Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Il suk intorno alla rete Telecom


Cresce il rumore di fondo che circonda la rete della Telecom, sia quella in rame sia quella futura in fibra ottica. Ieri le ultime due puntate: il sito Affariitaliani.it diffonde, a mercati aperti, una voce secondo cui Telefonica sarebbe pronta a comprare la rete fissa di Telecom, e questa è la vera ragione per cui osserva passivamente le mosse dei soci italiani di Telco, come i Benetton che hanno annunciato la propria uscita dalla holding che controlla Telecom. Un’ipotesi che però gli analisti giudicano poco probabile. Intanto il sottosegretario alle Comunicazioni Paolo Romani dice che gli 800 milioni per la banda larga si troveranno, ma forse in due tranche. E in Argentina Telecom si prepara a vendere la controllata locale per fare cassa, le offerte verranno discusse nel consiglio di amministrazione di oggi.

“Ormai è un enorme suk”: così l’economista Alessandro Penati riassume la situazione della compagnia telefonica guidata da Franco Bernabè.
I contorni della vicenda cominciano a essere chiari, dopo che Romani ha confermato che “gli incontri al ministero ci sono con tutti gli attori del settore”, cominciando con la berlusconiana Mediaset. Una scelta che ha lasciato perplessa la dirigenza Telecom (informata dai giornali, non da Romani), anche perché secondo i rumors ci sarebbe proprio Silvio Berlusconi dietro l’attacco concentrico a Bernabè, che il presidente del Consiglio gradirebbe sostituire con un dirigente più affine, come Stefano Parisi o Flavio Cattaneo.
Il futuro prossimo industriale, invece, sembra ormai quasi certo: c’è il consenso politico per creare una società separata con dentro la rete e che gestisca gli investimenti per costruire quella di nuova generazione. Una versione aggiornata di quel piano elaborato dal sottosegretario Angelo Rovati che causò lo scontro tra governo e Marco Tronchetti Provera, allora azionista di controllo della Telecom. Oggi Rovati fa il banchiere d’affari, in questi giorni è in Africa e non vuole commentare lo scontro sulla rete. I piccoli azionisti raccolti nell’associazione Asati, invece, sono entusiasti dell’idea di separare la rete, a condizione che Telecom conservi il controllo: “Secondo noi la soluzione ideale sarebbe creare una società per la rete in cui la maggioranza del 60 per cento resti in mano a Telecom e il 40 per cento diviso tra i soggetti del settore, da Fastweb a Wind alla Cassa depositi e prestiti”, spiega Franco Lombardi, presidente dei piccoli azionisti (piacevole effetto collaterale: a Telecom finirebbero diversi miliardi per ridurre l’indebitamento). E la Cdp è pronta a impegnarsi, ha detto ieri il presidente Franco Bassanini, a condizione che prima ci sia “l’accordo tra tutti gli operatori”. L’idea di una “newco”, cioè una nuova società a cui partecipa Telecom insieme ai suoi concorrenti per costruire la rete in banda larga piace poco a Lombardi: “Telecom è l’unica che ha la capacità tecnica per costruire la rete e deve avere il controllo dell’operazione, per avere l’incentivo a impegnarsi”.

Ma il punto è proprio questo: da tutto quello che sta succedendo in queste settimane, emerge che il governo intende avere un controllo più forte sulla infrastruttura della banda larga o di una “banda larghissima” di cui si discute ora. Secondo alcuni osservatori, tutto l’attivismo dell’esecutivo intorno alla rete si spiega soltanto guardando al posizionamento di Mediaset: il gruppo televisivo controllato dalla Fininvest sta conducendo sul digitale terrestre la sua guerra contro Sky. E per ora pare in vantaggio, con le nuove offerte Mediaset Premium e un business pensato per sfruttare le nuove abitudini di consumo (niente più televisione generalista ma offerta tarata sugli interessi dei singoli utenti). Ma sulla televisione via Internet, l’Iptv,  è molto indietro: per ora si limita a difendere i propri contenuti dall’uso abusivo di Youtube e tenta qualche esperimento in partnership con la Microsoft. E quindi avrebbe gli incentivi a evitare che la nuova banda larga finisca in mani sbagliate, cioè di concorrenti più pronti a sfruttarla. Ma per il professor Penati in Italia “non c’è domanda” per la banda larga. E nelle grandi città, l’unico contesto in cui si possono fornire contenuti in banda larga rispettando criteri di efficienza aziendale (cioè guadagnandoci), l’infrastruttura esiste già: quella di Fastweb. Soltanto le Regioni, o comunque il bilancio pubblico, possono sostenere l’estensione della banda larga a piccoli centri, sostiene il professor Penati. Ma questo, dice l’economista, è “un servizio pubblico locale”. Non quella miniera d’oro che giustificherebbe la guerra in atto intorno a Telecom.

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25/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , | Lascia un commento

CROCI E DELIZIE D’EUROPA

Ieri sono arrivati dati Ocse, assai meno celebrati del superindice che ha tanto entusiasmato il governo due settimane fa: il Pil italiano diminuirà del 4,8 per cento nel 2009, un po’ peggio dell’ultima stima disponibile. Nonostante il rigorismo contabile di Giulio Tremonti il rapporto tra debito e Pil sfonderà il 120 per cento. Se davvero il 2010 andrà come dice l’Ocse, cioè +1,1 per cento, la congiuntura potrebbe tradursi in un inaspettato aiuto per il governo in un anno che potrebbe anche essere di elezioni anticipate. Sarà l’Europa a trascinare l’Italia, con il solito motore francotedesco che dovrebbe ripartire importando i nostri prodotti.

Ma l’Europa potrebbe anche diventare un problema non piccolo dopo la bocciatura della candidatura di Massimo D’Alema a ministro degli Esteri dell’Ue dopo il trattato di Lisbona. Il fatto da un lato dimostra, come ha sottolineato il presidente dei socialisti all’europarlamento Martin Schulz, che il peso diplomatico di questo governo non è all’altezza delle sue ambizioni. Dall’altro mette Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti in condizione di essere quasi obbligati a sponsorizzare la candidatura del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea, quando nel 2011 scadrà il mandato di Jean-Claude Trichet.

Prima c’è però un’altra battaglia da combattere: quella per mandare Tremonti alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei ministri economici che è la controparte politica della Bce. La lezione del ministro in Cina, ieri, alla scuola del Partito comunista cinese è stata l’occasione per ricordare il manifesto del tremontismo, aggiornato in vista dell’Eurogruppo: ha richiamato la sua analisi sui legami tra crisi e globalizzazione, evocato il suo progetto (mai decollato nei consessi internazionali) di un global standard per le pratiche economiche, e rinnovato l’invito a riscrivere le norme della finanza. Ha anche ribadito che il G20 non può diventare un G2 sinoamericano, al massimo un G3 con un’Europa che lui vede rafforzata dalla crisi, perché finalmente ha prevalso in modo chiaro la dimensione intergovernativa. Una posizione netta che, forse non piacerà a tutti, ma è una base per la candidatura all’Eurogruppo.

20/11/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Termini Imerese: La fine di un progetto

Dopo l’annuncio di un nuovo periodo di cassa integrazione, hanno passato la notte nel municipio, uno dei loro si è inventato sindaco alternativo, i sindaci veri di tutta la zona si sono riuniti per discutere la situazione: gli operai di Termini Imerese combattono una battaglia che non ha possibilità di vittoria. Sono calati in Sicilia anche il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, che si occupa delle trattative con la Fiat anche sugli incentivi alla rottamazione, e il sottosegretario Gianfranco Micciché. “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, hanno urlato gli operai ai due esponenti del governo.

LA FINE. Ma Termini Imerese è spacciata. Non solo per le dichiarazioni dell’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne che ha annunciato da tempo che dal 2011 a Termini non si produrranno più automobili (che cosa si farà non è ancora chiaro). E non è neanche colpa soltanto dei dati sul costo del lavoro. Già nel 2004 l’allora capo di Fiat Auto Herbert Demel spiegava ai sindacati che un’ora di lavoro costa 30 euro in Polonia e in Turchia, 55 a Melfi, 75 a Pomigliano e Cassino, 80 a Mirafiori e 90 a Termini Imerese. “Ma il costo del lavoro non è la variabile decisiva”, ripete spesso Marchionne, che guarda al costo complessivo. A segnare il destino della fabbrica è la sua storia, il suo declino prevedibile, almeno in una certa misura fin dall’inizio: “Termini non ha funzionato”, è il bilancio di quasi 40 anni di storia secondo Giuseppe Berta, professore di Storia economica alla Bocconi ed ex direttore dell’archivio storico Fiat. Bastano due numeri per capirlo: quando Termini ha iniziato l’ultima fase di declino, negli anni più difficili per il gruppo all’inizio di questo decennio, il suo indotto era di soli 500 posti di lavoro. E non è aumentato mentre i dipendenti si riducevano ai 1400 circa di oggi. “É un’azienda costruita in un posto assurdo secondo qualsiasi valutazione razionale”, dice Berta. La fabbrica più sbagliata della Fiat, secondo Berta, è considerata Pomigliano d’Arco costruita con logiche di divisione del lavoro tayloristiche quando ormai il modello della catena di montaggio era superato. Ma a posteriori perfino quella si è rivelata meglio di Termini che è completamente isolata, intorno non ha alcun tessuto industriale in grado di valorizzarla, mentre Pomigliano è messa meglio da quel punto di vista.

GLI INIZI. Per capire le ragioni di un fallimento storico bisogna tornare alle origini e alla scelta di espansione nel Mezzogiorno. Era il 1970, alla Fiat c’era una gestione in condominio di due amministratori delegati, l’ingegner Gaudenzio Bono e Umberto Agnelli. Il Lingotto deve confrontarsi con due problemi strutturali: la prima motorizzazione degli italiani si è conclusa da tempo, la domanda interna stagna, le finanze del gruppo sono deteriorate tanto che nel giro di un paio d’anni porterà l’azienda (con un passivo di 150 miliardi nel settore auto) sull’orlo della “irizzazione”, cioè del passaggio sotto la mano pubblica dell’Iri. Nell’aprile del 1970 la Fiat annuncia un piano con ambizioni strategiche pluridecennali: investimenti per 250 miliardi di lire – sfruttando i finanziamenti offerti dal governo a chi puntava sul Mezzogiorno – nelle regioni meridionali. É la prima volta che la Fiat cerca di “esportare l’industrializzazione”, come dice Berta. Secondo lo storico Valerio Castronovo, autore del monumentale “Fiat, una storia del capitalismo italiano”, la dirigenza del Lingotto era convinta che questa operazione avrebbe “esorcizzato il pericolo che Torino continuasse a essere investita da ingenti ondate migratorie” e migliorato l’immagine di un’azienda accusata di “una politica gretta, antimerdionalista e contrari agli stessi interesssi di uno sviluppo equilibrato nell’area torinese”. Secondo altre interpretazioni, invece, era troppo tardi per perseguire un’industrializzazione più armonica tra Nord e Sud, perché l’immigrazione a Torino durava da oltre vent’anni. L’ambizione era di creare 19.000 posti di lavoro e altrettanti nell’indotto. Non è successo.

L’ascesa della SicilFiat, nome originario dello stabilimento, dura solo un quindicennio. Per sette anni al progetto partecipa anche la Regione Sicilia come finanziatore, si parte con 350 addetti che fabbricano la 500, poi il boom con la Panda a metà degli anni Ottanta, con un terzo turno di lavoro per fabbricare la Panda. Negli anni Novanta iniziano le ristrutturazioni, prima per produrre la Tipo, poi la Punto. Inizia la cassa integrazione, i contratti a tempo determinato non vengono rinnovati, Torino inizia a chiedersi che senso abbia tenere aperto lo stabilimento.

CAMBIA IL PATTO. Secondo molti osservatori delle vicende di casa Agnelli, il rapporto tra l’azienda e lo Stato si è retto su un tacito patto: il bilancio pubblico sostiene la Fiat nei momenti di difficoltà e in cambio il Lingotto garantisce occupazione. Ora il numero di lavoratori Fiat al Sud sta diminuendo: 5.000 a Pomigliano, 5.200 a Melfi, 4.000 a Cassino. La concessione degli incentivi e del supporto della linea torinese nei negoziati commerciali con la Corea del sud senza contropartite occupazionali certifica che la natura del patto è cambiata.

Spiega il professor Berta: “Se crediamo che l’automobile abbia un futuro anche in Italia, dobbiamo fare delle scelte drastiche, non si possono produrre 600mila auto in 6 fabbriche diverse”. Ovvero: quello che oggi interessa alla politica (e forse anche al Paese, sostiene qualcuno) è che la Fiat mantenga in Italia il cervello e il controllo del gruppo, non qualche centinaio o migliaio di posti di lavoro non più competitivi. Anche se il costo (politico e sociale) è che qualche altro modello verrà prodotto nello stabilimento serbo acquisito da poco o in Polonia.

20/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , | 1 commento

Perché Calearo lascia un Pd “tosco-emiliano”

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Massimo Calearo

da Il Fatto Quotidiano del 7 novembre

“Sono uno fuori dagli schemi, quelli del Pdl dicono che sono politicamente scorretto, che sembro uno della Lega perché parlo come mangio”, Massimo Calearo torna nella sua Vicenza dopo l’addio al Partito democratico, a celebrare i 50 anni della nascita dell’Associazione dei giovani di Confindustria. “Per ora Calearo starà solo con Calearo, nel gruppo misto, poi si vedrà”, dice al Fatto, in una pausa della convention dove – racconta lui – in tantissimi gli hanno detto che ha fatto bene a lasciare un partito guidato da Pier Luigi Bersani.

L’addio di Calearo è arrivato un po’ a sorpresa, parte di quella secessione veneta che ha spinto anche il sindaco di Venezia Massimo Cacciari ad annunciare che con Bersani finiva un progetto politico e quindi era il momento di farsi da parte.

Filippo Penati, numero due di Bersani, ha detto che Calearo abbandona il ristorante prima di vedere il menu. Dice Paolo Nerozzi, senatore ex sindacalista della Cgil, uno tra quelli che più hanno apprezzato il Calearo parlamentare: “La sua decisione mi ha stupito, finora si è sempre impegnato, è uno che va nei circoli o nelle sezioni, comunque si chiamino, partecipa alle riunioni, è stato una rivelazione. E non mi sembra che sia incompatibile con la politica economica che potrebbe fare Bersani”.
Ma Calearo, invece, ha le idee chiare: quella del segretario del Pd è un’idea “tosco-emiliana” dell’economia ed è questo, più che il timore di un revival socialdemocratico, ad aver spinto il numero uno del “Calearo group – Antenne auto primo impianto” verso la porta d’uscita.

A 54 anni, Calearo è arrivato in Parlamento con la fama di “falco”, in parte immeritata perché da presidente di Federmeccanica (“il primo veneto e non lombardo”, ci tiene a precisare) aveva chiuso un accordo unitario con i sindacati, senza spaccare le diverse sigle come succedeva prima e come sta succedendo ora. Poi c’era stata quella battuta sullo sciopero fiscale che lo aveva fatto amare dalla Lega e odiare da una certa sinistra: basta pagare le tasse perché “la gente non ne può più di vedere chi fa fatica ad arrivare a fine mese e chi, all’opposto, vive di privilegi”, dice in una lunga intervista alla Padania. Pochi mesi dopo decide di entrare a far parte della “casta”. Una delle figurine di Veltroni, dicono di lui, come Antonio Boccuzzi della Thyssen Krupp, “l’operaio”, o Marianna Madia, la “giovane”. Ma lui, imprenditore radicato sul territorio (mentre Matteo Colaninno, l’altro imprenditore, è un figlio d’arte considerato da molti più estraneo al Pd del falco vicentino), in quel progetto ci credeva davvero: “C’era l’idea di un partito maggioritario, che raccogliesse gran parte della società, di un bipolarismo che non è stato capito ma che qui in Veneto in tanti volevano”, dice oggi.

I critici dicono che Veltroni si è limitato a candidature d’immagine, senza che dietro vi fosse un vero progetto di cultura economica. E l’attività parlamentare dell’onorevole Calearo un po’ lo dimostra. Finora non è stato uno dei più assidui del suo partito, ma con una dignitosa percentuale del 69,25 delle presenze non rientra nella lista degli assenteisti. C’è un’unica proposta di legge che lo vede come primo firmatario, quella per istituire la giornata della non violenza e del dialogo. Poi ha associato il suo nome a decine di altre iniziative, da quella per la “semplificazione dei procedimenti riguardanti l’avvio di attività economiche e la realizzazione di insediamenti produttivi” alle “norme in materia di mediazione familiare”. Siede nella commissione Attività produttive, l’unica in cui gli interessava lavorare. Quando a “Buona Domenica” si è lasciato scappare che forse con questo governo si poteva anche dialogare, ha passato la settimana successiva a smentire di essere un collaborazionista. E anche se i leghisti lo hanno sempre considerato uno spirito affine, lui ripete come un mantra, in ogni intervista e conversazione, che “all’estero sono un imprenditore italiano, non veneto o padano. Bisogna fare sistema, era l’idea del patto dei produttori di Veltroni: far dialogare le forze che producono ricchezza tra loro e con lo Stato”, perché non si compete più solo tra aziende ma tra sistemi industriali dove i prezzi dell’energia e la qualità delle infrastrutture dipendono dai governi, non certo dall’abilità dei singoli.

E chi si aspettava un salto di schieramento, dopo l’uscita dal Pd, dimenticava il Calearo imprenditore: “La mia azienda è una mosca nera, anche noi facciamo la cassa integrazione e il fatturato si è ridotto del 20-22 per cento. Quando Berlusconi dice che il peggio è alle spalle, dimostra di essere uno che guarda solo la televisione e non il paese reale”. Da imprenditore che non si considera in prestito alla politica ma solo a mezzo servizio tra due vite, come quando dirigeva Federmeccanica, Calearo ragiona con l’appoggio che i politologi definiscono one issue: tutto si giudica considerando l’impatto su Veneto, piccoli imprenditori e Nord-Est. “E nell’entourage di Bersani – dice – non mi sembra di vedere veneti”.

07/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

La prudenza (italiana) della Fiat

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La Punto Evo

Mentre ad Auburn Hills, Detroit, dove ha sede la Chrysler, c’è  grande fermento per la presentazione del nuovo piano industriale dell’amministratore delegato Sergio Marchionne, in Italia il gruppo Fiat mantiene una posizione di attesa. Pochi modelli nuovi, molti restyling di quelli vecchi e innovazioni importanti, come la nuova ammiraglia Lancia, rimandate a quando partiranno le produzioni congiunte con Chrysler. “In Fiat Marchionne punta su nuove motorizzazioni, come il nuovo motore multi air e presto un bicilindrico o turbo a bassi consumi, che intercetta una domanda di auto più ecologiche”, spiega Giuseppe Volpato, economista industriale autore per Il Mulino di “Fiat group automobiles, un’araba fenice nell’industria automobilistica”.

Una strategia che consente di evitare gli altissimi costi della produzione di nuovi modelli ma permette di vendere a un prezzo più alto quelli aggiornati, dando l’impressione di non essere immobili. Nell’ultima trimestrale Fiat spiega di aver stimato per il 2009 una riduzione della domanda del 20 per cento, ma nei primi nove mesi il suo fatturato si è ridotto solo dell’1,4 per cento rispetto allo scorso anno. Che, nel ramo automobili del gruppo, significa 538.900 veicoli immatricolati.

Il cardine della strategia attendista è la Punto Evo, presentata al salone di Francoforte e in vendita dal 10 ottobre che ha avuto un’ottima accoglienza sul mercato: “Abbiamo migliorato la Grande Punto per inserirla in un ambiente cambiato, perché riuscisse a mantenere la sua attitudine innovativa”, ha detto Roberto Giolito, il direttore stile di Fiat che progettò la nuova 500.

Le operazioni di restyling funzionano bene sui veicoli Fiat, più complicate su quelli degli altri marchi del gruppo. Spiega il professor Volpato che “l’Alfa Romeo è in una situazione complessa, un prodotto atteso come la nuova 166 è stato rinviato ancora, ma MiTo si vende ma meno di quanto si poteva sperare, molto dipenderà da come andranno la Milano e la Torino, rispettivamente aggiornamenti della 147 e della 157”. Il caso Lancia è il più delicato. La cura Marchionne di Fiat era partita proprio da lì, grazie anche al responsabile marketing Luca De Meo (ora in Volkswagen), con il grande successo della Ypsilon, ora un po’ invecchiata. “Il problema è che la Thesis, l’ammiraglia, non si riesce a vendere”, spiega Volpato. E proprio su Lancia si testeranno le sinergie con Chrysler. Il rilancio della casa di Detroit partirà dai marchi Jeep e Cherokee e dai mini-Suv, ma la prima auto con marchio Chrysler prodotta da Fiat dovrebbe arrivare nel 2013. E potrebbe essere proprio quella la nuova ammiraglia di cui la Lancia ha bisogno, uno stesso modello commercializzato con due marchi diversi sulle due sponde dell’Atlantico.

Uno degli effetti delle strategie ormai sempre più internazionali del gruppo è che i modelli da cui dipende il successo non sono più quelli prodotti in Italia: la Uno, decisiva per i mercati sudamericani, è prodotta in Brasile; la Cinquecento per le grandi città americane sarà fatta in Messico; la Qubo (di cui è stato appena presentato il restyling Trekking) è fabbricata in Turchia. E altri modelli presto potrebbero essere trasferiti nello stabilimento in Serbia da poco acquisito.

06/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

INCASTRI DI GOVERNO

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Ieri si potevano chiudere i negoziati sulle elezioni regionali 2010 che da oltre un mese creano tensioni nella maggioranza. Invece il vertice risolutorio, tra Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Umberto Bossi è saltato. “Non c’era niente di urgente”, ha minimizzato il Cavaliere. Ma almeno un’urgenza comincia a delinearsi: il ruolo dell’Udc. Forse anche per l’imminente allargamento del polo centrista (con l’arrivo dell’atteso nuovo partito di Francesco Rutelli) e forse per le manovre di avvicinamento del Pd, il partito di Pierferdinando Casini è di nuovo al centro delle attenzioni. In alcune regioni, come la Puglia, dovrebbe riuscire davvero a giocare il ruolo di ago della bilancia a cui ambisce. E una nuova definizione dei rapporti con l’Udc porterà a un inevitabile cambiamento dei rapporti con la Lega che – forte del suo potere contrattuale – continua a rivendicare il Veneto, sollecitare il Piemonte e sognare la Lombardia.

Ma la cena tra i tre leader del centrodestra non c’è stata. Come previsto, invece, si è tenuto l’incontro tra Berlusconi, i coordinatori del Pdl e i capigruppo di Camera e Senato a palazzo Grazioli. Quasi a confermare l’impressione diffusa che, prima di preoccuparsi dei problemi con gli alleati, il Pdl debba risolvere quelli al proprio interno. É chiaro che c’è in corso un complesso gioco a incastri, l’ipotesi di una promozione di Gianni Letta a vicepremier è credibile. Servirebbe ad aumentare, per interposta persona, il controllo di Berlusconi sull’esecutivo, ridimensionando definitivamente anche da un punto di vista formale il peso di Giulio Tremonti.

L’arrivo di Pierluigi Bersani alla guida del Pd sembra aver fatto da catalizzatore: dalla partita europea per sponsorizzare Massimo D’Alema a mister Pesc alle possibili alleanze con l’Udc. Tutto succede più in fretta. E i nuovi equilibri interni possono avere conseguenze sul governo: dalla scelta, ormai quasi ufficiale, di mettere Dario Franceschini alla guida dei deputati all’annuncio di uscita della politica di Massimo Cacciari. Alla poltrona di sindaco di Venezia non ha mai rinunciato Renato Brunetta, che potrebbe liberare un posto nel governo, prezioso per remunerare qualche altro partecipante al grande risiko in corso.

05/11/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , | Lascia un commento

La ripresa non basterà: l’industria perde i pezzi

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Dopo la revisione al rialzo delle stime della Commissione europea (il Pil italiano nel 2007 scenderà solo del 4,7 per cento), ieri sono arrivati i dati sulla cassa integrazione: una riduzione di quasi il 10 per cento tra settembre e ottobre. Segnale che le cose hanno smesso di peggiorare. Ma un rapporto della Banca d’Italia dimostra che il problema più grosso è che quando la ripresa arriverà, il sistema produttivo italiano potrebbe trovarsi così sfiatato da non riuscire ad approfittarne.

Tre imprese su dieci tra le 3874 sondate da Bankitalia stimano di chiudere il 2009 con piani di investimento ridimensionati rispetto a gennaio scorso e, soprattutto, quelle che prevedono di ridurre gli investimenti anche nel 2010 sono il 6 per cento in più di quelle che sperano di aumentarli. Tradotto: anche nel primo anno positivo dopo la grande recessione, quando l’economia italiana crescerà secondo la Commissione europea dello 0,7 per cento, le aziende che cercheranno di aggredire la ripresa saranno meno di quelle che continueranno a risentire della crisi. “Con la recessione è fisiologico che si verifichi una scrematura delle imprese, ma il rischio è che sia indiscriminata, punendo le nostre imprese più dinamiche che hanno tentato l’espansione internazionale e ora si trovano più esposte”, spiega lo storico dell’Economia Giuseppe Berta che ha appena pubblicato la nuova edizione del suo “L’Italia delle fabbriche” (Il Mulino). La tesi è sostenuta dallo studio di due economisti, Antoine Berthou e Charlotte Emlinger, pubblicato sul sito Voxeu.org: la domanda dei prodotti da esportazione di alta qualità – come quelli che produce l’Italia – soffre di più il calo del Pil. Nonostante la diffusa convinzione che per il lusso non ci sia mai crisi.

Il sondaggio della Banca d’Italia dimostra che le imprese italiane che lavorano con l’estero sono in uno stato confusionale: un terzo pensa che nei prossimi sei mesi le cose andranno meglio, un terzo che resteranno stabili e un terzo che peggioreranno. Considerando il proprio mercato di riferimento (per alcune l’Italia, per altre quello globale), il 40 per cento delle imprese che nei sei mesi scorsi ha sofferto la recessione si aspetta un periodo altrettanto lungo di sofferenza.  “La durata della crisi per l’Italia è una variabile decisiva – dice il professor Berta – perché mette alla prova le risorse interne delle nostre imprese, a partire dalla capitalizzazione”. E aziende piccole e medie di capitale ne hanno poco e continuano ad avere problemi nell’ottenere credito dalle banche visto che, come dimostra il sondaggio, quelle che dichiarano di trovare difficoltà quando vanno a chiedere finanziamenti sono un terzo. E ben il 28,2 per cento dichiara di aver visto respinta la richiesta di credito. La combinazione di una bassa domanda interna, di difficoltà a livello internazionale e stretta nei finanziamenti bancari rende pessimiste le imprese: una su tre stima di chiudere in perdita il 2009, il 36 per cento di ridurre l’occupazione nell’anno. Un anno fa, nello stesso sondaggio, quelle che prevedevano bilanci in rosso erano solo il 17 per cento.

Per chi vuole essere ottimista, c’è sempre la Fiat. In Europa continua a guadagnare quote di mercato (e dovrebbe ottenere il rinnovo degli incentivi), ora che è saltata la vendita di Opel ai russi di Magna potrebbe tornare all’assalto della casa di produzione tedesca per completare la sua espansione internazionale. Ieri pomeriggio l’amministratore delegato del gruppo, Sergio Marchionne, ha iniziato a presentare i piani di rilancio per la Chrysler (inglobata dalla Fiat a gennaio con una joint venture): punterà sulla 500 prodotta in Messico – da offirire prima in versione Abarth – ma soprattutto su Jeep e Cherokee, perché le auto ad alto consumo, addolcite dalle tecnologie verdi di Fiat, ora sono tornate popolari con il petrolio a 80 dollari al barile. “La Fiat è stata per anni una sequoia in una foresta di alberi nani, ma ora il suo ruolo nell’economia italiana è cambiato. Se il tentativo di Marchionne riuscirà, il Lingotto diventerà una vera impresa globale”, spiega Berta, che da anni studia la storia della casa di Torino. Come dire: anche il nuovo dinamismo della Fiat non basta più per trainare il sistema produttivo italiano.

Secondo Berta “l’Italia industriale del 1970 era una clessidra irregolare: una base di piccole e piccolissime imprese, un vertice di aziende pubbliche e private di dimensioni rilevanti e in mezzo le medie imprese. Poi si è espansa la metà bassa del corpo della clessidra ed è venuto meno il vertice”. Il problema è che con la crisi inizia a ingolfarsi  anche il motore di imprese medie che aveva sostituito il vertice. E la ripresa, che in Italia sarà comunque al massimo una crescita di poco superiore allo zero, potrebbe arrivare troppo tardi.

05/11/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , | Lascia un commento

INFORMAZIONE INFLUENZATA

da antefatto.it

Poi dicono che uno smette di leggere i giornali. Succede che la pandemia, essendo appunto pan, colpisca pure i giornalisti. Suina o stagionale, poco importa, è sempre influenza. Questa mattina, termometro sotto il braccio, accendo il pc per vedere le rassegne stampa (non posso uscire a comprare le versioni cartacee). Repubblica: Virus A, 17 morti. Poi il Corriere ci informa, con un vero scoop, che l’influenza fa paura. Se uno ha tempo da perdere, e chi è malato ne ha, può addentrarsi nelle pagine interne dove si scopre che gli ambulatori medici sono pieni di persone con nasi colanti e frequenti colpi di tosse, mentre dagli ospedali si leva un grido disperato: Non intasate il pronto soccorso, statevene a casa, sotto le coperte.

Però la gente muore, obiettano i lettori preoccupati.

Ma basta spulciare tra le righe di articoli scritti da giornalisti irresponsabili per capire che i titoli sono una truffa, una secchiata di benzina sul fuoco dell’ipocondria. Un esempio a caso. Un trafiletto di Repubblica strilla: A Bolzano l’ultima vittima, una bambina di 11 anni. Bisogna superare 16 righe di parenti distrutti e aggettivi drammatici per scoprire che la piccola Martina aveva una polmonite che poi, complice l’influenza, si è aggravata diventando mortale. Quindi è morta di influenza o di polmonite? E tutti gli altri, cardiopatici, diabetici e malati di tumore per i quali l’influenza è stata solo l’ultima goccia, perché continuano a figurare negli elenchi delle vittime della suina?

C’è poi un dibattito, quasi una crocifissione, sul povero viceministro della Salute Ferruccio Fazio, ribatezzato topo gigio per imperscrutabili ragioni. Due le critiche: il vaccino è stato preparato troppo in fretta e ci sono troppe poche dosi a disposizione. Lenzuolate di inchiostro sull’argomento da cui faticosamente si capisce però che le due critiche si escludono: ci sono poche dosi perché? il vaccino è stato preparato in fretta, visto che bisognava vaccinare prima il personale sanitario così che gli ospedali e gli studi medici non fossero vuoti al momento di picco, che sta arrivando. Che doveva fare Fazio? E davvero c’è un’emergenza per gli effetti collaterali? Ma avete mai letto un qualsiasi bugiardino di un’aspirina o, per stare a farmaci da influenza, una tachipirina come quella che noi influenzati bloccati a letto dalla febbre prendiamo tre o quattro volte al giorno? C’è il mercurio, certo, ma come ricordano tutti i medici responsabili, c’è più mercurio in qualsiasi scatoletta di tonno o trancio di pesce spada. Poi ci sono i medici che non si vaccinano e non vaccinano perché non credono ai vaccini (o forse perché si guadagna molto poco con le vaccinazioni), ma c’è voluto qualche decennio anche perché si smettessero di usare le sanguisughe e i chirurghi imparassero a lavarsi le mani prima di operare.

Per fortuna, nelle rassegne stampa, dopo un po’ le pagine sull’influenza finiscono. E uno può rintanarsi sotto le coperte a leggere dell’ennesimo ritorno del dialogo tra Bersani e Berlusconi. Finalmente qualcosa di innocuo.

03/11/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO | , , , , , , , | Lascia un commento