Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Come finirà questa guerra a colpi di sentenze, ricorsi, manifestazioni di piazza? Alla fine si voterà il 28 e il 29 marzo? E, nel Lazio, chi vincerà? Quale obiettivo hanno le due manifestazioni di sabato?

Se ne parla oggi a Telebavaglio, nella quarta puntata della finestra di approfondimento politico che il Fatto Quotidiano ha aperto sul suo sito come reazione allo stop dei talk show politici in tv.

Nella redazione del Fatto ne discutono Marco Pannella, leader dei Radicali, Giorgio Stracquadanio, deputato del Pdl, e Teodoro Buontempo, presidente del movimento La Destra. Conducono Stefano Feltri e Carlo Tecce, in chiusura, come sempre, le vignette di Natangelo.

11/03/2010 Posted by | Uncategorized | Lascia un commento

Apologia dell’inciucio

da Il Fatto Quotidiano del 19 dicembre

Quando, due giorni fa, Massimo D’Alema ha ventilato l’ipotesi di “una leggina” che risolvesse i problemi giudiziari di Silvio Berlusconi, subito si è gridato all’inciucio. E ieri, quasi a voler eliminare ogni ambiguità, D’Alema si è prodotto in una pubblica apologia dell’inciucismo. Il primo e il più nobile degli inciuci, secondo D’Alema, è stato l’articolo 7 della Costituzione, sulla sovranità e l’indipendenza di Stato e Chiesa e sui Patti Lateranensi che regolano il loro rapporto. Il padre nobile degli inciucisti sarebbe quindi Palmiro Togliatti che si è rifiutato di fare la rivoluzione, come gli rimproverò Adriano Sofri alla vigilia della fondazione di Lotta continua, sostiene D’Alema.

Un giorno dopo l’invito dell’ufficio di presidenza del Pdl che ha invitato a un “dialogo costruttivo “patto democratico” con le opposizioni, D’Alema risponde: “Quegli inciuci sono stati molto importanti  per costruire la convivenza in Italia. Oggi è più complicato e  invece sarebbero utili”.  Da destra osservano con interesse, auspicando (come fanno Daniele Capezzone e Sandro Bondi) che i legami con l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro vengano recisi. Non tutti, però, sono d’accordo nel Partito democratico con le posizioni dalemiane. Lanfranco Tenaglia, che fu ministro ombra della Giustizia di Walter Veltroni, dice che ogni cambiamento di linea politica sulla giustizia deve essere discusso nel partito e non annunciato a mezzo stampa.

Un inciucio, anche questo ispirato da D’Alema, è già in corso. Quello con l’Udc di Pier Ferdinando Casini, alleato privilegiato del Pd nella tattica dalemiana in vista delle regionali della primavera. Dalla Puglia all’Emilia Romagna alla Liguria si intensificano i legami tra Pd e i suoi alleati, nel tentativo di creare un vasto schieramento che possa tenere dentro anche l’Idv. Il prezzo da pagare sembra però essere la scelta di un candidato governatore di provenienza Udc.

19/12/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , | Lascia un commento

Il passato all’asta: la notte dei quadri Alitalia

dal Fatto Quotidiano del 10 dicembre

Sono pochi secondi, ma raccontano la fine di Alitalia meglio di tutti i bilanci e le relazioni dei tribunali fallimentari. Dal podio Georgia Bava, banditore della casa d’aste Finarte, alza il martelletto per la centoquarantaseiesima volta in tre ore e dichiara invenduto il murale di tre metri per quattro “Zeus partorito dal sole” di Gino Severini.

Era il quadro più importante della collezione di Alitalia che è andata all’asta martedì sera, in un palazzo di via Margutta, a Roma. Un quadro con una quotazione minima di 350 mi-la euro che riassume l’atmosfera di un’epoca diversa, quando il talento futurista del romano Severini veniva messo al servizio delle ambizioni della compagnia di bandiera. Era il 1954 quando la Lai e Alitalia inauguravano l’agenzia comune di Parigi, con l’enorme quadro di Severini ad accogliere i clienti, mastodontico biglietto da visita della frenesia italiana negli anni del boom.

Oggi la nuova Alitalia, parola del suo amministratore Rocco Sabelli, sogna di essere una compagnia low cost tagliando tutte le voci di spesa.

Ma per una breve stagione, una ventina d’anni prima di sprofondare nel quindicennio infinito che ha portato alla privatizzazione pagata dai contribuenti, l’Alitalia voleva dare ai suoi passeggeri “l’impressione di essere non già su un soffice tappeto di nuvole ma in una galleria di via del Babuino”, come recitava un cinegiornale d’epoca proiettato in apertura dell’asta. Poi il collasso finanziario, il passaggio dell’attività a Cai (la compagnia degli imprenditori italiani raccolti da Silvio Berlusconi per evitare la conquista da parte di Air France). E il compito affidato al commissario Augusto Fantozzi di vendere tutto il possibile, per ripagare i debiti. “La vendita della collezione artistica è un atto dovuto”, dice il vice di Fantozzi, Antonio Leozappa presente all’asta.

In sala – nella notte romana dell’Immacolata – c’erano oltre 400 persone attirate dai prezzi bassi di partenza (il catalogo indicava una base di 50 o 70 euro per dei De Chirico poi venduti a oltre mille euro). Ma c’era anche quello che i “mercanti” presenti, come si definiscono tra loro i galleristi, hanno definito “il sovrapprezzo Alitalia”. Per un gallerista, un quadro che ha nel “curriculum” la provenienza Alitalia significa la certezza di spuntare un prezzo più alto, e per un collezionista la spartana cornice di legno a prova di turbolenza vale quasi quanto il dipinto.

L’asta parte a rilento, i primi lotti non si vendono. Poi le cifre iniziano a salire, arrivano i pezzi pregiati, il martelletto si alza e si abbassa mentre scrosciano gli applausi nella sala laterale che riesce a seguire l’asta solo grazie a un funzionario della Finarte che, arrampicato su una colonna, grida le offerte di quelli troppo lontani dal banditore. “Non ho mai visto tanti telefoni a un’asta di questo genere”, dice un giovane gallerista, osservando la fila di ragazze che dai cordless trattano le cifre alte per clienti che preferiscono restare a casa, senza esporsi agli sguardi della platea. E così, un pezzo dopo l’altro, la collezione che fu vanto della compagnia di bandiera, celebrata dalle copertine di una rivista indimenticata dagli antiquari, “Freccia Alata”, si frammenta nelle case romane dei collezionisti che alzano il cartoncino numerato. Qualcuno riesce anche a fare un affare, come l’acquirente (misterioso perché telefonico) di un quadro di Francesco Lo Savio a soli 20 mila euro.

“Regalato”, commentano tra loro gli esperti in sala, anche se tutti i prezzi vanno maggiorati di quasi il 50 per cento, tra Iva e commissioni della casa d’aste. Poi c’è chi, già sconfitto più volte, si intestardisce a rilanciare e finisce per strapagare un pittore con poco mercato come Toti Scialoja.

Ma per lo “Zeus” di Severini l’effetto Alitalia non basta: costa troppo ed è un quadro che pochissimi privati – “forse solo il presidente del Consiglio”, dice un esperto del settore – potrebbero permettersi. Banche e istituzioni, in questo periodo, disertano le aste, perché i soldi a disposizione sono pochi e non si spendono, anche se con la crisi i prezzi dell’arte sono crollati e questo è il momento per fare affari. E così Alitalia si trova, come sempre, associata a problemi dal lato finanziario: la Finarte si deve accontentare di incassare poco più di 800 mila euro, meno della base d’asta di un milione di euro stimata alla vigilia, perché non è riuscita a piazzare il quadro che doveva fare la differenza. E che resta così a Fantozzi, anche se Finarte ha già annunciato di volerci riprovare ad aprile, quando tornerà a offrirlo al pubblico.

Dopo la delusione sul Severini – il pubblico sperava in un duello a colpi di decine di migliaia di euro, invece niente – la sala comincia a svuotarsi. Nel cortile di Palazzo Patrizi si riversano ex dipendenti di Alitalia, quasi tutti a mani vuote, e i galleristi che hanno mancato il quadro obiettivo. Con il disincanto degli sconfitti rievocano capolavori “misteriosamente scomparsi o sostituiti da copie ben fatte, perché negli anni i dipendenti si sono portati via di tutto”. E si celebra il ricordo di “un capitello romano in una sede di Tokyo che vale una fortuna” e che chissà quale sorte gli è toccata.

10/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano, Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Nessuno ha il posto fisso

da Il Fatto Quotidiano del 21 ottobre

Tremonti e Berlusconi

Tremonti e Berlusconi

Giulio Tremonti è stato preso in parola. La sua apologia del posto fisso, lunedì pomeriggio, ha innescato reazioni dentro la maggioranza e non solo. “Penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare un progetto di vita e la famiglia”, aveva detto il ministro. E ieri è arrivata un inaspettato appoggio da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha detto: “Confermo la mia completa sintonia con il ministro Tremonti. Per noi, come dimostrano i provvedimenti presi in questi mesi a  tutela dell’occupazione, è del tutto evidente che il posto  fisso è un valore e non un disvalore”. La Confindustria, invece, non ha gradito la nuova linea tremontiana. La presidentessa Emma Marcegaglia ha detto che “riteniamo che la cultura del posto fisso è un ritorno al passato non possibile, che peraltro in questo Paese ha creato problemi”. Seguono decine di repliche, più caute dalla maggioranza, più critiche dall’opposizione, con Antonio Di Pietro (Idv) che chiede di vedere i soldi e Cesare Damian (Pd) che domanda addirittura le dimissioni di Berlusconi e Tremonti.

Il problema è che non è affatto chiaro quale proposta politica ci sia dietro l’elogio del posto fisso. Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi prova ad ampliare il concetto, parlando di “occupabilità”. L’obiettivo – secondo Sacconi – dovrebbe essere garantire ai lavoratori la possibilità di essere sempre idonei, per competenze e preparazione, a trovare un lavoro. Ma Tremonti ha parlato esplicitamente di “posto fisso”.

“L’alternativa non può essere tra posto fisso e mobilità assoluta, serve una flessibilità governata. Credo che il discorso di Tremonti fosse rivolto soprattutto a quelli che dalla sua parte hanno esagerato con la flessibilità, contro la precarietà ideologica”, dice al “Fatto” il senatore del Pd Tiziano Treu, che da ministro del primo governo Prodi ha introdotto i primi contratti flessibili (poi Rifondazione ha fatto cadere il governo prima che la riforma venisse completata introducendo adeguati ammortizzatori sociali). La distinzione tra posto fisso e precariato è poi molto più sfumata di quanto le proposte di Tremonti lascino intendere. Lo spiega il professore della Statale di Milano Stefano Sacchi che, con Fabio Berton e Matteo Ricchiardi, ha appena pubblicato “Flex-Insecurity” (Il Mulino): “In Italia l’unico posto davvero fisso è quello nella pubblica amministrazione, dove infatti i lavoratori non pagano l’assicurazione contro la disoccupazione, perché non sussiste il rischio di perdere il lavoro”. Per il resto, anche nel settore privato, non possono dire di avere un vero posto fisso anche molti di quelli che sono assunti a tempo indeterminato (in tre milioni hanno contratti di durata limitata). Per due ragioni. Intanto perché un terzo degli italiani nel privato lavorano per un’azienda che ha meno di 15 dipendenti, dove quindi non vige l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e possono dunque essere licenziati da un giorno all’altro. Si tratta anche di imprese che, in quanto piccole, sono esposte a un elevato rischio di fallimento. E se l’impresa fallisce, non si salva nessuno. Ma la condizione di insicurezza è più generale: “Un terzo dei contratti a tempo pieno e indeterminato nel settore privato dura meno di un anno e la metà meno di due”, dice Sacchi. Quindi anche chi, in teoria, ha il posto fisso lo perde spesso nel giro di pochi mesi. E non sempre perché ha trovato un lavoro migliore, visto che nel 40 per cento dei casi alla fine del rapporto di lavoro c’è la disoccupazione. Il mercato del lavoro, quindi, è già flessibile, a prescindere da quali siano i contratti di lavoro applicati. Secondo l’Ocse, infatti, il mercato del lavoro italiano è paragonabile a quello danese per grado di flessibilità (il problema è che da noi non ci sono gli stessi ammortizzatori sociali per chi resta disoccupato).

Quindi è difficile capire in quale ricetta  politica, compatibile con  le esigenze del sistema produttivo italiano, possano tradursi  le parole di Tremonti. Prova a spiegarlo Michel Martone, ordinario di Diritto del lavoro all’Università di Teramo e alla Luiss: “L’alternativa ai contratti a termine è un aumento della disoccupazione. Tornare indietro significa anche avere di nuovo le piazze piene di persone che protestano per il lavoro nero e la difficoltà di trovare un posto”. Dietro l’elogio del posto fisso  – e in coerenza con il retroterra culturale di una parte della maggioranza – ci potrebbe essere un progetto diverso, per evitare di scaricare tutto il peso della flessibilità su una generazione ma senza ripristinare le rigidità del passato. “Estendere l’articolo 18 a tutti è impossibile, ma si può ripensarlo, tornando alla proposta originale di Marco Biagi di non applicarlo ai nuovi assunti sostituendolo con una serie di tutele che crescono con il passare del tempo”. In pratica invece di essere assunti per un anno, si potrebbe firmare un contratto a tempo indeterminato ma l’azienda avrebbe la facoltà di licenziare anche senza giusta causa per un certo periodo.

Per le alternative di politica economica, come la riforma degli ammortizzatori sociali, sarebbe difficile trovare i soldi.

22/10/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

IL MIO QUARTO D’ORA DI CELEBRITA’

Il mitico Vincino alimenta l’equivoco: non sono parente di Vittorio Fetlri. Ma entrare in una delle sue vignette sul mio ex-giornale resta un evento da celebrare!

 

La vignetta di Vincino a pagina 3 del Foglio di mercoledì 16 settembre

La vignetta di Vincino a pagina 3 del Foglio di mercoledì 16 settembre

17/09/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , | 1 commento

Governo in gabbia (salariale)

TUTTI CONTRO LA LEGA. La Cisl parla di «ritorno all’Urss», la Uil di «stupidaggine». Bordate pure dall’Ugl. Gasparri e Cicchitto “interpretano” Berlusconi: nessuna apertura al Carroccio. Frena anche Scajola.

gabbie

 

Almeno su una cosa sono (quasi) tutti d’accordo: le gabbie salariali non si devono fare e comunque non devono essere chiamate così. Solo la Lega, in modo prudente, continua a difendere l’idea di una differenza fissata per legge dei salari tra nord e sud, forte di quello che ha detto Silvio Berlusconi domenica rilanciando la proposta di Umberto Bossi: «Legare i salari ai diversi livelli del costo della vita fra sud e nord risponde a criteri di razionalità economica e di giustizia». Il problema è come farlo.

Ieri i sindacati – anche quelli meno ostili al Governo – hanno bocciato l’idea: la Cgil è «contrarissima», la Uil di Luigi Angeletti le bolla come «stupidaggine», secondo Raffaele Bonanni della Cisl le gabbie sarebbero «un ritorno all’Unione sovietica» con tutti i salari d’Italia decisi a Roma per legge. E anche l’Ugl di Renata Polverini ha preso posizione: «Sono un errore, servirebbero solo a penalizzare ulteriormente il sud».
Ma su questo non sono tutti d’accordo. Il dato più citato in questi giorni è lo studio della Banca d’Italia secondo cui al nord il costo della vita è superiore del 16 per cento rispetto a quello nel Mezzogiorno. Sostiene Giuseppe Bortolussi, capo della confederazione degli artigiani di Mestre, che al nord i salari sono già oggi superiori del 30 per cento, quindi se si introducessero le gabbie, a guadagnarci sarebbe il sud (o il nord a rimetterci, a seconda di come avverrebbe il riequilibrio).

La discussione, però, è per ora tutta politica, non di merito. Soprattutto all’interno al governo. Due vertici del quadrilatero che guida il Pdl in parlamento, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri (capigruppo, rispettivamente, alla Camera e al Senato), hanno cercato di raffreddare il clima. «I salari, presi oggettivamente, dipendono da un complesso di fattori: dalla situazione economica generale, dai rapporti di forza tra le parti, dai livelli di produttività aziendali e, evidentemente, dal costo della vita. Il presidente del Consiglio si è riferito a questi parametri. Nessuno pensa di fissare per legge i differenziali salariali», ha detto Cicchitto, frenando chiaramente rispetto all’intemerata leghista. Ancora più netto Gasparri: «Il termine gabbie salariali va tolto dal dibattito perché ingenera equivoci e giustamente si presta a polemiche».

È Gianfranco Rotondi, ministro per l’attuazione del programma, a spingere oltre l’esegesi delle parole di Berlusconi e a suggerire la via di una possibile mediazione: «Non mi pare proprio che Berlusconi faccia riferimento alle gabbie salariali, a cui rimaniamo contrari. Piuttosto, il presidente del Consiglio sta pensando a un tipo di contrattazioni regionali per incoraggiare investimenti nel sud e favorire una nuova stagione di ripresa imprenditoriale del Meridione». Tradotto: non si sta discutendo di centralizzare la fissazione dei salari, ma al contrario un decentramento, spostando il potere di decisione più a livello regionale. E questo è l’unico compromesso che può soddisfare il Partito del sud nato quest’estate all’interno del Popolo della libertà e che – pur privo di riconoscimenti formali – da quando è riuscito a ottenere quattro miliardi extra da Berlusconi per il Mezzogiorno esiste de facto.

Il direttore generale di Confindustria, Giampaolo Galli, ha però già detto alla Stampa che se differenziazione di salari deve esserci, allora che si faccia solo all’interno delle singole imprese: «Siamo contrari ad avere quattro livelli di contrattazione: il contratto nazionale, quello territoriale, quello aziendale e la contrattazione individuale. Noi vogliamo puntare sul livello aziendale, anche perché è in azienda, e non nel territorio, che si determinano i miglioramenti della produttività». Una linea che trova una – almeno parziale – sponda governativa nel ministro per lo Sviluppo Claudio Scajola che sostiene: «Dobbiamo avvicinare la contrattazione al territorio, alla specificità aziendale e anche alla produttività del territorio». Ma Scajola ci tiene anche a precisare che tutto il dibattito sulle gabbie salariali e le tensioni Pdl-Lega sono «una polemica basata sul nulla».

11/08/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Nell’eterno derby Mi-To, Milano tenta la rimonta

MODELLI. La politica milanese ritrova compattezza (tutta a destra), Chiamparino in attesa. E Mirafiori si ferma per un giorno.

L'Alfa MiTo
Da anni si rincorrono, si confrontano e si superano. Di quella che resta indietro si parla subito di declino imminente. Milano e Torino, Mi-To, la megalopoli – sempre e solo potenziale – del Nord. Per la prima volta da molti mesi, Milano sembra in rimonta su Torino.

Questi i fatti. Ieri a Torino c’è stato lo sciopero di operai della Fiat «più grande dal 2003 e da quando c’è Sergio Marchionne», ha detto il segretario provinciale della Fiom Giorgio Airaudo. L’adesione, secondo il sindacato, è stata di quasi del quaranta per cento, e senza divisioni tra sigle: tutti vogliono essere rassicurate che gli aumenti introdotti nel 2006, una specie di una tantum da 800 euro per pagare le vacanze, sia garantita anche in quest’anno di cassaintegrazione e difficoltà. Un evento che è stato notato anche perché Marchionne ha sempre avuto rapporti eccellenti con i sindacati, in tutta la sua carriera e soprattutto in quella in Fiat. «É una classica lotta salariale difensiva, i lavoratori chiedono all’azienda di vedere i soldi che ha promesso ma per ora non ha mantenuto», spiega Ferdinando Liuzzi, della Fiom. Intanto l’azienda, con l’amministratore delegato Sergio Marchionne, ha dichiarato di essere interessata alla carrozzeria Bertone, più di mille dipendenti, in crisi dal 2005. Il modello Torino che si era costruito in questi anni, però, non si reggeva solo sulla Fiat, che ora è un po’ meno torinese e molto più internazionalizzata (soprattutto da quando Marchionne è in carica come capo della nuova Chrysler). C’era anche la sinergia con le istituzioni. L’ultimo guizzo della spinta propulsiva torinese nella politica italiana è stato il tentativo di Sergio Chiamparino di inserirsi nella competizione per la segreteria del Partito democratico. Ma alla fine ha deciso di restare in attesa, sopra le parti, in attesa di tempi più adatti a riproporre la torinesità in politica. Nei mesi scorsi si era parlato di un declino del modello Torino anche per l’attrazione progressiva che Milano esercitava sul conglomerato Intesa San Paolo che, con l’uscita di Pietro Modiano, ha perso uno dei garanti del legame con la città.

Per una coincidenza temporale che forse ha un valore simbolico, nella stessa mattina in cui – a Torino – gli operai sfilavano contro la Fiat, sul Sole 24 Ore di ieri Alberto Meomartini annunciava che «il rilancio può partire da Milano». Meomartini è il presidente di Assolombarda, l’associazione degli industriali della Lombardia, e ha appena formato la sua giunta con cui provare a sfruttare la grande occasione che ha Milano per costruire un sistema imprenditoriale: l’Expo 2015. Domani iniziano gli “Stati generali” dell’Expo al Teatro Dal Verme, un «brainstorming» come l’ha chiamato Roberto Formigoni, che dovrebbe fare da nuovo inizio per la preparazione dell’evento. Il primo anno dopo l’assegnazione è andato sprecato nelle tensioni tra Roma, Milano, Giulio Tremonti e il sindaco Letizia Moratti: ma ora, con il nuovo amministratore delegato Lucio Stanca al posto di Paolo Glisenti sembra che qualcosa sia cambiato. «È Meomartini l’uomo chiave. Operazioni come l’Expo hanno bisogno di un sistema che ha sua volta necessita di un centro, di qualcuno che agisca come punto di aggregazione. La sua Assolombarda può svolgere questa funzione», dice l’economista Giulio Sapelli, che insegna alla Università Statale di Milano. Le ultime elezioni, del sette giugno, hanno portato alla guida della provincia Guido Podestà, del Popolo della libertà, al posto di Filippo Penati, del Pd, determinando una maggiore omogeneità politica che dovrebbe favorire la collaborazione. Con l’altro vertice del quadrilatero, oltre a Stanca, Moratti e Podestà, che viene di solito individuato nella camera di commercio guidata da Carlo Sangalli. «L’impressione che qualcosa stia cambiando è recente, nei mesi scorsi si è veramente temuto il collasso», dice Sapelli, e testimonianza del clima la offre il libro del giornalista Marco Alfieri, “La peste di Milano” (Feltrinelli).

Anche Mario Monti, il presidente della Bocconi, ha individuato nell’Expo 2015 l’evento decisivo del prossimo decennio, al termine di settimane in cui era circolata la voce di una possibile rinuncia al progetto (Tremonti non ne è mai stato entusiasta). «In assenza di una scadenza-chiave dataci dall’Europa, dovrebbe essere la comunità nazionale, guidata dal governo a darsene una, per farvi convergere gli sforzi pubblici e privati», ha scritto Monti sul Corriere della Sera il 28 giugno.

Il successo, politico ma anche logistico, del G8 de L’Aquila ha trasmesso l’impressione a livello internazionale che l’Italia può essere capace di gestire eventi internazionali di quel livello, e già si parla del modello aquilano applicato a Milano. Se poi si vuole stare sul piano dei simboli del momentum milanese, poi, bisogna aggiungere all’elenco il progetto leghista della nuova cittadella del cinema in viale Fulvio Testi. Alla fine del 2008, quando si celebravano le esequie del modello Torino dopo l’uscita di Modiano da Intesa San Paolo, tra i segnali a favore della tesi declinista ce n’era anche in quel caso uno cinematografico, l’addio di Nanni Moretti al fesrival del cinema di Torino. Ma poche settimane dopo è iniziata la partita internazionale della Fiat di Marchionne per conquistare prima Chrysler e per tentare di replicare l’operazione con Opel, mossa (per ora) senza risultati. E si è cominciato a parlare di un nuovo modello Torino.

A settembre, come ha confermato anche il direttore del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Khan, la crisi dell’economia reale diventerà più grave dal punto di vista dell’occupazione. E si vedrà se questo sposterà di nuovo gli equilibri parziali tra la città della grande fabbrica, Torino, e quella delle piccole imprese disperse nell’hinterland, Milano.

15/07/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Appunti dal G8/6: Il clima e lo scalino

Brevi considerazioni dopo la doppia conferenza stampa: prima parlano Obama e Berlusconi, mezzo metro di differenza, poi Berlusconi parla da solo, quindi cambiano il palco e mettono quello rialzato.

Le domande sono imbarazzanti. Ho visto in giro qualcuno accreditato da Transparency international, quelli che monitorano la corruzione, spero ci fossero anche quelli di Freedom House. Solo uno di Repubblica, Gianluca Luzi, osa fare in modo molto diplomatico la domanda che tutti aspettano: se e quando ha pesato Puttanopoli sull’immagine dell’Italia al vertice. Berlusconi prova a zittirlo, poi si limita a dire “Il vostro progetto è fallito”.

Tutto questo parlare dei leader tende a oscurare le vere novità di questo vertice, che non sono tutte di forma. A me sembra che la più concreta sia arrivata oggi: la Cina si è sfilata dall’accordo sul clima che doveva essere preliminare alla conferenza di Copenhagen di dicembre ed era richiesto espressamente dall’Onu. Ma poi il Major Economic Forum ha annunciato la costruzione di un Istituto per il monitoraggio e la cattura dell’anidride carbonica in Australia, che dovrebbe servire tra le altre cose a evitare inutili duplicazioni di progetti analoghi nel mondo e a individuare un istituzione unica a cui fare capo per le questioni del global warming. Ci sono i soldi, ci sono i nomi, a partire da Nicholas Stern del famoso rapporto omonimo (quello che calcolava anche l’impatto economico del riscaldamento). Sembra una cosa fatta bene. Peccato che qui tutti, compresi i giornalisti, siano più interessati ai personaggi che ai documenti. Appena avrò tempo mi studierò meglio la cosa.

Una televisione giapponese mi ha appena intervistato sulla performance di Obama. Ne ho detto un gran bene, voto finale: 7,5 anche per la scena in maniche di camicia tra le macerie dell’Aquila, meglio di Bush a Ground zero. Ha avuto il grande merito di presentarsi come un leader in un momento in cui la presidenza italiana italiana era molto indebolita. Anche perché Sarkozy, altro leader potenziale, è misteriosamente scomparso. Desaparecido. Lo sento parlare ora alle mie spalle, sui video, ma nessuno ricorda nulla di significativo.

09/07/2009 Posted by | Articoli, Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Appunti dal G8/5: Aspettando Obama

Scrivo dalla sala in cui ieri sera ha parlato Berlusconi e ora, a minuti, dovrebbe parlare di nuovo, insieme a Barack Obama, in qualità di presidenti del Forum delle economie maggiori. Uno dei tanti livelli di governance in questo summit.

Domani lo scrivo meglio sul Riformista, ma anche se pochi se ne sono accorti oggi il G8 ha finito di esistere. La decisione di rendere permanente la collaborazione G8+G5 (o 6, se l’Egitto sponsoirizzato dall’Italia resterà) significa che d’ora in avanti si incontretanno sempre 14 leader, non più otto. Forse era inevitabile, ma comunque è rilevate e secondo me è il vero risultato politico di questo vertice che, sotto tanti aspetti, è stato organizzato e gestito molto male.

Nel cortile ho incontrato prima Robert Zoellick, della World Bank, poi Pascal Lamy, direttore della Wto. Ho provato ad avvicinarlo, ma non vuole rispondere alle domande : “I am not improvising”. Aveva una vistosa cravatta rosa e più capelli che in foto.

Ora aspetto Obama e Silvio. Tutti siamo curiosi di capire se dietro il podio c’è il solito rialzo per limitare il dislivello.

09/07/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Appunti dal G8/3: Il silenzio e gli applausi

Dopo una giornata di incertezze e un’ora e mezza di attesa (prima che ci spostassero da un’altra parte), sono riuscito ad andare alla conferenza stampa di Berlusconi. E ho capito che ha davvero una paura fottuta delle domane. Chi teme più di tutti? i corrispondenti stranieri, quindi l’intervento è solo in italiano senza possibilità di traduzione simultaneta.

Sto seduto di fianco a giornalisti francesi che erano senza parole. Meglio così, perché tanto di domande non se ne potevano fare. Alla fine del monologo, il Cavaliere che a Onna sognò il Quirinale, dice: “Nessuna domanda?”. Passa meno di mezzo secondo, una frazione di battito di ciglia e si risponde da solo: “Nessuna domanda”.

Poi succede una cosa che non credo accada di frequente, se non un po’ con Obama, ma quello è un altro discorso. Berlusconi saluta. E alcuni giornalisti applaudono. Così. Per la gentilezza ricevuta, un monologo senza interruzioni, cortesemente offerto dal capo del governo. Mi piacerebbe pensare che fossero i suoi dipendenti, Purtroppo credo fossero più numerosi. E quindi la cosa è più grave.

08/07/2009 Posted by | Uncategorized | Lascia un commento