Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Più Pil per tutti!

dal Fatto Quotidiano del 19 gennaio

di Carlo Stagnaro

direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni

A Giulio Tremonti il Pil non piace. “Ho l’impressione che la realtà non sia completamente catturata dalle statistiche sul Prodotto interno lordo”, ha detto a un convegno dell’Aspen Institute sul tema. “Se fossero calcolate e acquisite come rilevanti – ha aggiunto – cose come la bellezza, l’ambiente, la storia, il clima, l’Italia avrebbe una imbarazzante prima posizione, seguita a molte distanze da altre lande”. Tremonti non è originale.

L’inadeguatezza del Pil è al centro di un’ampia riflessione tra gli economisti, e ha avuto importanti ricadute politiche: la più significativa è il rapporto elaborato dalla “commissione Stiglitz” per conto del presidente francese, Nicolas Sarkozy, allo scopo di costruire una sorta di “Pil della felicità”. Una volta calcolato per tutti i paesi, il risultato – non sorprendentemente – è che Parigi guadagna posizioni accorciando, in particolare, il gap rispetto agli odiati yankee. Non è un caso, probabilmente, che molti nemici del Pil abbiano in mente indicatori che favoriscono i rispettivi paesi, e sminuiscono i primati altrui. La questione, però, non è se il Pil sia imperfetto o rozzo. Lo è, naturalmente. I suoi limiti sono molti e sono noti: per esempio, non include le attività non monetarie, che pure generano valore. Così, se una donna delle pulizie percepisce un reddito e dunque contribuisce al Pil, una casalinga – pur svolgendo le stesse mansioni – non ne viene fotografata. Oppure, il Pil considera tutte le attività pubbliche: quando, però, un ente o una società pubblica frena la concorrenza, o quando la burocrazia rende difficoltosa la vita delle imprese, sarebbe ragionevole attribuire un segno negativo, anziché positivo, al suo ruolo nell’economia. Infine, il ministro dell’Economia ha ragione: tante cose – la storia, l’ambiente, il clima, la bellezza, e altro ancora – non entrano nel Pil. Tuttavia, la correttezza delle critiche non cancella una verità difficile da contrastare: il Pil è il peggiore degli indicatori, tranne tutti gli altri. Alcuni di essi presentano un grado ancora maggiore di arbitrarietà. Il clima, per esempio, come può essere considerato? E come è possibile esprimere una valutazione unica a livello nazionale? Il clima delle Alpi è molto diverso da quello della Sicilia: qual è migliore? In altri casi, anche prendendo per buone le misure, è discutibile l’interpretazione. Le diseguaglianze sociali sono generalmente considerate come un esempio del fallimento del Pil: eppure, qualcuno potrebbe preferire un paese meno eguale, ma con un ascensore sociale più dinamico, a uno più statico e meno diversificato. Non è una provocazione: gli italiani migrano negli Stati Uniti, raramente avviene il contrario. Gli economisti si sono sforzati di valutare la felicità – generalmente attraverso la somministrazione di questionari – ma, alla fine, i risultati hanno comunque un ampio margine di ambiguità: in fondo, se per esempio un individuo decide di sacrificare un’unità di felicità in cambio di un reddito più alto, lo fa – evidentemente – perché trova più soddisfacente quel tipo di vita. Cioè, paradossalmente, è più felice così. In ogni caso, non dovrebbe stupire il fatto che la maggior parte degli indicatori teoricamente anti-Pil (felicità, benessere, qualità della vita, eccetera) sono generalmente fortemente correlati… al Pil. Questo suggerisce che, tendenzialmente, anche se non necessariamente, le società più ricche sono anche più felici. Come si dice a Genova, se i soldi non danno la felicità, figuriamoci la miseria. Cosa c’è, allora, dietro la voglia di scalzare il Pil?

Sul piano ideologico, c’è un profondo scetticismo verso la capacità dei mercati di creare e allocare ricchezza con efficienza ed equità: quindi, abolire il Pil serve a dar campo libero alle politiche pubbliche.

Da tempo Tremonti interpreta una posizione interventista, protezionista e corporativa, coerente con tale obiettivo. Su un terreno più concreto, il ministro potrebbe essere infastidito, più che dal Pil, dalle sue conseguenze, che spera di rendere meno percepibili attraverso la sua rivisitazione: forse il Pil della felicità, a differenza di quello consueto, nel 2009 non ha perso cinque punti percentuali, e in rapporto a esso il debito pubblico non si avvicina al 120 per cento né il deficit al 5,3 per cento. Se il Pil della felicità serve a nascondere informazioni, anziché fornirne di nuove, contro le perplessità di Tremonti non si può che berlusconianamente esclamare: più Pil per tutti!

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19/01/2010 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO | , , , , , , , , , , , | 1 commento

Nuovi ammortizzatori (forse) e vecchi buchi

dal Fatto Quotidiano del 12 gennaio

di Stefano Sacchi

Università degli Studi di Milano

La recessione può essere in dirittura di arrivo, ma la fine della crisi occupazionale è, purtroppo, di là da venire. Nei prossimi mesi aumenteranno sia i disoccupati, ben oltre i 2,1 milioni del recente dato Istat relativo a novembre 2009, sia gli scoraggiati, cioè quanti rinunciano a cercare lavoro perché ritengono di non poterlo trovare. Soprattutto, il ritorno ai livelli occupazionali precedenti alla crisi sarà questione di anni. Nonostante i peana intonati alla Cassa integrazione da politici e giornalisti, il sistema di protezione sociale italiano non è equipaggiato per contrastare efficacemente una situazione di questo genere. Dei circa 15 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati che in Italia possono perdere il lavoro (esclusi quindi i dipendenti pubblici a tempo indeterminato) oltre 3 milioni sono esclusi dalle indennità di disoccupazione. Gli interventi varati dal governo hanno dimezzato questa platea, portandola a quell’1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati esclusi da qualsiasi tipo di sostegno al reddito in caso di disoccupazione di cui parla il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. A questi si possono sommare circa 5 milioni di autonomi, che la crisi ha colpito duramente. Negli ultimi tempi si registra un’ampia convergenza fra governo, opposizione e parti sociali sulla necessità di una riforma degli ammortizzatori sociali, anche se nelle più recenti dichiarazioni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, la questione è scomparsa dalle priorità. Ad ogni modo, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi afferma di voler introdurre (sebbene a seguito dell’attuazione di una legge delega, e probabilmente non prima del 2012) un’indennità di disoccupazione generalizzata. Tale intervento dovrà però essere di tipo esclusivamente assicurativo, cioè basarsi sulla pregressa (e sufficiente) contribuzione da parte del lavoratore.

In tutti i paesi europei sono in vigore sussidi di disoccupazione di tipo assicurativo, ma accanto a questi vi sono quasi sempre schemi di assistenza sociale (che è cosa ben diversa dall’assistenzialismo) per quanti non si qualificano per il sostegno del primo tipo. Questi schemi, che prescindono da requisiti contributivi e sono invece sottoposti alla prova dei mezzi (non solo il reddito, ma anche il patrimonio), sono in molti paesi integrati con il reddito minimo garantito. Nella visione delineata dal governo, questa strada appare esplicitamente preclusa: il sussidio di disoccupazione dovrebbe essere esclusivamente assicurativo, senza alcuno spazio per schemi di assistenza sociale (né tantomeno per quello schema di reddito minimo che manca, nell’Europa a 27, solo in Italia, Grecia e Ungheria). Il problema è che, dato il funzionamento del mercato del lavoro italiano, le carriere interrotte che contraddistinguono molti lavoratori e i bassi salari che li affliggono, un’indennità di questo tipo replicherebbe le vaste esclusioni di cui si parlava prima. La soluzione non può che passare attraverso l’introduzione di un sistema a due livelli. Accanto a un’indennità di disoccupazione di stampo assicurativo, che potrebbe benissimo essere estesa agli autonomi (a condizione che ne versino i relativi contributi, legati al reddito, così da disincentivare l’evasione fiscale e contributiva) e che sarebbe interamente finanziata dai contributi dei lavoratori, dovrebbe essere introdotta un’indennità di assistenza sociale, rivolta a quei lavoratori che non riescono (a cagione della discontinuità lavorativa e/o dei bassi salari) a soddisfare i requisiti per lo schema di primo livello. Occorrerebbe poi introdurre uno schema di reddito minimo, sì da rendere l’Italia un paese civile.

Tutto molto bello, si dirà, ma i costi? E’ possibile mostrare come, in un anno “medio” come il 2008, il primo livello potrebbe essere finanziato con un’aliquota contributiva inferiore a quella attuale, mentre l’indennità di disoccupazione di secondo livello e il reddito minimo potrebbero esser finanziati razionalizzando in senso equitativo l’attuale spesa per assistenza sociale, incredibilmente inefficiente e ingiusta poiché perlopiù basata solo su criteri di reddito e non anche sul patrimonio. Ovviamente in anni di disoccupazione più elevata si spenderebbe di più, ma anche nella situazione attuale sono state stanziate risorse straordinarie (per 9 miliardi di euro), in larga parte non utilizzate proprio perché i lavoratori non riescono ad accedere alle tutele. La riforma degli ammortizzatori sociali appare, sullo sfondo della crisi e nel contesto del regime italiano di “flex-insecurity”, difficilmente eludibile. L’impostazione della riforma che fa capolino nel dibattito pubblico rischia, però, di dar luogo a un fenomeno collettivo di illusione cognitiva: un’indennità di disoccupazione a carattere esclusivamente assicurativo, senza un forte e ben congegnato pilastro di assistenza sociale, rischierebbe di perpetuare la platea degli esclusi da qualsiasi tutela, dando a decisori pubblici e cittadini l’impressione, fallace, di aver risolto i problemi per molti anni a venire.

15/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , | Lascia un commento

Quel (poco) che sappiamo della riforma fiscale

da Il Fatto Quotidiano del 12 gennaio

Una vignetta di Marilena Nardi

Ieri Silvio Berlusconi è tornato a Roma, un mese dopo il suo ferimento a Milano, e ha annunciato l’intenzione di intervenire entro il 2010 in materia fiscale. Vediamo per punti che cosa potrebbe succedere.

Di che cosa si discute?

Per il momento non c’è molto di concreto. Le ipotesi sono due: una riforma fiscale di ampio respiro, come vorrebbe il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, oppure un progetto più semplice di riduzione delle aliquote Irpef, come promette Silvio Berlusconi dal 1994. Infatti l’unico documento ufficiale disponibile, pubblicato sulla home page del sito del ministero dell’economia (mef.gov.it), è il “Libro bianco” scritto proprio da Tremonti nel 1994.

Cosa cambierebbe?

Stando al “libro bianco” di Tremonti il progetto dovrebbe portare a un cambiamento nella struttura delle aliquote. Nel 1994 si facevano quattro ipotesi, per un Irpef (cioè l’imposta sul reddito delle persone fisiche) a una, due o tre aliquote. L’ipotesi prevalente sembra quella a due aliquote, probabilmente 23 e 33 per cento (ma nel progetto originale erano 27 e 40). Oggi le aliquote sono sei, dal 23 al 43 per cento. Quella del 43 per cento diventerebbe 33 (per chi dichiara un reddito superiore a 100mila euro). Per gli altri un’aliquota unica al 23 per cento.

Chi ci guadagnerebbe?

Stando alle dichiarazioni 2008, gli italiani che guadagnano più di 200 mila euro sono soltanto 75 mila. Per i 21 milioni che già pagano il 23 per cento o meno non cambierà nulla. Per 13 milioni sarà una differenza minima (-4 per cento dell’aliquota), mentre i benefici più consistenti andranno a chi guadagna dai 55 mila euro in su. I più contenti di tutti saranno quelli che oggi pagano il 43 per cento e si ritroveranno inseriti nello scaglione di chi paga il 23, con un taglio del 20 per cento. Si tratta di 380 mila contribuenti che dichiarano tra i 75 e i 100 mila euro.

Quale sarebbe il risparmio?

Questa è la domanda più complicata. Per due ragioni: ogni caso è diverso e bisognerebbe avere informazioni più precise sulle contropartite. Secondo una simulazione della Cgia di Mestre, due coniugi con un figlio a carico e un reddito pro capite di 21.500 euro risparmierebbero 530 euro. Un lavoratore dipendente con 30mila euro, un figlio e una moglie a carico ne risparmierebbe 820.

Dov’è il trucco?

Nel libro bianco del 1994 si legge che il peso dell’Irpef sul totale del gettito scenderà dal 35 al 31 per cento. Nel complesso le imposte sulle “cose” saliranno dal 40 al 46 per cento e quelle sulle “persone” scenderanno dal 60 al 54 per cento. Tradotto: se da un lato si taglia, da un altro si dovrà aumentare. C’è l’ipotesi di una parziale tassa patrimoniale, per tassare non soltanto il reddito ma anche il patrimonio, concepita in funzione anti-evasione. Un’altra fonte di copertura dei  tagli all’Irpef dovrebbe essere il riordino dell’Iva, ritoccando al rialzo le aliquote che gravano sui consumi tassati meno del 20 per cento (alcuni beni alimentari come pane e pasta, l’editoria, l’elettricità e il gas). La conseguenza negativa, almeno da un punto di vista teorico, è che si procede a tagli fiscali mirati mentre gli aumenti sono generalizzati, perchè riguardano beni di consumo di uso diffuso.

E per chi resta alla stessa aliquota?

I 21 milioni che non beneficiano della riduzione dell’aliquota si troveranno comunque a finanziare gli sconti fiscali per i più abbienti pagando i beni con l’Iva aumentata. Quindi, anche per rispettare l’articolo 53 della Costituzione che impone la progressività dell’imposizione fiscale (i ricchi devono pagare di più anche in percentuale), dovrebbe essere previsto un meccanismo di quoziente famigliare. Questo è il punto più confuso, perchè tutti quelli che invocano il quoziente hanno in mente obiettivi e strumenti diversi per aiutare fiscalmente la famiglia. L’orientamento che sembra delinearsi è quello di superare il sistema attuale di micro-incentivi orientati soprattutto al sostegno della demografia preferendo un intervento più unitario che consideri l’ampiezza del nucleo famigliare (e non soltanto il numero di famigliari a carico) oltre al reddito complessivo.

Si farà davvero?

Difficile. Anche considerando l’innalzamento dell’Iva e le altre coperture servirebbero forse altri 20-30 miliardi che non ci sono (e l’ipotesi di procurarseli emettendo nuovo debito pubblico non sembra percorribile). Lo scenario  più probabile è che il gettito proveniente dalla proroga dello scudo fiscale, ancora ignoto ma nel probabile ordine di 4-5 miliardi, potrebbe essere usato per un intervento una tantum a beneficio delle famiglie, da annunciare a ridosso delle elezioni regionali di primavera.

12/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La riconferma di Big Ben

da Il Fatto Quotidiano del 18 dicembre

Ben Bernanke

L’uomo dell’anno ottiene il bis. Il giorno dopo che Time gli ha dedicato la copertina come personaggio del 2009, Bem Bernanke viene riconfermato dalla commissione Finanze del Senato americano alla guida della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. E non poteva andare diversamente, perché Bernanke era già stato indicato dal presidente Barack Obama e ha finora gestito con successo questa parte della crisi. Usando a fisarmonica il bilancio della Fed, passato da 900 a oltre 2000 miliardi di dollari, ha permesso alle banche di liberarsi dei titoli tossici nella fase in cui dovevano avere liquidità a poco prezzo per non soffocare, trasferendo il rischio sulla banca centrale.

Ha evitato l’apocalisse, dicono di lui, anche se c’è qualche ombra sulla sua gestione di alcune operazioni come quella del salvataggio di Bear Stearns. Ma fare ora i bilanci della sua leadership è come giudicare un film dopo il primo tempo. Perché adesso comincia una parte altrettanto difficile del suo compito: prevenire la prossima crisi. Ed è anche per questo che Foreign Policy lo ha indicato come l’intellettuale globale più influente dell’anno tra i 100 in classifica. Perché ora Bernanke dovrà costruire un nuovo paradigma intellettuale alternativo a quello del suo predecessore Alan Greenspan, decaduto guru della finanza che aveva le sue basi culturali in Ayn Rand e in una fede assoluta nelle virtù del mercato.

Bernanke dovrà gestire la politica monetaria in un contesto di disoccupazione al 10 per cento (poteva essere il 25 o il 30 e scatenare una nuova Grande depressione, dicono i suoi fan) e con le elezioni di med term che si avvicineranno proprio quando l’inflazione potrebbe riemergere. E il presidente della Fed dovrà destreggiarsi tra la necessità di alzare i tassi (o comunque raffreddare l’economia tagliando le misure straordinarie) e le pressioni della politica perché lasci correre la ripresa e anche l’inflazione, per ridurre il valore reale dell’enorme debito pubblico accumulato per salvare l’economia reale. Se ci riuscisse gli spetterebbe di diritto la copertina di Time anche nei prossimi dieci anni.

18/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

DISSENSI DA FINE CRISI

da Il Fatto Quotidiano del 22 ottobre

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

In fondo è poco importante quanto c’è di vero nella presunta congiura contro il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Quello che conta è che, forse perché la crisi è percepita come meno grave o quasi finita, dentro il governo stanno emergendo chiaramente due linee di politica economica.

Da alcuni giorni “Libero” attacca Tremonti, sostenendo che dentro il Pdl ci sono in lavorazione programmi economici “non tremontiani”. Mercoledì è circolato anche un documento, diffuso on-line dal sito notapolitica.it, con il decalogo delle cose da fare. Al primo punto c’è la riduzione delle tasse, a partire dall’imposta sul reddito delle persone fisiche. Ed è questo il nodo principale: finora Tremonti ha imposto una linea di prudenza sull’uso della spesa pubblica contro la crisi, soffocando l’anima più liberista della coalizione che continua a credere nella riduzione delle imposte per dare carburante alla ripresa. E contendo anche quella più statalista che avrebbe voluto una maggiore spesa pubblica di tipo assistenziale.

Oltre alle interviste un po’ su tutti i giornali – uno per tutti: Claudio Scajola, capofila dei non tremontiani sul “Corriere” –  ieri sono arrivate anche le parole di Silvio Berlusconi a certificare l’inizio di una nuova fase. Il presidente del Consiglio ha detto che “il governo ha allo studio interventi per ridurre la pressione fiscale, aumentare i consumi  e agevolare gli investimenti: tra questi il taglio graduale  dell’Irap fino alla sua soppressione”. Niente di nuovo, l’abolizione dell’Irap è presente da sempre nei programmi elettorali, l’Europa l’ha chiesta, Confindustria la reclama da anni. Ma il problema è sempre lo stesso: come si finanzia la sanità senza i 38 miliardi dell’Irap? La risposta, ovviamente, non c’è. I leghisti direbbero che la soluzione di tutto è nel federalismo fiscale. Ma non c’è ancora neppure quello.

La rilevanza delle parole di Berlusconi non è quindi di merito, ma di agenda setting. Con poche parole Berlusconi liquida un dibatitto che stava diventando difficile da gestire, quello seguito all’elogio del posto fisso fatto da Tremonti. Dibattito che lo aveva costretto a una pubblica dichiarazione di concordia con il suo ministro dell’Economia che viene parzialmente stemperata proprio dall’intervento sull’Irap. Rimettere al centro del confronto politico il tema del taglio delle tasse – a cui anche il Pd (lato Pierluigi Bersani) sembra ora sensibile – significa sconfessare il rigorismo tributario di Tremonti. Almeno a parole. Nei fatti si vedrà.

23/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Nessuno ha il posto fisso

da Il Fatto Quotidiano del 21 ottobre

Tremonti e Berlusconi

Tremonti e Berlusconi

Giulio Tremonti è stato preso in parola. La sua apologia del posto fisso, lunedì pomeriggio, ha innescato reazioni dentro la maggioranza e non solo. “Penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare un progetto di vita e la famiglia”, aveva detto il ministro. E ieri è arrivata un inaspettato appoggio da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha detto: “Confermo la mia completa sintonia con il ministro Tremonti. Per noi, come dimostrano i provvedimenti presi in questi mesi a  tutela dell’occupazione, è del tutto evidente che il posto  fisso è un valore e non un disvalore”. La Confindustria, invece, non ha gradito la nuova linea tremontiana. La presidentessa Emma Marcegaglia ha detto che “riteniamo che la cultura del posto fisso è un ritorno al passato non possibile, che peraltro in questo Paese ha creato problemi”. Seguono decine di repliche, più caute dalla maggioranza, più critiche dall’opposizione, con Antonio Di Pietro (Idv) che chiede di vedere i soldi e Cesare Damian (Pd) che domanda addirittura le dimissioni di Berlusconi e Tremonti.

Il problema è che non è affatto chiaro quale proposta politica ci sia dietro l’elogio del posto fisso. Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi prova ad ampliare il concetto, parlando di “occupabilità”. L’obiettivo – secondo Sacconi – dovrebbe essere garantire ai lavoratori la possibilità di essere sempre idonei, per competenze e preparazione, a trovare un lavoro. Ma Tremonti ha parlato esplicitamente di “posto fisso”.

“L’alternativa non può essere tra posto fisso e mobilità assoluta, serve una flessibilità governata. Credo che il discorso di Tremonti fosse rivolto soprattutto a quelli che dalla sua parte hanno esagerato con la flessibilità, contro la precarietà ideologica”, dice al “Fatto” il senatore del Pd Tiziano Treu, che da ministro del primo governo Prodi ha introdotto i primi contratti flessibili (poi Rifondazione ha fatto cadere il governo prima che la riforma venisse completata introducendo adeguati ammortizzatori sociali). La distinzione tra posto fisso e precariato è poi molto più sfumata di quanto le proposte di Tremonti lascino intendere. Lo spiega il professore della Statale di Milano Stefano Sacchi che, con Fabio Berton e Matteo Ricchiardi, ha appena pubblicato “Flex-Insecurity” (Il Mulino): “In Italia l’unico posto davvero fisso è quello nella pubblica amministrazione, dove infatti i lavoratori non pagano l’assicurazione contro la disoccupazione, perché non sussiste il rischio di perdere il lavoro”. Per il resto, anche nel settore privato, non possono dire di avere un vero posto fisso anche molti di quelli che sono assunti a tempo indeterminato (in tre milioni hanno contratti di durata limitata). Per due ragioni. Intanto perché un terzo degli italiani nel privato lavorano per un’azienda che ha meno di 15 dipendenti, dove quindi non vige l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e possono dunque essere licenziati da un giorno all’altro. Si tratta anche di imprese che, in quanto piccole, sono esposte a un elevato rischio di fallimento. E se l’impresa fallisce, non si salva nessuno. Ma la condizione di insicurezza è più generale: “Un terzo dei contratti a tempo pieno e indeterminato nel settore privato dura meno di un anno e la metà meno di due”, dice Sacchi. Quindi anche chi, in teoria, ha il posto fisso lo perde spesso nel giro di pochi mesi. E non sempre perché ha trovato un lavoro migliore, visto che nel 40 per cento dei casi alla fine del rapporto di lavoro c’è la disoccupazione. Il mercato del lavoro, quindi, è già flessibile, a prescindere da quali siano i contratti di lavoro applicati. Secondo l’Ocse, infatti, il mercato del lavoro italiano è paragonabile a quello danese per grado di flessibilità (il problema è che da noi non ci sono gli stessi ammortizzatori sociali per chi resta disoccupato).

Quindi è difficile capire in quale ricetta  politica, compatibile con  le esigenze del sistema produttivo italiano, possano tradursi  le parole di Tremonti. Prova a spiegarlo Michel Martone, ordinario di Diritto del lavoro all’Università di Teramo e alla Luiss: “L’alternativa ai contratti a termine è un aumento della disoccupazione. Tornare indietro significa anche avere di nuovo le piazze piene di persone che protestano per il lavoro nero e la difficoltà di trovare un posto”. Dietro l’elogio del posto fisso  – e in coerenza con il retroterra culturale di una parte della maggioranza – ci potrebbe essere un progetto diverso, per evitare di scaricare tutto il peso della flessibilità su una generazione ma senza ripristinare le rigidità del passato. “Estendere l’articolo 18 a tutti è impossibile, ma si può ripensarlo, tornando alla proposta originale di Marco Biagi di non applicarlo ai nuovi assunti sostituendolo con una serie di tutele che crescono con il passare del tempo”. In pratica invece di essere assunti per un anno, si potrebbe firmare un contratto a tempo indeterminato ma l’azienda avrebbe la facoltà di licenziare anche senza giusta causa per un certo periodo.

Per le alternative di politica economica, come la riforma degli ammortizzatori sociali, sarebbe difficile trovare i soldi.

22/10/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il governo di Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi ama ricordare un aneddoto del giorno della nomina alla Banca d’Italia: dopo la comunicazione si incammina da piazza Venezia a Roma verso via del Corso. I cronisti pensano che stia andando a rendere omaggio a Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli. E invece lui, con un colpo di scena perfettamente calcolato, li spiazza, girando in una strada laterale. Doveva ringraziare padre Rozzi, il gesuita che è stato il suo maestro al liceo Massimo e guida dopo un grave lutto familiare, non certo la politica che, per un accidente storico, lo aveva promosso alla poltrona tecnica più importante del Paese.

RISIKO. Quasi quattro anni dopo il rapporto con la politica resta lo stesso, un coinvolgimento diretto e allo stesso tempo distaccato, nonostante tutti lo vedano sempre in procinto di smettere i panni del tecnico per quelli del politico (lo stesso succedeva, ciclicamente, anche al suo predecessore Antonio Fazio).
Mario Draghi oggi è al centro di un risiko di nomine, o almeno di speculazioni, che potrebbe portarlo alla guida di un governo tecnico o alla testa della Banca centrale europea. Molto dipende da come verranno riempite le altre caselle: il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aspira alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei  ministri economici dell’area euro, Massimo D’Alema sogna la poltrona di ministro degli Esteri europeo dell’Unione post- trattato di Lisbona, a catena – se Draghi andasse alla Bce – bisognerebbe trovare un altro governatore della Banca d’Italia, e potrebbe essere Lorenzo Bini Smaghi, che ora sta proprio nel consiglio della Bce, e  che avrebbe il placet di Tremonti.
Oltre alle nomine, nelle ultime settimane le tensioni con il ministro Tremonti (frequenti in questa legislatura) sono state originate, nell’ordine, da: gli applausi al discorso di Draghi al meeting di Rimini di Cl, merito anche del nuovo stile comunicativo con discorsi scritti interrotti da interventi a braccio; la richiesta di Draghi di alzare l’età pensionabile e le risposte del governo (“la riforma è già stata fatta”); le critiche della Banca d’Italia allo scudo fiscale con replica del ministro; la creazione della Banca del Mezzogiorno voluta da Tremonti che aggira il potere autorizzativo della Banca d’Italia sulla creazione di nuove istituzioni creditizie. Con un paio di mesi di anticipo, a luglio, il servizio studi della Banca d’Italia aveva pubblicato un working paper dal titolo “Quali politiche per il Sud? Il ruolo delle politiche nazionali e regionali nell’ultimo decennio” che si può leggere come  una bocciatura preventiva dei nuovi piani regionali vagheggiati dal governo Berlusconi di cui la Banca del Mezzogiorno è il cardine.

IL POTERE. Proprio dal servizio studi bisogna partire per capire il potere presente di Draghi che serve a mettere le basi di quello futuro, a palazzo Chigi o all’Eurotower di Francoforte, dove ha sede la Bce. Draghi ha riorganizzato il pensatoio della Banca d’Italia in quattro sezioni, statistica, economia reale, finanza pubblica, economia monetaria. A capo c’è sempre Salvatore Rossi che, però, dai tempi di Antonio Fazio, è salito di grado e ora è direttore centrale per la ricerca economica. La tempistica dei quaderni di ricerca della Banca d’Italia è stata negli ultimi due anni troppo precisa per essere casuale, basti ricordare quest’estate lo studio sui divari di reddito e prezzi tra Nord e Sud Italia che ha chiuso il dibattito sulle gabbie salariali volute dalla Lega, rafforzando quel ruolo di via Nazionale che alcuni osservatori definiscono di “Cassazione dell’Economia”. I maliziosi dicono che ormai il servizio studi è la clava che Draghi cala sul dibattito politico per conquistarne l’egemonia. Chi conosce personalmente il governatore, invece, lascia intuire un’altra interpretazione. Franco Bruni, economista della Bocconi tra i più autorevoli, negli anni Settanta studiava al MIT di Boston insieme a Draghi e Mario Baldassarri (ora con il Pdl) alla scuola del premio Nobel Franco Modigliani: “Erano i primi tempi in cui si usava l’econometria, passavamo le nottate con i computer a schede a far girare modelli, ma riuscivamo a non perdere il contatto con la realtà, anche italiana, grazie a Modigliani che discuteva con noi i suoi editoriali per il ‘Corriere della Sera’. Dovevamo anche aiutare Bob Solow e Paul Samuelson, due futuri Nobel, a preparare i loro appunti per le audizioni al Congresso”. A tutti e tre i giovani dottorandi resta l’imprinting: la ricerca, anche al più teorica, deve essere declinata in qualcosa di utile, cioè suggerimenti di politica economica. All’epoca Baldassarri era il più portato per gli aspetti concreti, l’unico a sapere a quanto ammontasse il Pil dell’Italia. Draghi era a metà tra la fascinazione per la teoria e la propensione a diventare un uomo del fare.

Dopo gli anni da direttore generale del Tesoro, in cui ha maturato grande esperienza per gli equilibri di potere romani e si è procurato anche parecchi nemici, Draghi sembra ver trovato ora l’equilibrio che più si addice alle sue inclinazioni caratteriali. Alla Banca d’Italia ha formato il suo ‘governo’, cioè il direttorio che è l’organo di comando di via Nazionale. Ignazio Visco, economista di fama internazionale, rappresenta l’anima più accademica, il teorico del gruppo. Annamaria Tarantola è stata promossa da Draghi, prima donna nel direttorio, dalla vigilanza dove è ricordata come uno dei cani da guardia più feroci dell’operato delle banche italiane. Giovanni Carosio, già numero due del comitato di Basilea che ha fissato negli scorsi anni le regole di patrimonializzazione delle banche (ora contestate da più parti) ha avuto da poco una chiamata “ad personam” di rilievo: guida il Comitato europeo per la supervisione bancaria, il Cebs, che sta costruendo la nuova vigilanza bancaria europea cui spetta il compito di riempire  le falle evidenziate dalla crisi. Chi ha gestito il delicato equilibrio tra funzioni nazionali e internazionali di via Nazionale è Fabrizio Saccomanni, il sessantasettene direttore generale della Banca d’Italia che due giorni fa – in una delle sue rare prese di posizione pubbliche – ha analizzato lo scudo fiscale davanti alle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato: lo scudo – ha detto – può avere effetti positivi sulla ripresa se i capitali degli evasori rimpatriati vengono investiti nelle imprese, ma potrebbe anche incentivare l’evasione futura. Immediata replica di Tremonti che ha detto “provvedimenti come questo ci sono in tutti i Paesi”.

Il compito più difficile di Saccomanni è stato in questi mesi conciliare le due cariche del governatore, evitando l’impressione che ne trascurasse una: oltre a essere alla testa della Banca d’Italia, Draghi presiede il Financial Stability Forum che dopo il G20 di Londra dello scorso aprile è diventato Financial Stability Board, promosso a principale foro di dialogo economico dove si discute del futuro dell’architettura finanziaria mondiale. Ne fanno parte banchieri centrali, capi di Stato e di governo e ministri dell’Economia (o loro rappresentanti) e i vertici delle principali istituzioni internazionali finanziarie. Sono i “topi a guardia del formaggio”, come li ha definiti una volta Tremonti con una delle sue battute più pungenti, sostenendo che la soluzione alla crisi non poteva arrivare da chi aveva applicato fino a ieri le regole alla base del tracollo.

LE REGOLE. Dai working group del Financial Stability Forum sono arrivate le proposte sui limiti alle retribuzioni dei manager, sui nuovi criteri di capitalizzazione e sulla disciplina da applicare agli strumenti finanziari derivati. L’ascesa del FSB è stata parallela alla progressiva prevalenza del G20 sul G8, sintomo dell’impossibilità di gestire la nuova governance globale della finanza senza il coinvolgimento dei Paesi emergenti. Il successo – anche di immagine – della presidenza Draghi del FSB lo rende un candidato più credibile del suo rivale Axel Weber, governatore della Bundesbank, per la poltrona della Bce. Draghi è sempre a tutti i summit che contano, dal G20 al G8, dai vertici europei di politica economica alle riunioni dei banchieri centrali come Jackson Hole, in Wyoming. Saccomanni, che è stato al Fondo monetario internazionale e responsabile dei rapporti con l’estero della Banca d’Italia, lo supporta sulla scena internazionale e si assicura che il governatore sia sempre informato e adeguatamente attivo nelle faccende italiane. Draghi, nella sua doppia veste, può  tradurre in suggerimenti di politica economica le suggestioni teoriche che gli derivano dai simposi internazionali e, viceversa, sviluppare considerazioni derivanti dalla pratica quotidiana in principi generali che devono ispirare la ristrutturazione della finanza globale. “Nei prossimi anni la guida del Financial Stability Board potrebbe essere per Draghi un compito più affascinante rispetto alla Bce, soprattutto quando sarà completato il riassetto del Fondo moentario internazionale e delle altre istituzioni”, dice il professor Bruni. Anche sulla scena internazionale Tremonti ha cercato il confronto con Draghi, promuovendo il suo global legal standard, la carta dei principi per una nuova finanza che, almeno negli ultimi vertici internazionali, non è riuscita a conquistare la testa dell’agenda.

LE PROSSIME TAPPE. Draghi, quindi, potrebbe anche decidere di restare alla Banca d’Italia e alla guida del FSB, se sarà riconfermato nel 2012, quando scade il suo mandato (non più a vita dopo l’esperienza di Antonio Fazio). “In fondo – spiega un esperto conoscitore di via Nazionale – i casi di governatori che hanno lasciato la poltrona più alta per prendere la guida del governo sono pochissimi: Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, ma quelli erano tempi di vera emergenza, Luigi Einaudi, che diventò vicepresidente del Consiglio prima di andare al Quirinale, e Lambeto Dini, che però era direttore genrale. Gli altri passaggi dall’istituzione alla politica sono stati più graduali”. Qualunque cosa decida di fare Draghi, però, nel suo presente continua la dialettica con il ministro Tremonti: prossimo match alla giornata del risparmio, il 29 ottobre, quando entrambi parleranno delle condizioni della finanza italiana.

19/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Sta per tornare il panico bancario?

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Aspiegare l’andamento delle Borse di ieri, in rosso ovunque partendo da Wall Strett, basterebbe dire che qualcuno che ha comprato nei giorni scorsi sull’onda dell’entusiasmo per il “rally” estivo ora vende, sapendo che i rialzi non potevano durare in eterno.
Eppure c’è anche altro: venerdì sono fallite altre due banche americane. Rispettivamente il più grosso e il più piccolo fallimento bancario del 2009. Non è tanto questa la notizia che ha preoccupato le Borse, ormai abituate visto che si tratta dei crack numero settantasei e settantasette dell’anno. Ha inquietato di più scoprire che la Fdic, l’agenzia federale statunitense di assicurazione dei depositi ha finito i soldi. Secondo i calcoli della Saxo Bank, il rapporto tra riserve e depositi assicurati è 0,00 per cento. In cassa ci sono solo 648 milioni di dollari, mentre nel solo secondo trimestre ne sono stati necessari 11 miliardi.

Dopo la Grande Depressione del Ventinove, quando il governo degli Stati Uniti si è reso conto che la banca centrale (la Federal Reserve) istituita nel 1913 non bastava ad evitare le periodiche crisi bancarie, creò la Fdic. Da allora, come recita il sito web, «nessun americano ha più perso un dollaro». La Fdic assicura il rimborso ai risparmiatori che hanno sul conto fino a 250mila dollari, con un meccanismo automatico. Chi vuole svuotare il conto si presenta allo sportello, chiede indietro i soldi, la banca paga. Se gli attivi dell’istituto di credito non sono sufficienti a rimborsare tutti, la Fdic ci mette la differenza. La sicurezza psicologica di avere i soldi al sicuro ha permesso agli Stati Uniti di non sperimentare più bank run, la corsa agli sportelli, per quasi un secolo. A differenza di quanto succedeva in Europa dove solo nella crisi attuale è stata estesa la garanzia pubblica dei depositi (e la Northern Rock è passata dalla crisi di liquidità al fallimento proprio per il bank run). Venerdì la Fdic ha gestito il fallimento della grossa Colonial Bank e della piccola Community bank of Nevada: come succede in questi casi ha organizzato la loro acquisizione da parte di altri due istituti più in salute che ne hanno acquistato a prezzi scontati gli attivi. Ma nell’operazione la Fdic ha dovuto spendere oltre 185 milioni di euro.

Anche perché – e questo comincia a essere un problema rilevante – la qualità dei crediti bancari si sta rivelando molto inferiore da quanto risulta al bilancio. Nei due anni della crisi finanziaria il DIF, cioè il costo che la Fdic deve sopportare in percentuale rispetto agli attivi della banca, è cresciuto in modo esponenziale. Semplificando con un esempio: se la banca deve rimborsare ai suoi clienti 100 dollari ma, dopo aver riscosso i propri crediti esigibili, se ne trova in cassa solo 95, la Fdic deve fornire gli altri cinque dollari. Nel 2007 il rapporto era appunto del cinque per cento, ora siamo arrivati al trentuno, e la Fdic ha finito i soldi. Colpa delle banche, ovviamente, ma anche della politica: da un anno Washington manda messaggi contrastanti. Da un lato chiede ai banchieri di dire la verità su quanti titoli tossici hanno a bilancio, facendo pulizia, dall’altro allenta i criteri di valutazione proprio di quei titoli tossici perché un eccesso di rigore farebbe crescere ancora il numero di fallimenti. Così le banche stanno continuando a collassare ma, come scopre ogni volta la Fdic, le loro condizioni sono molto peggiori di quello che risulta dai libri contabili: in pratica hanno molti meno soldi di quello che dovrebbero e quindi tutelare i risparmiatori sta diventando sempre più costoso. Quindi? Il presidente americano Barack Obama non può certo chiudere la Fdic perché ha finito i fondi, pena una vera corsa a svuotare i conti e fallimenti a catena. Toccherà ricapitalizzarla, ci sono già 16 miliardi di dollari pronti stanziati e non ancora utilizzati. Trovarne altri non sarà semplice. Nell’attesa, le Borse si preoccupano.

18/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , | Lascia un commento

Conflitti e interessi al Tesoro (Usa)

Un anno dopo il fallimento di Lehman Brothers, il 15 settembre, chi in quei giorni prese decisioni di emergenza forzando i regolamenti, oggi comincia a pagarne il prezzo. È toccato prima a Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve la banca centrale americana. L’accusa è di aver fatto pressioni sui vertici di JP Morgan perché si comprassero la malandata Merrill Lynch, banca d’affari il cui fallimento era giudicato un pericolo per la tenuta del sistema.
Ora tocca a Henry Paulson, l’ultimo segretario al Tesoro di George Bush, quello che ha gestito i mesi del collasso finanziario. La sua posizione era delicata: prima di diventare ministro era il numero uno di Goldman Sachs, la più importante investment bank di Wall Street, che aveva guidato verso grandi risultati, prima dell’inizio della crisi. La settimana decisiva nel mandato di Paulson è stata quella cominciata lunedì 15 settembre 2008: Lehman Brothers dichiara l’insolvenza, l’unico vero rivale di Goldman si è visto rifiutare il sostegno del Governo e prima dell’apertura dei mercati si arrende alla crisi di liquidità e al peso dei derivati spazzatura. Richard Fuld, il “gorilla” di Wall Street che la guidava da anni, diventa il simbolo dei manager rapaci e irresponsabili che hanno distrutto la finanza. La motivazione ufficiale per non salvarla: bisogna ridurre il moral hazard, il retropensiero di chi rischia troppo perché si sente protetto dal denaro dei contribuenti. Il giorno dopo, il 16 settembre, però, il governo decide di salvare il gruppo assicurativo A.I.G. perché il suo crollo avrebbe destabilizzato quel che restava della finanza americana. Adesso si scopre, lo ha rivelato il New York Times, che mentre Paulson prendeva queste decisioni si sentiva spesso al telefono con Lloyd Blankfein, il suo successore alla testa di Goldman Sachs.

 

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I punti sensibili sono due. Anche se all’inizio della loro storia lavoravano insieme, Goldman e Lehman erano rivali. Il fallimento di una significa più spazio per l’altra. Oggi Goldman è diventata una banca commerciale per raccogliere risparmio dai privati e – soprattutto – gli aiuti dalla Federal Reserve. Ha già iniziato a restituire i prestiti del piano Paulson (che il segretario al Tesoro era faticosamente riuscito a far approvare in ottobre) e ha stupito i mercati con profitti record nel secondo trimestre 2009: 3,44 miliardi, non male per una banca che stava per fallire. E sarebbe fallita quasi certamente se fosse crollata A.I.G. Questa è infatti la seconda questione delicata: il 16 settembre 2008 il governo inizia la procedura che porterà alla nazionalizzazione di A.I.G. e che implica un’iniezione di 13 miliardi di dollari (il costo totale diventerà poi di oltre 170), soldi che servono anche a remunerare i creditori del gruppo assicurativo tra cui c’è, appunto, Goldman Sachs. Che riceve quindi oltre tre miliardi. E in questo nessuno scandalo, visto che il salvataggio di A.I.G. serviva proprio per evitare che le sue controparti, cioè le società con cui aveva contratti aperti, ricevessero un contraccolpo che ne avrebbe messo a rischio la stabilità.

Ma quando la notizia ha iniziato a circolare, qualche mese fa, in tanti hanno pensato: ecco perché Paulson ha salvato A.I.G. e non Lehman, perché nel primo caso Goldman ci guadagnava e nel secondo no. Il New York Times ha scritto di aver ottenuto i tabulati delle telefonate di Paulson grazie al Freedom of information act, la legge che impone la pubblicità di documenti in precedenza secretati. Ma nulla si sa del contenuto delle telefonate. L’unica certezza è che il segretario al Tesoro si era impegnato, nel codice etico che i ministri e i funzionari di nomina governativa sono tenuti a sottoscrivere, a non avere rapporti con la sua ex azienda. Infatti, quando è stato invitato a una riunione con la Fed per discutere della solidità di alcune banche, tra cui Lehman, ha dovuto richiedere una deroga al codice che gli è stata accordata anche una seconda volta, proprio in occasione della regia del salvataggio di A.I.G. . Ma le deroghe non comprendevano le telefonate a Lloyd Blankfein.
La vicenda è solo agli inizi, ma è improbabile che si trasformi in un vero scandalo. C’è chi dice che Goldman è troppo potente, che se ha avuto un momento di debolezza lo scorso anno, ora è di nuovo quella di un tempo, risorsa dei governi di mezzo mondo (la lista di suoi dirigenti diventati ministri o premier è lunga). In primavera si era addirittura scoperto che un membro del consiglio direttivo della Fed di New York, la più potente delle banche regionali che compongono il Federal Reserve System, continuava a sedere anche nel consiglio di Goldman mentre attuava le misure straordinarie a sostegno di Wall Street. E non è successo quasi nulla.

Paulson ormai è fuori dalla politica, sta scontando il periodo di decantazione fisiologico per tutti gli uomini di governo che aspettano di tornare nel settore privato. Ma la denuncia del New York Times è un segnale dei tempi, arrivata proprio quando la disoccupazione americana smette di crescere: il momento dell’emergenza è passato, ora si torna alla normalità e chi si è preso troppe libertà nel nome dell’eccezionalità della situazione adesso deve risponderne.

11/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Così la crisi uccide le imprese: il caso Idrobenne

A febbraio i clienti di Paolo Piccinelli smettono di pagare, lo Stato non eroga gli incentivi alla ricerca ma pretende l’Irap. Ora l’estate: ad agosto l’economia si ferma e a settembre – forse – dovrà licenziare. Ma i dipendenti sono amici e parenti.

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Per settembre Paolo Piccinelli ha ricevuto un invito e una richiesta da un suo operaio. L’invito al matrimonio e la richiesta di resistere e non licenziarlo prima delle nozze, perché la coppia sta cercando di costruire casa. «Ho 18 operai in cassaintegrazione, a luglio diventerà cassaintegrazione straordinaria, se si continua così a settembre temo che dovrò mettere in mobilità e licenziare», spiega al Riformista Piccinelli, che ha deciso di rendere pubblica l’agonia della sua impresa, scrivendo ai giornali. Repubblica ha pubblicato la sua lettera.

Perché la storia dell’Idrobenne è quella di un’azienda come decine di altre che negli ultimi decenni hanno reso la Lombardia la regione più ricca d’Italia. Ma è anche una storia che riassume i pericoli a cui questa recessione ha esposto l’intero tessuto produttivo italiano. «Fino a dicembre 2008 la mia era un’azienda modello, ora c’è il richio concreto che dopo l’estate debba chiudere», spiega Piccinelli. L’Idrobenne ha sede a Isorella, nel cuore del distretto bresciano della meccanica, un paese di 3533 anime, a 40 minuti di auto da Brescia. Il sindaco è il fratello Francesco Piccinelli, eletto nel 2006 con una lista civica. Da quelle parti la Lega prende più del 30 per cento. Quando erano ragazzi (Paolo aveva 21 anni) dalla fabbrica riaccompagnano a casa il padre con un forte mal di testa. Un tumore al cervello fulminante, resiste solo sei mesi. E i due fratelli si trovano alla guida dell’Idrobenne. Che hanno trasformato in un’azienda di successo, produttrice di «attrezzature idrauliche per escavatori e gru da camion». Per i non addetti: pinze e ganci che, applicati a bracci meccanici, servono a raccogliere e spostare rifiuti, metalli, carta, tronchi. Un tipico prodotto intermedio, B-to-B, direbbero alla Bocconi, dal business al business. A metà della catena del valore, un pezzo di quell’economia di cui il consumatore finale non si accorge finché non sparisce.

 «Fino all’autunno 2008 facevo programmi semestrali, a ottobre ho cominciato a farli su base trimestrale, perché i clienti non potevano più garantirmi le cifre d’affari degli altri anni. Adesso siamo passati dai programmi alla commessa singola: quando il cliente mi dice cosa vuole io faccio le richieste ai fornitori, da 20-30 pezzi alla volta siamo scesi a 2 o 3. Il nostro capo officina lavora in questo settore dagli anni Sessanta e non ha mai visto niente di simile: c’è stata una flessione nel 1996 e una piccola crisi nel 2003, ma non c’è paragone». Da imprenditore Piccinelli sta tornando artigiano. A novembre il capo della Idrobenne ha scritto ai dipendenti, «si prevede un uragano, cerchiamo di non perdere neppure una commessa perché sarà dura».

Soldi veri, soldi cari

Oggi è tutto fermo. I concessionari industriali non lavorano. Se nessuno ha i soldi per fare investimenti e comprare macchinari, le commesse non arrivano. Il prezzo dei rottami è crollato da 400 a 80 euro a tonnellata, nel settore ci sono meno soldi e quindi meno richiesta di appendici per spostare i materiali. C’è una carrozzeria industriale di Brescia che da anni è partner della Idrobenne: l’anno scorso vendeva cento veicoli, quest’anno – da gennaio a oggi – aveva fatto cinque contratti. Quattro sono saltati perché la banca non ha finanziato il leasing. Saldo finale: meno 99 veicoli in un anno. Le banche stanno diventando un problema.

Spiega Piccinelli: «Noi lavoriamo con cinque istituti, alcuni grandi altri più territoriali. Tra i beni dell’azienda abbiamo un capannone che vale 300 mila euro, in affitto per 2500 euro al mese. Abbiamo cercato di usarlo come garanzia per ottenere da una banca un prestito, liquidità che ci serviva per semplificare la gestione. Volevamo solo 90 mila euro, ma non si sono fidati. È incredibile: in dialetto bresciano ci hanno detto “noi i soldi non li prestiamo volentieri”. Abbiamo provato a insistere allora con la nostra banca di fiducia: ci ha concesso il finanziamento ma con uno spread, cioè il loro margine di guadagno, del 4,5 per cento. Quello normale è di 1,5 o 2 per cento». Anche le casse rurali e le piccole banche del territorio, quelle che ti conoscono da una vita, non si fidano più perché hanno bilanci fragili e temono il colpo di grazia. Lo studio degli artigiani di Mestre, l’autorevole Cgia, conferma l’impressione dell’Idrobenne: i soldi vanno solo alle grandi imprese. Al 31 dicembre 2008 le banche italiane avevano messo in circolo nel sistema 1.304 miliardi di euro. E il 77,9 per cento era stato dato al 10 per cento dei clienti, cioè alle poche grandi aziende che ci sono in Italia. Gli altri, tutto il tessuto produttivo delle piccole e medie imprese, doveva accontentarsi di 289 miliardi, il 22,1 per cento degli affidamenti. E questo era prima che la recessione economica trasferisse all’economia reale tutti gli effetti della crisi finanziaria (le imprese hanno cominciato a soffrire davvero solo in primavera). «Emma Marcegaglia ha ringraziato il governo perché dice che ha visto soldi veri. Solo lei, però. Non dice mai che le grandi aziende come la Fiat hanno smesso di pagare i fornitori, e soltanto qui a Brescia stanno fallendo a decine, e dico questo da associato di Confindustria», commenta Piccinelli, che oltre al problema bancario in queste settimane ha anche quello fiscale. In quella che è considerata la patria dell’evasione, la Idrobenne ha un problema più complesso che nascondere profitti alla guardia di finanza: deve convincere lo Stato a pagare. La situazione è questa: la Idrobenne ha crediti per 35mila euro, sono i “contributi automatici” – che sono assai poco automatici, nell’esperienza di Piccinelli – che vanno alle imprese che fanno ricerca, e a Isorella ne fanno. Poi ci sono i 28 mila euro di Irap da pagare sui profitti del 2008. La soluzione sarebbe semplice: a Piccinelli basterebbe non pagare i suoi 28mila e aspettare di incassare, quando Roma pagherà, i 7mila euro che mancano per compensare il suo credito. Invece non è possibile, la compensazione non è prevista. Risultato: nel pieno della recessione, con le banche che hanno raddoppiato il costo del denaro e le commesse che latitano, la Idrobenne deve trovare 28 mila euro e aspettare che, prima o poi, gliene vengano restituiti 35mila. «Ma potrebbe essere troppo tardi, potremmo aver già chiuso quando arriveranno quei soldi».

Lontani dal fondo

Perché di contanti non ne entrano quasi più, mentre i soldi per gli stipendi e per pagare i fornitori continuano a uscire dai conti dell’azienda. A febbraio sono arrivate le prima fatture insolute, clienti che si rifiutavano di pagare con la tipica giustificazione di chi produce beni intermedi: finché il mio cliente non paga, io non posso pagare il fornitore. Piccinelli sta cercando di non farlo, per lui – dice – «è una questione di onore pagare i fornitori». Ma oggi la Idrobenne è al limite. I suoi prodotti sono competitivi, «i cinesi non ci fanno concorrenza, siamo noi che andiamo a vendere in Cina, propio stamattina ho chiuso un accordo in Tunisia», ma senza soldi non si va lontano. Dopo aver resistito finché è stato possibile, agosto potrebbe segnare la crisi definitiva. Un mese in cui l’industria si ferma, non arrivano commesse, quasi tutti chiudono, sperando poi di riaprire in autunno. Entrano zero contanti ma si continuano a pagare gli stipendi. Se poi a settembre cominceranno i licenziamenti ci sarà una nuova crisi di fiducia, un crollo dei consumi, un’ulteriore riduzione degli investimenti, «siamo ancora lontani dal fondo». A maggio 2009 la Idrobenne ha fatturato 49 mila euro, l’anno prima 250 mila, cinque volte di più.  Tagliare il costo principale, il personale, è l’ultima opzione.
 
«Questa è gente con cui sono cresciuto: con me lavorano un mio cugino, il figlio di un mio socio, due vicini di casa, persone che hanno portato l’azienda al successo», dice Piccinelli. Poi ci sono anche gli immigrati: «Prima è arrivato Mohammed, dall’Egitto, che ha chiamato suo cugino Ahmed, poi un altro Mohammed». E così via. «Senza immigrati avremmo chiuso dieci anni fa, non si trovano più saldatori italiani disposti a lavorare tutta la giornata con una temperatura di quaranta gradi». Piccinelli, che è un elettore del centrodestra da sempre, ha un approccio pragmatico alla questione della sicurezza: «Se gli immigrati restano senza lavoro, da un giorno all’altro, e si trovano irregolari, poi è normale che la situazione diventi tesa. A Isorella c’erano 450 immigrati, sono stati i primi a essere licenziati. E sono subito cominciati i furtarelli nelle stesse imprese in cui lavoravano, anche io ne ho subiti. Quindi le ronde diventano una necessità». Ma non è tanto per questo che Piccinelli ha votato Lega all’ultima tornata elettorale: «Umberto Bossi è stato l’unico a dire esplicitamente che il governo avrebbe dovuto dare i soldi alle imprese, invece che alle banche cercando poi di convincerle a prestarli. Solo la Lega ha fatto qualcosa per noi e per gli artigiani. Io rimango un liberale e quindi continuo a votare a destra, però lo faccio turandomi il naso. Un presidente del Consiglio imprenditore non dovrebbe comportarsi così, questo governo non sta facendo quello che aveva promesso». E se ci fosse un’alternativa credibile, Piccinelli – anche con un fratello sindaco di un comune dove la Lega prende il 35 per cento – sarebbe pronto a votare per una volta a sinistra. «Anche solo per dare un segnale di protesta».

22/06/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , | 1 commento