Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Più Pil per tutti!

dal Fatto Quotidiano del 19 gennaio

di Carlo Stagnaro

direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni

A Giulio Tremonti il Pil non piace. “Ho l’impressione che la realtà non sia completamente catturata dalle statistiche sul Prodotto interno lordo”, ha detto a un convegno dell’Aspen Institute sul tema. “Se fossero calcolate e acquisite come rilevanti – ha aggiunto – cose come la bellezza, l’ambiente, la storia, il clima, l’Italia avrebbe una imbarazzante prima posizione, seguita a molte distanze da altre lande”. Tremonti non è originale.

L’inadeguatezza del Pil è al centro di un’ampia riflessione tra gli economisti, e ha avuto importanti ricadute politiche: la più significativa è il rapporto elaborato dalla “commissione Stiglitz” per conto del presidente francese, Nicolas Sarkozy, allo scopo di costruire una sorta di “Pil della felicità”. Una volta calcolato per tutti i paesi, il risultato – non sorprendentemente – è che Parigi guadagna posizioni accorciando, in particolare, il gap rispetto agli odiati yankee. Non è un caso, probabilmente, che molti nemici del Pil abbiano in mente indicatori che favoriscono i rispettivi paesi, e sminuiscono i primati altrui. La questione, però, non è se il Pil sia imperfetto o rozzo. Lo è, naturalmente. I suoi limiti sono molti e sono noti: per esempio, non include le attività non monetarie, che pure generano valore. Così, se una donna delle pulizie percepisce un reddito e dunque contribuisce al Pil, una casalinga – pur svolgendo le stesse mansioni – non ne viene fotografata. Oppure, il Pil considera tutte le attività pubbliche: quando, però, un ente o una società pubblica frena la concorrenza, o quando la burocrazia rende difficoltosa la vita delle imprese, sarebbe ragionevole attribuire un segno negativo, anziché positivo, al suo ruolo nell’economia. Infine, il ministro dell’Economia ha ragione: tante cose – la storia, l’ambiente, il clima, la bellezza, e altro ancora – non entrano nel Pil. Tuttavia, la correttezza delle critiche non cancella una verità difficile da contrastare: il Pil è il peggiore degli indicatori, tranne tutti gli altri. Alcuni di essi presentano un grado ancora maggiore di arbitrarietà. Il clima, per esempio, come può essere considerato? E come è possibile esprimere una valutazione unica a livello nazionale? Il clima delle Alpi è molto diverso da quello della Sicilia: qual è migliore? In altri casi, anche prendendo per buone le misure, è discutibile l’interpretazione. Le diseguaglianze sociali sono generalmente considerate come un esempio del fallimento del Pil: eppure, qualcuno potrebbe preferire un paese meno eguale, ma con un ascensore sociale più dinamico, a uno più statico e meno diversificato. Non è una provocazione: gli italiani migrano negli Stati Uniti, raramente avviene il contrario. Gli economisti si sono sforzati di valutare la felicità – generalmente attraverso la somministrazione di questionari – ma, alla fine, i risultati hanno comunque un ampio margine di ambiguità: in fondo, se per esempio un individuo decide di sacrificare un’unità di felicità in cambio di un reddito più alto, lo fa – evidentemente – perché trova più soddisfacente quel tipo di vita. Cioè, paradossalmente, è più felice così. In ogni caso, non dovrebbe stupire il fatto che la maggior parte degli indicatori teoricamente anti-Pil (felicità, benessere, qualità della vita, eccetera) sono generalmente fortemente correlati… al Pil. Questo suggerisce che, tendenzialmente, anche se non necessariamente, le società più ricche sono anche più felici. Come si dice a Genova, se i soldi non danno la felicità, figuriamoci la miseria. Cosa c’è, allora, dietro la voglia di scalzare il Pil?

Sul piano ideologico, c’è un profondo scetticismo verso la capacità dei mercati di creare e allocare ricchezza con efficienza ed equità: quindi, abolire il Pil serve a dar campo libero alle politiche pubbliche.

Da tempo Tremonti interpreta una posizione interventista, protezionista e corporativa, coerente con tale obiettivo. Su un terreno più concreto, il ministro potrebbe essere infastidito, più che dal Pil, dalle sue conseguenze, che spera di rendere meno percepibili attraverso la sua rivisitazione: forse il Pil della felicità, a differenza di quello consueto, nel 2009 non ha perso cinque punti percentuali, e in rapporto a esso il debito pubblico non si avvicina al 120 per cento né il deficit al 5,3 per cento. Se il Pil della felicità serve a nascondere informazioni, anziché fornirne di nuove, contro le perplessità di Tremonti non si può che berlusconianamente esclamare: più Pil per tutti!

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19/01/2010 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO | , , , , , , , , , , , | 1 commento

Bamboccioni di una volta

dal Fatto Quotidiano del 19 gennaio

di Stefano Feltri

Tommaso Padoa Schioppa

Il primo gruppo che compare su Facebook cercando la parola “bamboccioni” ha 64 iscritti e una dichiarazione d’intenti: “Per chi ha dai 28 ai 38 anni e vive ancora a casa con i suo, perchè non c’è lavoro, gli affitti sono cari ma soprattutto xchè a casa hai sky e chi cucina per te”. Non ci sono proteste contro Renato Brunetta, il ministro della Funzione Pubblica, che dopo aver combattuto i fannulloni sogna una legge “anti bamboccioni” per costringere “i figli a uscire di casa a 18 anni. Sono le vittime di un sistema e di un’organizzazione sociale in cui sono i genitori a dover fare mea culpa”.

ASSALTO A TPS. Oggi gli altri ministri del governo commentano con memorie personali (Ignazio La Russa, per esempio, confessa di essere rimasto a casa fino al matrimonio, a 27 anni). Un po’ critici solo i leghisti. Umberto Bossi: “Quella di Brunetta è una battuta”. Il commento più duro viene dall’opposizione, con l’Italia dei Valori che accusa il ministro della Funzione pubblica “di vivere nel mondo dei puffi”. Eppure sono passati soltanto poco più di due anni da quando il ministro della gioventù Giorgia Meloni guidava per le strade di Roma il corteo di Azione Giovani contro il governo Prodi con lo slogan “Bamboccioni ce sarete” (tradotto: “Bamboccioni sarete voi”). Oggi la Meloni dice: “Stimo Brunetta, la sua è una provocazione, i bamboccioni, quelli che non se ne vanno dalla casa dei genitori perché stanno troppo comodi, sono al massimo il dieci per cento. Gli altri semplicemente perché non possono”. Eppure il termine è lo stesso che fece precipitare la popolarità del ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa (insieme alla dichiarazione che “le tasse sono bellissime”). C’è ameno una differenza di sostanza, però: oggi Brunetta vuole costringere i diciottenni a lasciare i genitori per legge. Nell’ottobre 2007 Padoa Schioppa stava scrivendo una legge Finanziaria per il 2008 in cui stanziava incentivi per favorire i ragazzi che volevano provare a farcela da soli. Queste le parole che, all’epoca, scatenarono la polemica: “Queste misure serviranno anche a mandare i bamboccioni fuori di casa, cioè a incentivare l’uscita di casa dei giovani che restano fino a età inverosimili con i genitori. Non crescono mai, non si sposano, non si rendono autonomi”. Il ministro si riferiva a detrazioni fiscali per i ragazzi tra i 20 e i 30 anni che prendevano una casa in affitto (fino a 1000 euro, a seconda del reddito famigliare”. Con qualche rara eccezione – come Umberto Eco – anche da sinistra parte l’attacco a TPS: per i comunisti italiani si tratta di un “epiteto infelice”, l’allora ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni lo contraddice, “i nostri giovani non sono bamboccioni”, mentre dentro il governo c’è quasi soltanto Fabio Mussi, ministro dell’Università e della ricerca, che si spende pubblicamente a favore di TPS. Padoa Schioppa, che terminata l’esperienza di governo ha ricominciato a occuparsi di finanza internazionale e regole globali (prima di fare il ministro stava alla Banca centrale europea), non vuole commentare le parole di Brunetta o rievocare i giorni difficili dei “bamboccioni”.

BAMBOCCIONI A CHI? L’ex-ministro si perde così l’occasione per sottolineare le differenza tra quello che il centrodestra diceva allora e quello che dice (o non dice) in risposta a Brunetta. Su Libero, per esempio, il deputato del Pdl Renato Farina che all’epoca era soltanto un giornalista, diceva: “Pirlacchione sarà allora il ministro e tutti i suoi colleghi. O se vi piace di più va bene ciulanda”.Per Giulio Tremonti, successore di Padoa Schioppa alla guida del Tesoro, “quel linguaggio dimostra quanto distante sia la sinista dalla realtà” e ancora “i bamboccioni non stanno a casa, ma stanno al governo”. Chi usa parole come “bamboccioni” ha una “visione penitenziale e punitiva della vita che si combina con il paternalismo altezzoso”. Lo diceva Fabrizio Cicchitto, oggi capogruppo del Popolo della libertà alla Camera.

19/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento