Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Regolamento di conti/1: Il governatore che insiste con gli ammortizzatori

Mario Draghi

Questa volta c’è soltanto silenzio, nessuna reazione. Eppure il governatore della Banca d’Italia, venerdì a Padova, ha ripetuto lo stesso dato che aveva alimentato tante polemiche a giugno: in Italia ci sono 1,6 milioni di persone che se perdono il lavoro si trovano abbandonate, senza coperture, neppure quella cassa integrazione che nel disomogeneo sistema italiano diventa un privilegio di pochi. Nonostante le promesse di Silvio Berlusconi – “nessuno sarà abbandonato” – secondo le elaborazioni della Banca d’Italia su dati Istat e Inps, dice Mario Draghi, “circa 1,2 milioni di lavoratori dipendenti non avrebbero copertura in caso di interruzione del rapporto di lavoro, a cui si affiancano 450mila lavoratori parasubordinati che non godono di alcun sussidio o che non hanno i requisiti per accedere ai benefici introdotti dai provvedimenti del governo”. Una cifra che, rapportata ai 23,4 milioni di occupati censiti dall’Istat, dato 2008, significa che quasi il sette per cento dei lavoratori è privo di protezioni. Per questo Draghi auspica una riforma degli ammortizzatori sociali. Quando aveva detto le stesse cose sei mesi fa era stato Berlusconi in persona a contestarlo: “Questa è un’informazione di Draghi che non corrisponde alle cose che emergono dalla nostra conoscenza della realtà italiana”. Ma poi, in commissione Lavoro alla Camera, il sottosegretario Pasquale Viespoli aveva dovuto ammettere che i numeri della Banca d’Italia non erano poi così lontani dal vero.

GLI INDIFFERENTI. Questa volta le parole di Draghi, invece, non hanno suscitato commenti se non quelli dei sindacati che, compatti, appoggiano sempre l’idea di riformare (ampiandole) le protezioni per chi perde il lavoro. Quando, a ottobre, il governatore aveva intimato che “bisogna alzare l’età pensionabile” non aveva ottenuto neppure la sponda dei sindacati. Il governo, e il ministro del’Economia nello specifico, si limitò a dire che “la riforma è già stata fatta”. L’unica occasione in cui il governatore ha provocato reazioni dall’esecutivo è stato il convegno sul Mezzogiorno in cui ha bocciato i pilastri della politica berlusconiana e tremontiana per il Sud (cioè piani straordinari regionali e Banca del Sud per dare credito agevolato). Tremonti aveva provato addirittura, senza riuscirci, a bloccare il simposio. La freddezza del governo Berlusconi verso la Banca d’Italia è tale che, dopo l’intervento di Draghi al meeting di Comunione e liberazione, ci fu chi sostenne che ormai il governatore si rivolgeva  al Partito democratico, dettando le linee di un programma di politica economica alternativo.

IL POTERE. Draghi, ancora più economista che politico, parla per citazioni. Basta vedere lo studio che ha scelto di citare a sostegno del suo intervento sugli ammortizzatori, un lavoro firmato da Bruno Anastasia, Massimo Mancini e Ugo Trivellato. Nel paper dei tre economisti si legge: “La ragione principale che in genere si adduce per spiegare il (finora) mancato approdo ad una riforma generale è quella dell’eccesso paventato di costi, non si fanno le nozze con i fichi secchi” anche se c’è il forte sospetto che “il sistema attuale in realtà dispiaccia meno di quanto sembri agli attori sociali, nei quali prevale non di rado un riflesso conservatore, e scarso sia, invece, il consenso non tanto sui principi generali di riforma”. Tradotto: i politici, inclusi quelli di questo governo, preferiscono conservare il potere discrezionale di decidere chi ha diretto a quanta protezione, ,modificando le risorse per la cassa integrazione e per la previdenza. Anche se questo comporta abbandonare al loro destino 1,6 milioni di persone.

21/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento

Apologia dell’inciucio

da Il Fatto Quotidiano del 19 dicembre

Quando, due giorni fa, Massimo D’Alema ha ventilato l’ipotesi di “una leggina” che risolvesse i problemi giudiziari di Silvio Berlusconi, subito si è gridato all’inciucio. E ieri, quasi a voler eliminare ogni ambiguità, D’Alema si è prodotto in una pubblica apologia dell’inciucismo. Il primo e il più nobile degli inciuci, secondo D’Alema, è stato l’articolo 7 della Costituzione, sulla sovranità e l’indipendenza di Stato e Chiesa e sui Patti Lateranensi che regolano il loro rapporto. Il padre nobile degli inciucisti sarebbe quindi Palmiro Togliatti che si è rifiutato di fare la rivoluzione, come gli rimproverò Adriano Sofri alla vigilia della fondazione di Lotta continua, sostiene D’Alema.

Un giorno dopo l’invito dell’ufficio di presidenza del Pdl che ha invitato a un “dialogo costruttivo “patto democratico” con le opposizioni, D’Alema risponde: “Quegli inciuci sono stati molto importanti  per costruire la convivenza in Italia. Oggi è più complicato e  invece sarebbero utili”.  Da destra osservano con interesse, auspicando (come fanno Daniele Capezzone e Sandro Bondi) che i legami con l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro vengano recisi. Non tutti, però, sono d’accordo nel Partito democratico con le posizioni dalemiane. Lanfranco Tenaglia, che fu ministro ombra della Giustizia di Walter Veltroni, dice che ogni cambiamento di linea politica sulla giustizia deve essere discusso nel partito e non annunciato a mezzo stampa.

Un inciucio, anche questo ispirato da D’Alema, è già in corso. Quello con l’Udc di Pier Ferdinando Casini, alleato privilegiato del Pd nella tattica dalemiana in vista delle regionali della primavera. Dalla Puglia all’Emilia Romagna alla Liguria si intensificano i legami tra Pd e i suoi alleati, nel tentativo di creare un vasto schieramento che possa tenere dentro anche l’Idv. Il prezzo da pagare sembra però essere la scelta di un candidato governatore di provenienza Udc.

19/12/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , | Lascia un commento

La riconferma di Big Ben

da Il Fatto Quotidiano del 18 dicembre

Ben Bernanke

L’uomo dell’anno ottiene il bis. Il giorno dopo che Time gli ha dedicato la copertina come personaggio del 2009, Bem Bernanke viene riconfermato dalla commissione Finanze del Senato americano alla guida della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. E non poteva andare diversamente, perché Bernanke era già stato indicato dal presidente Barack Obama e ha finora gestito con successo questa parte della crisi. Usando a fisarmonica il bilancio della Fed, passato da 900 a oltre 2000 miliardi di dollari, ha permesso alle banche di liberarsi dei titoli tossici nella fase in cui dovevano avere liquidità a poco prezzo per non soffocare, trasferendo il rischio sulla banca centrale.

Ha evitato l’apocalisse, dicono di lui, anche se c’è qualche ombra sulla sua gestione di alcune operazioni come quella del salvataggio di Bear Stearns. Ma fare ora i bilanci della sua leadership è come giudicare un film dopo il primo tempo. Perché adesso comincia una parte altrettanto difficile del suo compito: prevenire la prossima crisi. Ed è anche per questo che Foreign Policy lo ha indicato come l’intellettuale globale più influente dell’anno tra i 100 in classifica. Perché ora Bernanke dovrà costruire un nuovo paradigma intellettuale alternativo a quello del suo predecessore Alan Greenspan, decaduto guru della finanza che aveva le sue basi culturali in Ayn Rand e in una fede assoluta nelle virtù del mercato.

Bernanke dovrà gestire la politica monetaria in un contesto di disoccupazione al 10 per cento (poteva essere il 25 o il 30 e scatenare una nuova Grande depressione, dicono i suoi fan) e con le elezioni di med term che si avvicineranno proprio quando l’inflazione potrebbe riemergere. E il presidente della Fed dovrà destreggiarsi tra la necessità di alzare i tassi (o comunque raffreddare l’economia tagliando le misure straordinarie) e le pressioni della politica perché lasci correre la ripresa e anche l’inflazione, per ridurre il valore reale dell’enorme debito pubblico accumulato per salvare l’economia reale. Se ci riuscisse gli spetterebbe di diritto la copertina di Time anche nei prossimi dieci anni.

18/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Ci salvano i Cinesi

dal Fatto Quotidiano del 17 dicembre

di Francesco Bonazzi e Stefano Feltri

Il governatore della Banca centrale cinese Zhou Xiaochuan

Dio benedica la Cina e il suo capitalismo a corto di democrazia, ma non di denari. Da nemico pubblico numero uno, buono per gli slogan più beceri della base leghista e le macrovisioni geopolitiche di Giulio Tremonti a silenziosi partner. Niente più polemiche. Niente più insulti. Anche la Chinatown di Via Sarpi (Milano) o dell’Esquilino hanno smesso di preoccupare. Una volta a Roma perfino i tassisti malignavano su tutti “’sti cinesi amici di D’Alema”. Oggi sono amici di Tremonti?
Il viaggio del ministro dell’Economia a Pechino, con tanto di lezione alla scuola quadri del Partito comunista ha sollevato qualche domanda. E’ lo stesso ministro che si vantava (nel libro “Rischi fatali” del 2005) di essere stato “il primo politico occidentale” a individuare nella Cina “non solo una fantastica opportunità” ma anche “una incombente drammatica negatività”. Che i rapporti siano sempre più stretti lo dimostra anche la visita imminente dei dirigenti del Cic, il China Investment Corporation, opaco fondo sovrano (cioè che gestisce per conto del governo i surplus del bilancio cinese) che arriverà in Italia per trattare accordi con la Cassa depositi e prestiti, braccio operativo della politica economica tremontiana. E non può essere una coincidenza che circolino voci – poi smentite – dell’interesse di un’azienda cinese per acquisire lo stabilimento Fiat di Termini Imerese.


SHOPPING. La spiegazione della metamorfosi circola da settimane nei corridoi delle banche che si occupano di collocare sui mercati internazionali il debito dello Stato italiano: i cinesi hanno cominciato a comprare sempre più Bot e Btp, garantendo il successo delle aste e una domanda tale da mantenere bassi i rendimenti (cioè il costo dell’indebitamento per lo Stato). Racconta un banchiere di una grossa banca statunitense che partecipa alle aste del Tesoro italiano: “Per muovere il mercato in senso favorevole non bisogna neanche comprare moltissimo. Basta un grosso ordine da un investitore che potenzialmente può comprare ancora per aiutare a dare la direzione giusta”. Visto il loro peso specifico, le mosse dei cinesi hanno un impatto forte: “Se i grossi investitori sono anche istituzionali e cinesi, e questi ultimi sono molto liquidi anche perché stanno si spostando sempre più dal dollaro all’euro gli altri trader poi hanno paura di vendere e naturalmente il mercato sale o regge i livelli”. Con la riservatezza tipica del settore, quindi sotto garanzia di anonimato, anche altri banker confermano. “Il crescente interesse di clienti cinesi per i vostri titoli si è registrato in modo visibile già a marzo e aprile. E ancora a ottobre, durante l’ultima asta del Btp a 30 anni, si sono visti movimenti in crescita da Pechino”, dice un altro banchiere d’affari straniero, specializzato sul debito pubblico Sud Europa. “Grossi ordini da investitori cinesi hanno ‘incoraggiato’ la domanda di Btp”, rivela un terzo banchiere da Londra, più laconico ma sicuro nell’indicare un fenomeno nuovo “e che andrà sicuramente crescendo nel 2010, quando l’Italia dovrà collocare oltre 150 miliardi di titoli”. I  cinesi hanno molta liquidità da investire e sono molto attivi sui mercati, anche per la loro politica monetaria di cambio fisso tra yuan e dollaro. E quindi, spiega un banchiere italiano che ha lavorato a lungo per banche tedesche: “Possono decidere di comprare quello che vogliono. Comprano titoli americani per sostenere il debito (e il consumo) in quel paese.  Comprano titoli in euro e commodities per differenziare i loro investimenti”.


IL TESORO. Trovare conferme dal ministero di via XX Settembre non è facile. Nelle aste normali dei titoli di Stato gli acquirenti sono anonimi, almeno in una prima fase, e anche quanto l’identità diventa pubblica si tratta comunque di intermediari. E il Tesoro non è troppo interessato a sapere dove finisce il debito. Qualche informazione in più è disponibile sui collocamenti di titoli particolari, per i quali il ministero si rivolge a un “sindacato di collocamento”, di solito composto da cinque banche, che si occupa di sondare il mercato di piazzare poi l’emissione. E spesso il sindacato comunica anche indicazioni sulla provenienza geografica degli acquirenti. Nel 2009 ci sono state tre operazioni di questo tipo e tre comunicati che si limitano a dire: “Non è mancata anche la presenza di investitori residenti in Asia e negli Usa”. Il grosso viene comunque piazzato in Europa. A fine 2008, dice la Banca d’Italia, su 1,3 miliardi di debiti del settore pubblico 742 milioni erano in mano a investitori fuori dall’Italia. Ma nel 2009, si legge in una tabella dell’ultimo bollettino di Bankitalia, i titoli di Stato in mano straniera ha subito un deciso aumento. Un funzionario di alto livello del ministero non si sbilancia sul nuovo feeling con i cinesi e sul loro attivismo, ma dice: “Credo di poter dire che assistiamo a un aumento della componente asiatica, ma si tratta di un’informazione soltanto qualitativa”.


E forse alludeva a questo Tremonti, quando ai giovani quadri del Partito comunista cinese ha citato Karl Marx: “All’antica indipendenza nazionale si sovrapporrà una interdipendenza globale”. E pensare che sono passati soltanto quattro anni da quando, in “Rischi fatali”, il ministro denunciava: “E’ il resto del mondo, soprattutto la Cina, che sfrutta la debolezza dell’Europa. La colpa non è della Cina. La colpa è dell’Europa”.

17/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Consumatori ottimisti ma con pochi soldi

dal Il Fatto Quotidiano dell’11 dicembre

Ieri il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli ha detto che questo sarà “un Natale sobrio, non certamente un Natale di crisi”. La prova – dice Sangalli – è l’indice dei consumi calcolato dall’associazione dei commercianti che è rimasto positivo anche nell’ultima rilevazione di ottobre, per la quinta volta consecutiva. Anche il dato di ieri dell’Istat sembra invitare all’ottimismo, visto che ha confermato una crescita del Pil nel terzo trimestre dello 0,6 per cento (su base annua però crollerà del 4,6).

“Di solito l’ottimismo arriva prima dell’aumento dei consumi”, avverte Albino Russo, capo dell’ufficio studi della Coop. E infatti, da giugno, l’indicatore dell’ottimismo tra i consumatori calcolato da Confcommercio è per la prima volta stabilmente superiore all’andamento dei consumi reali. “Viviamo da molti mesi in apnea, in vitale resistenza alle pressioni degli eventi”, ha scritto il Censis nel suo rapporto annuale descrivendo una situazione che – sperano molti, a cominciare dal governo – potrebbe finire con la stagione dei consumi natalizi. O forse no. Magari se i consumatori che possono cambiare il segno al bilancio delle feste – cioè quelli più giovani – determinassero il successo di massa di un prodotto a sorpresa, come è stato lo scorso anno con la console Nintendo Wii. Secondo l’azienda di consulenza Deloitte i consumi italiani nelle festività 2009 scenderanno del 2,5 per cento rispetto a quelli del 2008 (già un Natale di crisi, anche se soprattutto finanziaria), contro una media europea di -6,3. Anche se le cose cambiano da regione a regione perché dove la disoccupazione è meno grave, come a Roma (città di statali e molti reddiri fissi), i consumi quasi non cambiano.

MENO RICCHI. E’ difficile stimare quanti soldi ci saranno nelle tasche degli italiani al momento di comprare i regali. Ma chi lavora nella grande distribuzione si è già fatto un’idea del clima. Francesco Pugliese, direttore generale del Consorzio nazionale Conad ammette: “Devo dire la verità, noi di segnali di miglioramento ne stiamo vedendo pochi e per mantenere i livelli di vendita stiamo aumentando le promozioni”. Eppure. Tornando al rapporto Censis, si possono leggere i numeri alla base di quella che l’istituto guidato da Giuseppe de Rita chiama “la stressata resistenza delle famiglie”: nel 2009, l’anno del boom della cassintegrazione e dei licenziamenti, il 40 per cento delle famiglie ha cambiato abitudini alimentari e dice di aver tagliato soprattutto gli sprechi. Il 39,7 per cento spiega di considerare sempre di più la convenienza del prezzo come criterio di scelta al momento dell’acquisto. Se si osservano i dati regione per regione, si scopre che è soprattutto nel ricco nord est che scende il cosnumo alimentare (18,3 per cento delle famiglie ha cambiato abitudini di consumo, contro la media nazionale del 15,6). Pugliese spiega che questo si vede bene tra gli scaffali del supermercato: “Il menu sta cambiando, si comprano più uova e meno carne, per avere proteine a un prezzo più basso. Perché, per quanto il prezzo della carne possa scendere per adeguarsi al calo della domanda, le uova saranno sempre più competitive, scendono le vendite di pane e salgono quelle di farina e lievito, segnale che qualcuno preferisce fare da solo”.

MA NON PIù POVERI. La Cgil, commentando il dato sul Pil di ieri, ha detto che “il governo deve intervenire con interventi radicali a partire dalla legge finanziaria”. Ma per ora gli interventi radicali sono quelli dei consumatori sul loro carrello della spesa secondo quello che Russo, dall’ufficio studi della Coop, definisce “un downgrading dei consumi, cioè un comportamente più austero razionalmente concepito”. La strategia di sopravvivenza dei consumatori, soprattutto di quelli che hanno visto un’improvviso calo del reddito (cassa integrazione o mancato rinnovo del contratto) prevede: primo, riduzione degli sprechi e dei consumi non necessari, con un’attenzione diversa alle date di scadenza e alla conservazione; secondo, abbandonando i prodotti di marca e puntando su quelli senza marca (con il solo marchio del distributore) e sui “primi prezzi”, come li chiamano nel settore, cioè i più economici in assoluto. Alla Conad non sono troppo preoccupati per i consumi alimentari di Natale e capodanno, qualcosa si venderà comunque. Il problema è il dopo. Perché, spiega Russo della Coop, “abbiamo già visto comportamenti che si sono confermati anche dopo che la causa scatenante è venuta meno”. Il passaggio dai prodotti di marca a quelli generici è cominciato con l’arrivo dell’euro, nel 2002, poi si è consolidato con l’inflazione del 2007-2008 e ora con la riduzione di reddito da crisi. E chi si abitua a conservare circa lo stesso stile di vita (o almeno volume di acquisti) spendendo meno, più difficilmente tornerà indietro.

12/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | 1 commento

Il passato all’asta: la notte dei quadri Alitalia

dal Fatto Quotidiano del 10 dicembre

Sono pochi secondi, ma raccontano la fine di Alitalia meglio di tutti i bilanci e le relazioni dei tribunali fallimentari. Dal podio Georgia Bava, banditore della casa d’aste Finarte, alza il martelletto per la centoquarantaseiesima volta in tre ore e dichiara invenduto il murale di tre metri per quattro “Zeus partorito dal sole” di Gino Severini.

Era il quadro più importante della collezione di Alitalia che è andata all’asta martedì sera, in un palazzo di via Margutta, a Roma. Un quadro con una quotazione minima di 350 mi-la euro che riassume l’atmosfera di un’epoca diversa, quando il talento futurista del romano Severini veniva messo al servizio delle ambizioni della compagnia di bandiera. Era il 1954 quando la Lai e Alitalia inauguravano l’agenzia comune di Parigi, con l’enorme quadro di Severini ad accogliere i clienti, mastodontico biglietto da visita della frenesia italiana negli anni del boom.

Oggi la nuova Alitalia, parola del suo amministratore Rocco Sabelli, sogna di essere una compagnia low cost tagliando tutte le voci di spesa.

Ma per una breve stagione, una ventina d’anni prima di sprofondare nel quindicennio infinito che ha portato alla privatizzazione pagata dai contribuenti, l’Alitalia voleva dare ai suoi passeggeri “l’impressione di essere non già su un soffice tappeto di nuvole ma in una galleria di via del Babuino”, come recitava un cinegiornale d’epoca proiettato in apertura dell’asta. Poi il collasso finanziario, il passaggio dell’attività a Cai (la compagnia degli imprenditori italiani raccolti da Silvio Berlusconi per evitare la conquista da parte di Air France). E il compito affidato al commissario Augusto Fantozzi di vendere tutto il possibile, per ripagare i debiti. “La vendita della collezione artistica è un atto dovuto”, dice il vice di Fantozzi, Antonio Leozappa presente all’asta.

In sala – nella notte romana dell’Immacolata – c’erano oltre 400 persone attirate dai prezzi bassi di partenza (il catalogo indicava una base di 50 o 70 euro per dei De Chirico poi venduti a oltre mille euro). Ma c’era anche quello che i “mercanti” presenti, come si definiscono tra loro i galleristi, hanno definito “il sovrapprezzo Alitalia”. Per un gallerista, un quadro che ha nel “curriculum” la provenienza Alitalia significa la certezza di spuntare un prezzo più alto, e per un collezionista la spartana cornice di legno a prova di turbolenza vale quasi quanto il dipinto.

L’asta parte a rilento, i primi lotti non si vendono. Poi le cifre iniziano a salire, arrivano i pezzi pregiati, il martelletto si alza e si abbassa mentre scrosciano gli applausi nella sala laterale che riesce a seguire l’asta solo grazie a un funzionario della Finarte che, arrampicato su una colonna, grida le offerte di quelli troppo lontani dal banditore. “Non ho mai visto tanti telefoni a un’asta di questo genere”, dice un giovane gallerista, osservando la fila di ragazze che dai cordless trattano le cifre alte per clienti che preferiscono restare a casa, senza esporsi agli sguardi della platea. E così, un pezzo dopo l’altro, la collezione che fu vanto della compagnia di bandiera, celebrata dalle copertine di una rivista indimenticata dagli antiquari, “Freccia Alata”, si frammenta nelle case romane dei collezionisti che alzano il cartoncino numerato. Qualcuno riesce anche a fare un affare, come l’acquirente (misterioso perché telefonico) di un quadro di Francesco Lo Savio a soli 20 mila euro.

“Regalato”, commentano tra loro gli esperti in sala, anche se tutti i prezzi vanno maggiorati di quasi il 50 per cento, tra Iva e commissioni della casa d’aste. Poi c’è chi, già sconfitto più volte, si intestardisce a rilanciare e finisce per strapagare un pittore con poco mercato come Toti Scialoja.

Ma per lo “Zeus” di Severini l’effetto Alitalia non basta: costa troppo ed è un quadro che pochissimi privati – “forse solo il presidente del Consiglio”, dice un esperto del settore – potrebbero permettersi. Banche e istituzioni, in questo periodo, disertano le aste, perché i soldi a disposizione sono pochi e non si spendono, anche se con la crisi i prezzi dell’arte sono crollati e questo è il momento per fare affari. E così Alitalia si trova, come sempre, associata a problemi dal lato finanziario: la Finarte si deve accontentare di incassare poco più di 800 mila euro, meno della base d’asta di un milione di euro stimata alla vigilia, perché non è riuscita a piazzare il quadro che doveva fare la differenza. E che resta così a Fantozzi, anche se Finarte ha già annunciato di volerci riprovare ad aprile, quando tornerà a offrirlo al pubblico.

Dopo la delusione sul Severini – il pubblico sperava in un duello a colpi di decine di migliaia di euro, invece niente – la sala comincia a svuotarsi. Nel cortile di Palazzo Patrizi si riversano ex dipendenti di Alitalia, quasi tutti a mani vuote, e i galleristi che hanno mancato il quadro obiettivo. Con il disincanto degli sconfitti rievocano capolavori “misteriosamente scomparsi o sostituiti da copie ben fatte, perché negli anni i dipendenti si sono portati via di tutto”. E si celebra il ricordo di “un capitello romano in una sede di Tokyo che vale una fortuna” e che chissà quale sorte gli è toccata.

10/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano, Uncategorized | , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Salvare i giornali di partito?

da Antefatto.it

L’approvazione della Finanziaria in commissione bilancio ha fatto scattare l’allarme: – “I tagli all’editoria previsti dalla Finanziaria costituiscono un’operazione di regime con cui si vuole tappare la bocca a quei tanti, piccoli giornali che ancora esprimono voci critiche della società”, è il grido di dolore di Gianni Montesano, direttore della Rinascita della sinistra (settimanale del Pdci sconosciuto alle masse).

La questione è semplice: nel 2008 Giulio Tremonti ha cambiato le regole per il finanziamento pubblico all’editoria. Come succede poi in Italia, le nuove regole sono state congelate per placare gli scontenti. E ora, con la Finanziaria 2010, dovrebbero entrare in vigore. I giornali saranno finanziati con un fondo unico, ma perderanno il “diritto soggettivo”.

Tradotto: il Gazzettino del Quartiere, se ne ha diritto, può attingere al fondo per la quota che gli compete, finché il fondo non si esaurisce. Ma resta un margine di incertezza sulla disponibilità e, soprattutto, gli editori non possono iscriverli a bilancio. Conseguenza: i conti dei giornali diventano all’improvviso fragilissimi e le banche faranno molte più storie a concedere quei crediti che sono vitali per la sopravvivenza. Tanto che, dice il sindacato di giornalisti, è a rischio la sopravvivenza di cento testate e Pd, parte degli ex di An e la Lega rumoreggiano. Per una parte della maggioranza, e per Silvio Berlusconi nello specifico, c’è il piacevole effetto collaterale di mettere in difficoltà (o di far chiudere) testate sgradite o poco amate come Il Secolo d’Italia, che appoggia Gianfranco Fini, Avvenire, il Manifesto, ecc.

Però, come ha denunciato anche il Fatto, ogni anno si sprecano milioni di euro per finanziare testate inesistenti o lette soltanto dai propri redattori, soldi distribuiti con un meccanismo opaco che assegna risorse a organi di stampa di partiti inesistenti o a cooperative che hanno alle spalle editori forti (come la famiglia Angelucci, per esempio). Qualcuno obietta che certi giornali, come Il Secolo o la Padania, servono al dibattito delle idee. Il contribuente può sempre obiettare: “Perché devono usare le mie tasse per sostenere il giornale dei leghisti o un ‘quotidiano comunista’, come si definisce il Manifesto?”.

La vicenda di questi giorni rende evidente il problema: finché i finanziamenti ai giornali vengono assegnati in modo così discrezionale, senza regole chiare e senza scelte politiche nette (per dirne una: si finanziano i quotidiani perché sono una parte dell’attività politica o perché sono uno strumento essenziale del dibattito democratico?) ci sarà sempre qualche scontento.

Che fare, dunque? Ci sono almeno tre soluzioni, di cui però nessuno osa parlare apertamente. La prima è cancellare i finanziamenti pubblici all’editoria (nel 2008, quelli relativi al 2007 erano oltre 200 milioni di euro). La seconda decidere che si finanziano i giornali in quanto espressione delle idee dei partiti, quindi tanto vale dare i soldi direttamente a loro, ai partiti. Terza ipotesi: quei soldi si spendono per “aiuti” automatici, come quelli già in essere, tipo un’Iva più bassa rispetto ad altri prodotti e parziali rimborsi degli abbonamenti postali, così si incentiva il settore. Poi tutti competono nel libero mercato, ma con costi più bassi. E vinca il migliore. Ma la politica preferisce tenere il suo potere discrezionale e assicurarsi che qualche centinaia di giornalisti stia sempre con il fiato sospeso, sapendo che il proprio posto di lavoro e lo stipendio sono a rischio.

09/12/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , | 1 commento

LA FIDUCIA MASCHERATA

da Il Fatto dell’8 dicembre

Sulla carta l’appello di Gianfranco Fini è stato rispettato. Il 25 novembre il presidente della Camera aveva chiesto alla maggioranza di cui fa parte di evitare il solito rito del maxiemendamento finale: Finanziaria modificata con un unico emendamento (e centinaia di commi) su cui viene posto un voto di fiducia. Che chiude ogni discussione e impedisce ogni dissenso dentro la maggioranza. Il governo si è attenuto alla forma: il voto di fiducia forse non ci sarà, ma soltanto perché la Finanziaria è stata blindata già in commissione Bilancio. Quando Fini ha detto che avrebbe avuto difficoltà “ad accettare un voto di fiducia su un testo diverso da quello uscito dalla commissione” non intendeva suggerire la linea che la maggioranza ha poi seguito. Per la prima volta tutta la riformulazione della manovra è stata appaltata al relatore (del Pdl) Massimo Corsaro. Le vere decisioni sono state prese in sedi diverse dalla commissione, come il comitato di politica economica del Pdl.

Il dettato di Fini è stato quindi rispettato: la fiducia ci sarà sul testo uscito dalla commissione – senza ulteriori modifiche – come richiesto Ma soltanto perché il maxiemendamento è stato già blindato in anticipo. L’opposizione ha abbandonato la commissione Bilancio lasciando la maggioranza da sola a votare il maxiemendamento perché il risultato, al di là del rispetto formale delle procedure, è stato proprio quello che Fini voleva evitare: il governo decide in autonomia di portare a 9 miliardi l’entità della Finanziaria e come ripartire le risorse in arrivo con lo scudo fiscale senza che nessuno possa discutere le decisioni.

Ieri pomeriggio Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo, ha però confermato che a gennaio ci sarà un decreto legge, appendice non irrilevante della manovra economica. Per decreto il governo progherà gli incentivi per il settore degli elettrodomestici e – forse – per l’auto se si trova un’intesa con la Fiat a cui il governo chiede garanzie sulla tutela dei posti di lavoro, soprattutto nello stabilimento di Termini Imerese (Palermo). L’opposizione già dimostra la sua contrarietà perché su un decreto legge c’è un margine di discussione ancora inferiore a quello sulla Finanziaria blindata.

09/12/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , | Lascia un commento