Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Nessuno ha il posto fisso


da Il Fatto Quotidiano del 21 ottobre

Tremonti e Berlusconi

Tremonti e Berlusconi

Giulio Tremonti è stato preso in parola. La sua apologia del posto fisso, lunedì pomeriggio, ha innescato reazioni dentro la maggioranza e non solo. “Penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare un progetto di vita e la famiglia”, aveva detto il ministro. E ieri è arrivata un inaspettato appoggio da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha detto: “Confermo la mia completa sintonia con il ministro Tremonti. Per noi, come dimostrano i provvedimenti presi in questi mesi a  tutela dell’occupazione, è del tutto evidente che il posto  fisso è un valore e non un disvalore”. La Confindustria, invece, non ha gradito la nuova linea tremontiana. La presidentessa Emma Marcegaglia ha detto che “riteniamo che la cultura del posto fisso è un ritorno al passato non possibile, che peraltro in questo Paese ha creato problemi”. Seguono decine di repliche, più caute dalla maggioranza, più critiche dall’opposizione, con Antonio Di Pietro (Idv) che chiede di vedere i soldi e Cesare Damian (Pd) che domanda addirittura le dimissioni di Berlusconi e Tremonti.

Il problema è che non è affatto chiaro quale proposta politica ci sia dietro l’elogio del posto fisso. Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi prova ad ampliare il concetto, parlando di “occupabilità”. L’obiettivo – secondo Sacconi – dovrebbe essere garantire ai lavoratori la possibilità di essere sempre idonei, per competenze e preparazione, a trovare un lavoro. Ma Tremonti ha parlato esplicitamente di “posto fisso”.

“L’alternativa non può essere tra posto fisso e mobilità assoluta, serve una flessibilità governata. Credo che il discorso di Tremonti fosse rivolto soprattutto a quelli che dalla sua parte hanno esagerato con la flessibilità, contro la precarietà ideologica”, dice al “Fatto” il senatore del Pd Tiziano Treu, che da ministro del primo governo Prodi ha introdotto i primi contratti flessibili (poi Rifondazione ha fatto cadere il governo prima che la riforma venisse completata introducendo adeguati ammortizzatori sociali). La distinzione tra posto fisso e precariato è poi molto più sfumata di quanto le proposte di Tremonti lascino intendere. Lo spiega il professore della Statale di Milano Stefano Sacchi che, con Fabio Berton e Matteo Ricchiardi, ha appena pubblicato “Flex-Insecurity” (Il Mulino): “In Italia l’unico posto davvero fisso è quello nella pubblica amministrazione, dove infatti i lavoratori non pagano l’assicurazione contro la disoccupazione, perché non sussiste il rischio di perdere il lavoro”. Per il resto, anche nel settore privato, non possono dire di avere un vero posto fisso anche molti di quelli che sono assunti a tempo indeterminato (in tre milioni hanno contratti di durata limitata). Per due ragioni. Intanto perché un terzo degli italiani nel privato lavorano per un’azienda che ha meno di 15 dipendenti, dove quindi non vige l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e possono dunque essere licenziati da un giorno all’altro. Si tratta anche di imprese che, in quanto piccole, sono esposte a un elevato rischio di fallimento. E se l’impresa fallisce, non si salva nessuno. Ma la condizione di insicurezza è più generale: “Un terzo dei contratti a tempo pieno e indeterminato nel settore privato dura meno di un anno e la metà meno di due”, dice Sacchi. Quindi anche chi, in teoria, ha il posto fisso lo perde spesso nel giro di pochi mesi. E non sempre perché ha trovato un lavoro migliore, visto che nel 40 per cento dei casi alla fine del rapporto di lavoro c’è la disoccupazione. Il mercato del lavoro, quindi, è già flessibile, a prescindere da quali siano i contratti di lavoro applicati. Secondo l’Ocse, infatti, il mercato del lavoro italiano è paragonabile a quello danese per grado di flessibilità (il problema è che da noi non ci sono gli stessi ammortizzatori sociali per chi resta disoccupato).

Quindi è difficile capire in quale ricetta  politica, compatibile con  le esigenze del sistema produttivo italiano, possano tradursi  le parole di Tremonti. Prova a spiegarlo Michel Martone, ordinario di Diritto del lavoro all’Università di Teramo e alla Luiss: “L’alternativa ai contratti a termine è un aumento della disoccupazione. Tornare indietro significa anche avere di nuovo le piazze piene di persone che protestano per il lavoro nero e la difficoltà di trovare un posto”. Dietro l’elogio del posto fisso  – e in coerenza con il retroterra culturale di una parte della maggioranza – ci potrebbe essere un progetto diverso, per evitare di scaricare tutto il peso della flessibilità su una generazione ma senza ripristinare le rigidità del passato. “Estendere l’articolo 18 a tutti è impossibile, ma si può ripensarlo, tornando alla proposta originale di Marco Biagi di non applicarlo ai nuovi assunti sostituendolo con una serie di tutele che crescono con il passare del tempo”. In pratica invece di essere assunti per un anno, si potrebbe firmare un contratto a tempo indeterminato ma l’azienda avrebbe la facoltà di licenziare anche senza giusta causa per un certo periodo.

Per le alternative di politica economica, come la riforma degli ammortizzatori sociali, sarebbe difficile trovare i soldi.

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22/10/2009 - Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , ,

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