Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Bamboccioni di una volta

dal Fatto Quotidiano del 19 gennaio

di Stefano Feltri

Tommaso Padoa Schioppa

Il primo gruppo che compare su Facebook cercando la parola “bamboccioni” ha 64 iscritti e una dichiarazione d’intenti: “Per chi ha dai 28 ai 38 anni e vive ancora a casa con i suo, perchè non c’è lavoro, gli affitti sono cari ma soprattutto xchè a casa hai sky e chi cucina per te”. Non ci sono proteste contro Renato Brunetta, il ministro della Funzione Pubblica, che dopo aver combattuto i fannulloni sogna una legge “anti bamboccioni” per costringere “i figli a uscire di casa a 18 anni. Sono le vittime di un sistema e di un’organizzazione sociale in cui sono i genitori a dover fare mea culpa”.

ASSALTO A TPS. Oggi gli altri ministri del governo commentano con memorie personali (Ignazio La Russa, per esempio, confessa di essere rimasto a casa fino al matrimonio, a 27 anni). Un po’ critici solo i leghisti. Umberto Bossi: “Quella di Brunetta è una battuta”. Il commento più duro viene dall’opposizione, con l’Italia dei Valori che accusa il ministro della Funzione pubblica “di vivere nel mondo dei puffi”. Eppure sono passati soltanto poco più di due anni da quando il ministro della gioventù Giorgia Meloni guidava per le strade di Roma il corteo di Azione Giovani contro il governo Prodi con lo slogan “Bamboccioni ce sarete” (tradotto: “Bamboccioni sarete voi”). Oggi la Meloni dice: “Stimo Brunetta, la sua è una provocazione, i bamboccioni, quelli che non se ne vanno dalla casa dei genitori perché stanno troppo comodi, sono al massimo il dieci per cento. Gli altri semplicemente perché non possono”. Eppure il termine è lo stesso che fece precipitare la popolarità del ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa (insieme alla dichiarazione che “le tasse sono bellissime”). C’è ameno una differenza di sostanza, però: oggi Brunetta vuole costringere i diciottenni a lasciare i genitori per legge. Nell’ottobre 2007 Padoa Schioppa stava scrivendo una legge Finanziaria per il 2008 in cui stanziava incentivi per favorire i ragazzi che volevano provare a farcela da soli. Queste le parole che, all’epoca, scatenarono la polemica: “Queste misure serviranno anche a mandare i bamboccioni fuori di casa, cioè a incentivare l’uscita di casa dei giovani che restano fino a età inverosimili con i genitori. Non crescono mai, non si sposano, non si rendono autonomi”. Il ministro si riferiva a detrazioni fiscali per i ragazzi tra i 20 e i 30 anni che prendevano una casa in affitto (fino a 1000 euro, a seconda del reddito famigliare”. Con qualche rara eccezione – come Umberto Eco – anche da sinistra parte l’attacco a TPS: per i comunisti italiani si tratta di un “epiteto infelice”, l’allora ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni lo contraddice, “i nostri giovani non sono bamboccioni”, mentre dentro il governo c’è quasi soltanto Fabio Mussi, ministro dell’Università e della ricerca, che si spende pubblicamente a favore di TPS. Padoa Schioppa, che terminata l’esperienza di governo ha ricominciato a occuparsi di finanza internazionale e regole globali (prima di fare il ministro stava alla Banca centrale europea), non vuole commentare le parole di Brunetta o rievocare i giorni difficili dei “bamboccioni”.

BAMBOCCIONI A CHI? L’ex-ministro si perde così l’occasione per sottolineare le differenza tra quello che il centrodestra diceva allora e quello che dice (o non dice) in risposta a Brunetta. Su Libero, per esempio, il deputato del Pdl Renato Farina che all’epoca era soltanto un giornalista, diceva: “Pirlacchione sarà allora il ministro e tutti i suoi colleghi. O se vi piace di più va bene ciulanda”.Per Giulio Tremonti, successore di Padoa Schioppa alla guida del Tesoro, “quel linguaggio dimostra quanto distante sia la sinista dalla realtà” e ancora “i bamboccioni non stanno a casa, ma stanno al governo”. Chi usa parole come “bamboccioni” ha una “visione penitenziale e punitiva della vita che si combina con il paternalismo altezzoso”. Lo diceva Fabrizio Cicchitto, oggi capogruppo del Popolo della libertà alla Camera.

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19/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

Il problema non sono soltanto le tasse

dal Fatto Quotidiano del 15

di Stefano Feltri

Ai giornali di area non è piaciuta l’ultima decisione di Silvio Berlusconi. Ieri il Giornale titolava: “Il pasticcio delle tasse”, il direttore di Libero Maurizio Belpietro scriveva una lettera aperta al presidente del Consiglio dal titolo: “Caro Silvio, non ci stiamo”. Il contenuto: è dal 1994 che Berlusconi promette di tagliare le tasse, ora non può, in due giorni, annunciare tagli entro il 2010 e poi smentire dicendo che il bilancio dello Stato non lo consente. L’irritazione dei giornali della destra è motivata anche da un’altra ragione: i tagli di spesa che potrebbero finanziare la riduzione delle tasse non si vedono e i buoni propositi vengono sempre smentiti.

DAL BOLLO ALL’ICI. Le due cose marciano affiancate: Berlusconi promette tagli, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si ingegna su come contenere la spesa, poi non succede nulla. A partire dal botto finale della campagna elettorale 2008: “Abolirò il bollo auto e per le moto”, annunciò Berlusconi nell’ultima sfida televisiva con Walter Veltroni, il 12 aprile 2008. Con quali soldi? Usando il famoso tesoretto del governo Prodi oppure “i risparmi” di spesa. Non succede. Promessa mantenuta, invece, quella di abolire almeno per la prima casa l’Ici, l’imposta comunale sugli immobili. Detto fatto. Ma basta guardare la Finanziaria 2010 appena varata dal parlamento per capire i malumori dei commentatori liberisti, quelli che sognano uno stato leggero: vengono stanziati 900 milioni di euro in due anni per risarcire gli enti locali dalla perdita dell’Ici. Quindi l’unica tassa davvero federale passa sotto il controllo di Roma, ma la pressione fiscale non cambia. La Lega non protesta, in attesa del federalismo. E da partito territoriale non protesta neppure quando, due giorni fa, il governo decide di rinviare ancora di un anno il taglio del 20 per cento delle poltrone negli enti locali. Motivo ufficiale: non si può cambiare la dimensione dei consigli comunali alla vigilia delle elezioni amministrative (ma poi sarà difficile smuovere consiglieri freschi di elezione).


IL SOGNO DELL’IRAP.
L’Unione europea non la ama, è una creatura del centrosinistra prodiano e invisa agli imprenditori, ma Berlusconi non riesce ad abolire l’Irap. Il 21 ottobre annuncia un taglio immediato all’assemblea di Confartigianato annuncia di essere pronto al taglio, ma poi cambia idea: non è facile trovare i 38 miliardi che l’imposta sulle imprese porta nelle casse dello Stato e che servono a finanziare la spesa sanitaria. Il ministro Claudio Scajola voleva usare i soldi dello scudo fiscale (che però sono solo 4 miliardi), ma quelli servivano a coprire metà della Finanziaria 2010. Nell’immobilismo dovuto alla ritrosia a tagliare le spese (unico modo per trovare soldi in un paese con il debito a 1800 miliardi di euro), il solo intervento fiscale che funziona davvero è la Robin Tax. Ma l’introduzione di una nuova tassa non è quello che chiedeva l’elettorato, anche se a pagarla sono soprattutto petrolieri e produttori di energia. Il gettito, superiore al miliardo di euro, doveva servire a pagare le social card per gli italiani in difficoltà, ma il legame tra le due misure non viene stabilito come promesso. E la Robin finisce a finanziare un po’ tutto. Tra le molte proposte internazionali di scarso successo di Tremonti (l’Ocse ha chiuso di recente il blog dove si doveva discutere il golba standard tremontiano per la finanza mondiale), l’unica che ha trovato un certo ascolto è proprio fiscale: ma anche qui si tratta di una proposta di aumento, non di riduzione, la famosa Tobin Tax sulle transazioni finanziare ribattezzata “De Tax”.

LA BUROCRAZIA. Chi sperava che almeno una Finanziaria da tempo di crisi fosse l’occasione per razionalizzare la spesa, ha dovuto rassegnarsi a veder ricomparire la “legge mancia” (165 milioni di euro di microspese in tre anni) e all’ennesimo rinvio della riforma nei finanziamenti pubblici ai giornali (200 milioni di euro). Liberisti come quelli dell’Istituto Bruno Leoni chiedono dalle colonne del Giornale almeno un “fisco più semplice e una burocrazia più snella”. Invece il governo cancella anche i tagli delle tasse introdotti dal governo Prodi, come gli incentivi fiscali per le “zone franche urbane” riservati alle imprese che investono in città poco dinamiche: prima dimezzano i soldi (da 100 a 50 milioni di euro), poi aumentano i passaggi burocratici per accedere alla misura. Nascosto tra le pieghe della legge di bilancio, poi, c’è il taglio degli interessi legali: chi è in credito con il fisco non riceverà più il 3 per cento di interessi, ma soltanto l’uno. Una norma che fa imbufalire molte imprese che aspettano i pagamenti dalla pubblica amministrazione.

18/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | Lascia un commento

L’illusionismo dell’inflazione

dal Fatto Quotidiano del 16 gennaio

di Ugo Arrigo

professore di Scienza delle finanze all’Università Bicocca

E’ vero che nel 2009 la recessione economica, grazie alla bassa inflazione, non ha penalizzato il potere d’acquisto degli italiani? In occasione della pubblicazione dei dati provvisori Istat sull’inflazione di dicembre i media hanno riportato con risalto, in almeno tre versioni, una dichiarazione in tal senso del ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola: nella prima la bassa inflazione dimostrerebbe come la crisi non abbia penalizzato più di tanto il potere d’acquisto dei cittadini; nella seconda cade il “più di tanto” e quindi il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato proprio penalizzato dalla crisi; nella terza non solo il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato penalizzato dalla crisi ma in molti casi si sarebbe accresciuto. Quale di queste versioni è dimostrabile? La bassa dinamica dei prezzi è un dato di fatto: con solo un +0,8 per cento nel 2009 l’inflazione è ai minimi storici dell’ultimo cinquantennio. Un secondo dato di fatto è la crescita più robusta delle retribuzioni nel medesimo periodo.

Poiché molti contratti di lavoro sono stati chiusi nella prima parte del 2008, prima del manifestarsi della recessione, nell’anno appena trascorso le retribuzioni hanno risentito positivamente di quegli accordi e hanno registrato una dinamica sensibilmente più elevata rispetto ai prezzi. Le retribuzioni contrattuali dovrebbero infatti chiudere il 2009 con un incremento del 3,1 per cento rispetto al 2008, oltre due punti percentuali in più dell’inflazione. Vanno meglio i lavoratori dell’industria (+3,6 per cento) rispetto a quelli dell’agricoltura (+3,1) e dei servizi (+2,8 per cento) mentre nel settore pubblico l’incremento è interamente imputabile ai comparti a contrattazione collettiva, con i dipendenti dei ministeri al +3,8 per cento e quelli delle autonomie territoriali, della sanità e della scuola al 3,6-3,5 per cento. I dati precedenti, tutti più elevati rispetto alla dinamica dei prezzi, danno apparentemente ragione all’affermazione del ministro Scajola nella sua versione più impegnativa.

Vi sono tuttavia alcuni fattori che ne limitano la portata relativamente ottimistica. In primo luogo l’incremento di potere d’acquisto è solo un effetto di breve periodo, destinato presto a rovesciarsi. La recessione ha infatti moderato i prezzi più rapidamente dei salari ma nel tempo è probabile che moderi i salari molto più a lungo dei prezzi. Quasi metà dei contratti collettivi in vigore è in scadenza in questi mesi ed è certo che non potrà essere rinnovata rapidamente e a condizioni comparabili a quelle della precedente tornata.

La recessione, dopo aver interessato i prezzi, inizierà pertanto a farsi sentire anche sulle retribuzioni mentre l’inflazione non potrà che risalire dai bassi valori correnti. A spingerla non è solo l’uscita dalla crisi, che non sappiamo esattamente quando si verificherà, ma le tensioni già esistenti sui prezzi delle materie prime e l’inspiegabile crescita dei prezzi nominalmente “controllati” dai poteri pubblici: a fronte di prezzi dei beni fermi o in discesa, il tasso di crescita tendenziale delle tariffe dei servizi regolati è passato dall’1 per cento del dicembre 2008 a oltre il 3 per cento degli ultimi mesi.

Il secondo fattore in grado di moderare l’ottimismo è il fatto che, utilizzando le statistiche disponibili, abbiamo sinora confrontato la dinamica dei prezzi con quella delle retribuzioni lorde e non dei redditi effettivamente disponibili. In passato i secondi sono cresciuti meno delle prime a causa di un crescente prelievo fiscale, soprattutto su base locale. I dati sui redditi disponibili delle famiglie, riferiti quindi a tutti i redditi e a tutte le famiglie, non solo a quelle che percepiscono redditi da lavori dipendente, smentiscono che la crisi abbia migliorato il potere d’acquisto: come riportato dall’ultimo bollettino statistico della Banca d’Italia, il reddito disponibile reale delle famiglie consumatrici si è ridotto di mezzo punto percentuale nel 2008 rispetto al 2007 e di oltre un punto percentuale nel primo semestre 2009 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

E’ davvero improbabile che questa dinamica si sia rovesciata nell’ultimo. Possiamo a questo punto provare un riepilogo: la crisi ha colpito molto alcuni (chi è passato dall’occupazione alla disoccupazione o alla cassa integrazione) e in media ha colpito tutti, dato che il reddito reale disponibile delle famiglie è sceso. Non ha ancora colpito e forse ha un po’ aiutato, ma solo transitoriamente, chi ha conservato il posto di lavoro e aveva visto rinnovato il proprio contratto collettivo prima dell’inizio della crisi.

Ogni ottimismo appare quindi ingiustificato.

18/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

10 buoni propositi per la mobilità nel 2010

dal Fatoo quotidianod el 15 gennaio

di Marco Ponti

Politecnico di Milano

1. Dire la verità su chi paga, chi riceve, e chi inquina. Il pubblico, e spesso anche i media, ignorano alcune cose ovvie ed essenziali: quanti sussidi vengono erogati con i nostri soldi, e a chi vanno, quanto pagano i viaggiatori e quanto i contribuenti, quanto inquinano i trasporti. Alcuni esempi banali: versiamo alle ferrovie e ai trasporti locali circa 10 miliardi di euro all’anno, e ricaviamo dai trasporti stradali per via fiscale e tramite pedaggi circa 50 miliardi. Nulla di male, se questa fosse una scelta informata e trasparente. Ma certo così oggi non è. I trasporti stradali generano circa il 25 per cento del CO2, ma se si mettessero tasse analoghe a quelle sulla benzina sugli altri inquinatori, si sentirebbero (e si sono sentiti da Confindustria), strilli fino al cielo.

2. Chiamare i pendolari con il loro nome, e aiutarli. I pendolari ferroviari sono meno del 10 per cento del totale, poi vengono quelli che vanno in autobus, e la grande maggioranza deve andare in macchina (pagando tantissimo), e non per scelta, ma perché l’assetto del territorio e del mercato del lavoro non consentono tecnicamente altre soluzioni. Occorre aiutare tutti i pendolari, distribuendo le risorse pubbliche secondo queste proporzioni, e secondo il reale livello di disagio dei diversi modi di trasporto (ritardi dei treni, ma anche ritardi da code infinite…).

3. Smetterla di buttare i soldi pubblici per i ricchi o per immagine (nuove Alta velocità).  Fare conti trasparenti e pubblici, non trovare trucchi di “finanza creativa”. L’Alta velocità Milano-Napoli è costata il triplo del dovuto, ma almeno servirà molto traffico, si spera: è la spina dorsale del paese. Nessuno però ha risposto dei costi, generati da appalti fatti tra amici, senza gare. Ma “perseverare diabolicum”: altre linee avranno molto meno traffico (alcune pochissimo), e  questo governo continua a non voler fare gare. Escogitare finte partecipazioni di privati ipergarantiti (cioè senza rischi) è solo un modo per mascherare spesa pubblica aggiuntiva, e di far regali ad amici.

4. Smetterla di favorire i concessionari monopolisti (autostrade, aeroporti, ferrovie, TPL). Regolarli con un’Autorità indipendente. Se non c’è un forte difensore degli utenti che possa resistere alle non virtuose pressioni politiche, non c’è speranza né di equità né di efficienza nel settore dei trasporti. Si guardi la vicenda delle tariffe autostradali (galline dalle uova d’oro), o i costi del sistema ferroviario, o la scarsa concorrenza nel trasporto locale, o l’aumento arbitrario, pagato dagli utenti, per gli aeroporti, o la sistematica persecuzione delle compagnie low cost (e i folli sussidi all’Alitalia).

5. Per la crisi, concentrarsi sui  progetti infrastrutturali  che occupano gente e servono subito. La crisi economica non è affatto finita. La spesa pubblica è essenziale per il rilancio occupazionale, e proprio per questo occorre che sia con effetti rapidi, e con alta intensità di lavoro, non di capitale. Cioè tutto il contrario della logica delle “grandi opere”, mentre occorrono manutenzione e “piccole opere” (che tra l’altro sono anche di utilità molto più certa). Lo ha scritto persino il ministro Renato Brunetta!

6. Aiutare chi spinge ad abbassare le tariffe (Ryanair, Montezemolo, la regione Piemonte), non chi le alza (Alitalia).  Inefficienze nel caso di soggetti pubblici, o rendite nel caso di soggetti privati non esposti a pressioni concorrenziali, sono tra i mali che affliggono i trasporti italiani. L’attuale governo sembra muoversi in direzione opposta: il ministro Matteoli ha addirittura dichiarato che “auspica che la regione Piemonte (di centrosinistra) rinunci alle gare per i servizi locali, in favore di Fs”. La regione Lombardia (di centrodestra) ha addirittura fuso le ferrovie Nord, di sua proprietà, con Fs. Il governatore del Lazio (di centrosinistra) aveva auspicato l’allontanamento da Roma di Ryanair.

7. A livello urbano, smetterla di far gare per finta per il TPL. Il vero veleno della recente riforma finto-liberale è che i giudici (i comuni) sono anche di solito i concorrenti, con le loro imprese, e si trovano così in un lieve conflitto di interessi, cui però, coerentemente col quadro nazionale, nessuno fa caso. La nuova legge incoraggia poi non tanto la concorrenza, quanto la privatizzazione. I privati senza concorrenza di solito fanno peggio delle aziende pubbliche.

8. Per l’ambiente, fare i conti su dove costa meno abbattere e distinguere i tre temi: effetto serra, danni alla salute, congestione. Difendere l’ambiente è sacrosanto, ma nei trasporti costa molto caro, per ragioni tecniche. Poi i problemi ambientali sono molto diversi tra loro, e richiedono politiche specifiche. Oggi in nome dell’ambiente si giustificano politiche prive di senso: si pensi ai sussidi alle ferrovie contemporanei agli sconti su tasse e pedaggi dei camionisti… o all’Alta velocità dove non c’è domanda.

9. Fare i conti sui gruppo sociali che guadagnano e che perdono con le diverse politiche.  E’ perfettamente possibile valutare gli impatti sociali di politiche alternative, ma questi conti non si fanno mai. Per esempio, la “fuga dalla rendita” spiega gran parte della dispersione urbana, aspramente condannata dagli urbanisti. Ma si pensi anche alle filiere industriali che potrebbero essere avvantaggiate da sistemi logistici più efficienti e concorrenziali, non certo da opere di impatto mediatico.

10. Per concludere: più tecnologia, più mercato, e meno cemento (come dimostreranno i conti, se mai si faranno…). I conti si limiterebbero a confermare il buon senso, e consentirebbero decisioni più condivise e trasparenti, come si usa in alcuni paesi sviluppati.

15/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Nuovi ammortizzatori (forse) e vecchi buchi

dal Fatto Quotidiano del 12 gennaio

di Stefano Sacchi

Università degli Studi di Milano

La recessione può essere in dirittura di arrivo, ma la fine della crisi occupazionale è, purtroppo, di là da venire. Nei prossimi mesi aumenteranno sia i disoccupati, ben oltre i 2,1 milioni del recente dato Istat relativo a novembre 2009, sia gli scoraggiati, cioè quanti rinunciano a cercare lavoro perché ritengono di non poterlo trovare. Soprattutto, il ritorno ai livelli occupazionali precedenti alla crisi sarà questione di anni. Nonostante i peana intonati alla Cassa integrazione da politici e giornalisti, il sistema di protezione sociale italiano non è equipaggiato per contrastare efficacemente una situazione di questo genere. Dei circa 15 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati che in Italia possono perdere il lavoro (esclusi quindi i dipendenti pubblici a tempo indeterminato) oltre 3 milioni sono esclusi dalle indennità di disoccupazione. Gli interventi varati dal governo hanno dimezzato questa platea, portandola a quell’1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati esclusi da qualsiasi tipo di sostegno al reddito in caso di disoccupazione di cui parla il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. A questi si possono sommare circa 5 milioni di autonomi, che la crisi ha colpito duramente. Negli ultimi tempi si registra un’ampia convergenza fra governo, opposizione e parti sociali sulla necessità di una riforma degli ammortizzatori sociali, anche se nelle più recenti dichiarazioni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, la questione è scomparsa dalle priorità. Ad ogni modo, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi afferma di voler introdurre (sebbene a seguito dell’attuazione di una legge delega, e probabilmente non prima del 2012) un’indennità di disoccupazione generalizzata. Tale intervento dovrà però essere di tipo esclusivamente assicurativo, cioè basarsi sulla pregressa (e sufficiente) contribuzione da parte del lavoratore.

In tutti i paesi europei sono in vigore sussidi di disoccupazione di tipo assicurativo, ma accanto a questi vi sono quasi sempre schemi di assistenza sociale (che è cosa ben diversa dall’assistenzialismo) per quanti non si qualificano per il sostegno del primo tipo. Questi schemi, che prescindono da requisiti contributivi e sono invece sottoposti alla prova dei mezzi (non solo il reddito, ma anche il patrimonio), sono in molti paesi integrati con il reddito minimo garantito. Nella visione delineata dal governo, questa strada appare esplicitamente preclusa: il sussidio di disoccupazione dovrebbe essere esclusivamente assicurativo, senza alcuno spazio per schemi di assistenza sociale (né tantomeno per quello schema di reddito minimo che manca, nell’Europa a 27, solo in Italia, Grecia e Ungheria). Il problema è che, dato il funzionamento del mercato del lavoro italiano, le carriere interrotte che contraddistinguono molti lavoratori e i bassi salari che li affliggono, un’indennità di questo tipo replicherebbe le vaste esclusioni di cui si parlava prima. La soluzione non può che passare attraverso l’introduzione di un sistema a due livelli. Accanto a un’indennità di disoccupazione di stampo assicurativo, che potrebbe benissimo essere estesa agli autonomi (a condizione che ne versino i relativi contributi, legati al reddito, così da disincentivare l’evasione fiscale e contributiva) e che sarebbe interamente finanziata dai contributi dei lavoratori, dovrebbe essere introdotta un’indennità di assistenza sociale, rivolta a quei lavoratori che non riescono (a cagione della discontinuità lavorativa e/o dei bassi salari) a soddisfare i requisiti per lo schema di primo livello. Occorrerebbe poi introdurre uno schema di reddito minimo, sì da rendere l’Italia un paese civile.

Tutto molto bello, si dirà, ma i costi? E’ possibile mostrare come, in un anno “medio” come il 2008, il primo livello potrebbe essere finanziato con un’aliquota contributiva inferiore a quella attuale, mentre l’indennità di disoccupazione di secondo livello e il reddito minimo potrebbero esser finanziati razionalizzando in senso equitativo l’attuale spesa per assistenza sociale, incredibilmente inefficiente e ingiusta poiché perlopiù basata solo su criteri di reddito e non anche sul patrimonio. Ovviamente in anni di disoccupazione più elevata si spenderebbe di più, ma anche nella situazione attuale sono state stanziate risorse straordinarie (per 9 miliardi di euro), in larga parte non utilizzate proprio perché i lavoratori non riescono ad accedere alle tutele. La riforma degli ammortizzatori sociali appare, sullo sfondo della crisi e nel contesto del regime italiano di “flex-insecurity”, difficilmente eludibile. L’impostazione della riforma che fa capolino nel dibattito pubblico rischia, però, di dar luogo a un fenomeno collettivo di illusione cognitiva: un’indennità di disoccupazione a carattere esclusivamente assicurativo, senza un forte e ben congegnato pilastro di assistenza sociale, rischierebbe di perpetuare la platea degli esclusi da qualsiasi tutela, dando a decisori pubblici e cittadini l’impressione, fallace, di aver risolto i problemi per molti anni a venire.

15/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , | Lascia un commento

Quel (poco) che sappiamo della riforma fiscale

da Il Fatto Quotidiano del 12 gennaio

Una vignetta di Marilena Nardi

Ieri Silvio Berlusconi è tornato a Roma, un mese dopo il suo ferimento a Milano, e ha annunciato l’intenzione di intervenire entro il 2010 in materia fiscale. Vediamo per punti che cosa potrebbe succedere.

Di che cosa si discute?

Per il momento non c’è molto di concreto. Le ipotesi sono due: una riforma fiscale di ampio respiro, come vorrebbe il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, oppure un progetto più semplice di riduzione delle aliquote Irpef, come promette Silvio Berlusconi dal 1994. Infatti l’unico documento ufficiale disponibile, pubblicato sulla home page del sito del ministero dell’economia (mef.gov.it), è il “Libro bianco” scritto proprio da Tremonti nel 1994.

Cosa cambierebbe?

Stando al “libro bianco” di Tremonti il progetto dovrebbe portare a un cambiamento nella struttura delle aliquote. Nel 1994 si facevano quattro ipotesi, per un Irpef (cioè l’imposta sul reddito delle persone fisiche) a una, due o tre aliquote. L’ipotesi prevalente sembra quella a due aliquote, probabilmente 23 e 33 per cento (ma nel progetto originale erano 27 e 40). Oggi le aliquote sono sei, dal 23 al 43 per cento. Quella del 43 per cento diventerebbe 33 (per chi dichiara un reddito superiore a 100mila euro). Per gli altri un’aliquota unica al 23 per cento.

Chi ci guadagnerebbe?

Stando alle dichiarazioni 2008, gli italiani che guadagnano più di 200 mila euro sono soltanto 75 mila. Per i 21 milioni che già pagano il 23 per cento o meno non cambierà nulla. Per 13 milioni sarà una differenza minima (-4 per cento dell’aliquota), mentre i benefici più consistenti andranno a chi guadagna dai 55 mila euro in su. I più contenti di tutti saranno quelli che oggi pagano il 43 per cento e si ritroveranno inseriti nello scaglione di chi paga il 23, con un taglio del 20 per cento. Si tratta di 380 mila contribuenti che dichiarano tra i 75 e i 100 mila euro.

Quale sarebbe il risparmio?

Questa è la domanda più complicata. Per due ragioni: ogni caso è diverso e bisognerebbe avere informazioni più precise sulle contropartite. Secondo una simulazione della Cgia di Mestre, due coniugi con un figlio a carico e un reddito pro capite di 21.500 euro risparmierebbero 530 euro. Un lavoratore dipendente con 30mila euro, un figlio e una moglie a carico ne risparmierebbe 820.

Dov’è il trucco?

Nel libro bianco del 1994 si legge che il peso dell’Irpef sul totale del gettito scenderà dal 35 al 31 per cento. Nel complesso le imposte sulle “cose” saliranno dal 40 al 46 per cento e quelle sulle “persone” scenderanno dal 60 al 54 per cento. Tradotto: se da un lato si taglia, da un altro si dovrà aumentare. C’è l’ipotesi di una parziale tassa patrimoniale, per tassare non soltanto il reddito ma anche il patrimonio, concepita in funzione anti-evasione. Un’altra fonte di copertura dei  tagli all’Irpef dovrebbe essere il riordino dell’Iva, ritoccando al rialzo le aliquote che gravano sui consumi tassati meno del 20 per cento (alcuni beni alimentari come pane e pasta, l’editoria, l’elettricità e il gas). La conseguenza negativa, almeno da un punto di vista teorico, è che si procede a tagli fiscali mirati mentre gli aumenti sono generalizzati, perchè riguardano beni di consumo di uso diffuso.

E per chi resta alla stessa aliquota?

I 21 milioni che non beneficiano della riduzione dell’aliquota si troveranno comunque a finanziare gli sconti fiscali per i più abbienti pagando i beni con l’Iva aumentata. Quindi, anche per rispettare l’articolo 53 della Costituzione che impone la progressività dell’imposizione fiscale (i ricchi devono pagare di più anche in percentuale), dovrebbe essere previsto un meccanismo di quoziente famigliare. Questo è il punto più confuso, perchè tutti quelli che invocano il quoziente hanno in mente obiettivi e strumenti diversi per aiutare fiscalmente la famiglia. L’orientamento che sembra delinearsi è quello di superare il sistema attuale di micro-incentivi orientati soprattutto al sostegno della demografia preferendo un intervento più unitario che consideri l’ampiezza del nucleo famigliare (e non soltanto il numero di famigliari a carico) oltre al reddito complessivo.

Si farà davvero?

Difficile. Anche considerando l’innalzamento dell’Iva e le altre coperture servirebbero forse altri 20-30 miliardi che non ci sono (e l’ipotesi di procurarseli emettendo nuovo debito pubblico non sembra percorribile). Lo scenario  più probabile è che il gettito proveniente dalla proroga dello scudo fiscale, ancora ignoto ma nel probabile ordine di 4-5 miliardi, potrebbe essere usato per un intervento una tantum a beneficio delle famiglie, da annunciare a ridosso delle elezioni regionali di primavera.

12/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Se son tasse fioriranno

dal Fatto Quotidiano del 10 gennaio

“Riduzione delle tasse nel 2010? Questa frase dal presidente non è mai stata pronunciata”.
Così Paolo Bonaiuti, il portavoce del presidente del Consiglio, smentiva una frase attribuita a Silvio Berlusconi nel giorno dell’Epifania. Era solo questione di tempo, però, prima che Berlusconi smentisse la smentita.

In un’intervistina a Repubblica (!), piazzata con understatement a  pagina 11 , Berlusconi dice: “Ci sono delle emergenze. Come la riforma tributaria, la riforma della giustizia e la riforma istituzionale”. Poi aggiunge: “Con Tremonti stiamo studiando una riforma tributaria, un progetto che avevamo indicato già nel 1994″.

E infatti, per il momento, il “grande dibattito” auspicato dal ministro dell’Economia si declina nella pubblicazione sul sito Internet del ministero delle Finanze, in bella vista sulla homepage, del “libro bianco” sulla riforma fiscale del 1994, firmato Tremonti. Un reperto archeologico di politica tributaria che risale ai tempi in cui Berlusconi prometteva la “rivoluzione liberale” con il miraggio delle due sole aliquote sull’Irpef, sognando le flat tax anglosassoni.

Ovviamente la rivoluzione non si è mai realizzata e i liberisti come Antonio Martino che all’epoca si erano lasciati sedurre dal berlusconismo thatcheriano ora sono disillusi e ai margini. Ma il governo, conferma Berlusconi, vuole riprovarci. Il problema è sempre lo stesso: dove sono i soldi per ridurre le tasse? Una questione delicata, soprattutto adesso che le entrate sono in calo per la recessione (e forse pure per l’evasione) e che, come ricorda lo stesso Tremonti, l’aumento del debito pubblico si traduce in una “tassa” da otto miliardi all’anno per gli interessi.

Neppure all’Università di Chicago citano più la curva di Laffer – se tagli le tasse il gettito sale perché l’economia cresce e i contribuenti le pagano più volentieri – quindi lo slancio riformatore di Berlusconi e Tremonti rischia di esaurirsi in fretta. Per quel poco che si può intravedere dietro le anticipazioni di Tremonti, gli scenari possibili sono due.

Primo: l’introduzione di un modello “bonusmalus” che riduce le tasse a qualcuno e le alza a qualcun altro giudicato meno meritevole lasciando praticamente invariato il gettito. Servirebbe a incentivare la green economy e a penalizzare i settori poco graditi (come le banche o i petrolieri) e a vantare il successo di una riforma.

Seconda ipotesi, più probabile: il gettito che entrerà in cassa con la proroga dello scudo fiscale (da dicembre ad aprile) verrà speso per un intervento una tantum, magari a ridosso delle regionali. Non sarà una riforma, ma è il massimo che Berlusconi e Tremonti si possono permettere.

11/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La crisi e il ritorno agli anni Ottanta

da Il Fatto Quotidiano del 10 gennaio 2010

di Vladimiro Giacché

(economista e partner di Sator spa)

La notizia è di fine dicembre, e la maggior parte dei giornali l’ha confinata in poche righe. Ma avrebbe meritato maggiore attenzione: il servizio studi della Banca d’Italia, in una ricerca sulla crisi internazionale e il sistema produttivo italiano, ha fatto piazza pulita di tutte le fandonie di questi mesi sulla presunta buona tenuta della nostra economia. Con queste parole: “Rispetto ai massimi toccati all’inizio del 2008, nel secondo trimestre dell’anno in corso l’indice della produzione ha segnato una diminuzione cumulata prossima al 25 per cento, con il risultato che, nella scorsa primavera, il volume delle merci prodotte si era riportato al livello della metà degli anni Ottanta. Nella media dell’area e nei suoi principali paesi, il calo è stato inferiore. Misurato in termini di trimestri persi, cioè di quanto indietro nel tempo sono tornati i livelli della produzione, la maggiore gravità della situazione italiana risulta evidente: i 12 e i 13 trimestri di Francia e Germania si confrontano con i quasi 100 dell’Italia”. I trimestri perduti sono per l’esattezza 92: la produzione a metà 2009 si è quindi attestata agli stessi livelli del secondo trimestre del 1986. Fanno 23 anni: non abbiamo perso il lavoro di una generazione, ma poco ci manca.


Un primato poco invidiabile, reso possibile dal fatto che in Italia la crisi è arrivata dopo un lungo periodo di stagnazione, databile dalla seconda metà degli anni Novanta. Cioè da quando sono finite le svalutazioni competitive che periodicamente rianimavano le esportazioni italiane (l’ultima è del 1995). A questo punto le imprese avrebbero dovuto cambiare gioco, puntando sull’innovazione di prodotto e soprattutto di processo. Hanno preferito premere l’acceleratore, più ancora che in passato, sugli altri due pedali tradizionalmente adoperati: il basso costo del lavoro e l’evasione fiscale. Solo così si spiegano i dati apparentemente contraddittori esibiti dall’economia italiana in questo periodo. Da un lato la produttività del lavoro ha un andamento pessimo (scende all’1,7 per cento negli anni 1992-2000, ed è addirittura nulla dal 2000 al 2008), e il Prodotto interno lordo ristagna: negli anni 1999-2009 la crescita complessiva è stata appena del 5,5 per cento, mentre i paesi dell’area dell’euro crescevano in media del 13,5 per cento. Dall’altro, i profitti non solo tengono, ma crescono: dopo il 1993 sono aumentati per tutti gli anni Novanta, sia in percentuale del Pil sia come quota sul valore aggiunto, e lo stesso è avvenuto anche nei primi anni Duemila. Come è possibile? In un solo modo: attraverso un gigantesco trasferimento di ricchezza a danno dei salari. E infatti negli ultimi venti anni in Italia il valore degli stipendi rispetto al Prodotto interno lordo è crollato del 13 per cento (contro un calo dell’8 per cento nei 19 paesi più avanzati). Oggi le buste paga italiane sono scivolate al posto numero 23 (su 30) nella classifica dei paesi più industrializzati dell’Ocse, e risultano inferiori del 32 per cento rispetto alla media dell’Europa a quindici.


A questo va poi aggiunta un’evasione fiscale da guinness dei primati, ben testimoniata dai 95 miliardi di euro appena condonati al prezzo di un obolo del 5 per cento. In 10 anni, siamo già alla terza amnistia fiscale (solo all’estero però la si chiama così: in Italia, regno degli eufemismi, si preferisce parlare di “scudo fiscale”). Ed è grave. Perché, anche se di rado ci viene rammentato, l’evasione fiscale non è soltanto una vergogna (e un reato), ma è anche disastrosa dal punto di vista economico. Amplifica le disuguaglianze sociali, rende impossibile affrontare il problema del debito pubblico e distorce la concorrenza. Ma soprattutto perpetua un handicap storico del nostro sistema produttivo: il nanismo delle imprese. Sino a non molto tempo fa impazzava la retorica del “piccolo è bello”, delle piccole imprese capaci di sfidare le leggi dell’economia facendo a meno delle economie di scala.


La verità era ed è un’altra: in Italia in molti casi il consolidamento industriale che sarebbe stato necessario è stato evitato grazie a quel particolare abbattimento dei costi di produzione rappresentato proprio dall’evasione. Imprese che sarebbero state fuori mercato se avessero pagato le tasse, si sono autoridotte questo costo e così sono riuscite a fare profitti (perlopiù poi non investiti nella produzione, ma dirottati sul patrimonio personale dell’imprenditore). Tutto questo ha concorso a far scivolare il nostro sistema economico verso una frontiera competitiva arretrata, imperniata sulla competizione di prezzo, anziché sulla qualità e sul contenuto tecnologico dei prodotti, in concorrenza con i paesi emergenti e di nuova industrializzazione: una battaglia persa in partenza. È qui che va ricercata la radice della stagnazione economica del nostro paese e della batosta economica che si è profilata nei primi anni del nuovo secolo, quando la riduzione dei dazi all’importazione di molti prodotti ha messo fuori mercato numerose nostre produzioni. È su questo spiazzamento competitivo che la crisi mondiale iniziata nel 2007 si è innestata, infierendo ulteriormente. Sarebbe urgente invertire la rotta. Si sta facendo il contrario.


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11/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Regolamento di conti/1: Il governatore che insiste con gli ammortizzatori

Mario Draghi

Questa volta c’è soltanto silenzio, nessuna reazione. Eppure il governatore della Banca d’Italia, venerdì a Padova, ha ripetuto lo stesso dato che aveva alimentato tante polemiche a giugno: in Italia ci sono 1,6 milioni di persone che se perdono il lavoro si trovano abbandonate, senza coperture, neppure quella cassa integrazione che nel disomogeneo sistema italiano diventa un privilegio di pochi. Nonostante le promesse di Silvio Berlusconi – “nessuno sarà abbandonato” – secondo le elaborazioni della Banca d’Italia su dati Istat e Inps, dice Mario Draghi, “circa 1,2 milioni di lavoratori dipendenti non avrebbero copertura in caso di interruzione del rapporto di lavoro, a cui si affiancano 450mila lavoratori parasubordinati che non godono di alcun sussidio o che non hanno i requisiti per accedere ai benefici introdotti dai provvedimenti del governo”. Una cifra che, rapportata ai 23,4 milioni di occupati censiti dall’Istat, dato 2008, significa che quasi il sette per cento dei lavoratori è privo di protezioni. Per questo Draghi auspica una riforma degli ammortizzatori sociali. Quando aveva detto le stesse cose sei mesi fa era stato Berlusconi in persona a contestarlo: “Questa è un’informazione di Draghi che non corrisponde alle cose che emergono dalla nostra conoscenza della realtà italiana”. Ma poi, in commissione Lavoro alla Camera, il sottosegretario Pasquale Viespoli aveva dovuto ammettere che i numeri della Banca d’Italia non erano poi così lontani dal vero.

GLI INDIFFERENTI. Questa volta le parole di Draghi, invece, non hanno suscitato commenti se non quelli dei sindacati che, compatti, appoggiano sempre l’idea di riformare (ampiandole) le protezioni per chi perde il lavoro. Quando, a ottobre, il governatore aveva intimato che “bisogna alzare l’età pensionabile” non aveva ottenuto neppure la sponda dei sindacati. Il governo, e il ministro del’Economia nello specifico, si limitò a dire che “la riforma è già stata fatta”. L’unica occasione in cui il governatore ha provocato reazioni dall’esecutivo è stato il convegno sul Mezzogiorno in cui ha bocciato i pilastri della politica berlusconiana e tremontiana per il Sud (cioè piani straordinari regionali e Banca del Sud per dare credito agevolato). Tremonti aveva provato addirittura, senza riuscirci, a bloccare il simposio. La freddezza del governo Berlusconi verso la Banca d’Italia è tale che, dopo l’intervento di Draghi al meeting di Comunione e liberazione, ci fu chi sostenne che ormai il governatore si rivolgeva  al Partito democratico, dettando le linee di un programma di politica economica alternativo.

IL POTERE. Draghi, ancora più economista che politico, parla per citazioni. Basta vedere lo studio che ha scelto di citare a sostegno del suo intervento sugli ammortizzatori, un lavoro firmato da Bruno Anastasia, Massimo Mancini e Ugo Trivellato. Nel paper dei tre economisti si legge: “La ragione principale che in genere si adduce per spiegare il (finora) mancato approdo ad una riforma generale è quella dell’eccesso paventato di costi, non si fanno le nozze con i fichi secchi” anche se c’è il forte sospetto che “il sistema attuale in realtà dispiaccia meno di quanto sembri agli attori sociali, nei quali prevale non di rado un riflesso conservatore, e scarso sia, invece, il consenso non tanto sui principi generali di riforma”. Tradotto: i politici, inclusi quelli di questo governo, preferiscono conservare il potere discrezionale di decidere chi ha diretto a quanta protezione, ,modificando le risorse per la cassa integrazione e per la previdenza. Anche se questo comporta abbandonare al loro destino 1,6 milioni di persone.

21/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

La riconferma di Big Ben

da Il Fatto Quotidiano del 18 dicembre

Ben Bernanke

L’uomo dell’anno ottiene il bis. Il giorno dopo che Time gli ha dedicato la copertina come personaggio del 2009, Bem Bernanke viene riconfermato dalla commissione Finanze del Senato americano alla guida della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. E non poteva andare diversamente, perché Bernanke era già stato indicato dal presidente Barack Obama e ha finora gestito con successo questa parte della crisi. Usando a fisarmonica il bilancio della Fed, passato da 900 a oltre 2000 miliardi di dollari, ha permesso alle banche di liberarsi dei titoli tossici nella fase in cui dovevano avere liquidità a poco prezzo per non soffocare, trasferendo il rischio sulla banca centrale.

Ha evitato l’apocalisse, dicono di lui, anche se c’è qualche ombra sulla sua gestione di alcune operazioni come quella del salvataggio di Bear Stearns. Ma fare ora i bilanci della sua leadership è come giudicare un film dopo il primo tempo. Perché adesso comincia una parte altrettanto difficile del suo compito: prevenire la prossima crisi. Ed è anche per questo che Foreign Policy lo ha indicato come l’intellettuale globale più influente dell’anno tra i 100 in classifica. Perché ora Bernanke dovrà costruire un nuovo paradigma intellettuale alternativo a quello del suo predecessore Alan Greenspan, decaduto guru della finanza che aveva le sue basi culturali in Ayn Rand e in una fede assoluta nelle virtù del mercato.

Bernanke dovrà gestire la politica monetaria in un contesto di disoccupazione al 10 per cento (poteva essere il 25 o il 30 e scatenare una nuova Grande depressione, dicono i suoi fan) e con le elezioni di med term che si avvicineranno proprio quando l’inflazione potrebbe riemergere. E il presidente della Fed dovrà destreggiarsi tra la necessità di alzare i tassi (o comunque raffreddare l’economia tagliando le misure straordinarie) e le pressioni della politica perché lasci correre la ripresa e anche l’inflazione, per ridurre il valore reale dell’enorme debito pubblico accumulato per salvare l’economia reale. Se ci riuscisse gli spetterebbe di diritto la copertina di Time anche nei prossimi dieci anni.

18/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento