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L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Perché Berlusconi attacca il Corriere


La sede del Corriere in via Solferino

La sede del Corriere in via Solferino

Il direttore del “Corriere della Sera”, Ferruccio de Bortoli, incassa l’attacco di Silvio Berlusconi e replica che il giornale continuerà a rispondere solo ai lettori “senza muoverci di un millimetro”. Venerdì il presidente del Consiglio aveva colpito a freddo: “Il ‘Corriere della Sera’ da foglio conservatore della buona borghesia italiana è diventato un foglio di sinistra”. A via Solferino non se l’aspettavano, proprio nel giorno in cui Pierluigi Battista sosteneva in prima pagina che “in Italia il regime non c’è”.

Ieri il quotidiano milanese, nell’ editoriale del direttore,  ammette “un unico grande torto, siamo un giornale che ragiona con la propria testa”. Segue un comunicato sindacale del comitato di redazione: “Il nostro è un organo d’informazione scritto da giornalisti liberi”. C’è anche un’intervista a Marina Berlusconi – la seconda in un mese – alla quale  il vicedirettore Daniele Manca concede una paginata per attaccare Carlo De Bendetti riguardo alla condanna di Fininvest a risarcire la Cir di De Bendetti con 750 milioni di euro per il lodo Mondadori (replica serale, punto per punto, della Cir). Un’intervista che è stata letta come un ramoscello di ulivo verso la famiglia del premier – lato Silvio, non Veronica – per dimostrare  che il “Corriere” resta  in sintonia con la grande imprenditoria milanese. Nei corridoi della redazione milanese resta il dubbio: perché l’attacco di Berlusconi arriva adesso? Gli scoop su Patrizia D’Addario firmati da Fiorenza Sarzanini arrivano  prima dell’estate, sul lodo Alfano il giornale ha mantenuto circa la stessa linea della direzione di Paolo Mieli: non ci piace ma va bene purché serva a superare la questione giudiziaria e consenta finalmente di parlare di cose serie. Quindi?

Ci sono dei precedenti: de Bortoli era stato costretto a dimettersi nel 2003 per le pressioni seguite al suo editoriale sugli “onorevoli avvocaticchi”, Niccolò Ghedini e Gaetano Pecorella (ha appena perso in appello la causa per diffamazione). Paolo Mieli,  suo successore dopo Stefano Folli, si era attirato le ire berlusconiane – e di una parte dei lettori – con il famoso endorsement pre-elettorale del 2006, la presa di posizione a favore del centrosinistra che Berlusconi non ha dimenticato. Come l’avviso di garanzia pubblicato sul “Corriere”, anche allora di Mieli, nel 1994.  A dicembre 2008  Berlusconi invita  i direttori di “Stampa” e “Corriere” a cambiare mestiere. Lo fanno: Giulio Anselmi finisce alla presidenza dell’Ansa, Paolo Mieli a Rcs libri. De Bortoli lascia il “Sole 24 Ore” e torna al “Corriere” dopo aver rifiutato la presidenza della Rai e una lunga mediazione curata da Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca, azionista forte del “Corriere”. Anche Berlusconi concede il via libera, dopo  la sconfitta del     suo candidato, Carlo Rossella.  Il “Corriere” è al centro delle attenzioni del governo come rare volte in passato, soprattutto di Giulio Tremonti che  impone un editorialista economico amico, Alberto Quadrio Curzio. Da neodirettore de Bortoli interviene a Porta a Porta sul caso Noemi ma non incalza Berlusconi. Al giornale ridimensiona lo spazio dedicato alla politica e soprattutto rinuncia al ruolo di “kingmaker”: finisce l’era del terzismo di Mieli, il giornale abbandona l’ambizione di  scomporre e ricomporre alleanze al centro usando gli editoriali di Mario Monti e Francesco Giavazzi. Il basso profilo del de Bortoli bis è apprezzato dalle parti di palazzo Chigi, dove già sono ossessionati dai complotti delle “élite irresponsabili”, come le chiama Renato Brunetta.

Questa volta, insomma, all’attacco berlusconiano manca il casus belli. Resta quindi solo una spiegazione, o almeno una constatazione: dire che il “Corriere” è di sinistra regala lettori al giornale che più gli contende il pubblico di centrodestra, cioè  “Il Giornale” di Vittorio Feltri, edito da Paolo Berlusconi, dove si rifugiano i delusi da via Solferino (come ai tempi dell’endorsement di Mieli). Secondo un retroscena pubblicato da “Italia Oggi”, all’ufficio di presidenza del Pdl di giovedì Berlusconi avrebbe magnificato i risultati di Feltri, spiegando che sta anche diventando ricchissimo perché il suo stipendio è legato alle vendite, che sarebbero salite di 60 mila copie (altre stime sono più caute: 15-20 mila). Secondo l’ultima rilevazione, ad aprile “Il Giornale” vendeva in media 176mila copie, il “Corriere” 522mila. E Feltri sogna di riportare “Il Giornale” a 250mila copie di venduto.

Se poi Feltri volesse davvero rilevare la proprietà del quotidiano di via Negri, come si vocifera, riportare il bilancio in pareggio (dovrebbe succedere secondo Silvio Berlusconi l’anno prossimo, dopo   22,6 milioni di perdite nel 2008 e 23,2 nel 2007) potrebbe essere un utile primo passo per accreditarsi come futuro amministratore. Troppa dietrologia per una voce dal sen fuggita? Non sarebbe però la prima volta che Berlusconi trasforma le sue apparizioni pubbliche in spot per le proprie pubblicazioni, come quando nella puntata di Porta a Porta sul divorzio ha invitato a comprare “Chi” (Mondadori) “per sapere tutta la verità”.

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12/10/2009 - Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , ,

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