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L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Spiegare Facebook a Kissinger


da Il Fatto Quotidiano del 6 ottobre

Il libro di Joshua Cooper Ramo
Il libro di Joshua Cooper Ramo

«Joshua, secondo te dovrei aprirmi una pagina su Facebook?», a 86 anni Henry Kissinger cerca ancora di mantenersi aggiornato, perché è uomo troppo intelligente per pensare di potersi permettere di vivere solo di rendita. Anche il suo status di americano più influente del mondo in questioni di politica internazionale non è a rischio. Heinz Alfred Henry Kissinger, Il segretario di Stato di Richard Nixon che chiuse la guerra del Vietnam (e contribuì al colpo di Stato contro Salvador Allende in Cile), quando ha qualche dubbio generazionale alza il telefono e chiama Joshua Cooper Ramo, managing director della Kissinger Associates, la società di consulenza del grande vecchio della diplomazia. “Una volta mi ha chiamato per chiedermi “Ma che coza diafolo è Tvitter?”, Ramo imita il famoso accento tedesco che, nonostante una vita passata in America, Kissinger ostenta ancora come un vezzo. Ramo ha 45 anni, ha studiato fisica ed economia, si è appassionato di politica internazionale e ha cominciato a lavorare per il settimanale “Time”, occupandosi all’inizio di necrologi, “perché i morti non protestano” e diventando poi il capo della redazione esteri. Poco dopo i trent’anni ha deciso che “limitarmi a osservare quello che succedeva non mi bastava più, quando ti trovi in posti come il Sudan e capisci che le persone con cui parli sono spacciate, ti viene voglia di fare qualcosa, oltre che scrivere un articolo”. Si prende un anno sabbatico, come si può fare nei grandi giornali americani. Va in Sud Africa a lavorare in un ospedale dove curano i malati di Aids, poi si trasferisce a Pechino, per stare al centro del cambiamento. Passa un periodo in una banca d’affari, studia il mandarino (“ci vogliono almeno due anni e mezzo”) e inizia a lavorare per la Kissinger Associates. E’ la società di consulenza strategica che Kissinger ha costruito quando è uscito dalla politica – “per mantenere la sua rete di relazioni” – e che assiste le imprese (a pagamento) e i governi (gratis). A Pechino Ramo spiega alle aziende straniere come fare affari in un Paese in cui  “non esiste lo stato di diritto, tutto all’inizio è illegale e quello che conta è capire le dinamiche della politica, sapersi muove in un contesto in cui non esiste la possibilità di persuadere la controparte ma solo di manipolarla”.

Partecipare alla trasformazione di un Paese formalmente comunista nella seconda (per ora) potenza capitalista del mondo ha aiutato Ramo a capire che le categorie di pensiero del suo maestro Kissinger, forse – e con molto rispetto – andavano aggiornate. Ha scritto un libro che esce ora in edizione italiana per Eliot, “Il secolo imprevedibile (320 pagine, 18,50 euro) che è dedicato “ai miei mentori”, perché “l’ho scritto per spiegare a Henry che il suo mondo non esiste più”. Un saggio che sta diventando un testo di studio obbligatorio nelle accademie dove si addestrano i futuri vertici dell’esercito americano e dei servizi segreti, ma anche business school. Perché racconta una visione del mondo, un modo di pensare globale, che è lontanissima da quella che nella vulgata è diventata la Realpolitik di Kissinger, ispirata alle fredde strategie teutoniche di Otto von Bismarck dove ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.

Lo spunto principale, per la verità, gli è venuto dal dibattito aperto dal saggio di Thomas Friedman “Il mondo è piatto”, qualche anno fa. Un libro a tesi – la globalizzazione è inarrestabile ma buona – che ha suscitato entusiasmi e contestazioni, dimostrando il bisogno diffuso di cercare idee di sintesi per pensare il ventunensimo secolo. “Molte idee di successo che hanno dominato il dibattito negli ultimi quindici anni sono troppo semplicistiche, dalla fine della Storia di Francis Fukuyama al soft power di Joseph Nye”, dice Ramo.
Riassumere il libro non è facile, perché con uno stile tipicamente americano è costruito concatenando una serie di storie di successo. Ma si può partire dall’epigrafe di John Maynard Keynes: “Perdonate la mia foga, che ha ragione profonde nella speranza per il futuro. Questo è un argomento fondamentale per me. Io so, almeno in parte, cosa voglio. So anche, e molto chiaramente, cosa temo”. A Ramo si perdona la foga, anche perché è chiaro cosa teme: “Sono sicuro che adesso, nella grande crisi, stanno per arrivare i mercanti di paura. Basta vedere le classifiche dei libri più venduti in america, tutti saggisti ultraconservatori che mettono in guardia dai pericoli della modernità; ogni volta che parlo da un’emittente conservatrice le vendite del mio libro si impennano, anche se io non la penso affatto come loro”. Per evitare che i “mercanti di paura” sfruttino questo momento – come hanno fatto dopo l’undici settembre – è necessaria “una rivoluzione del pensiero”. L’idea di fondo di Ramo è che il ventunesimo secolo richieda di “cominciare a pensare in modo non lineare” o i risultati saranno disastrosi. Quando George Bush decise di invadere l’Iraq ragionò in modo lineare. Si abbatte il dittatore, quindi gli americani guadagnano consenso sufficiente per installare un regime amico che inevitabilmente renderà più stabile la regione. Si è visto come è andata. Altro esempio di ragionamento lineare che oggi non funziona più: se uno Stato vuole essere più sicuro, deve investire in spesa militare. Poi succede che si trova coinvolto in un conflitto con un avversario piccolo e sfuggente, tipo i vietcong o i talebani, e il risultato – ricorda Ramo non è incoraggiante: 21 a 1 per i piccoli contro i grandi negli ultimi duecento anni. Quindi bisogna cambiare approccio e perseguire quella che Ramo definisce la “sicurezza profonda”.

Per chi pensa la politica internazionale in modo classico, tipo Kissinger, la sicurezza si costruisce cementando alleanze, indebolendo gli avversari, conquistando posizioni egemoniche. Ma ora non basta più. Nel ventunensimo secolo perseguire la “sicurezza profonda” non significa alzare mura più alte dietro cui nascondersi o costruire cannoni più potenti: “Il nuovo approccio che serve in un nuovo contesto accetta la crescente complessità e l’incessante novità come dati di fatto”.
Il modello (organizzativo) da imitare – nella strategia come nella finanza – è quello di Hezbollah, il gruppo politico e terrorista libanese che i generali israeliani provano da anni a distruggere. “Conosco i leader di Hezbollah da quindici anni, da quando facevo il corrisponendente di ‘Time’. Li ho visti cambiare, evolversi, capire Internet e il ruolo dei media molto meglio e molto prima dei loro avversari, sfruttare le sconfitte per capire dove avevano sbagliato e correggere le proprie debolezze”. Il concetto chiave per ottenere la sicurezza profonda, sia per un’azienda che non vuole perdere la leadership di un settore che per uno Stato che vuole tutelare la propria esistenza, secondo Ramo è “la resilienza”, un termine preso in prestito dalla fisica che indica la proprietà che hanno i metalli di deformarsi senza rompersi. E in questo Hezbollah è maestra e i servizi segreti di Israele ne sono consapevoli: i terroristi che non vengono distrutti si evolvono, come i virus dell’influenza che cambiano più rapidamente dei vaccini. La strada per il successo, dice l’autore, “non è evitare i problemi, ma sottoporre il sistema a periodiche piccole crisi per evitare che ne arrivi una grande che lo distrugge”. Chi non è capace di cambiare, muore. La crisi finanziaria lo dimostra: “Il sistema finanziario continua a diventare sempre più efficiente e sempre più complesso. E questo è un bene, perché noi beneficiamo delle sue evoluzioni. Ma ormai le variabili sono così tante che è impossibile tenerle sotto controllo, quindi l’unico modo per evitare il peggio è fargli sviluppare al suo interno gli anticorpi di cui ha bisogno lasciando che si confronti con le difficoltà”. Un approccio opposto a quello di Alan Greenspan, l’ex presidente della Federal Reserve americana, che per vent’anni ha sostenuto  Wall Street ogni volta che dava segni di incertezza, invece di lasciare che il sistema correggesse da solo i suoi eccessi. La correzione è quindi arrivata in un colpo solo, molto più traumatico, con la crisi attuale. E ne stiamo ancora scontando i costi.

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08/10/2009 - Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , ,

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