Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Obama chiede il bis: Bernanke resta alla Fed

Anticipo. Il presidente della banca centrale americana è stato riconfermato ieri: una scelta che soddisfa gli economisti e Wall Street. Da studioso della Grande Depressione, finora ha evitato gli errori del Ventinove. Da adesso non ha più esempi da seguire e dovrà fare da solo.

iL PRESIDENTE DELLA FED BEN BERNANKE

iL PRESIDENTE DELLA FED BEN BERNANKE

Con cinque mesi di anticipo, il presidente americano Barack Obama ha riconfermato Ben Bernanke alla guida della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. Come già era successo al suo predecessore Alan Greenspan, anche Bernanke (repubblicano) si è visto rinnovare il mandato da un presidente (democratico) di diverso colore politico. Queste le parole di Obama per motivare la scelta: «Come esperto delle cause della Grande Depressione, sono certo che Ben non avrebbe mai immaginato di far parte di una squadra incaricata di evitarne un’altra. Grazie al suo coraggio, al suo temperamento e alla sua creatività è riuscito ad evitare proprio questo».

Esattamente quello che aveva sostenuto Bernanke nel suo intervento al convegno di Jackson Hole, nel weekend, attribuendosi il merito di aver evitato il disastro grazie all’espansione dei poteri (e del bilancio) della banca centrale, scontrandosi con il panico degli investitori che ha determinato la paralisi dei mercati del credito. Nei prossimi quattro anni, Bernanke dovrà affrontare le conseguenze delle misure che oggi gli consentono di vantare il successo. I puntelli di emergenza messi all’economia americana dovranno essere gradualmente rimossi per evitare che facciano da carburante all’inflazione, a partire dalle agevolazioni creditizia al settore immobiliare (il piano TALF è stato appena prorogato perché l’edilizia non residenziale resta in crisi). Il bilancio della banca centrale è più che raddoppiato durante la crisi, solo nell’ultima settimana le sue passività sono cresciute di 37 miliardi di dollari, arrivando a 2037. Significa che la Fed ha immesso nel sistema creditizio un’enorme quantità di denaro (sotto forma di prestiti alle banche) ottenendo in cambio, come garanzia, titoli dal valore incerto. Ed è questa la sfida maggiore che Bernanke dovrà affrontare: liberarsene al momento giusto, un attimo prima che la liquidità in circolo si trasformi in inflazione e un attimo dopo che le banche hanno ripreso i loro business as usual, per non soffocare la ripresa.

In questo frangente il suo passato accademico non lo aiuterà. Bernanke è noto per essere un fine studioso della Grande Depressione (a cui ha dedicato numerosi libri tra cui “Essays on the Great Depression”, Princeton University Press) e del decennio perduto del Giappone. Riguardo al Ventinove è arrivato alle stesse conclusioni di uno dei suoi maestri, Milton Friedman: se il dissesto finanziario diventò catastrofe economica, la colpa fu soprattutto della politica monetaria che non diventò espansiva in modo abbastanza reattivo, lasciando fallire le banche. «Avevate ragione, ci dispiace e non lo rifaremo», ha detto Bernanke nel 2002, appena nominato nel board della Fed (non ancora presidente) a Friedman e Anna Schwartz, in un famoso discorso pubblico per i 90 anni di Friedman. E – infatti – non ha ripetuto gli stessi errori: suscitando qualche perplessità negli economisti più prudenti, la sua Fed ha reagito con prontezza, recuperando polverosi articoli del suo statuto (come il 13.3 che permette interventi straordinari in tempi straordinari) che le hanno permesso di muoversi ben oltre i confini tradizionali. Anche con una disinvoltura che ora gli viene rimproverata, soprattutto nelle fusioni bancarie incoraggiate con modi – dicono i critici e le parti in causa – un po’ troppo spicci.

Ma la storia non offre alcun suggerimento su come uscire dalla situazione attuale: enorme debito pubblico, Fed quasi onnipotente ma legata a doppio filo al Tesoro e quindi meno indipendente, mercati in cerca della ripresa ma dove nessuno dei problemi strutturali alla base della crisi è stato affrontato. A risolvere la Grande Depressione ci pensò, più del New Deal rooseveltiano, la seconda guerra mondiale. Il Giappone è ancora in cerca di una via alla crescita. “Helicopter Ben”, che ha sganciato dollari su Wall Street come da un elicottero (seguendo un auspicio di Friedman) non ha esempi da seguire e, questa volta, invece che ispirarsi alla storia dovrà scriverla.
La Borsa ieri ha reagito con moderato entusiasmo: sa che Bernanke ha tanti pensieri che occuparsi dei superbonus dei manager o limitare la speculazione di ritorno non è in cima alle sue priorità. Perché, oltre a guidare il mondo fuori dalla Grande Recessione, Bernanke dovrà traghettare la Fed attraverso la riforma della supervisione finanziaria e della vigilanza su cui sta lavorando Obama. Da come ne uscirà, dipenderà il destino della Fed: potrebbe avere una maggiore autonomia dalla politica (occupandosi anche dei rischi sistemici) o diventarne sempre più dipendente, se le esigenze di finanza pubblica e le pressioni contro un aumento dei tassi di interesse dovessero intensificarsi.

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26/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Appunti dal G8/10: Un bilancio a freddo

 L’Aquila. Ora che Barack Obama è in Ghana, Carla Bruni non è più tra le macerie dell’Aquila e il summit si è chiuso senza la pubblicazione delle foto di Silvio Berlusconi, è tempo di bilanci per questo G8 2009, che secondo il presidente del Consiglio è stato «perfetto». Vediamo punto per punto.

 ASPETTATIVE. Si parlava di inutilità del summit prima ancora che cominciasse. Tutti gli osservatori vedevano nel vertice abruzzese le premesse per un disastro logistico, un’infinita serie di occasioni per gaffe tipo “Mister Obamaaa” e il rischio di un fallimento politico. Non è andata così. E se il summit è stato considerato da tutti un sostanziale successo è senza dubbio anche perché le aspettative della vigilia erano così basse.

  BERTOLASO. La Protezione civile era attesa alla prova della gestione contemporanea della città terremotata e della logistica del vertice. A parte qualche rigidità nelle comunicazioni con i giornalisti, il personale di Guido Bertolaso vanta un bilancio positivo. Nonostante lo sciame sismico e le strutture di Coppito riadattate in poche settimane, la Protezione civile è riuscita a far funzionare tutto. Il riconoscimento ufficiale di Berlusconi è arrivato più volte, fino alla promessa di prendere casa a L’Aquila, questa estate.

CINA. Le rivolte degli Uiguri nella regione dello Xinjiang hanno impedito al presidente cinese Hu Jintato di partecipare alle sessioni di lavoro del summit. Questo ha avuto due conseguenze: il mancato accordo sul clima (che probabilmente non ci sarebbe stato neppure con Hu presente) e, soprattutto, la scomparsa dall’agenda del vertice della questione monetaria. La Cina ormai ha deciso di reagire alle pressioni per la rivalutazione dello Yuan andando all’attacco: in cambio chiede che si trovi un’alternativa al dollaro come valuta di riserva. Un modo per dire che vorrebbe convertire i propri enormi crediti in moneta americana in qualcos’altro prima che perdano di valore per l’inflazione probabile dopo la crisi o a causa di una persistente svalutazione del dollaro. È un tema di cui molti, a partire dagli europei, sono disposti a discutere, ma serve l’impulso dei cinesi, gli unici con il potere contrattuale sufficiente.

IRAN. L’agenda del summit era soprattutto economica. Ma le elezioni iraniane e la proliferazione nucleare si sono imposti come uno degli argomenti principali. Berlusconi ha tenuto posizioni oscillanti tra la linea dura e «la mano tesa», come ha detto anche il ministro degli Esteri Franco Frattini riferendosi alla dichiarazione finale che parla di preoccupazione ma non accenna a misure punitive. Nella conferenza stampa conclusiva Berlusconi ha ribadito con una forza maggiore rispetto ai giorni precedenti che si è esclusa l’ipotesi delle sanzioni, lasciando intendere che nella gamma delle posizioni presenti nelle discussioni a porte chiuse, l’Italia stava su quelle più dialoganti.

MURDOCH. C’erano due vere incognite in questo G8: le foto di Antonello Zappadu – che non sono uscite – e le domande dei giornalisti stranieri, che non sono arrivate. Berlusconi ha tenuto tre conferenze stampa, due con possibilità di intervenire. La stampa italiana è stata innocua con punte di piaggeria. Le conferenze stampa di Berlusconi si sono sempre chiuse con un applauso. Nessuno dei corrispondenti stranieri più agguerriti nell’ultimo periodo, come Richard Owen del Times di Rupert Murdoch o Miguel Mora del Paìs, ha mai provato ad avvicinarsi al microfono per fare domande. Non è detto che ci sarebbero riusciti – la conferenza stampa finale è stata chiusa appena prima che toccasse a Claudio Tito di Repubblica – ma neppure ci hanno provato. Murdoch, principale indiziato del complotto internazionale antiberlusconiano, ha poi avuto la cortesia di scegliere proprio i giorni del G8 per pagare un milione di sterline per chiudere cause legali dovute a intercettazioni illegali fatte da investigatori privati su richiesta del suo gruppo editoriale News Corp.

OBAMA. Berlusconi ha gestito la presenza di Barack Obama in quello che forse era l’unico modo possibile: lasciandogli la scena. Obama in camicia tra le macerie, Obama che arriva con 3,5 miliardi per l’Africa già pronti mentre Berlusconi deve giustificarsi per i ritardi negli aiuti promessi, Obama che – pur limitandosi alla normale cortesia diplomatica – detta i titoli dei giornali italiani parlando di «eccezionale ospitalità». Berlusconi aveva una sfida davanti: stabilire un rapporto proficuo con il presidente americano dopo otto anni passati a presentarsi come il partner (e l’amico) più affidabile di George Bush. C’è riuscito, anche se il prezzo da pagare è stato ammettere i limiti dell’amministrazione Bush, come quando ha riconosciuto che l’America era cambiata riguardo al clima. Il presidente del Consiglio ha ceduto a Obama la presidenza del Major Economic Forum, uno dei sottovertici più rilevanti, e si è presentato accanto a lui con il podio senza rialzi, accettando il divario fisico e scenografico (quando parlava da presidente del G8, invece, aveva quello con il gradino).
 

RISULTATI. Gli otto sono stati molto abili a presentare come obiettivi raggiunti anche quelli dove è stata fatta solo un’operazione di immagine. I risultati concreti sono stati solo tre: impegno alla chiusura politica dei negoziati sul commercio entro il 2009, innalzamento dai 15 miliardi previsti ai 20 promessi degli aiuti per la sicurezza alimentare e la creazione di un istituto in Australia che coordinerà gli sforzi per la riduzione dell’anidride carbonica. Il foro del G14 sarà sempre affiancato al G8 fino a sostituirlo, probabilmente, in breve tempo. Su tutto il resto niente è stato raggiunto: di crisi si è parlato, ma trascurando i due argomenti più delicati. Cioè la disoccupazione che continuerà a crescere per diversi mesi e la questione monetaria, con la Cina che continua a chiedere lo studio di alternative al dollaro come moneta di riserva mondiale. Sul clima si è assistito a un fallimento quasi completo: a dicembre ci sarà la conferenza internazionale di Copenhagen e le grandi potenze e gli emergenti come Cina e India ancora non hanno concordato quali obiettivi darsi.L’accordo sul limite massimo dei due gradi di aumento della temperatura, pur se privo di ricadute operative, ha permesso di non rivendicare un successo, anche se minimo.

SARKOZY. La scelta di Carla Bruni di visitare L’Aquila da sola e non con le altre first lady le ha attirato le critiche, ormai abituali, di eccesso di protagonismo. Bisogna però capire il contesto: suo marito Nicolas Sarkozy, presidente della Francia, è stato completamente oscurato da Obama e perfino da Berlusconi e Gordon Brown (la cui moglie teneva un blog per il Guardian nei giorni aquilani). Le apparizioni pubbliche di Carla Bruni sono servite – sia a livello internazionale che soprattutto in Francia – a marcare la differenza francese, a riaffermare una primazia di forma se non di sostanza che sul piano politico Parigi non può più rivendicare in questo genere di vertici.

 STAFF. La squadra di Berlusconi si è molto spesa questa settimana per preparare il giusto clima ed essere pronto nel caso – non improbabile – di qualche gaffe diplomatica. Anche personaggi di solito abituati a stare lontani dal proscenio sono stati visibili e attivi, come Valentino Valentini. I momenti di tensione maggiore erano le conferenze stampa, Paolo Bonaiuti scrutava la platea temendo i giornalisti stranieri. Ma le domande che avrebbero creato problemi non sono arrivate.

13/07/2009 Posted by | Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento