Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

La crisi e il ritorno agli anni Ottanta

da Il Fatto Quotidiano del 10 gennaio 2010

di Vladimiro Giacché

(economista e partner di Sator spa)

La notizia è di fine dicembre, e la maggior parte dei giornali l’ha confinata in poche righe. Ma avrebbe meritato maggiore attenzione: il servizio studi della Banca d’Italia, in una ricerca sulla crisi internazionale e il sistema produttivo italiano, ha fatto piazza pulita di tutte le fandonie di questi mesi sulla presunta buona tenuta della nostra economia. Con queste parole: “Rispetto ai massimi toccati all’inizio del 2008, nel secondo trimestre dell’anno in corso l’indice della produzione ha segnato una diminuzione cumulata prossima al 25 per cento, con il risultato che, nella scorsa primavera, il volume delle merci prodotte si era riportato al livello della metà degli anni Ottanta. Nella media dell’area e nei suoi principali paesi, il calo è stato inferiore. Misurato in termini di trimestri persi, cioè di quanto indietro nel tempo sono tornati i livelli della produzione, la maggiore gravità della situazione italiana risulta evidente: i 12 e i 13 trimestri di Francia e Germania si confrontano con i quasi 100 dell’Italia”. I trimestri perduti sono per l’esattezza 92: la produzione a metà 2009 si è quindi attestata agli stessi livelli del secondo trimestre del 1986. Fanno 23 anni: non abbiamo perso il lavoro di una generazione, ma poco ci manca.


Un primato poco invidiabile, reso possibile dal fatto che in Italia la crisi è arrivata dopo un lungo periodo di stagnazione, databile dalla seconda metà degli anni Novanta. Cioè da quando sono finite le svalutazioni competitive che periodicamente rianimavano le esportazioni italiane (l’ultima è del 1995). A questo punto le imprese avrebbero dovuto cambiare gioco, puntando sull’innovazione di prodotto e soprattutto di processo. Hanno preferito premere l’acceleratore, più ancora che in passato, sugli altri due pedali tradizionalmente adoperati: il basso costo del lavoro e l’evasione fiscale. Solo così si spiegano i dati apparentemente contraddittori esibiti dall’economia italiana in questo periodo. Da un lato la produttività del lavoro ha un andamento pessimo (scende all’1,7 per cento negli anni 1992-2000, ed è addirittura nulla dal 2000 al 2008), e il Prodotto interno lordo ristagna: negli anni 1999-2009 la crescita complessiva è stata appena del 5,5 per cento, mentre i paesi dell’area dell’euro crescevano in media del 13,5 per cento. Dall’altro, i profitti non solo tengono, ma crescono: dopo il 1993 sono aumentati per tutti gli anni Novanta, sia in percentuale del Pil sia come quota sul valore aggiunto, e lo stesso è avvenuto anche nei primi anni Duemila. Come è possibile? In un solo modo: attraverso un gigantesco trasferimento di ricchezza a danno dei salari. E infatti negli ultimi venti anni in Italia il valore degli stipendi rispetto al Prodotto interno lordo è crollato del 13 per cento (contro un calo dell’8 per cento nei 19 paesi più avanzati). Oggi le buste paga italiane sono scivolate al posto numero 23 (su 30) nella classifica dei paesi più industrializzati dell’Ocse, e risultano inferiori del 32 per cento rispetto alla media dell’Europa a quindici.


A questo va poi aggiunta un’evasione fiscale da guinness dei primati, ben testimoniata dai 95 miliardi di euro appena condonati al prezzo di un obolo del 5 per cento. In 10 anni, siamo già alla terza amnistia fiscale (solo all’estero però la si chiama così: in Italia, regno degli eufemismi, si preferisce parlare di “scudo fiscale”). Ed è grave. Perché, anche se di rado ci viene rammentato, l’evasione fiscale non è soltanto una vergogna (e un reato), ma è anche disastrosa dal punto di vista economico. Amplifica le disuguaglianze sociali, rende impossibile affrontare il problema del debito pubblico e distorce la concorrenza. Ma soprattutto perpetua un handicap storico del nostro sistema produttivo: il nanismo delle imprese. Sino a non molto tempo fa impazzava la retorica del “piccolo è bello”, delle piccole imprese capaci di sfidare le leggi dell’economia facendo a meno delle economie di scala.


La verità era ed è un’altra: in Italia in molti casi il consolidamento industriale che sarebbe stato necessario è stato evitato grazie a quel particolare abbattimento dei costi di produzione rappresentato proprio dall’evasione. Imprese che sarebbero state fuori mercato se avessero pagato le tasse, si sono autoridotte questo costo e così sono riuscite a fare profitti (perlopiù poi non investiti nella produzione, ma dirottati sul patrimonio personale dell’imprenditore). Tutto questo ha concorso a far scivolare il nostro sistema economico verso una frontiera competitiva arretrata, imperniata sulla competizione di prezzo, anziché sulla qualità e sul contenuto tecnologico dei prodotti, in concorrenza con i paesi emergenti e di nuova industrializzazione: una battaglia persa in partenza. È qui che va ricercata la radice della stagnazione economica del nostro paese e della batosta economica che si è profilata nei primi anni del nuovo secolo, quando la riduzione dei dazi all’importazione di molti prodotti ha messo fuori mercato numerose nostre produzioni. È su questo spiazzamento competitivo che la crisi mondiale iniziata nel 2007 si è innestata, infierendo ulteriormente. Sarebbe urgente invertire la rotta. Si sta facendo il contrario.


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11/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La riconferma di Big Ben

da Il Fatto Quotidiano del 18 dicembre

Ben Bernanke

L’uomo dell’anno ottiene il bis. Il giorno dopo che Time gli ha dedicato la copertina come personaggio del 2009, Bem Bernanke viene riconfermato dalla commissione Finanze del Senato americano alla guida della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. E non poteva andare diversamente, perché Bernanke era già stato indicato dal presidente Barack Obama e ha finora gestito con successo questa parte della crisi. Usando a fisarmonica il bilancio della Fed, passato da 900 a oltre 2000 miliardi di dollari, ha permesso alle banche di liberarsi dei titoli tossici nella fase in cui dovevano avere liquidità a poco prezzo per non soffocare, trasferendo il rischio sulla banca centrale.

Ha evitato l’apocalisse, dicono di lui, anche se c’è qualche ombra sulla sua gestione di alcune operazioni come quella del salvataggio di Bear Stearns. Ma fare ora i bilanci della sua leadership è come giudicare un film dopo il primo tempo. Perché adesso comincia una parte altrettanto difficile del suo compito: prevenire la prossima crisi. Ed è anche per questo che Foreign Policy lo ha indicato come l’intellettuale globale più influente dell’anno tra i 100 in classifica. Perché ora Bernanke dovrà costruire un nuovo paradigma intellettuale alternativo a quello del suo predecessore Alan Greenspan, decaduto guru della finanza che aveva le sue basi culturali in Ayn Rand e in una fede assoluta nelle virtù del mercato.

Bernanke dovrà gestire la politica monetaria in un contesto di disoccupazione al 10 per cento (poteva essere il 25 o il 30 e scatenare una nuova Grande depressione, dicono i suoi fan) e con le elezioni di med term che si avvicineranno proprio quando l’inflazione potrebbe riemergere. E il presidente della Fed dovrà destreggiarsi tra la necessità di alzare i tassi (o comunque raffreddare l’economia tagliando le misure straordinarie) e le pressioni della politica perché lasci correre la ripresa e anche l’inflazione, per ridurre il valore reale dell’enorme debito pubblico accumulato per salvare l’economia reale. Se ci riuscisse gli spetterebbe di diritto la copertina di Time anche nei prossimi dieci anni.

18/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

La prudenza (italiana) della Fiat

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La Punto Evo

Mentre ad Auburn Hills, Detroit, dove ha sede la Chrysler, c’è  grande fermento per la presentazione del nuovo piano industriale dell’amministratore delegato Sergio Marchionne, in Italia il gruppo Fiat mantiene una posizione di attesa. Pochi modelli nuovi, molti restyling di quelli vecchi e innovazioni importanti, come la nuova ammiraglia Lancia, rimandate a quando partiranno le produzioni congiunte con Chrysler. “In Fiat Marchionne punta su nuove motorizzazioni, come il nuovo motore multi air e presto un bicilindrico o turbo a bassi consumi, che intercetta una domanda di auto più ecologiche”, spiega Giuseppe Volpato, economista industriale autore per Il Mulino di “Fiat group automobiles, un’araba fenice nell’industria automobilistica”.

Una strategia che consente di evitare gli altissimi costi della produzione di nuovi modelli ma permette di vendere a un prezzo più alto quelli aggiornati, dando l’impressione di non essere immobili. Nell’ultima trimestrale Fiat spiega di aver stimato per il 2009 una riduzione della domanda del 20 per cento, ma nei primi nove mesi il suo fatturato si è ridotto solo dell’1,4 per cento rispetto allo scorso anno. Che, nel ramo automobili del gruppo, significa 538.900 veicoli immatricolati.

Il cardine della strategia attendista è la Punto Evo, presentata al salone di Francoforte e in vendita dal 10 ottobre che ha avuto un’ottima accoglienza sul mercato: “Abbiamo migliorato la Grande Punto per inserirla in un ambiente cambiato, perché riuscisse a mantenere la sua attitudine innovativa”, ha detto Roberto Giolito, il direttore stile di Fiat che progettò la nuova 500.

Le operazioni di restyling funzionano bene sui veicoli Fiat, più complicate su quelli degli altri marchi del gruppo. Spiega il professor Volpato che “l’Alfa Romeo è in una situazione complessa, un prodotto atteso come la nuova 166 è stato rinviato ancora, ma MiTo si vende ma meno di quanto si poteva sperare, molto dipenderà da come andranno la Milano e la Torino, rispettivamente aggiornamenti della 147 e della 157”. Il caso Lancia è il più delicato. La cura Marchionne di Fiat era partita proprio da lì, grazie anche al responsabile marketing Luca De Meo (ora in Volkswagen), con il grande successo della Ypsilon, ora un po’ invecchiata. “Il problema è che la Thesis, l’ammiraglia, non si riesce a vendere”, spiega Volpato. E proprio su Lancia si testeranno le sinergie con Chrysler. Il rilancio della casa di Detroit partirà dai marchi Jeep e Cherokee e dai mini-Suv, ma la prima auto con marchio Chrysler prodotta da Fiat dovrebbe arrivare nel 2013. E potrebbe essere proprio quella la nuova ammiraglia di cui la Lancia ha bisogno, uno stesso modello commercializzato con due marchi diversi sulle due sponde dell’Atlantico.

Uno degli effetti delle strategie ormai sempre più internazionali del gruppo è che i modelli da cui dipende il successo non sono più quelli prodotti in Italia: la Uno, decisiva per i mercati sudamericani, è prodotta in Brasile; la Cinquecento per le grandi città americane sarà fatta in Messico; la Qubo (di cui è stato appena presentato il restyling Trekking) è fabbricata in Turchia. E altri modelli presto potrebbero essere trasferiti nello stabilimento in Serbia da poco acquisito.

06/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La ripresa non basterà: l’industria perde i pezzi

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Dopo la revisione al rialzo delle stime della Commissione europea (il Pil italiano nel 2007 scenderà solo del 4,7 per cento), ieri sono arrivati i dati sulla cassa integrazione: una riduzione di quasi il 10 per cento tra settembre e ottobre. Segnale che le cose hanno smesso di peggiorare. Ma un rapporto della Banca d’Italia dimostra che il problema più grosso è che quando la ripresa arriverà, il sistema produttivo italiano potrebbe trovarsi così sfiatato da non riuscire ad approfittarne.

Tre imprese su dieci tra le 3874 sondate da Bankitalia stimano di chiudere il 2009 con piani di investimento ridimensionati rispetto a gennaio scorso e, soprattutto, quelle che prevedono di ridurre gli investimenti anche nel 2010 sono il 6 per cento in più di quelle che sperano di aumentarli. Tradotto: anche nel primo anno positivo dopo la grande recessione, quando l’economia italiana crescerà secondo la Commissione europea dello 0,7 per cento, le aziende che cercheranno di aggredire la ripresa saranno meno di quelle che continueranno a risentire della crisi. “Con la recessione è fisiologico che si verifichi una scrematura delle imprese, ma il rischio è che sia indiscriminata, punendo le nostre imprese più dinamiche che hanno tentato l’espansione internazionale e ora si trovano più esposte”, spiega lo storico dell’Economia Giuseppe Berta che ha appena pubblicato la nuova edizione del suo “L’Italia delle fabbriche” (Il Mulino). La tesi è sostenuta dallo studio di due economisti, Antoine Berthou e Charlotte Emlinger, pubblicato sul sito Voxeu.org: la domanda dei prodotti da esportazione di alta qualità – come quelli che produce l’Italia – soffre di più il calo del Pil. Nonostante la diffusa convinzione che per il lusso non ci sia mai crisi.

Il sondaggio della Banca d’Italia dimostra che le imprese italiane che lavorano con l’estero sono in uno stato confusionale: un terzo pensa che nei prossimi sei mesi le cose andranno meglio, un terzo che resteranno stabili e un terzo che peggioreranno. Considerando il proprio mercato di riferimento (per alcune l’Italia, per altre quello globale), il 40 per cento delle imprese che nei sei mesi scorsi ha sofferto la recessione si aspetta un periodo altrettanto lungo di sofferenza.  “La durata della crisi per l’Italia è una variabile decisiva – dice il professor Berta – perché mette alla prova le risorse interne delle nostre imprese, a partire dalla capitalizzazione”. E aziende piccole e medie di capitale ne hanno poco e continuano ad avere problemi nell’ottenere credito dalle banche visto che, come dimostra il sondaggio, quelle che dichiarano di trovare difficoltà quando vanno a chiedere finanziamenti sono un terzo. E ben il 28,2 per cento dichiara di aver visto respinta la richiesta di credito. La combinazione di una bassa domanda interna, di difficoltà a livello internazionale e stretta nei finanziamenti bancari rende pessimiste le imprese: una su tre stima di chiudere in perdita il 2009, il 36 per cento di ridurre l’occupazione nell’anno. Un anno fa, nello stesso sondaggio, quelle che prevedevano bilanci in rosso erano solo il 17 per cento.

Per chi vuole essere ottimista, c’è sempre la Fiat. In Europa continua a guadagnare quote di mercato (e dovrebbe ottenere il rinnovo degli incentivi), ora che è saltata la vendita di Opel ai russi di Magna potrebbe tornare all’assalto della casa di produzione tedesca per completare la sua espansione internazionale. Ieri pomeriggio l’amministratore delegato del gruppo, Sergio Marchionne, ha iniziato a presentare i piani di rilancio per la Chrysler (inglobata dalla Fiat a gennaio con una joint venture): punterà sulla 500 prodotta in Messico – da offirire prima in versione Abarth – ma soprattutto su Jeep e Cherokee, perché le auto ad alto consumo, addolcite dalle tecnologie verdi di Fiat, ora sono tornate popolari con il petrolio a 80 dollari al barile. “La Fiat è stata per anni una sequoia in una foresta di alberi nani, ma ora il suo ruolo nell’economia italiana è cambiato. Se il tentativo di Marchionne riuscirà, il Lingotto diventerà una vera impresa globale”, spiega Berta, che da anni studia la storia della casa di Torino. Come dire: anche il nuovo dinamismo della Fiat non basta più per trainare il sistema produttivo italiano.

Secondo Berta “l’Italia industriale del 1970 era una clessidra irregolare: una base di piccole e piccolissime imprese, un vertice di aziende pubbliche e private di dimensioni rilevanti e in mezzo le medie imprese. Poi si è espansa la metà bassa del corpo della clessidra ed è venuto meno il vertice”. Il problema è che con la crisi inizia a ingolfarsi  anche il motore di imprese medie che aveva sostituito il vertice. E la ripresa, che in Italia sarà comunque al massimo una crescita di poco superiore allo zero, potrebbe arrivare troppo tardi.

05/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , | Lascia un commento

Conflitti e interessi al Tesoro (Usa)

Un anno dopo il fallimento di Lehman Brothers, il 15 settembre, chi in quei giorni prese decisioni di emergenza forzando i regolamenti, oggi comincia a pagarne il prezzo. È toccato prima a Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve la banca centrale americana. L’accusa è di aver fatto pressioni sui vertici di JP Morgan perché si comprassero la malandata Merrill Lynch, banca d’affari il cui fallimento era giudicato un pericolo per la tenuta del sistema.
Ora tocca a Henry Paulson, l’ultimo segretario al Tesoro di George Bush, quello che ha gestito i mesi del collasso finanziario. La sua posizione era delicata: prima di diventare ministro era il numero uno di Goldman Sachs, la più importante investment bank di Wall Street, che aveva guidato verso grandi risultati, prima dell’inizio della crisi. La settimana decisiva nel mandato di Paulson è stata quella cominciata lunedì 15 settembre 2008: Lehman Brothers dichiara l’insolvenza, l’unico vero rivale di Goldman si è visto rifiutare il sostegno del Governo e prima dell’apertura dei mercati si arrende alla crisi di liquidità e al peso dei derivati spazzatura. Richard Fuld, il “gorilla” di Wall Street che la guidava da anni, diventa il simbolo dei manager rapaci e irresponsabili che hanno distrutto la finanza. La motivazione ufficiale per non salvarla: bisogna ridurre il moral hazard, il retropensiero di chi rischia troppo perché si sente protetto dal denaro dei contribuenti. Il giorno dopo, il 16 settembre, però, il governo decide di salvare il gruppo assicurativo A.I.G. perché il suo crollo avrebbe destabilizzato quel che restava della finanza americana. Adesso si scopre, lo ha rivelato il New York Times, che mentre Paulson prendeva queste decisioni si sentiva spesso al telefono con Lloyd Blankfein, il suo successore alla testa di Goldman Sachs.

 

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I punti sensibili sono due. Anche se all’inizio della loro storia lavoravano insieme, Goldman e Lehman erano rivali. Il fallimento di una significa più spazio per l’altra. Oggi Goldman è diventata una banca commerciale per raccogliere risparmio dai privati e – soprattutto – gli aiuti dalla Federal Reserve. Ha già iniziato a restituire i prestiti del piano Paulson (che il segretario al Tesoro era faticosamente riuscito a far approvare in ottobre) e ha stupito i mercati con profitti record nel secondo trimestre 2009: 3,44 miliardi, non male per una banca che stava per fallire. E sarebbe fallita quasi certamente se fosse crollata A.I.G. Questa è infatti la seconda questione delicata: il 16 settembre 2008 il governo inizia la procedura che porterà alla nazionalizzazione di A.I.G. e che implica un’iniezione di 13 miliardi di dollari (il costo totale diventerà poi di oltre 170), soldi che servono anche a remunerare i creditori del gruppo assicurativo tra cui c’è, appunto, Goldman Sachs. Che riceve quindi oltre tre miliardi. E in questo nessuno scandalo, visto che il salvataggio di A.I.G. serviva proprio per evitare che le sue controparti, cioè le società con cui aveva contratti aperti, ricevessero un contraccolpo che ne avrebbe messo a rischio la stabilità.

Ma quando la notizia ha iniziato a circolare, qualche mese fa, in tanti hanno pensato: ecco perché Paulson ha salvato A.I.G. e non Lehman, perché nel primo caso Goldman ci guadagnava e nel secondo no. Il New York Times ha scritto di aver ottenuto i tabulati delle telefonate di Paulson grazie al Freedom of information act, la legge che impone la pubblicità di documenti in precedenza secretati. Ma nulla si sa del contenuto delle telefonate. L’unica certezza è che il segretario al Tesoro si era impegnato, nel codice etico che i ministri e i funzionari di nomina governativa sono tenuti a sottoscrivere, a non avere rapporti con la sua ex azienda. Infatti, quando è stato invitato a una riunione con la Fed per discutere della solidità di alcune banche, tra cui Lehman, ha dovuto richiedere una deroga al codice che gli è stata accordata anche una seconda volta, proprio in occasione della regia del salvataggio di A.I.G. . Ma le deroghe non comprendevano le telefonate a Lloyd Blankfein.
La vicenda è solo agli inizi, ma è improbabile che si trasformi in un vero scandalo. C’è chi dice che Goldman è troppo potente, che se ha avuto un momento di debolezza lo scorso anno, ora è di nuovo quella di un tempo, risorsa dei governi di mezzo mondo (la lista di suoi dirigenti diventati ministri o premier è lunga). In primavera si era addirittura scoperto che un membro del consiglio direttivo della Fed di New York, la più potente delle banche regionali che compongono il Federal Reserve System, continuava a sedere anche nel consiglio di Goldman mentre attuava le misure straordinarie a sostegno di Wall Street. E non è successo quasi nulla.

Paulson ormai è fuori dalla politica, sta scontando il periodo di decantazione fisiologico per tutti gli uomini di governo che aspettano di tornare nel settore privato. Ma la denuncia del New York Times è un segnale dei tempi, arrivata proprio quando la disoccupazione americana smette di crescere: il momento dell’emergenza è passato, ora si torna alla normalità e chi si è preso troppe libertà nel nome dell’eccezionalità della situazione adesso deve risponderne.

11/08/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Un libro per l’estate: “Dio&Dollaro” di Walter Russel Mead

 

Ci sono stati molti tentativi di fare “Orientalismo”, come l’ha definito Edward Said, ma pochissimi di un serio Occidentalismo. Riassumere e teorizzare un intero universo culturale, per coglierne l’essenza, è un’impresa così impegnativa da sembrare talvolta priva di senso, soprattutto se l’autore vi appartiene. Ci hanno provato un paio di anni fa due politologi, Ian Buruma e Avishai Margalit con un libretto pubblicato da Einaudi, “Occidentalismo. L’Occidente agli occhi dei suoi nemici”. Ma lo sforzo di Walter Russel Mead, di cui è appena uscito per Garzanti “Dio&Dollaro: La Gran Bretagna, l’America e le origini del mondo moderno” (560 pp., 32 euro) è di molto superiore per estensione e ambizioni.

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La prima parte del volume è dedicat ai nemici. Dalla Spagna cattolica di Filippo secondo ai nazisti fino ad Al Quaeda, per quattrocento anni in tanti hanno odiato quel mondo anglosassone che poi è diventato il simbolo dell’Occidente. Hanno provato a distruggerlo e hanno fallito. E secondo Mead questo non può essere un caso. Mead è uno dei più famosi analisti di relazioni internazionali, oggi è senior fellow per la politica estera presso il Council on Foreign Relations, e nels uo libro cerca di spiegare quella storia di successi che è stata spesso classificiata come “eccezionalità americana” ma che, più correttamente, è stata in realtà eccesionalità anglosassone.

La tesi di fondo, che muove dalla divisione di Karl Popper tra società aperte e società chiuse, è questa: la cultura anglosassone è quella che più di ogni altra ha dimostrato di saper abbracciare e dominare il cambiamento. E quindi si è adattata mentre altre, da quella cattolica mediterranea a quella islamica a quella tedesca si incancrenivano nella celebrazione del proprio passato glorioso. Prima c’erano gli olandesi, che avevano intuito il potenziale del commercio internazionale nel diciassettesimo secolo, poi gli inglesi hanno inventato la finanza, con le società per azioni e il debito pubblico, e li hanno scalzati. Da allora il mondo occidentale è stato plasmato da quel misto di cultura protestante conservatrice e progessismo liberal che da sempre convivono, prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti. «Come fa una cultura a trovare le risorse per sperimentare il cambiamento? Questa è la vera questione, perché il capitalismo produce e richiede questo: cambiamento. Nel ventuensimo secolo la velocità del cambiamento sta crescendo, e quindi l’importanza delle variabili culturali che determinano la predisposizione al cambiamento, la flessibilità e la capacità di adattamento diventano sempre più rilevanti. Ed è per questo che non ritengo che la crisi attuali determina la fine dell’era anglosassone», ha spiegato Mead in una conversazione con “Il Riformista”. Ma il sospetto è legittimo: la Grande recessione deriva da una crisi finanziaria incubata e poi esplosa nel mondo anglosassone. La Gran Bretagna è il Paese con i debiti privati più alti del mondo, gli eccessi delle banche d’affari di Wall Strett li stiamo pagando tutti, forse quel modello di sviluppo che era nato proprio con la geniale intuizione che il rischio poteva essere suddiviso tra più soggetti e che lo Stato poteva agire come un soggetto di mercato invece che da sovrano autoritario, è arrivato alla fine della sua esperienza storica. Risponde Mead: «Abbiamo avuto trecento anni di crisi finanziarie: quando succedono puoi pensare di abbandonare il capitalismo, o continuare a combattere. In acluni paesi ci sono crisi e poi tutto continua come prima, ma altri imparano e capiscono come cambiare. Credo per esempio che l’euro sia stata una di queste risposte a crisi del passato, ma a sua volta ha determinato una crisi sociale. Le economie eruropee più dinamiche si sono adattate, la Germania si è confrontata con un euro forte e ha reagito aumentando la propria produttività e tornando, anche in un contesto mutato, uno Paese leader. Altri, come la Francia e l’Italia si sono confrontati con gli stessi problemi ma senza essere capaci delle stesse reazioni. E sono le variabili culturali a determinare la differenza».

Il libro di Mead si legge come un manifesto di orgoglio Wasp e quindi gli si può anche perdonare di trascurare le tante ombre nella storia americana, dal Vietnam all’Iraq.

A destra il libro di Mead – liberal convinto – è molto piaciuto per l’enfasi data alla componente religiosa, non troppo diversa da quella implicita che davano i neoconservatori. Eppure non è stato colto un punto: la religione per Mead è solo uno degli aspetti che formano la cultura, quasi un tentativo di rendere assolute norme di organizzazione sociale di cui si era sperimentata l’efficacia. L’idea calvinista della predestinazione (la ricchezza indica il favore di Dio), per esempio, si è rivelata molto più utile di quella cattolica della ricchezza come un peccato da espiare con la carità. Quindi, sia che si vada verso un mondo sempre più secolare, sia che si accetti la tesi di John Micklethwait che “god is back”, gli anglosassoni sono ancora una volta i meglio posizionati per affrontare il cambiamento.

13/07/2009 Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

I complici di Madoff sono le sue vittime

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La condanna del finanziere truffatore Bernard Madoff a 150 anni di carcere è singolare per almeno due ragioni. La prima è che viene presentata e percepita come una condanna esemplare di uno dei responsabili della crisi. Non è vero. Madoff applicava uno schema vecchio di un secolo (grandi ritorni ai primi investitori, grandi perdite per gli ultimi) ma che non c’entra con la bolla immobiliare e l’eccesso di credito alla base di questa crisi. L’unico legame è che la liquidità a buon mercato alimenta investimenti ad alto rischio come quelli di Madoff.
L’ex presidente del Nasdaq, dunque, non può essere un simbolo della crisi 2007-2009. Eppure, e questa è la seconda singolarità, lo sta diventando della nuova moralità. La sua condanna a 150 anni di carcere ha lo stesso valore di quella ai dirigenti della Enron per bilanci truccati: indica all’opinione pubblica che certi comportamenti non saranno più tollerati, crea uno stigma sociale che per i delitti dei colletti bianchi non è mai scontato.
C’è però un aspetto diseducativo nella condanna: i suoi maggiori complici passano per vittime, gli investitori che ora piangono miseria ma che ieri intascavano felici rendimenti di cui era facile immaginare l’origine illecita. Fidarsi di un finanziere che promette i rendimenti di Madoff è riprovevole quasi quanto organizzare la truffa.

30/06/2009 Posted by | Articoli | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento