Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Più Pil per tutti!

dal Fatto Quotidiano del 19 gennaio

di Carlo Stagnaro

direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni

A Giulio Tremonti il Pil non piace. “Ho l’impressione che la realtà non sia completamente catturata dalle statistiche sul Prodotto interno lordo”, ha detto a un convegno dell’Aspen Institute sul tema. “Se fossero calcolate e acquisite come rilevanti – ha aggiunto – cose come la bellezza, l’ambiente, la storia, il clima, l’Italia avrebbe una imbarazzante prima posizione, seguita a molte distanze da altre lande”. Tremonti non è originale.

L’inadeguatezza del Pil è al centro di un’ampia riflessione tra gli economisti, e ha avuto importanti ricadute politiche: la più significativa è il rapporto elaborato dalla “commissione Stiglitz” per conto del presidente francese, Nicolas Sarkozy, allo scopo di costruire una sorta di “Pil della felicità”. Una volta calcolato per tutti i paesi, il risultato – non sorprendentemente – è che Parigi guadagna posizioni accorciando, in particolare, il gap rispetto agli odiati yankee. Non è un caso, probabilmente, che molti nemici del Pil abbiano in mente indicatori che favoriscono i rispettivi paesi, e sminuiscono i primati altrui. La questione, però, non è se il Pil sia imperfetto o rozzo. Lo è, naturalmente. I suoi limiti sono molti e sono noti: per esempio, non include le attività non monetarie, che pure generano valore. Così, se una donna delle pulizie percepisce un reddito e dunque contribuisce al Pil, una casalinga – pur svolgendo le stesse mansioni – non ne viene fotografata. Oppure, il Pil considera tutte le attività pubbliche: quando, però, un ente o una società pubblica frena la concorrenza, o quando la burocrazia rende difficoltosa la vita delle imprese, sarebbe ragionevole attribuire un segno negativo, anziché positivo, al suo ruolo nell’economia. Infine, il ministro dell’Economia ha ragione: tante cose – la storia, l’ambiente, il clima, la bellezza, e altro ancora – non entrano nel Pil. Tuttavia, la correttezza delle critiche non cancella una verità difficile da contrastare: il Pil è il peggiore degli indicatori, tranne tutti gli altri. Alcuni di essi presentano un grado ancora maggiore di arbitrarietà. Il clima, per esempio, come può essere considerato? E come è possibile esprimere una valutazione unica a livello nazionale? Il clima delle Alpi è molto diverso da quello della Sicilia: qual è migliore? In altri casi, anche prendendo per buone le misure, è discutibile l’interpretazione. Le diseguaglianze sociali sono generalmente considerate come un esempio del fallimento del Pil: eppure, qualcuno potrebbe preferire un paese meno eguale, ma con un ascensore sociale più dinamico, a uno più statico e meno diversificato. Non è una provocazione: gli italiani migrano negli Stati Uniti, raramente avviene il contrario. Gli economisti si sono sforzati di valutare la felicità – generalmente attraverso la somministrazione di questionari – ma, alla fine, i risultati hanno comunque un ampio margine di ambiguità: in fondo, se per esempio un individuo decide di sacrificare un’unità di felicità in cambio di un reddito più alto, lo fa – evidentemente – perché trova più soddisfacente quel tipo di vita. Cioè, paradossalmente, è più felice così. In ogni caso, non dovrebbe stupire il fatto che la maggior parte degli indicatori teoricamente anti-Pil (felicità, benessere, qualità della vita, eccetera) sono generalmente fortemente correlati… al Pil. Questo suggerisce che, tendenzialmente, anche se non necessariamente, le società più ricche sono anche più felici. Come si dice a Genova, se i soldi non danno la felicità, figuriamoci la miseria. Cosa c’è, allora, dietro la voglia di scalzare il Pil?

Sul piano ideologico, c’è un profondo scetticismo verso la capacità dei mercati di creare e allocare ricchezza con efficienza ed equità: quindi, abolire il Pil serve a dar campo libero alle politiche pubbliche.

Da tempo Tremonti interpreta una posizione interventista, protezionista e corporativa, coerente con tale obiettivo. Su un terreno più concreto, il ministro potrebbe essere infastidito, più che dal Pil, dalle sue conseguenze, che spera di rendere meno percepibili attraverso la sua rivisitazione: forse il Pil della felicità, a differenza di quello consueto, nel 2009 non ha perso cinque punti percentuali, e in rapporto a esso il debito pubblico non si avvicina al 120 per cento né il deficit al 5,3 per cento. Se il Pil della felicità serve a nascondere informazioni, anziché fornirne di nuove, contro le perplessità di Tremonti non si può che berlusconianamente esclamare: più Pil per tutti!

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19/01/2010 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO | , , , , , , , , , , , | 1 commento

L’illusionismo dell’inflazione

dal Fatto Quotidiano del 16 gennaio

di Ugo Arrigo

professore di Scienza delle finanze all’Università Bicocca

E’ vero che nel 2009 la recessione economica, grazie alla bassa inflazione, non ha penalizzato il potere d’acquisto degli italiani? In occasione della pubblicazione dei dati provvisori Istat sull’inflazione di dicembre i media hanno riportato con risalto, in almeno tre versioni, una dichiarazione in tal senso del ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola: nella prima la bassa inflazione dimostrerebbe come la crisi non abbia penalizzato più di tanto il potere d’acquisto dei cittadini; nella seconda cade il “più di tanto” e quindi il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato proprio penalizzato dalla crisi; nella terza non solo il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato penalizzato dalla crisi ma in molti casi si sarebbe accresciuto. Quale di queste versioni è dimostrabile? La bassa dinamica dei prezzi è un dato di fatto: con solo un +0,8 per cento nel 2009 l’inflazione è ai minimi storici dell’ultimo cinquantennio. Un secondo dato di fatto è la crescita più robusta delle retribuzioni nel medesimo periodo.

Poiché molti contratti di lavoro sono stati chiusi nella prima parte del 2008, prima del manifestarsi della recessione, nell’anno appena trascorso le retribuzioni hanno risentito positivamente di quegli accordi e hanno registrato una dinamica sensibilmente più elevata rispetto ai prezzi. Le retribuzioni contrattuali dovrebbero infatti chiudere il 2009 con un incremento del 3,1 per cento rispetto al 2008, oltre due punti percentuali in più dell’inflazione. Vanno meglio i lavoratori dell’industria (+3,6 per cento) rispetto a quelli dell’agricoltura (+3,1) e dei servizi (+2,8 per cento) mentre nel settore pubblico l’incremento è interamente imputabile ai comparti a contrattazione collettiva, con i dipendenti dei ministeri al +3,8 per cento e quelli delle autonomie territoriali, della sanità e della scuola al 3,6-3,5 per cento. I dati precedenti, tutti più elevati rispetto alla dinamica dei prezzi, danno apparentemente ragione all’affermazione del ministro Scajola nella sua versione più impegnativa.

Vi sono tuttavia alcuni fattori che ne limitano la portata relativamente ottimistica. In primo luogo l’incremento di potere d’acquisto è solo un effetto di breve periodo, destinato presto a rovesciarsi. La recessione ha infatti moderato i prezzi più rapidamente dei salari ma nel tempo è probabile che moderi i salari molto più a lungo dei prezzi. Quasi metà dei contratti collettivi in vigore è in scadenza in questi mesi ed è certo che non potrà essere rinnovata rapidamente e a condizioni comparabili a quelle della precedente tornata.

La recessione, dopo aver interessato i prezzi, inizierà pertanto a farsi sentire anche sulle retribuzioni mentre l’inflazione non potrà che risalire dai bassi valori correnti. A spingerla non è solo l’uscita dalla crisi, che non sappiamo esattamente quando si verificherà, ma le tensioni già esistenti sui prezzi delle materie prime e l’inspiegabile crescita dei prezzi nominalmente “controllati” dai poteri pubblici: a fronte di prezzi dei beni fermi o in discesa, il tasso di crescita tendenziale delle tariffe dei servizi regolati è passato dall’1 per cento del dicembre 2008 a oltre il 3 per cento degli ultimi mesi.

Il secondo fattore in grado di moderare l’ottimismo è il fatto che, utilizzando le statistiche disponibili, abbiamo sinora confrontato la dinamica dei prezzi con quella delle retribuzioni lorde e non dei redditi effettivamente disponibili. In passato i secondi sono cresciuti meno delle prime a causa di un crescente prelievo fiscale, soprattutto su base locale. I dati sui redditi disponibili delle famiglie, riferiti quindi a tutti i redditi e a tutte le famiglie, non solo a quelle che percepiscono redditi da lavori dipendente, smentiscono che la crisi abbia migliorato il potere d’acquisto: come riportato dall’ultimo bollettino statistico della Banca d’Italia, il reddito disponibile reale delle famiglie consumatrici si è ridotto di mezzo punto percentuale nel 2008 rispetto al 2007 e di oltre un punto percentuale nel primo semestre 2009 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

E’ davvero improbabile che questa dinamica si sia rovesciata nell’ultimo. Possiamo a questo punto provare un riepilogo: la crisi ha colpito molto alcuni (chi è passato dall’occupazione alla disoccupazione o alla cassa integrazione) e in media ha colpito tutti, dato che il reddito reale disponibile delle famiglie è sceso. Non ha ancora colpito e forse ha un po’ aiutato, ma solo transitoriamente, chi ha conservato il posto di lavoro e aveva visto rinnovato il proprio contratto collettivo prima dell’inizio della crisi.

Ogni ottimismo appare quindi ingiustificato.

18/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Quel (poco) che sappiamo della riforma fiscale

da Il Fatto Quotidiano del 12 gennaio

Una vignetta di Marilena Nardi

Ieri Silvio Berlusconi è tornato a Roma, un mese dopo il suo ferimento a Milano, e ha annunciato l’intenzione di intervenire entro il 2010 in materia fiscale. Vediamo per punti che cosa potrebbe succedere.

Di che cosa si discute?

Per il momento non c’è molto di concreto. Le ipotesi sono due: una riforma fiscale di ampio respiro, come vorrebbe il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, oppure un progetto più semplice di riduzione delle aliquote Irpef, come promette Silvio Berlusconi dal 1994. Infatti l’unico documento ufficiale disponibile, pubblicato sulla home page del sito del ministero dell’economia (mef.gov.it), è il “Libro bianco” scritto proprio da Tremonti nel 1994.

Cosa cambierebbe?

Stando al “libro bianco” di Tremonti il progetto dovrebbe portare a un cambiamento nella struttura delle aliquote. Nel 1994 si facevano quattro ipotesi, per un Irpef (cioè l’imposta sul reddito delle persone fisiche) a una, due o tre aliquote. L’ipotesi prevalente sembra quella a due aliquote, probabilmente 23 e 33 per cento (ma nel progetto originale erano 27 e 40). Oggi le aliquote sono sei, dal 23 al 43 per cento. Quella del 43 per cento diventerebbe 33 (per chi dichiara un reddito superiore a 100mila euro). Per gli altri un’aliquota unica al 23 per cento.

Chi ci guadagnerebbe?

Stando alle dichiarazioni 2008, gli italiani che guadagnano più di 200 mila euro sono soltanto 75 mila. Per i 21 milioni che già pagano il 23 per cento o meno non cambierà nulla. Per 13 milioni sarà una differenza minima (-4 per cento dell’aliquota), mentre i benefici più consistenti andranno a chi guadagna dai 55 mila euro in su. I più contenti di tutti saranno quelli che oggi pagano il 43 per cento e si ritroveranno inseriti nello scaglione di chi paga il 23, con un taglio del 20 per cento. Si tratta di 380 mila contribuenti che dichiarano tra i 75 e i 100 mila euro.

Quale sarebbe il risparmio?

Questa è la domanda più complicata. Per due ragioni: ogni caso è diverso e bisognerebbe avere informazioni più precise sulle contropartite. Secondo una simulazione della Cgia di Mestre, due coniugi con un figlio a carico e un reddito pro capite di 21.500 euro risparmierebbero 530 euro. Un lavoratore dipendente con 30mila euro, un figlio e una moglie a carico ne risparmierebbe 820.

Dov’è il trucco?

Nel libro bianco del 1994 si legge che il peso dell’Irpef sul totale del gettito scenderà dal 35 al 31 per cento. Nel complesso le imposte sulle “cose” saliranno dal 40 al 46 per cento e quelle sulle “persone” scenderanno dal 60 al 54 per cento. Tradotto: se da un lato si taglia, da un altro si dovrà aumentare. C’è l’ipotesi di una parziale tassa patrimoniale, per tassare non soltanto il reddito ma anche il patrimonio, concepita in funzione anti-evasione. Un’altra fonte di copertura dei  tagli all’Irpef dovrebbe essere il riordino dell’Iva, ritoccando al rialzo le aliquote che gravano sui consumi tassati meno del 20 per cento (alcuni beni alimentari come pane e pasta, l’editoria, l’elettricità e il gas). La conseguenza negativa, almeno da un punto di vista teorico, è che si procede a tagli fiscali mirati mentre gli aumenti sono generalizzati, perchè riguardano beni di consumo di uso diffuso.

E per chi resta alla stessa aliquota?

I 21 milioni che non beneficiano della riduzione dell’aliquota si troveranno comunque a finanziare gli sconti fiscali per i più abbienti pagando i beni con l’Iva aumentata. Quindi, anche per rispettare l’articolo 53 della Costituzione che impone la progressività dell’imposizione fiscale (i ricchi devono pagare di più anche in percentuale), dovrebbe essere previsto un meccanismo di quoziente famigliare. Questo è il punto più confuso, perchè tutti quelli che invocano il quoziente hanno in mente obiettivi e strumenti diversi per aiutare fiscalmente la famiglia. L’orientamento che sembra delinearsi è quello di superare il sistema attuale di micro-incentivi orientati soprattutto al sostegno della demografia preferendo un intervento più unitario che consideri l’ampiezza del nucleo famigliare (e non soltanto il numero di famigliari a carico) oltre al reddito complessivo.

Si farà davvero?

Difficile. Anche considerando l’innalzamento dell’Iva e le altre coperture servirebbero forse altri 20-30 miliardi che non ci sono (e l’ipotesi di procurarseli emettendo nuovo debito pubblico non sembra percorribile). Lo scenario  più probabile è che il gettito proveniente dalla proroga dello scudo fiscale, ancora ignoto ma nel probabile ordine di 4-5 miliardi, potrebbe essere usato per un intervento una tantum a beneficio delle famiglie, da annunciare a ridosso delle elezioni regionali di primavera.

12/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La riconferma di Big Ben

da Il Fatto Quotidiano del 18 dicembre

Ben Bernanke

L’uomo dell’anno ottiene il bis. Il giorno dopo che Time gli ha dedicato la copertina come personaggio del 2009, Bem Bernanke viene riconfermato dalla commissione Finanze del Senato americano alla guida della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. E non poteva andare diversamente, perché Bernanke era già stato indicato dal presidente Barack Obama e ha finora gestito con successo questa parte della crisi. Usando a fisarmonica il bilancio della Fed, passato da 900 a oltre 2000 miliardi di dollari, ha permesso alle banche di liberarsi dei titoli tossici nella fase in cui dovevano avere liquidità a poco prezzo per non soffocare, trasferendo il rischio sulla banca centrale.

Ha evitato l’apocalisse, dicono di lui, anche se c’è qualche ombra sulla sua gestione di alcune operazioni come quella del salvataggio di Bear Stearns. Ma fare ora i bilanci della sua leadership è come giudicare un film dopo il primo tempo. Perché adesso comincia una parte altrettanto difficile del suo compito: prevenire la prossima crisi. Ed è anche per questo che Foreign Policy lo ha indicato come l’intellettuale globale più influente dell’anno tra i 100 in classifica. Perché ora Bernanke dovrà costruire un nuovo paradigma intellettuale alternativo a quello del suo predecessore Alan Greenspan, decaduto guru della finanza che aveva le sue basi culturali in Ayn Rand e in una fede assoluta nelle virtù del mercato.

Bernanke dovrà gestire la politica monetaria in un contesto di disoccupazione al 10 per cento (poteva essere il 25 o il 30 e scatenare una nuova Grande depressione, dicono i suoi fan) e con le elezioni di med term che si avvicineranno proprio quando l’inflazione potrebbe riemergere. E il presidente della Fed dovrà destreggiarsi tra la necessità di alzare i tassi (o comunque raffreddare l’economia tagliando le misure straordinarie) e le pressioni della politica perché lasci correre la ripresa e anche l’inflazione, per ridurre il valore reale dell’enorme debito pubblico accumulato per salvare l’economia reale. Se ci riuscisse gli spetterebbe di diritto la copertina di Time anche nei prossimi dieci anni.

18/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Ci salvano i Cinesi

dal Fatto Quotidiano del 17 dicembre

di Francesco Bonazzi e Stefano Feltri

Il governatore della Banca centrale cinese Zhou Xiaochuan

Dio benedica la Cina e il suo capitalismo a corto di democrazia, ma non di denari. Da nemico pubblico numero uno, buono per gli slogan più beceri della base leghista e le macrovisioni geopolitiche di Giulio Tremonti a silenziosi partner. Niente più polemiche. Niente più insulti. Anche la Chinatown di Via Sarpi (Milano) o dell’Esquilino hanno smesso di preoccupare. Una volta a Roma perfino i tassisti malignavano su tutti “’sti cinesi amici di D’Alema”. Oggi sono amici di Tremonti?
Il viaggio del ministro dell’Economia a Pechino, con tanto di lezione alla scuola quadri del Partito comunista ha sollevato qualche domanda. E’ lo stesso ministro che si vantava (nel libro “Rischi fatali” del 2005) di essere stato “il primo politico occidentale” a individuare nella Cina “non solo una fantastica opportunità” ma anche “una incombente drammatica negatività”. Che i rapporti siano sempre più stretti lo dimostra anche la visita imminente dei dirigenti del Cic, il China Investment Corporation, opaco fondo sovrano (cioè che gestisce per conto del governo i surplus del bilancio cinese) che arriverà in Italia per trattare accordi con la Cassa depositi e prestiti, braccio operativo della politica economica tremontiana. E non può essere una coincidenza che circolino voci – poi smentite – dell’interesse di un’azienda cinese per acquisire lo stabilimento Fiat di Termini Imerese.


SHOPPING. La spiegazione della metamorfosi circola da settimane nei corridoi delle banche che si occupano di collocare sui mercati internazionali il debito dello Stato italiano: i cinesi hanno cominciato a comprare sempre più Bot e Btp, garantendo il successo delle aste e una domanda tale da mantenere bassi i rendimenti (cioè il costo dell’indebitamento per lo Stato). Racconta un banchiere di una grossa banca statunitense che partecipa alle aste del Tesoro italiano: “Per muovere il mercato in senso favorevole non bisogna neanche comprare moltissimo. Basta un grosso ordine da un investitore che potenzialmente può comprare ancora per aiutare a dare la direzione giusta”. Visto il loro peso specifico, le mosse dei cinesi hanno un impatto forte: “Se i grossi investitori sono anche istituzionali e cinesi, e questi ultimi sono molto liquidi anche perché stanno si spostando sempre più dal dollaro all’euro gli altri trader poi hanno paura di vendere e naturalmente il mercato sale o regge i livelli”. Con la riservatezza tipica del settore, quindi sotto garanzia di anonimato, anche altri banker confermano. “Il crescente interesse di clienti cinesi per i vostri titoli si è registrato in modo visibile già a marzo e aprile. E ancora a ottobre, durante l’ultima asta del Btp a 30 anni, si sono visti movimenti in crescita da Pechino”, dice un altro banchiere d’affari straniero, specializzato sul debito pubblico Sud Europa. “Grossi ordini da investitori cinesi hanno ‘incoraggiato’ la domanda di Btp”, rivela un terzo banchiere da Londra, più laconico ma sicuro nell’indicare un fenomeno nuovo “e che andrà sicuramente crescendo nel 2010, quando l’Italia dovrà collocare oltre 150 miliardi di titoli”. I  cinesi hanno molta liquidità da investire e sono molto attivi sui mercati, anche per la loro politica monetaria di cambio fisso tra yuan e dollaro. E quindi, spiega un banchiere italiano che ha lavorato a lungo per banche tedesche: “Possono decidere di comprare quello che vogliono. Comprano titoli americani per sostenere il debito (e il consumo) in quel paese.  Comprano titoli in euro e commodities per differenziare i loro investimenti”.


IL TESORO. Trovare conferme dal ministero di via XX Settembre non è facile. Nelle aste normali dei titoli di Stato gli acquirenti sono anonimi, almeno in una prima fase, e anche quanto l’identità diventa pubblica si tratta comunque di intermediari. E il Tesoro non è troppo interessato a sapere dove finisce il debito. Qualche informazione in più è disponibile sui collocamenti di titoli particolari, per i quali il ministero si rivolge a un “sindacato di collocamento”, di solito composto da cinque banche, che si occupa di sondare il mercato di piazzare poi l’emissione. E spesso il sindacato comunica anche indicazioni sulla provenienza geografica degli acquirenti. Nel 2009 ci sono state tre operazioni di questo tipo e tre comunicati che si limitano a dire: “Non è mancata anche la presenza di investitori residenti in Asia e negli Usa”. Il grosso viene comunque piazzato in Europa. A fine 2008, dice la Banca d’Italia, su 1,3 miliardi di debiti del settore pubblico 742 milioni erano in mano a investitori fuori dall’Italia. Ma nel 2009, si legge in una tabella dell’ultimo bollettino di Bankitalia, i titoli di Stato in mano straniera ha subito un deciso aumento. Un funzionario di alto livello del ministero non si sbilancia sul nuovo feeling con i cinesi e sul loro attivismo, ma dice: “Credo di poter dire che assistiamo a un aumento della componente asiatica, ma si tratta di un’informazione soltanto qualitativa”.


E forse alludeva a questo Tremonti, quando ai giovani quadri del Partito comunista cinese ha citato Karl Marx: “All’antica indipendenza nazionale si sovrapporrà una interdipendenza globale”. E pensare che sono passati soltanto quattro anni da quando, in “Rischi fatali”, il ministro denunciava: “E’ il resto del mondo, soprattutto la Cina, che sfrutta la debolezza dell’Europa. La colpa non è della Cina. La colpa è dell’Europa”.

17/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La ripresa non basterà: l’industria perde i pezzi

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Dopo la revisione al rialzo delle stime della Commissione europea (il Pil italiano nel 2007 scenderà solo del 4,7 per cento), ieri sono arrivati i dati sulla cassa integrazione: una riduzione di quasi il 10 per cento tra settembre e ottobre. Segnale che le cose hanno smesso di peggiorare. Ma un rapporto della Banca d’Italia dimostra che il problema più grosso è che quando la ripresa arriverà, il sistema produttivo italiano potrebbe trovarsi così sfiatato da non riuscire ad approfittarne.

Tre imprese su dieci tra le 3874 sondate da Bankitalia stimano di chiudere il 2009 con piani di investimento ridimensionati rispetto a gennaio scorso e, soprattutto, quelle che prevedono di ridurre gli investimenti anche nel 2010 sono il 6 per cento in più di quelle che sperano di aumentarli. Tradotto: anche nel primo anno positivo dopo la grande recessione, quando l’economia italiana crescerà secondo la Commissione europea dello 0,7 per cento, le aziende che cercheranno di aggredire la ripresa saranno meno di quelle che continueranno a risentire della crisi. “Con la recessione è fisiologico che si verifichi una scrematura delle imprese, ma il rischio è che sia indiscriminata, punendo le nostre imprese più dinamiche che hanno tentato l’espansione internazionale e ora si trovano più esposte”, spiega lo storico dell’Economia Giuseppe Berta che ha appena pubblicato la nuova edizione del suo “L’Italia delle fabbriche” (Il Mulino). La tesi è sostenuta dallo studio di due economisti, Antoine Berthou e Charlotte Emlinger, pubblicato sul sito Voxeu.org: la domanda dei prodotti da esportazione di alta qualità – come quelli che produce l’Italia – soffre di più il calo del Pil. Nonostante la diffusa convinzione che per il lusso non ci sia mai crisi.

Il sondaggio della Banca d’Italia dimostra che le imprese italiane che lavorano con l’estero sono in uno stato confusionale: un terzo pensa che nei prossimi sei mesi le cose andranno meglio, un terzo che resteranno stabili e un terzo che peggioreranno. Considerando il proprio mercato di riferimento (per alcune l’Italia, per altre quello globale), il 40 per cento delle imprese che nei sei mesi scorsi ha sofferto la recessione si aspetta un periodo altrettanto lungo di sofferenza.  “La durata della crisi per l’Italia è una variabile decisiva – dice il professor Berta – perché mette alla prova le risorse interne delle nostre imprese, a partire dalla capitalizzazione”. E aziende piccole e medie di capitale ne hanno poco e continuano ad avere problemi nell’ottenere credito dalle banche visto che, come dimostra il sondaggio, quelle che dichiarano di trovare difficoltà quando vanno a chiedere finanziamenti sono un terzo. E ben il 28,2 per cento dichiara di aver visto respinta la richiesta di credito. La combinazione di una bassa domanda interna, di difficoltà a livello internazionale e stretta nei finanziamenti bancari rende pessimiste le imprese: una su tre stima di chiudere in perdita il 2009, il 36 per cento di ridurre l’occupazione nell’anno. Un anno fa, nello stesso sondaggio, quelle che prevedevano bilanci in rosso erano solo il 17 per cento.

Per chi vuole essere ottimista, c’è sempre la Fiat. In Europa continua a guadagnare quote di mercato (e dovrebbe ottenere il rinnovo degli incentivi), ora che è saltata la vendita di Opel ai russi di Magna potrebbe tornare all’assalto della casa di produzione tedesca per completare la sua espansione internazionale. Ieri pomeriggio l’amministratore delegato del gruppo, Sergio Marchionne, ha iniziato a presentare i piani di rilancio per la Chrysler (inglobata dalla Fiat a gennaio con una joint venture): punterà sulla 500 prodotta in Messico – da offirire prima in versione Abarth – ma soprattutto su Jeep e Cherokee, perché le auto ad alto consumo, addolcite dalle tecnologie verdi di Fiat, ora sono tornate popolari con il petrolio a 80 dollari al barile. “La Fiat è stata per anni una sequoia in una foresta di alberi nani, ma ora il suo ruolo nell’economia italiana è cambiato. Se il tentativo di Marchionne riuscirà, il Lingotto diventerà una vera impresa globale”, spiega Berta, che da anni studia la storia della casa di Torino. Come dire: anche il nuovo dinamismo della Fiat non basta più per trainare il sistema produttivo italiano.

Secondo Berta “l’Italia industriale del 1970 era una clessidra irregolare: una base di piccole e piccolissime imprese, un vertice di aziende pubbliche e private di dimensioni rilevanti e in mezzo le medie imprese. Poi si è espansa la metà bassa del corpo della clessidra ed è venuto meno il vertice”. Il problema è che con la crisi inizia a ingolfarsi  anche il motore di imprese medie che aveva sostituito il vertice. E la ripresa, che in Italia sarà comunque al massimo una crescita di poco superiore allo zero, potrebbe arrivare troppo tardi.

05/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , | Lascia un commento

L’assenza di Andreatta

Dieci anni dopo. Nel dibattito sul riformismo aperto quest’estate da Prodi manca il professore di Trento che fu tra i pochissimi a costruire una cultura di governo di centrosinistra. Un libro ricostruisce la sua esperienza da ministro del Tesoro

Beniamino Andreatta

 
Beniamino Andreatta

Quando Romano Prodi ha scritto l’ultimo suo editoriale sul Messaggero, il giorno di ferragosto, sembrava parlare di Beniamino Andreatta. O meglio, della sua assenza. Il dibattito sulla sconfitta elettorale alle europee è durato pochi giorni, scriveva Prodi, poi è svanito nel nulla prima di arrivare al nocciolo della questione: «Il riformismo ha perso la fiducia in se stesso e preferisce inseguire le piattaforme e i programmi degli altri pensando che, per rovesciare le fortune elettorali, sia sufficiente criticare gli errori e i comportamenti dei governanti». Il pezzo si chiudeva ricordando che «chi non è capace di nuotare conto corrente non sarà mai in grado di risalire il fiume». E tra poco saranno dieci anni dall’uscita dalla vita pubblica dell’ultimo uomo politico che ha tutte le caratteristiche riformiste di cui Prodi non riesce più a vedere traccia: era il quindici dicembre del 1999 quando Andreatta si accasciava in parlamento, durante il dibattito sulla legge finanziaria. Dopo quasi un decennio in coma, si è spento il 26 marzo del 2007 a 87 anni. «Difficile dire cosa sia rimasto della lezione di Andreatta nella cultura politica del centrosinistra attuale, bisognerebbe prima capire in cosa questa consista», dice Fernando Salsano, ricercatore all’università di Tor Vergata che ha appena pubblicato per Il Mulino “Andreatta ministro del Tesoro” (332 pagine, 28 euro).

Nel suo libro Salsano ricostruisce una parte dell’esperienza politica di Andreatta, i suoi due brevi passaggi dal ministero dell’Economia (resta da raccontare Andreatta l’atlantista, l’ispiratore dell’Ulivo, il regista dell’ascesa di Romano Prodi, il professore universitario, il democristiano atipico). Ma già così questa visione parziale è sufficiente a rispondere ad alcune delle questioni aperte dall’intervento di Prodi. Intervistato dal Riformista, il senatore del Pd Nicola Rossi ha commentato così l’intervento dell’ex presidente del Consiglio: «Il nostro è stato un tentativo del tutto inutile. Abbiamo commesso un errore. Pensare che la cultura politica della Terza via di Tony Blair si potesse adottare in Italia è stata una speranza mal posta, da noi una sinistra liberale non era possibile e nlo è ancora meno oggi». In realtà il libro di Salsano ricorda che Andreatta era riuscito a trovare posizioni di centrosinistra (da democristiano) e liberali e le aveva maturate proprio durante le sue esperienze di governo. Spiega Salsano: «Andreatta viene da una versione cattolica del keynesianesimo, ma una volta al governo si trova alle prese con una forte inflazione e instabilità politiche che non permettono il mantenimento di politiche di sostegno alla domanda. Diventa più monetarista, ma non passa da un’ortodossia all’altra, perché rimane sempre capace di rivedere prontamente le proprie posizione sulla base dell’esperienza. E questo è forse uno degli aspetti più importanti della sua azione di governo».

Quando il professor Andreatta diventa per la prima volta ministro del Bilancio è il 1979, un’esperienza che dura solo tre anni perché a dicembre del 1982 Amintore Fanfani viene incaricato di formare un nuovo governo ma Andreatta si è fatto troppi nemici e ne viene escluso. In quel breve lasso di tempo Andreatta riesce ad affrontare molti dei problemi strutturali che ancora oggi, un quarto di secolo dopo, continuano a essere al centro del dibattito pubblico e ai quali il centrosinistra non riesce a dare risposte convincenti (giudicando dai dati elettorali). Il suo approccio è, pur declinato in modi differenti, sempre quello di creare un vincolo esterno che costringa gli attori a quello scatto verso l’efficienza di cui, da soli, sono incapaci. Nel 1981 il problema del debito pubblico non è meno grave di oggi (nel 2009 dovremmo arrivare al 118 per cento), ma c’è una differenza: quando il ministero del Tesoro emette titoli di debito e una parte di questi non viene collocata presso gli investitori, la Banca d’Italia si impegna a farsene carico finendo per sostenere di fatto la politica di spesa pubblica. Andreatta riesce a ottenere il famoso “divorzio”, trasformando una raffinata concoscenza scientifica dell’economa in forza politica: verifica con i suoi consulenti legali che sia in suo potere farlo poi, d’intesa con l’allora governatore della banca centrale Carlo Azeglio Ciampi, tronca con una lettera il rapporto tra Tesoro e Banca d’Italia. Non avviene alcun dibattito pubblico, in pochi afferrano la portata del provvedimento: da quel momento in poi il ministero avrebbe dovuto faticare molto di più per ottenere finanziamenti, rispettando le regole di mercato senza più la rete di protezione offerta da Bankitalia che, a sua volta, ritrovava un’indipendenza che le mancava da trent’anni, quando il vincolo era stato introdotto.

Prodi, a ferragosto, scrive che manca chi ha «il coraggio di scontentare molti e ha la forza di ricomporre il proprio elettorato». E l’uso dei vincoli esterni che caratterizzò l’azione di Andreatta aveva proprio questa funzione, ridurre le zavorre di privilegio che l’Italia non poteva più permettersi (irritando quindi i privilegiati) nel nome di un interesse collettivo difficile da capitalizzare poi nell’urna e che – forse – si poteva perseguire solo in un sistema politico privo di alternanza al governo. L’adesione al Sistema monetario europeo, la battaglia per la fine dell’intervento straordinario nel mezzogiorno e quella (persa) per il contenimento del deficit, oltre all’accordo con il commissario europeo Karel van Miert per ridurre l’indebitamento delle aziende pubbliche al livello delle loro concorrenti private: decisioni che costringono gli attori a sforzi prima non richiesti per migliorare l’efficienza nell’utilizzo delle risorse, soprattutto perché spesso queste risorse sono il denaro pubblico. Ma che non vengono ben recepite dai colleghi di governo, in particolare dal Partito socialista che ottiene l’allontanamento di Andreatta dai ministeri finché l’agonia della prima repubblica e Mani Pulite, da cui il professore esce indenne, eliminano il potere di veto dei socialisti. E Andreatta torna al governo nel 1993, prima al Bilancio poi, dopo pochissimi mesi, al ministero degli Esteri. I momenti in cui Andreatta ha davvero la possibilità di agire sull’economia italiana sono brevissimi, soprattutto se comparati a quelli di cui disporranno alcuni dei suoi successori (il più longevo dei quali è Giulio Tremonti), eppure sembra aver concentrato in quei pochi mesi iniziative e prese di posizione su tutto quello di cui l’Ulivo prima e il Partito democratico poi si sarebbero dovuti occupare, dalla battaglia federalista per responsabilizzare gli enti locali nella gestione dei soldi trasferiti da Roma, alla gestione del mercato del lavoro, con un’attenzione maggiore al salario reale che a quello nominale regoalrmente eroso dall’inflazione, fino ai rapporti con il sistema bancario a proposito del quale aveva ben chiara la necessità di combinare la pressione della concorrenza per ridurre i costi dei servizi con le esigenze di stabilità.
Eppure Andreatta è scomparso dal dibattito interno del Partito democratico: pur essendo nel decennale dalla sua uscita dalla vita pubblica, alla festa nazionale del Pd di Genova il suo nome non è mai stato fatto e nel sito del partito l’unica sua traccia è un articolo di Enrico Letta, che con Andreatta ha lavorato e ne ha ereditato la gestione del centro studi Arel. Ma forse anche questa sconfitta postuma non avrebbe scoraggiato il professore con la pipa. Ha detto di lui Prodi, ricordandolo a febbraio, quando gli è stata intitolata una sala del ministero dell’Economia: «Proprio nel momento in cui si frammentava un’ipotesi, immediatamente riusciva a costruirne un’altra con un senso del domani che io, onestamente, non ho mai ritrovato in nessun’altra persona. Il senso cioè che le cose si potessero sempre cambiare. Le sconfitte non lasciavano in lui minimamente traccia né di astio né di ritirata. Erano semplicemente degli episodi rispetto ai quali andava avanti».

30/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Istat nel caos: Biggeri senza poteri?

Ancora una volta il Consiglio dei ministri si è riunito e si è sciolto senza nominare un nuovo presidente dell’Istat, l’istituto nazionale di statistica. Succede da mesi, ma la data di ieri era diversa. Per legge il presidente può rimanere in carica solo 45 giorni dopo lo scadere del mandato, senza possibilità di proroghe. E il calcolo, lo confermava anche l’ufficio stampa dell’Istat fino a pochi giorni fa, si fa dal primo giugno, perché il presidente Luigi Biggeri è stato nominato la prima volta (nel 2001) in quella data. Adesso prevale, anche in ambienti vicini all’istituto, un’altra tesi: i conti si fanno dal 24 giugno, la data in cui è stato riconfermato nel 2005. E quindi il governo ha ancora tempo. Non è solo una questione di burocrazia: se vale la prima ipotesi, da oggi Biggeri non ha più poteri, ogni suo atto potrà essere dichiarato nullo, l’Istat si trova senza un vertice e con un direttore generale, Giovanni Fontanarosa, ad interim. Una situazione che il sindacato dei lavoratori della ricerca, Usi/RdB definisce di «paralisi totale». E secondo il sindacato non ci sono dubbi: «L’Avvocatura di Stato ha più volte ribadito che quello che vale è la manifestazione di volontà politica del Consiglio dei ministri in ordine alla conferma che, nel caso del professor Biggeri, avvenne addirittura nel corso della riunione del governo del 13 maggio 2005». Quindi il presidente dell’Istat sarebbe senza poteri addirittura da due settimane.

L’unica certezza è che c’è in corso una partita che dura da mesi tra il ministro Renato Brunetta, che formalmente deve indicare il nome del successore di Biggeri, e Giulio Tremonti che, da ministro dell’Economia, vuole avere un ruolo nella scelta. I loro staff hanno la consegna del silenzio assoluto sulla materia. I tempi, però, non consentono più lunghe negoziazioni. Come si è detto nelle scorse settimane, l’ipotesi più probabile è il commissariamento, cioè sottoporre l’istituto di statistica direttamente al governo che nomina un commissario. E visto che Biggeri è ancora al suo posto, si rafforza l’ipotesi che possa essere lui stesso il commissario. Ieri Biggeri si è anche mostrato collaborativo con il governo: «Questo è il miglior Dpef mai letto», ha detto commentando la presentazione del documento di bilancio da parte di Tremonti. Mentre Brunetta e Tremonti continuano a cercare di far prevalere i propri candidati, rispettivamente la professoressa Fiorella Kostoris e il professor Carlo Andrea Bollino. L’Istat si troverebbe così in mano governativa proprio mentre in parlamento continua l’iter un emendamento alla legge di bilancio che mira a sottrarre la nomina del presidente al governo. La proposta di scegliere un presidente con il voto dei due terzi delle commissioni parlamentari competenti ha ottenuto l’unanimità in Senato e ora è alla seconda lettura alla Camera: il numero uno della statistica verrebbe equiparato, nella procedura di nomina, a un garante di un authority. Intanto si continua con il negoziato politico.

E la rilevanza della questione è chiara dalla frequenza con cui le statistiche dell’Istat vengono attaccate da Tremonti (che però non se la prende mai direttamente con Biggeri) e dal ministro dello Sviluppo Claudio Scajola. I numeri dell’Istat dicono quanto è grave la crisi, quali politiche stanno funzionando e quali hanno fallito, quanto sono più ricchi o più poveri gli italiani. Le crescenti pressioni della politica cominciano a inquietare chi, nel proprio lavoro, si deve affidare a quelle cifre. Secondo quanto risulta al Riformista, alla Banca d’Italia – che usa numeri dell’Istat per elaborare, per esempio, il proprio bollettino mensile – sta crescendo la preoccupazione per la scarsa affidabilità dei dati della gestione Biggeri. E c’è il timore che, con un Istat commissariato, l’attendibilità delle statistiche possa solo peggiorare.

16/07/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento