti interpreta una posizione interventista, protezionista e corporativa, coerente con tale obiettivo. Su un terreno più concreto, il ministro potrebbe essere infastidito, più che dal Pil, dalle sue conseguenze, che spera di rendere meno percepibili attraverso la sua rivisitazione: forse il Pil della felicità, a differenza di quello consueto, nel 2009 non ha perso cinque punti percentuali, e in rapporto a esso il debito pubblico non si avvicina al 120 per cento né il deficit al 5,3 per cento. Se il Pil della felicità serve a nascondere informazioni, anziché fornirne di nuove, contro le perplessità di Tremonti non si può che berlusconianamente esclamare: più Pil per tutti!

19/01/2010 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO | , , , , , , , , , , , | 1 commento

L’illusionismo dell’inflazione

dal Fatto Quotidiano del 16 gennaio

di Ugo Arrigo

professore di Scienza delle finanze all’Università Bicocca

E’ vero che nel 2009 la recessione economica, grazie alla bassa inflazione, non ha penalizzato il potere d’acquisto degli italiani? In occasione della pubblicazione dei dati provvisori Istat sull’inflazione di dicembre i media hanno riportato con risalto, in almeno tre versioni, una dichiarazione in tal senso del ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola: nella prima la bassa inflazione dimostrerebbe come la crisi non abbia penalizzato più di tanto il potere d’acquisto dei cittadini; nella seconda cade il “più di tanto” e quindi il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato proprio penalizzato dalla crisi; nella terza non solo il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato penalizzato dalla crisi ma in molti casi si sarebbe accresciuto. Quale di queste versioni è dimostrabile? La bassa dinamica dei prezzi è un dato di fatto: con solo un +0,8 per cento nel 2009 l’inflazione è ai minimi storici dell’ultimo cinquantennio. Un secondo dato di fatto è la crescita più robusta delle retribuzioni nel medesimo periodo.

Poiché molti contratti di lavoro sono stati chiusi nella prima parte del 2008, prima del manifestarsi della recessione, nell’anno appena trascorso le retribuzioni hanno risentito positivamente di quegli accordi e hanno registrato una dinamica sensibilmente più elevata rispetto ai prezzi. Le retribuzioni contrattuali dovrebbero infatti chiudere il 2009 con un incremento del 3,1 per cento rispetto al 2008, oltre due punti percentuali in più dell’inflazione. Vanno meglio i lavoratori dell’industria (+3,6 per cento) rispetto a quelli dell’agricoltura (+3,1) e dei servizi (+2,8 per cento) mentre nel settore pubblico l’incremento è interamente imputabile ai comparti a contrattazione collettiva, con i dipendenti dei ministeri al +3,8 per cento e quelli delle autonomie territoriali, della sanità e della scuola al 3,6-3,5 per cento. I dati precedenti, tutti più elevati rispetto alla dinamica dei prezzi, danno apparentemente ragione all’affermazione del ministro Scajola nella sua versione più impegnativa.

Vi sono tuttavia alcuni fattori che ne limitano la portata relativamente ottimistica. In primo luogo l’incremento di potere d’acquisto è solo un effetto di breve periodo, destinato presto a rovesciarsi. La recessione ha infatti moderato i prezzi più rapidamente dei salari ma nel tempo è probabile che moderi i salari molto più a lungo dei prezzi. Quasi metà dei contratti collettivi in vigore è in scadenza in questi mesi ed è certo che non potrà essere rinnovata rapidamente e a condizioni comparabili a quelle della precedente tornata.

La recessione, dopo aver interessato i prezzi, inizierà pertanto a farsi sentire anche sulle retribuzioni mentre l’inflazione non potrà che risalire dai bassi valori correnti. A spingerla non è solo l’uscita dalla crisi, che non sappiamo esattamente quando si verificherà, ma le tensioni già esistenti sui prezzi delle materie prime e l’inspiegabile crescita dei prezzi nominalmente “controllati” dai poteri pubblici: a fronte di prezzi dei beni fermi o in discesa, il tasso di crescita tendenziale delle tariffe dei servizi regolati è passato dall’1 per cento del dicembre 2008 a oltre il 3 per cento degli ultimi mesi.

Il secondo fattore in grado di moderare l’ottimismo è il fatto che, utilizzando le statistiche disponibili, abbiamo sinora confrontato la dinamica dei prezzi con quella delle retribuzioni lorde e non dei redditi effettivamente disponibili. In passato i secondi sono cresciuti meno delle prime a causa di un crescente prelievo fiscale, soprattutto su base locale. I dati sui redditi disponibili delle famiglie, riferiti quindi a tutti i redditi e a tutte le famiglie, non solo a quelle che percepiscono redditi da lavori dipendente, smentiscono che la crisi abbia migliorato il potere d’acquisto: come riportato dall’ultimo bollettino statistico della Banca d’Italia, il reddito disponibile reale delle famiglie consumatrici si è ridotto di mezzo punto percentuale nel 2008 rispetto al 2007 e di oltre un punto percentuale nel primo semestre 2009 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

E’ davvero improbabile che questa dinamica si sia rovesciata nell’ultimo. Possiamo a questo punto provare un riepilogo: la crisi ha colpito molto alcuni (chi è passato dall’occupazione alla disoccupazione o alla cassa integrazione) e in media ha colpito tutti, dato che il reddito reale disponibile delle famiglie è sceso. Non ha ancora colpito e forse ha un po’ aiutato, ma solo transitoriamente, chi ha conservato il posto di lavoro e aveva visto rinnovato il proprio contratto collettivo prima dell’inizio della crisi.

Ogni ottimismo appare quindi ingiustificato.

18/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Quel (poco) che sappiamo della riforma fiscale

da Il Fatto Quotidiano del 12 gennaio

Una vignetta di Marilena Nardi

Ieri Silvio Berlusconi è tornato a Roma, un mese dopo il suo ferimento a Milano, e ha annunciato l’intenzione di intervenire entro il 2010 in materia fiscale. Vediamo per punti che cosa potrebbe succedere.

Di che cosa si discute?

Per il momento non c’è molto di concreto. Le ipotesi sono due: una riforma fiscale di ampio respiro, come vorrebbe il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, oppure un progetto più semplice di riduzione delle aliquote Irpef, come promette Silvio Berlusconi dal 1994. Infatti l’unico documento ufficiale disponibile, pubblicato sulla home page del sito del ministero dell’economia (mef.gov.it), è il “Libro bianco” scritto proprio da Tremonti nel 1994.

Cosa cambierebbe?

Stando al “libro bianco” di Tremonti il progetto dovrebbe portare a un cambiamento nella struttura delle aliquote. Nel 1994 si facevano quattro ipotesi, per un Irpef (cioè l’imposta sul reddito delle persone fisiche) a una, due o tre aliquote. L’ipotesi prevalente sembra quella a due aliquote, probabilmente 23 e 33 per cento (ma nel progetto originale erano 27 e 40). Oggi le aliquote sono sei, dal 23 al 43 per cento. Quella del 43 per cento diventerebbe 33 (per chi dichiara un reddito superiore a 100mila euro). Per gli altri un’aliquota unica al 23 per cento.

Chi ci guadagnerebbe?

Stando alle dichiarazioni 2008, gli italiani che guadagnano più di 200 mila euro sono soltanto 75 mila. Per i 21 milioni che già pagano il 23 per cento o meno non cambierà nulla. Per 13 milioni sarà una differenza minima (-4 per cento dell’aliquota), mentre i benefici più consistenti andranno a chi guadagna dai 55 mila euro in su. I più contenti di tutti saranno quelli che oggi pagano il 43 per cento e si ritroveranno inseriti nello scaglione di chi paga il 23, con un taglio del 20 per cento. Si tratta di 380 mila contribuenti che dichiarano tra i 75 e i 100 mila euro.

Quale sarebbe il risparmio?

Questa è la domanda più complicata. Per due ragioni: ogni caso è diverso e bisognerebbe avere informazioni più precise sulle contropartite. Secondo una simulazione della Cgia di Mestre, due coniugi con un figlio a carico e un reddito pro capite di 21.500 euro risparmierebbero 530 euro. Un lavoratore dipendente con 30mila euro, un figlio e una moglie a carico ne risparmierebbe 820.

Dov’è il trucco?

Nel libro bianco del 1994 si legge che il peso dell’Irpef sul totale del gettito scenderà dal 35 al 31 per cento. Nel complesso le imposte sulle “cose” saliranno dal 40 al 46 per cento e quelle sulle “persone” scenderanno dal 60 al 54 per cento. Tradotto: se da un lato si taglia, da un altro si dovrà aumentare. C’è l’ipotesi di una parziale tassa patrimoniale, per tassare non soltanto il reddito ma anche il patrimonio, concepita in funzione anti-evasione. Un’altra fonte di copertura dei  tagli all’Irpef dovrebbe essere il riordino dell’Iva, ritoccando al rialzo le aliquote che gravano sui consumi tassati meno del 20 per cento (alcuni beni alimentari come pane e pasta, l’editoria, l’elettricità e il gas). La conseguenza negativa, almeno da un punto di vista teorico, è che si procede a tagli fiscali mirati mentre gli aumenti sono generalizzati, perchè riguardano beni di consumo di uso diffuso.

E per chi resta alla stessa aliquota?

I 21 milioni che non beneficiano della riduzione dell’aliquota si troveranno comunque a finanziare gli sconti fiscali per i più abbienti pagando i beni con l’Iva aumentata. Quindi, anche per rispettare l’articolo 53 della Costituzione che impone la progressività dell’imposizione fiscale (i ricchi devono pagare di più anche in percentuale), dovrebbe essere previsto un meccanismo di quoziente famigliare. Questo è il punto più confuso, perchè tutti quelli che invocano il quoziente hanno in mente obiettivi e strumenti diversi per aiutare fiscalmente la famiglia. L’orientamento che sembra delinearsi è quello di superare il sistema attuale di micro-incentivi orientati soprattutto al sostegno della demografia preferendo un intervento più unitario che consideri l’ampiezza del nucleo famigliare (e non soltanto il numero di famigliari a carico) oltre al reddito complessivo.

Si farà davvero?

Difficile. Anche considerando l’innalzamento dell’Iva e le altre coperture servirebbero forse altri 20-30 miliardi che non ci sono (e l’ipotesi di procurarseli emettendo nuovo debito pubblico non sembra percorribile). Lo scenario  più probabile è che il gettito proveniente dalla proroga dello scudo fiscale, ancora ignoto ma nel probabile ordine di 4-5 miliardi, potrebbe essere usato per un intervento una tantum a beneficio delle famiglie, da annunciare a ridosso delle elezioni regionali di primavera.

12/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Se son tasse fioriranno

dal Fatto Quotidiano del 10 gennaio

“Riduzione delle tasse nel 2010? Questa frase dal presidente non è mai stata pronunciata”.
Così Paolo Bonaiuti, il portavoce del presidente del Consiglio, smentiva una frase attribuita a Silvio Berlusconi nel giorno dell’Epifania. Era solo questione di tempo, però, prima che Berlusconi smentisse la smentita.

In un’intervistina a Repubblica (!), piazzata con understatement a  pagina 11 , Berlusconi dice: “Ci sono delle emergenze. Come la riforma tributaria, la riforma della giustizia e la riforma istituzionale”. Poi aggiunge: “Con Tremonti stiamo studiando una riforma tributaria, un progetto che avevamo indicato già nel 1994″.

E infatti, per il momento, il “grande dibattito” auspicato dal ministro dell’Economia si declina nella pubblicazione sul sito Internet del ministero delle Finanze, in bella vista sulla homepage, del “libro bianco” sulla riforma fiscale del 1994, firmato Tremonti. Un reperto archeologico di politica tributaria che risale ai tempi in cui Berlusconi prometteva la “rivoluzione liberale” con il miraggio delle due sole aliquote sull’Irpef, sognando le flat tax anglosassoni.

Ovviamente la rivoluzione non si è mai realizzata e i liberisti come Antonio Martino che all’epoca si erano lasciati sedurre dal berlusconismo thatcheriano ora sono disillusi e ai margini. Ma il governo, conferma Berlusconi, vuole riprovarci. Il problema è sempre lo stesso: dove sono i soldi per ridurre le tasse? Una questione delicata, soprattutto adesso che le entrate sono in calo per la recessione (e forse pure per l’evasione) e che, come ricorda lo stesso Tremonti, l’aumento del debito pubblico si traduce in una “tassa” da otto miliardi all’anno per gli interessi.

Neppure all’Università di Chicago citano più la curva di Laffer – se tagli le tasse il gettito sale perché l’economia cresce e i contribuenti le pagano più volentieri – quindi lo slancio riformatore di Berlusconi e Tremonti rischia di esaurirsi in fretta. Per quel poco che si può intravedere dietro le anticipazioni di Tremonti, gli scenari possibili sono due.

Primo: l’introduzione di un modello “bonusmalus” che riduce le tasse a qualcuno e le alza a qualcun altro giudicato meno meritevole lasciando praticamente invariato il gettito. Servirebbe a incentivare la green economy e a penalizzare i settori poco graditi (come le banche o i petrolieri) e a vantare il successo di una riforma.

Seconda ipotesi, più probabile: il gettito che entrerà in cassa con la proroga dello scudo fiscale (da dicembre ad aprile) verrà speso per un intervento una tantum, magari a ridosso delle regionali. Non sarà una riforma, ma è il massimo che Berlusconi e Tremonti si possono permettere.

11/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Regolamento di conti/1: Il governatore che insiste con gli ammortizzatori

Mario Draghi

Questa volta c’è soltanto silenzio, nessuna reazione. Eppure il governatore della Banca d’Italia, venerdì a Padova, ha ripetuto lo stesso dato che aveva alimentato tante polemiche a giugno: in Italia ci sono 1,6 milioni di persone che se perdono il lavoro si trovano abbandonate, senza coperture, neppure quella cassa integrazione che nel disomogeneo sistema italiano diventa un privilegio di pochi. Nonostante le promesse di Silvio Berlusconi – “nessuno sarà abbandonato” – secondo le elaborazioni della Banca d’Italia su dati Istat e Inps, dice Mario Draghi, “circa 1,2 milioni di lavoratori dipendenti non avrebbero copertura in caso di interruzione del rapporto di lavoro, a cui si affiancano 450mila lavoratori parasubordinati che non godono di alcun sussidio o che non hanno i requisiti per accedere ai benefici introdotti dai provvedimenti del governo”. Una cifra che, rapportata ai 23,4 milioni di occupati censiti dall’Istat, dato 2008, significa che quasi il sette per cento dei lavoratori è privo di protezioni. Per questo Draghi auspica una riforma degli ammortizzatori sociali. Quando aveva detto le stesse cose sei mesi fa era stato Berlusconi in persona a contestarlo: “Questa è un’informazione di Draghi che non corrisponde alle cose che emergono dalla nostra conoscenza della realtà italiana”. Ma poi, in commissione Lavoro alla Camera, il sottosegretario Pasquale Viespoli aveva dovuto ammettere che i numeri della Banca d’Italia non erano poi così lontani dal vero.

GLI INDIFFERENTI. Questa volta le parole di Draghi, invece, non hanno suscitato commenti se non quelli dei sindacati che, compatti, appoggiano sempre l’idea di riformare (ampiandole) le protezioni per chi perde il lavoro. Quando, a ottobre, il governatore aveva intimato che “bisogna alzare l’età pensionabile” non aveva ottenuto neppure la sponda dei sindacati. Il governo, e il ministro del’Economia nello specifico, si limitò a dire che “la riforma è già stata fatta”. L’unica occasione in cui il governatore ha provocato reazioni dall’esecutivo è stato il convegno sul Mezzogiorno in cui ha bocciato i pilastri della politica berlusconiana e tremontiana per il Sud (cioè piani straordinari regionali e Banca del Sud per dare credito agevolato). Tremonti aveva provato addirittura, senza riuscirci, a bloccare il simposio. La freddezza del governo Berlusconi verso la Banca d’Italia è tale che, dopo l’intervento di Draghi al meeting di Comunione e liberazione, ci fu chi sostenne che ormai il governatore si rivolgeva  al Partito democratico, dettando le linee di un programma di politica economica alternativo.

IL POTERE. Draghi, ancora più economista che politico, parla per citazioni. Basta vedere lo studio che ha scelto di citare a sostegno del suo intervento sugli ammortizzatori, un lavoro firmato da Bruno Anastasia, Massimo Mancini e Ugo Trivellato. Nel paper dei tre economisti si legge: “La ragione principale che in genere si adduce per spiegare il (finora) mancato approdo ad una riforma generale è quella dell’eccesso paventato di costi, non si fanno le nozze con i fichi secchi” anche se c’è il forte sospetto che “il sistema attuale in realtà dispiaccia meno di quanto sembri agli attori sociali, nei quali prevale non di rado un riflesso conservatore, e scarso sia, invece, il consenso non tanto sui principi generali di riforma”. Tradotto: i politici, inclusi quelli di questo governo, preferiscono conservare il potere discrezionale di decidere chi ha diretto a quanta protezione, ,modificando le risorse per la cassa integrazione e per la previdenza. Anche se questo comporta abbandonare al loro destino 1,6 milioni di persone.

21/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

Apologia dell’inciucio

da Il Fatto Quotidiano del 19 dicembre

Quando, due giorni fa, Massimo D’Alema ha ventilato l’ipotesi di “una leggina” che risolvesse i problemi giudiziari di Silvio Berlusconi, subito si è gridato all’inciucio. E ieri, quasi a voler eliminare ogni ambiguità, D’Alema si è prodotto in una pubblica apologia dell’inciucismo. Il primo e il più nobile degli inciuci, secondo D’Alema, è stato l’articolo 7 della Costituzione, sulla sovranità e l’indipendenza di Stato e Chiesa e sui Patti Lateranensi che regolano il loro rapporto. Il padre nobile degli inciucisti sarebbe quindi Palmiro Togliatti che si è rifiutato di fare la rivoluzione, come gli rimproverò Adriano Sofri alla vigilia della fondazione di Lotta continua, sostiene D’Alema.

Un giorno dopo l’invito dell’ufficio di presidenza del Pdl che ha invitato a un “dialogo costruttivo “patto democratico” con le opposizioni, D’Alema risponde: “Quegli inciuci sono stati molto importanti  per costruire la convivenza in Italia. Oggi è più complicato e  invece sarebbero utili”.  Da destra osservano con interesse, auspicando (come fanno Daniele Capezzone e Sandro Bondi) che i legami con l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro vengano recisi. Non tutti, però, sono d’accordo nel Partito democratico con le posizioni dalemiane. Lanfranco Tenaglia, che fu ministro ombra della Giustizia di Walter Veltroni, dice che ogni cambiamento di linea politica sulla giustizia deve essere discusso nel partito e non annunciato a mezzo stampa.

Un inciucio, anche questo ispirato da D’Alema, è già in corso. Quello con l’Udc di Pier Ferdinando Casini, alleato privilegiato del Pd nella tattica dalemiana in vista delle regionali della primavera. Dalla Puglia all’Emilia Romagna alla Liguria si intensificano i legami tra Pd e i suoi alleati, nel tentativo di creare un vasto schieramento che possa tenere dentro anche l’Idv. Il prezzo da pagare sembra però essere la scelta di un candidato governatore di provenienza Udc.

19/12/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , | Lascia un commento

La riconferma di Big Ben

da Il Fatto Quotidiano del 18 dicembre

Ben Bernanke

L’uomo dell’anno ottiene il bis. Il giorno dopo che Time gli ha dedicato la copertina come personaggio del 2009, Bem Bernanke viene riconfermato dalla commissione Finanze del Senato americano alla guida della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. E non poteva andare diversamente, perché Bernanke era già stato indicato dal presidente Barack Obama e ha finora gestito con successo questa parte della crisi. Usando a fisarmonica il bilancio della Fed, passato da 900 a oltre 2000 miliardi di dollari, ha permesso alle banche di liberarsi dei titoli tossici nella fase in cui dovevano avere liquidità a poco prezzo per non soffocare, trasferendo il rischio sulla banca centrale.

Ha evitato l’apocalisse, dicono di lui, anche se c’è qualche ombra sulla sua gestione di alcune operazioni come quella del salvataggio di Bear Stearns. Ma fare ora i bilanci della sua leadership è come giudicare un film dopo il primo tempo. Perché adesso comincia una parte altrettanto difficile del suo compito: prevenire la prossima crisi. Ed è anche per questo che Foreign Policy lo ha indicato come l’intellettuale globale più influente dell’anno tra i 100 in classifica. Perché ora Bernanke dovrà costruire un nuovo paradigma intellettuale alternativo a quello del suo predecessore Alan Greenspan, decaduto guru della finanza che aveva le sue basi culturali in Ayn Rand e in una fede assoluta nelle virtù del mercato.

Bernanke dovrà gestire la politica monetaria in un contesto di disoccupazione al 10 per cento (poteva essere il 25 o il 30 e scatenare una nuova Grande depressione, dicono i suoi fan) e con le elezioni di med term che si avvicineranno proprio quando l’inflazione potrebbe riemergere. E il presidente della Fed dovrà destreggiarsi tra la necessità di alzare i tassi (o comunque raffreddare l’economia tagliando le misure straordinarie) e le pressioni della politica perché lasci correre la ripresa e anche l’inflazione, per ridurre il valore reale dell’enorme debito pubblico accumulato per salvare l’economia reale. Se ci riuscisse gli spetterebbe di diritto la copertina di Time anche nei prossimi dieci anni.

18/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Ci salvano i Cinesi

dal Fatto Quotidiano del 17 dicembre

di Francesco Bonazzi e Stefano Feltri

Il governatore della Banca centrale cinese Zhou Xiaochuan

Dio benedica la Cina e il suo capitalismo a corto di democrazia, ma non di denari. Da nemico pubblico numero uno, buono per gli slogan più beceri della base leghista e le macrovisioni geopolitiche di Giulio Tremonti a silenziosi partner. Niente più polemiche. Niente più insulti. Anche la Chinatown di Via Sarpi (Milano) o dell’Esquilino hanno smesso di preoccupare. Una volta a Roma perfino i tassisti malignavano su tutti “’sti cinesi amici di D’Alema”. Oggi sono amici di Tremonti?
Il viaggio del ministro dell’Economia a Pechino, con tanto di lezione alla scuola quadri del Partito comunista ha sollevato qualche domanda. E’ lo stesso ministro che si vantava (nel libro “Rischi fatali” del 2005) di essere stato “il primo politico occidentale” a individuare nella Cina “non solo una fantastica opportunità” ma anche “una incombente drammatica negatività”. Che i rapporti siano sempre più stretti lo dimostra anche la visita imminente dei dirigenti del Cic, il China Investment Corporation, opaco fondo sovrano (cioè che gestisce per conto del governo i surplus del bilancio cinese) che arriverà in Italia per trattare accordi con la Cassa depositi e prestiti, braccio operativo della politica economica tremontiana. E non può essere una coincidenza che circolino voci – poi smentite – dell’interesse di un’azienda cinese per acquisire lo stabilimento Fiat di Termini Imerese.


SHOPPING. La spiegazione della metamorfosi circola da settimane nei corridoi delle banche che si occupano di collocare sui mercati internazionali il debito dello Stato italiano: i cinesi hanno cominciato a comprare sempre più Bot e Btp, garantendo il successo delle aste e una domanda tale da mantenere bassi i rendimenti (cioè il costo dell’indebitamento per lo Stato). Racconta un banchiere di una grossa banca statunitense che partecipa alle aste del Tesoro italiano: “Per muovere il mercato in senso favorevole non bisogna neanche comprare moltissimo. Basta un grosso ordine da un investitore che potenzialmente può comprare ancora per aiutare a dare la direzione giusta”. Visto il loro peso specifico, le mosse dei cinesi hanno un impatto forte: “Se i grossi investitori sono anche istituzionali e cinesi, e questi ultimi sono molto liquidi anche perché stanno si spostando sempre più dal dollaro all’euro gli altri trader poi hanno paura di vendere e naturalmente il mercato sale o regge i livelli”. Con la riservatezza tipica del settore, quindi sotto garanzia di anonimato, anche altri banker confermano. “Il crescente interesse di clienti cinesi per i vostri titoli si è registrato in modo visibile già a marzo e aprile. E ancora a ottobre, durante l’ultima asta del Btp a 30 anni, si sono visti movimenti in crescita da Pechino”, dice un altro banchiere d’affari straniero, specializzato sul debito pubblico Sud Europa. “Grossi ordini da investitori cinesi hanno ‘incoraggiato’ la domanda di Btp”, rivela un terzo banchiere da Londra, più laconico ma sicuro nell’indicare un fenomeno nuovo “e che andrà sicuramente crescendo nel 2010, quando l’Italia dovrà collocare oltre 150 miliardi di titoli”. I  cinesi hanno molta liquidità da investire e sono molto attivi sui mercati, anche per la loro politica monetaria di cambio fisso tra yuan e dollaro. E quindi, spiega un banchiere italiano che ha lavorato a lungo per banche tedesche: “Possono decidere di comprare quello che vogliono. Comprano titoli americani per sostenere il debito (e il consumo) in quel paese.  Comprano titoli in euro e commodities per differenziare i loro investimenti”.


IL TESORO. Trovare conferme dal ministero di via XX Settembre non è facile. Nelle aste normali dei titoli di Stato gli acquirenti sono anonimi, almeno in una prima fase, e anche quanto l’identità diventa pubblica si tratta comunque di intermediari. E il Tesoro non è troppo interessato a sapere dove finisce il debito. Qualche informazione in più è disponibile sui collocamenti di titoli particolari, per i quali il ministero si rivolge a un “sindacato di collocamento”, di solito composto da cinque banche, che si occupa di sondare il mercato di piazzare poi l’emissione. E spesso il sindacato comunica anche indicazioni sulla provenienza geografica degli acquirenti. Nel 2009 ci sono state tre operazioni di questo tipo e tre comunicati che si limitano a dire: “Non è mancata anche la presenza di investitori residenti in Asia e negli Usa”. Il grosso viene comunque piazzato in Europa. A fine 2008, dice la Banca d’Italia, su 1,3 miliardi di debiti del settore pubblico 742 milioni erano in mano a investitori fuori dall’Italia. Ma nel 2009, si legge in una tabella dell’ultimo bollettino di Bankitalia, i titoli di Stato in mano straniera ha subito un deciso aumento. Un funzionario di alto livello del ministero non si sbilancia sul nuovo feeling con i cinesi e sul loro attivismo, ma dice: “Credo di poter dire che assistiamo a un aumento della componente asiatica, ma si tratta di un’informazione soltanto qualitativa”.


E forse alludeva a questo Tremonti, quando ai giovani quadri del Partito comunista cinese ha citato Karl Marx: “All’antica indipendenza nazionale si sovrapporrà una interdipendenza globale”. E pensare che sono passati soltanto quattro anni da quando, in “Rischi fatali”, il ministro denunciava: “E’ il resto del mondo, soprattutto la Cina, che sfrutta la debolezza dell’Europa. La colpa non è della Cina. La colpa è dell’Europa”.

17/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il passato all’asta: la notte dei quadri Alitalia

dal Fatto Quotidiano del 10 dicembre

Sono pochi secondi, ma raccontano la fine di Alitalia meglio di tutti i bilanci e le relazioni dei tribunali fallimentari. Dal podio Georgia Bava, banditore della casa d’aste Finarte, alza il martelletto per la centoquarantaseiesima volta in tre ore e dichiara invenduto il murale di tre metri per quattro “Zeus partorito dal sole” di Gino Severini.

Era il quadro più importante della collezione di Alitalia che è andata all’asta martedì sera, in un palazzo di via Margutta, a Roma. Un quadro con una quotazione minima di 350 mi-la euro che riassume l’atmosfera di un’epoca diversa, quando il talento futurista del romano Severini veniva messo al servizio delle ambizioni della compagnia di bandiera. Era il 1954 quando la Lai e Alitalia inauguravano l’agenzia comune di Parigi, con l’enorme quadro di Severini ad accogliere i clienti, mastodontico biglietto da visita della frenesia italiana negli anni del boom.

Oggi la nuova Alitalia, parola del suo amministratore Rocco Sabelli, sogna di essere una compagnia low cost tagliando tutte le voci di spesa.

Ma per una breve stagione, una ventina d’anni prima di sprofondare nel quindicennio infinito che ha portato alla privatizzazione pagata dai contribuenti, l’Alitalia voleva dare ai suoi passeggeri “l’impressione di essere non già su un soffice tappeto di nuvole ma in una galleria di via del Babuino”, come recitava un cinegiornale d’epoca proiettato in apertura dell’asta. Poi il collasso finanziario, il passaggio dell’attività a Cai (la compagnia degli imprenditori italiani raccolti da Silvio Berlusconi per evitare la conquista da parte di Air France). E il compito affidato al commissario Augusto Fantozzi di vendere tutto il possibile, per ripagare i debiti. “La vendita della collezione artistica è un atto dovuto”, dice il vice di Fantozzi, Antonio Leozappa presente all’asta.

In sala – nella notte romana dell’Immacolata – c’erano oltre 400 persone attirate dai prezzi bassi di partenza (il catalogo indicava una base di 50 o 70 euro per dei De Chirico poi venduti a oltre mille euro). Ma c’era anche quello che i “mercanti” presenti, come si definiscono tra loro i galleristi, hanno definito “il sovrapprezzo Alitalia”. Per un gallerista, un quadro che ha nel “curriculum” la provenienza Alitalia significa la certezza di spuntare un prezzo più alto, e per un collezionista la spartana cornice di legno a prova di turbolenza vale quasi quanto il dipinto.

L’asta parte a rilento, i primi lotti non si vendono. Poi le cifre iniziano a salire, arrivano i pezzi pregiati, il martelletto si alza e si abbassa mentre scrosciano gli applausi nella sala laterale che riesce a seguire l’asta solo grazie a un funzionario della Finarte che, arrampicato su una colonna, grida le offerte di quelli troppo lontani dal banditore. “Non ho mai visto tanti telefoni a un’asta di questo genere”, dice un giovane gallerista, osservando la fila di ragazze che dai cordless trattano le cifre alte per clienti che preferiscono restare a casa, senza esporsi agli sguardi della platea. E così, un pezzo dopo l’altro, la collezione che fu vanto della compagnia di bandiera, celebrata dalle copertine di una rivista indimenticata dagli antiquari, “Freccia Alata”, si frammenta nelle case romane dei collezionisti che alzano il cartoncino numerato. Qualcuno riesce anche a fare un affare, come l’acquirente (misterioso perché telefonico) di un quadro di Francesco Lo Savio a soli 20 mila euro.

“Regalato”, commentano tra loro gli esperti in sala, anche se tutti i prezzi vanno maggiorati di quasi il 50 per cento, tra Iva e commissioni della casa d’aste. Poi c’è chi, già sconfitto più volte, si intestardisce a rilanciare e finisce per strapagare un pittore con poco mercato come Toti Scialoja.

Ma per lo “Zeus” di Severini l’effetto Alitalia non basta: costa troppo ed è un quadro che pochissimi privati – “forse solo il presidente del Consiglio”, dice un esperto del settore – potrebbero permettersi. Banche e istituzioni, in questo periodo, disertano le aste, perché i soldi a disposizione sono pochi e non si spendono, anche se con la crisi i prezzi dell’arte sono crollati e questo è il momento per fare affari. E così Alitalia si trova, come sempre, associata a problemi dal lato finanziario: la Finarte si deve accontentare di incassare poco più di 800 mila euro, meno della base d’asta di un milione di euro stimata alla vigilia, perché non è riuscita a piazzare il quadro che doveva fare la differenza. E che resta così a Fantozzi, anche se Finarte ha già annunciato di volerci riprovare ad aprile, quando tornerà a offrirlo al pubblico.

Dopo la delusione sul Severini – il pubblico sperava in un duello a colpi di decine di migliaia di euro, invece niente – la sala comincia a svuotarsi. Nel cortile di Palazzo Patrizi si riversano ex dipendenti di Alitalia, quasi tutti a mani vuote, e i galleristi che hanno mancato il quadro obiettivo. Con il disincanto degli sconfitti rievocano capolavori “misteriosamente scomparsi o sostituiti da copie ben fatte, perché negli anni i dipendenti si sono portati via di tutto”. E si celebra il ricordo di “un capitello romano in una sede di Tokyo che vale una fortuna” e che chissà quale sorte gli è toccata.

10/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano, Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

LA FIDUCIA MASCHERATA

da Il Fatto dell’8 dicembre

Sulla carta l’appello di Gianfranco Fini è stato rispettato. Il 25 novembre il presidente della Camera aveva chiesto alla maggioranza di cui fa parte di evitare il solito rito del maxiemendamento finale: Finanziaria modificata con un unico emendamento (e centinaia di commi) su cui viene posto un voto di fiducia. Che chiude ogni discussione e impedisce ogni dissenso dentro la maggioranza. Il governo si è attenuto alla forma: il voto di fiducia forse non ci sarà, ma soltanto perché la Finanziaria è stata blindata già in commissione Bilancio. Quando Fini ha detto che avrebbe avuto difficoltà “ad accettare un voto di fiducia su un testo diverso da quello uscito dalla commissione” non intendeva suggerire la linea che la maggioranza ha poi seguito. Per la prima volta tutta la riformulazione della manovra è stata appaltata al relatore (del Pdl) Massimo Corsaro. Le vere decisioni sono state prese in sedi diverse dalla commissione, come il comitato di politica economica del Pdl.

Il dettato di Fini è stato quindi rispettato: la fiducia ci sarà sul testo uscito dalla commissione – senza ulteriori modifiche – come richiesto Ma soltanto perché il maxiemendamento è stato già blindato in anticipo. L’opposizione ha abbandonato la commissione Bilancio lasciando la maggioranza da sola a votare il maxiemendamento perché il risultato, al di là del rispetto formale delle procedure, è stato proprio quello che Fini voleva evitare: il governo decide in autonomia di portare a 9 miliardi l’entità della Finanziaria e come ripartire le risorse in arrivo con lo scudo fiscale senza che nessuno possa discutere le decisioni.

Ieri pomeriggio Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo, ha però confermato che a gennaio ci sarà un decreto legge, appendice non irrilevante della manovra economica. Per decreto il governo progherà gli incentivi per il settore degli elettrodomestici e – forse – per l’auto se si trova un’intesa con la Fiat a cui il governo chiede garanzie sulla tutela dei posti di lavoro, soprattutto nello stabilimento di Termini Imerese (Palermo). L’opposizione già dimostra la sua contrarietà perché su un decreto legge c’è un margine di discussione ancora inferiore a quello sulla Finanziaria blindata.

09/12/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento