Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

CHE VUOL FARE D’ALEMA


Massimo D'Alema

Massimo D'Alema

 

Ieri sera si poteva fare un esperimento: cercare tra le agenzie di stampa un commento del Pd al discorso del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi sulla necessità di alzare l’età pensionabile. Zero. Tra postumi da congresso, pre-tattica per le primarie, negoziati preventivi per il dopo, il Partito democratico era troppo indaffarato. Soprattutto perché a Roma c’era un evento che monopolizzava l’attenzione: parlava Massimo D’Alema. Tutti – o almeno tutti all’interno dell’area culturale del partito – aspettavano di capire come sarebbe proseguito lo scontro dialettico tra D’Alema (“mi attacchi per andare sui giornali”)  e Dario Franceschini (“semini zizzania). Che è poi una sublimazione di quello tra Franceschini e Pierluigi Bersani, già troppo unitario per combattere davvero la battaglia delle primarie. 

Dell’intervento romano di D’Alema resteranno agli atti i seguenti concetti: “La revisione dello statuto non è un’eresia”, la candidatura di Bersani è “l’unica che possa portare novità nel partito” (di cui fa parte, contando i cambiamenti di nome, da un quarto di secolo), lo schricchiolamento “del modello lideristico anche a destra se è vero, come è vero, che anche Gianfranco Fini chiede un partito vero” e che dopo le primarie serve “uno scatto di qualità” non meglio precisato. Parole non diverse da quelle che aveva detto al blogger Zoro, il giorno prima, quando si era lasciato scappare che il suo profilo Facebook era gestito da collaboratori perché lui con il web non ha grande familiarità, essendo “un uomo del novecento”.

Cosa abbia fatto nel ventesimo secolo, nel bene e nel male, è noto. Quali siano i suoi progetti per il ventunesimo un po’ meno. La leadership di Bersani, che salvo sorprese verrà sancita dalle primarie, sta nascendo sotto tutela di un leader del passato che non ha e sembra non ambire a cariche formali. Si discute della presidenza del Pd post-primarie che sembra non andrà a Romano Prodi (forse a Rosy Bindi, molto popolare dopo l’attacco di Berlusconi e pure bersaniana) ma non è detto che D’Alema sogni quella poltrona, dopo aver sperimentato i limiti della diarchia quando faceva il presidente dei Ds. La sua caratteristica di “riserva della Repubblica” sembra durata soltanto una stagione e il successo della sua strategia necocentrista di flirt con l’Udc ancora da dimostrare.

Mentre ci si interroga sui suoi disegni, il Pd si dimentica di commentare le pensioni, di votare in aula e del record del debito pubblico. “Io non ho mai impedito a Franceschini di fare opposizione”, ha detto D’Alema lunedì.

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15/10/2009 - Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , ,

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