Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

IL MISTERO DELLA BANCA DEL SUD


Raffale Fitto

Raffale Fitto

Alla fine gli altri giocatori al tavolo hanno chiesto di vedere le carte. Da troppo tempo il ministro dell’Economia Giulio Tremonti parla della Banca del Sud, sulla quale si sono tenuti convegni e scritte migliaia di righe sui giornali. Un’istituzione che non esiste. “

C’è solo una bozza tecnica, dobbiamo decidere se sarà un’iniziativa di governo o un’iniziativa parlamentare”, ha dovuto ammettere ieri Tremonti in Consiglio dei ministri. Anche se nel pomeriggio il ministero ha precisato che non c’è stata alcuna polemica, sembra che ci siano state almeno un paio di voci di dissenso. Il ministro per le Regioni, Raffaele Fitto – l’uomo forte del Pdl in Puglia – avrebbe chiesto: “Dove sono le carte? Non si può discutere di qualcosa che non si è ancora visto”. Pure Stefania Prestigiacomo, siciliana, ha ricordato che nei vuoti giornali di Ferragosto i titoli erano tutti per i nuovi piani strutturali di intervento per il sud, promessi da Berlusconi. Malumori anche da Alfano e Scajola, uno siciliano di ferro, l’altro (ligure) che si è fatto ambasciatore nel governo della grande industria, inclusa la Fiat che ha una situazione delicata nei suoi stabilimenti del Mezzogiorno.

Poco importa conoscere i dettagli della discussione interna al cdm. Resta un dato di fatto: la Banca del Sud non esiste, quella che dovrebbe essere la versione riveduta e corretta della Cassa del Mezzogiorno per ora è solo un prodotto del genio tremontiano per gli slogan (Robin Tax, Social Card, Global Standard). Ma non una politica reale. E questo è rilevante per almeno due aspetti: potrebbe essere l’ennesimo segnale di una fase di difficoltà del ministro dell’Economia, che nei giorni scorsi ha dovuto rassegnarsi a non poter imporre i suoi aiuti (e la sua influenza) alle grandi banche Unicredit e Intesa San Paolo. Ma è anche un dato che indica un problema nei rapporti tra i due emisferi della maggioranza. Tremonti, finora, è stato l’unico davvero in grado di mediare tra il Pdl e la Lega, tra i lombardi e i veneti che vogliono il federalismo e le gabbie salariali e le regioni meridionali che chiedono (e ottengono nelle promesse) fiscalità di vantaggio, piani di intervento. Se Tremonti si appanna, il ponte principale tra Bossi e Berlusconi perde il suo pilone centrale. Le conseguenze si vedranno.

C’è una terza ipotesi: perfino dentro il governo qualcuno inizia seriamente a pensare al dopo-Berlusconi. E Tremonti, con tutti i suoi limiti caratteriali e politici, resta uno dei candidati più autorevoli almeno nel breve periodo. E quindi i suoi potenziali rivali vogliono ridimensionarlo.

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12/10/2009 - Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano

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