Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Il problema non sono soltanto le tasse

dal Fatto Quotidiano del 15

di Stefano Feltri

Ai giornali di area non è piaciuta l’ultima decisione di Silvio Berlusconi. Ieri il Giornale titolava: “Il pasticcio delle tasse”, il direttore di Libero Maurizio Belpietro scriveva una lettera aperta al presidente del Consiglio dal titolo: “Caro Silvio, non ci stiamo”. Il contenuto: è dal 1994 che Berlusconi promette di tagliare le tasse, ora non può, in due giorni, annunciare tagli entro il 2010 e poi smentire dicendo che il bilancio dello Stato non lo consente. L’irritazione dei giornali della destra è motivata anche da un’altra ragione: i tagli di spesa che potrebbero finanziare la riduzione delle tasse non si vedono e i buoni propositi vengono sempre smentiti.

DAL BOLLO ALL’ICI. Le due cose marciano affiancate: Berlusconi promette tagli, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si ingegna su come contenere la spesa, poi non succede nulla. A partire dal botto finale della campagna elettorale 2008: “Abolirò il bollo auto e per le moto”, annunciò Berlusconi nell’ultima sfida televisiva con Walter Veltroni, il 12 aprile 2008. Con quali soldi? Usando il famoso tesoretto del governo Prodi oppure “i risparmi” di spesa. Non succede. Promessa mantenuta, invece, quella di abolire almeno per la prima casa l’Ici, l’imposta comunale sugli immobili. Detto fatto. Ma basta guardare la Finanziaria 2010 appena varata dal parlamento per capire i malumori dei commentatori liberisti, quelli che sognano uno stato leggero: vengono stanziati 900 milioni di euro in due anni per risarcire gli enti locali dalla perdita dell’Ici. Quindi l’unica tassa davvero federale passa sotto il controllo di Roma, ma la pressione fiscale non cambia. La Lega non protesta, in attesa del federalismo. E da partito territoriale non protesta neppure quando, due giorni fa, il governo decide di rinviare ancora di un anno il taglio del 20 per cento delle poltrone negli enti locali. Motivo ufficiale: non si può cambiare la dimensione dei consigli comunali alla vigilia delle elezioni amministrative (ma poi sarà difficile smuovere consiglieri freschi di elezione).


IL SOGNO DELL’IRAP.
L’Unione europea non la ama, è una creatura del centrosinistra prodiano e invisa agli imprenditori, ma Berlusconi non riesce ad abolire l’Irap. Il 21 ottobre annuncia un taglio immediato all’assemblea di Confartigianato annuncia di essere pronto al taglio, ma poi cambia idea: non è facile trovare i 38 miliardi che l’imposta sulle imprese porta nelle casse dello Stato e che servono a finanziare la spesa sanitaria. Il ministro Claudio Scajola voleva usare i soldi dello scudo fiscale (che però sono solo 4 miliardi), ma quelli servivano a coprire metà della Finanziaria 2010. Nell’immobilismo dovuto alla ritrosia a tagliare le spese (unico modo per trovare soldi in un paese con il debito a 1800 miliardi di euro), il solo intervento fiscale che funziona davvero è la Robin Tax. Ma l’introduzione di una nuova tassa non è quello che chiedeva l’elettorato, anche se a pagarla sono soprattutto petrolieri e produttori di energia. Il gettito, superiore al miliardo di euro, doveva servire a pagare le social card per gli italiani in difficoltà, ma il legame tra le due misure non viene stabilito come promesso. E la Robin finisce a finanziare un po’ tutto. Tra le molte proposte internazionali di scarso successo di Tremonti (l’Ocse ha chiuso di recente il blog dove si doveva discutere il golba standard tremontiano per la finanza mondiale), l’unica che ha trovato un certo ascolto è proprio fiscale: ma anche qui si tratta di una proposta di aumento, non di riduzione, la famosa Tobin Tax sulle transazioni finanziare ribattezzata “De Tax”.

LA BUROCRAZIA. Chi sperava che almeno una Finanziaria da tempo di crisi fosse l’occasione per razionalizzare la spesa, ha dovuto rassegnarsi a veder ricomparire la “legge mancia” (165 milioni di euro di microspese in tre anni) e all’ennesimo rinvio della riforma nei finanziamenti pubblici ai giornali (200 milioni di euro). Liberisti come quelli dell’Istituto Bruno Leoni chiedono dalle colonne del Giornale almeno un “fisco più semplice e una burocrazia più snella”. Invece il governo cancella anche i tagli delle tasse introdotti dal governo Prodi, come gli incentivi fiscali per le “zone franche urbane” riservati alle imprese che investono in città poco dinamiche: prima dimezzano i soldi (da 100 a 50 milioni di euro), poi aumentano i passaggi burocratici per accedere alla misura. Nascosto tra le pieghe della legge di bilancio, poi, c’è il taglio degli interessi legali: chi è in credito con il fisco non riceverà più il 3 per cento di interessi, ma soltanto l’uno. Una norma che fa imbufalire molte imprese che aspettano i pagamenti dalla pubblica amministrazione.

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18/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | Lascia un commento

L’illusionismo dell’inflazione

dal Fatto Quotidiano del 16 gennaio

di Ugo Arrigo

professore di Scienza delle finanze all’Università Bicocca

E’ vero che nel 2009 la recessione economica, grazie alla bassa inflazione, non ha penalizzato il potere d’acquisto degli italiani? In occasione della pubblicazione dei dati provvisori Istat sull’inflazione di dicembre i media hanno riportato con risalto, in almeno tre versioni, una dichiarazione in tal senso del ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola: nella prima la bassa inflazione dimostrerebbe come la crisi non abbia penalizzato più di tanto il potere d’acquisto dei cittadini; nella seconda cade il “più di tanto” e quindi il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato proprio penalizzato dalla crisi; nella terza non solo il potere d’acquisto dei cittadini non sarebbe stato penalizzato dalla crisi ma in molti casi si sarebbe accresciuto. Quale di queste versioni è dimostrabile? La bassa dinamica dei prezzi è un dato di fatto: con solo un +0,8 per cento nel 2009 l’inflazione è ai minimi storici dell’ultimo cinquantennio. Un secondo dato di fatto è la crescita più robusta delle retribuzioni nel medesimo periodo.

Poiché molti contratti di lavoro sono stati chiusi nella prima parte del 2008, prima del manifestarsi della recessione, nell’anno appena trascorso le retribuzioni hanno risentito positivamente di quegli accordi e hanno registrato una dinamica sensibilmente più elevata rispetto ai prezzi. Le retribuzioni contrattuali dovrebbero infatti chiudere il 2009 con un incremento del 3,1 per cento rispetto al 2008, oltre due punti percentuali in più dell’inflazione. Vanno meglio i lavoratori dell’industria (+3,6 per cento) rispetto a quelli dell’agricoltura (+3,1) e dei servizi (+2,8 per cento) mentre nel settore pubblico l’incremento è interamente imputabile ai comparti a contrattazione collettiva, con i dipendenti dei ministeri al +3,8 per cento e quelli delle autonomie territoriali, della sanità e della scuola al 3,6-3,5 per cento. I dati precedenti, tutti più elevati rispetto alla dinamica dei prezzi, danno apparentemente ragione all’affermazione del ministro Scajola nella sua versione più impegnativa.

Vi sono tuttavia alcuni fattori che ne limitano la portata relativamente ottimistica. In primo luogo l’incremento di potere d’acquisto è solo un effetto di breve periodo, destinato presto a rovesciarsi. La recessione ha infatti moderato i prezzi più rapidamente dei salari ma nel tempo è probabile che moderi i salari molto più a lungo dei prezzi. Quasi metà dei contratti collettivi in vigore è in scadenza in questi mesi ed è certo che non potrà essere rinnovata rapidamente e a condizioni comparabili a quelle della precedente tornata.

La recessione, dopo aver interessato i prezzi, inizierà pertanto a farsi sentire anche sulle retribuzioni mentre l’inflazione non potrà che risalire dai bassi valori correnti. A spingerla non è solo l’uscita dalla crisi, che non sappiamo esattamente quando si verificherà, ma le tensioni già esistenti sui prezzi delle materie prime e l’inspiegabile crescita dei prezzi nominalmente “controllati” dai poteri pubblici: a fronte di prezzi dei beni fermi o in discesa, il tasso di crescita tendenziale delle tariffe dei servizi regolati è passato dall’1 per cento del dicembre 2008 a oltre il 3 per cento degli ultimi mesi.

Il secondo fattore in grado di moderare l’ottimismo è il fatto che, utilizzando le statistiche disponibili, abbiamo sinora confrontato la dinamica dei prezzi con quella delle retribuzioni lorde e non dei redditi effettivamente disponibili. In passato i secondi sono cresciuti meno delle prime a causa di un crescente prelievo fiscale, soprattutto su base locale. I dati sui redditi disponibili delle famiglie, riferiti quindi a tutti i redditi e a tutte le famiglie, non solo a quelle che percepiscono redditi da lavori dipendente, smentiscono che la crisi abbia migliorato il potere d’acquisto: come riportato dall’ultimo bollettino statistico della Banca d’Italia, il reddito disponibile reale delle famiglie consumatrici si è ridotto di mezzo punto percentuale nel 2008 rispetto al 2007 e di oltre un punto percentuale nel primo semestre 2009 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

E’ davvero improbabile che questa dinamica si sia rovesciata nell’ultimo. Possiamo a questo punto provare un riepilogo: la crisi ha colpito molto alcuni (chi è passato dall’occupazione alla disoccupazione o alla cassa integrazione) e in media ha colpito tutti, dato che il reddito reale disponibile delle famiglie è sceso. Non ha ancora colpito e forse ha un po’ aiutato, ma solo transitoriamente, chi ha conservato il posto di lavoro e aveva visto rinnovato il proprio contratto collettivo prima dell’inizio della crisi.

Ogni ottimismo appare quindi ingiustificato.

18/01/2010 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento