Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

QUELLA PAROLA INNOMINABILE

dal Fatto Quotidiano del 28 ottobre

C’è un’espressione che, in sordina, è tornata in questi giorni ad affacciarsi sulla scena politica, densa di pessimi ricordi per i partiti del centrodestra, che evoca drammi umani e crisi di governo sfiorate: “cabina di regia”. La voleva Gianfranco Fini nel 2004 per ingabbiare Giulio Tremonti, anche allora ministro dell’Economia, che alla fine si dimise prima di tornare, con mossa spettacolare che ancora oggi rivendica, dopo la parentesi di Domenico Siniscalco.

Questa volta le hanno cambiato nome, per contenere il contraccolpo psicologico: “Comitato di politica economica” o “Consulta economica” dentro il Pdl di cui a Tremonti spetterà ovviamente la presidenza ma che indica la volontà di rendere più “collegiali” le decisioni in materia. L’annuncio dovrebbe arrivare il 5 novembre, quando si riunirà l’ufficio di presidenza del Pdl, organismo dalla natura un po’ misteriosa ma sempre attivo nel fare da stanza di compensazione durante le crisi più gravi. Questo sembra essere il risultato del vertice che si è tenuto ieri sera ad Arcore, sede provvisoria del governo causa della  scarlattina di Berlusconi (i maligni insinuano si tratti di uno dei periodici ritiri dovuti a motivi di salute o interventi). Tremonti se n’è andato da Arcore senza rilasciare dichiarazione, ma Paolo Bonaiuti, portavoce della presidenza del Consiglio, ha detto che “è stato chiarito ogni equivoco”. Si è palesato anche il leader leghista Umberto Bossi, accompagnato da Roberto Cota, che fino a lunedì continuava a sostenere che Tremonti non solo dovesse conservare la poltrona, ma anche essere promosso a vicepremier, per marcarne la superiorità sugli altri membri del governo.

Il risultato è stato diverso, visto che il peso di Tremonti pare sarà ridotto non solo nell’esecutivo, ma anche nel partito. Per accettare questo compromesso è evidente che Bossi ha ottenuto rassicurazioni sull’unico altro tavolo che davvero gli interessa, quello delle elezioni regionali. Nei prossimi giorni, quindi, si capirà se Berlusconi sarà in grado di mantenere le promesse, soprattutto per quanto riguarda il Veneto dove non è stata ancora ufficializzata la sostituzione dell’uscente Giancarlo Galan (Pdl) con Luca Zaia (Lega).

29/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Conti pubblici comincia l’assalto alla diligenza

dal Fatto Quotidano del 28 ottobre

Ora che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti è stato ridimensionato (presiederà un comitato per la politica economica, cioè non decide più da solo), il Partito della Spesa Pubblica può iniziare a smantellare la Finanziaria a colpi di emendamenti. Una “manovra” che era stata varata a luglio senza tagli e senza spese, che non toccava l’impianto di politica economica deciso su base triennale nel 2008, prima che la crisi economica si aggravasse.

 Ieri, però, il Centro studi Ref ha scritto nel suo report periodico che il Pil italiano scenderà del 4,8 per cento nel 2009, nel 2011 il rapporto con tra debito e Pil sfonderà il 120 per cento e “la finanza pubblica è entrata in una trappola che riflette non tanto problemi nella conduzione della politica di bilancio quanto il mancato sviluppo degli ultimi quindici anni”.
Ieri in Senato c’è stato un primo incontro tra i vertici del Pdl per discutere gli emendamenti alla Finanziaria, poi è cominciato il dibattito in commissione che si chiuderà entro giovedì. A quel punto il testo arriverà all’aula del Senato. Ma è alla Camera che si deciderà davvero, forse con un maxiemendamento, quando sarà chiaro il gettito dello scudo fiscale (si spera almeno 5 miliardi) che è la vera torta da spartire. C’è poi la finanziaria parallela, l’emendamento proposto dal senatore del Pdl Mario Baldassarri, che è una vera “manovra” da 37 miliardi, 12 dei quali destinati al taglio dell’Irap. Per le entrate che dovranno coprire l’intervento, oltre allo scudo, si conta su consistenti tagli di spesa. Anche il Partito democratico preme per un intervento dal lato della spesa, questa mattina presenterà un pacchetto di emendamenti che, nel complesso, vale 30 miliardi e va dal credito d’imposta per il Mezzogiorno a tagli fiscali per il lavoro dipendente, fino a una riduzione dell’Irap, rilanciata da poco da Silvio Berlusconi e seguita da grandi polemiche, per le società di persone. “ I nostri emendamenti sono più precisi di quelli di Baldassarri, soprattutto sulla copertura, dal risparmio di spesa a  un’accentuazione della Robin Hood Tax, alla tassazione movimentazioni bancarie”, spiega il senatore Pd Vidmer Mercatali.

Qualunque sia il destino in aula degli emendamenti, il Partito della Spesa dentro il governo sta moltiplicando i segnali di attivismo. Oggi Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo economico e contrappeso di Tremonti, presenterà le “22 zone franche” in territori disagiati dove si pagheranno meno tasse per facilitare la creazione di imprese. E il ministro delle Regioni Raffaele Fitto, anche lui un avversario del rigorismo tremontiano, annuncia che “ora c’è bisogno di una fase che guardi a scelte di sviluppo che possano essere ancora più incisive di quelle fatte finora e consentano la ripresa”.

 
 Il problema è che mentre tutto l’arco costituzionale discute di come spendere di più, dalla Banca d’Italia arriva un segnale non rassicurante. Il rendimento dei titoli del debito pubblico che sono stati venduti all’asta è in crescita. Tradotto: l’Italia continua ad accumulare debito pubblico che ora comincia a diventare più costoso (visto che gli investitori hanno ricominciato a investire in Borsa e non hanno più bisogno del porto sicuro dei titoli di Stato). “Il pericolo che si torni alla spesa pubblica in un momento così delicato c’è e se cediamo alla tentazione rischiamo di giocarci i prossimi 10 anni”, dice Giacomo Vaciago, economista della Cattolica di Milano.

“Il governo aveva una strategia – spiega Vaciago – tagliare per tre anni la spesa corrente e iniziare nella parte finale della legislatura a ridurre le tasse vincere di nuovo le elezioni. Ma intanto la crisi sta riportando la produzione industriale al livello di dieci anni fa e, invece di reagire con una vera politica industriale, si finanziano solo gli ammortizzatori sociali”.
Infatti, da destra e da sinistra, la priorità sembra quella: la spesa pubblica verrà usata un po’ per spese assistenziali e un po’ per placare i piccoli imprenditori che iniziano a rumoreggiare, costringendo la Confindustria di Emma Marcegaglia ad alternare posizioni concilianti con richieste di nuovi interventi. Secondo Vaciago, “in questa fase rischiamo che tutto il mondo riparta mentre noi aspettiamo di andare a rimorchio dei nostri mercati di esportazione, la Francia, dove la politica industriale c’è stata e ha funzionato, e la Germania, dove il nuovo governo Merkel inizierà a ridurre le tasse. Serve una strategia politica chiara, perché in questa crisi sono le nostre imprese migliori quelle che soffrono di più e il governo non le sostiene, lasciando loro come unica possibilità di sviluppo quella di investire all’estero”.

29/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , | Lascia un commento

DISSENSI DA FINE CRISI

da Il Fatto Quotidiano del 22 ottobre

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

In fondo è poco importante quanto c’è di vero nella presunta congiura contro il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Quello che conta è che, forse perché la crisi è percepita come meno grave o quasi finita, dentro il governo stanno emergendo chiaramente due linee di politica economica.

Da alcuni giorni “Libero” attacca Tremonti, sostenendo che dentro il Pdl ci sono in lavorazione programmi economici “non tremontiani”. Mercoledì è circolato anche un documento, diffuso on-line dal sito notapolitica.it, con il decalogo delle cose da fare. Al primo punto c’è la riduzione delle tasse, a partire dall’imposta sul reddito delle persone fisiche. Ed è questo il nodo principale: finora Tremonti ha imposto una linea di prudenza sull’uso della spesa pubblica contro la crisi, soffocando l’anima più liberista della coalizione che continua a credere nella riduzione delle imposte per dare carburante alla ripresa. E contendo anche quella più statalista che avrebbe voluto una maggiore spesa pubblica di tipo assistenziale.

Oltre alle interviste un po’ su tutti i giornali – uno per tutti: Claudio Scajola, capofila dei non tremontiani sul “Corriere” –  ieri sono arrivate anche le parole di Silvio Berlusconi a certificare l’inizio di una nuova fase. Il presidente del Consiglio ha detto che “il governo ha allo studio interventi per ridurre la pressione fiscale, aumentare i consumi  e agevolare gli investimenti: tra questi il taglio graduale  dell’Irap fino alla sua soppressione”. Niente di nuovo, l’abolizione dell’Irap è presente da sempre nei programmi elettorali, l’Europa l’ha chiesta, Confindustria la reclama da anni. Ma il problema è sempre lo stesso: come si finanzia la sanità senza i 38 miliardi dell’Irap? La risposta, ovviamente, non c’è. I leghisti direbbero che la soluzione di tutto è nel federalismo fiscale. Ma non c’è ancora neppure quello.

La rilevanza delle parole di Berlusconi non è quindi di merito, ma di agenda setting. Con poche parole Berlusconi liquida un dibatitto che stava diventando difficile da gestire, quello seguito all’elogio del posto fisso fatto da Tremonti. Dibattito che lo aveva costretto a una pubblica dichiarazione di concordia con il suo ministro dell’Economia che viene parzialmente stemperata proprio dall’intervento sull’Irap. Rimettere al centro del confronto politico il tema del taglio delle tasse – a cui anche il Pd (lato Pierluigi Bersani) sembra ora sensibile – significa sconfessare il rigorismo tributario di Tremonti. Almeno a parole. Nei fatti si vedrà.

23/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

PRIMA LE PRIMARIE

primarie

da Il Fatto Quotidiano del 22 ottobre

Anche il (misterioso) viaggio privato di Silvio Berlusconi in Russia, da Valdimir Putin, arriva al momento giusto. Tre giorni di lontananza dalla scena italiana. Quando tornerà, domani mattina, il Pd sarà  ormai prossimo alle primarie di domenica, che possono essere lo spartiacque dell’autunno politico.

Le prime conseguenze saranno interne: dopo quattro mesi di paralisi, il Pd avrà un nuovo capo, si suppone Pierluigi Bersani. La fine dell’acefalia dovrebbe consentire al partito di occuparsi di nuovo del Paese, invece che investire tutte le energie in un dibattito interno privo di ogni ricaduta generale. Soltanto nella giornata di ieri si è registrata una polemica su Twitter tra Dario Franceschini e Ignazio Marino, gli altri due candidati, con reciproche accuse di “dietrologia”; un intervento di Walter Veltroni in tv sul fatto che non serviva votare nelle sezioni ma bastavano le primarie. Una volta votato, soprattutto se i votanti si conteranno a milioni e non a migliaia, tutto questo sarà archviato.

Aquel punto il Pd dovrà gestire due dossier, tra loro connessi: le elezioni regionali del 2010 e il rapporto con gli alleati potenziali (Udc, Idv, sinistra radicale) ma soprattutto con Gianfranco Fini. Ci sono almeno due regioni, strutturalemente di destra, in cui il Pd può causare parecchi problemi. Ieri Fabio Granata, deputato finiano, si è spinto a dire che la candidatura di Nicola Cosentino alla guida della Campania “è inopportuna”, anche per i suoi sospetti legami con i clan dei casalesi. In Veneto la situazione sta sfuggendo al controllo di Berlusconi, che ha fatto promesse impossibili da mantenere (ha garantito la candidatura sia all’uscente Giancarlo Galan che alla Lega) e la corsa per il comune di Venezia può avere effetti di portata nazionale. Ieri Massimo Cacciari – che già non aveva grande entusiasmo all’inizio del mandato – ha detto che non “non corro neanche contro il Padre eterno”.

Figurarsi contro Renato Brunetta che potrebbe lasciare il ministero per diventare sindaco della sua città (anche se bisogna considerare le ripercussioni nella sfida costante con Giulio Tremonti per l’egemonia economica sull’esecutivo). Poi c’è la Calabria, il destino di Antonio Bassolino da decidere, il futuro dei giornali amici “Europa” e “L’Unità”…

Ma prima le primarie.

22/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Nessuno ha il posto fisso

da Il Fatto Quotidiano del 21 ottobre

Tremonti e Berlusconi

Tremonti e Berlusconi

Giulio Tremonti è stato preso in parola. La sua apologia del posto fisso, lunedì pomeriggio, ha innescato reazioni dentro la maggioranza e non solo. “Penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare un progetto di vita e la famiglia”, aveva detto il ministro. E ieri è arrivata un inaspettato appoggio da parte del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha detto: “Confermo la mia completa sintonia con il ministro Tremonti. Per noi, come dimostrano i provvedimenti presi in questi mesi a  tutela dell’occupazione, è del tutto evidente che il posto  fisso è un valore e non un disvalore”. La Confindustria, invece, non ha gradito la nuova linea tremontiana. La presidentessa Emma Marcegaglia ha detto che “riteniamo che la cultura del posto fisso è un ritorno al passato non possibile, che peraltro in questo Paese ha creato problemi”. Seguono decine di repliche, più caute dalla maggioranza, più critiche dall’opposizione, con Antonio Di Pietro (Idv) che chiede di vedere i soldi e Cesare Damian (Pd) che domanda addirittura le dimissioni di Berlusconi e Tremonti.

Il problema è che non è affatto chiaro quale proposta politica ci sia dietro l’elogio del posto fisso. Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi prova ad ampliare il concetto, parlando di “occupabilità”. L’obiettivo – secondo Sacconi – dovrebbe essere garantire ai lavoratori la possibilità di essere sempre idonei, per competenze e preparazione, a trovare un lavoro. Ma Tremonti ha parlato esplicitamente di “posto fisso”.

“L’alternativa non può essere tra posto fisso e mobilità assoluta, serve una flessibilità governata. Credo che il discorso di Tremonti fosse rivolto soprattutto a quelli che dalla sua parte hanno esagerato con la flessibilità, contro la precarietà ideologica”, dice al “Fatto” il senatore del Pd Tiziano Treu, che da ministro del primo governo Prodi ha introdotto i primi contratti flessibili (poi Rifondazione ha fatto cadere il governo prima che la riforma venisse completata introducendo adeguati ammortizzatori sociali). La distinzione tra posto fisso e precariato è poi molto più sfumata di quanto le proposte di Tremonti lascino intendere. Lo spiega il professore della Statale di Milano Stefano Sacchi che, con Fabio Berton e Matteo Ricchiardi, ha appena pubblicato “Flex-Insecurity” (Il Mulino): “In Italia l’unico posto davvero fisso è quello nella pubblica amministrazione, dove infatti i lavoratori non pagano l’assicurazione contro la disoccupazione, perché non sussiste il rischio di perdere il lavoro”. Per il resto, anche nel settore privato, non possono dire di avere un vero posto fisso anche molti di quelli che sono assunti a tempo indeterminato (in tre milioni hanno contratti di durata limitata). Per due ragioni. Intanto perché un terzo degli italiani nel privato lavorano per un’azienda che ha meno di 15 dipendenti, dove quindi non vige l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e possono dunque essere licenziati da un giorno all’altro. Si tratta anche di imprese che, in quanto piccole, sono esposte a un elevato rischio di fallimento. E se l’impresa fallisce, non si salva nessuno. Ma la condizione di insicurezza è più generale: “Un terzo dei contratti a tempo pieno e indeterminato nel settore privato dura meno di un anno e la metà meno di due”, dice Sacchi. Quindi anche chi, in teoria, ha il posto fisso lo perde spesso nel giro di pochi mesi. E non sempre perché ha trovato un lavoro migliore, visto che nel 40 per cento dei casi alla fine del rapporto di lavoro c’è la disoccupazione. Il mercato del lavoro, quindi, è già flessibile, a prescindere da quali siano i contratti di lavoro applicati. Secondo l’Ocse, infatti, il mercato del lavoro italiano è paragonabile a quello danese per grado di flessibilità (il problema è che da noi non ci sono gli stessi ammortizzatori sociali per chi resta disoccupato).

Quindi è difficile capire in quale ricetta  politica, compatibile con  le esigenze del sistema produttivo italiano, possano tradursi  le parole di Tremonti. Prova a spiegarlo Michel Martone, ordinario di Diritto del lavoro all’Università di Teramo e alla Luiss: “L’alternativa ai contratti a termine è un aumento della disoccupazione. Tornare indietro significa anche avere di nuovo le piazze piene di persone che protestano per il lavoro nero e la difficoltà di trovare un posto”. Dietro l’elogio del posto fisso  – e in coerenza con il retroterra culturale di una parte della maggioranza – ci potrebbe essere un progetto diverso, per evitare di scaricare tutto il peso della flessibilità su una generazione ma senza ripristinare le rigidità del passato. “Estendere l’articolo 18 a tutti è impossibile, ma si può ripensarlo, tornando alla proposta originale di Marco Biagi di non applicarlo ai nuovi assunti sostituendolo con una serie di tutele che crescono con il passare del tempo”. In pratica invece di essere assunti per un anno, si potrebbe firmare un contratto a tempo indeterminato ma l’azienda avrebbe la facoltà di licenziare anche senza giusta causa per un certo periodo.

Per le alternative di politica economica, come la riforma degli ammortizzatori sociali, sarebbe difficile trovare i soldi.

22/10/2009 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

NEL NOME DELL’IMMUNITA’

da Il Fatto Quotidiano del 20 ottobre

Giancarlo Galan

Giancarlo Galan

La cronaca della giornata di ieri registra due notizie in apparenza non collegate tra loro: al Senato, dove già è stato annunciato da giorni un disegno di legge di Lucio Malan del Pdl per ripristinare l’immunità parlamentare, ne spunta un altro, di Giuseppe Valentino, altro senatore del Pdl. Valentino è un finiano e la sua mossa serve a certificare il placet di Gianfranco Fini al ritorno dell’immunità (che già era arrivato alla Camera con gli interventi del deputato Fabio Granata).

L’altro fatto di ieri è il susseguirsi di prese di posizione e polemiche sulla candidatura alla guida del Veneto: Renato Brunetta, in un’intervista, dice che non si candiderà a Venezia ma che vorrebbe la riconferma di Giancarlo Galan alla Regione. La Lega considera già sua la presidenza veneta, ma Galan dice che vuole ricandidarsi comunque anche se il suo partito, il Pdl, ha già deciso di sostenere il candidato leghista, forse Luca Zaia. Il coordinamento del Pdl veneto esprime “la ferma volontà di mantenere la guida della Regione Veneto in capo a Giancarlo Galan”. E tutto questo nella sostanziale indifferenza di Roma. Come può succedere che la periferia sfidi così apertamente l’autorità del centro senza conseguenze?

La risposta si può vedere proprio nelle reazioni alla bocciatura costituzionale del lodo Alfano. Per Berlusconi la priorità è trovare una via di uscita: che si tratti di introdurre una nuova immunità parlamentare, di accelerare la riforma Alfano della giustizia o di un provvedimento di tipo diverso, il Cavaliere ha bisogno del massimo supporto disponibile. Non può prescindere dalla Lega sia per avere i voti necessari ma anche perché se, come alcuni indizi lasciano intuire, lo scontro con il Quirinale dovesse diventare più aspro, Berlusconi vuole la certezza che Umberto Bossi non appoggi alcun altro governo (nel caso si arrivasse alle dimissioni). E l’unico modo per assicurarsi contro il ribaltone è mantenere il potere contrattuale che deriva dalle regionali del 2010. Il presidente del Consiglio non può neanche correre il rischio, però, di una spaccatura dentro il Pdl su un nuovo asse (di difficile definizione, comunque pro-Galan e regionalista), soprattutto ora che Fini sembra aver ridimensionato le sue recenti velleità di autonomia culturale. Quindi mantiene un margine di ambiguità, promettendo e smentendo, rassicurando e offrendo garanzie. A tutti. Almeno finché sarà possibile.

20/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , | Lascia un commento

Il governo di Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi

Il governatore Mario Draghi ama ricordare un aneddoto del giorno della nomina alla Banca d’Italia: dopo la comunicazione si incammina da piazza Venezia a Roma verso via del Corso. I cronisti pensano che stia andando a rendere omaggio a Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli. E invece lui, con un colpo di scena perfettamente calcolato, li spiazza, girando in una strada laterale. Doveva ringraziare padre Rozzi, il gesuita che è stato il suo maestro al liceo Massimo e guida dopo un grave lutto familiare, non certo la politica che, per un accidente storico, lo aveva promosso alla poltrona tecnica più importante del Paese.

RISIKO. Quasi quattro anni dopo il rapporto con la politica resta lo stesso, un coinvolgimento diretto e allo stesso tempo distaccato, nonostante tutti lo vedano sempre in procinto di smettere i panni del tecnico per quelli del politico (lo stesso succedeva, ciclicamente, anche al suo predecessore Antonio Fazio).
Mario Draghi oggi è al centro di un risiko di nomine, o almeno di speculazioni, che potrebbe portarlo alla guida di un governo tecnico o alla testa della Banca centrale europea. Molto dipende da come verranno riempite le altre caselle: il ministro dell’Economia Giulio Tremonti aspira alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei  ministri economici dell’area euro, Massimo D’Alema sogna la poltrona di ministro degli Esteri europeo dell’Unione post- trattato di Lisbona, a catena – se Draghi andasse alla Bce – bisognerebbe trovare un altro governatore della Banca d’Italia, e potrebbe essere Lorenzo Bini Smaghi, che ora sta proprio nel consiglio della Bce, e  che avrebbe il placet di Tremonti.
Oltre alle nomine, nelle ultime settimane le tensioni con il ministro Tremonti (frequenti in questa legislatura) sono state originate, nell’ordine, da: gli applausi al discorso di Draghi al meeting di Rimini di Cl, merito anche del nuovo stile comunicativo con discorsi scritti interrotti da interventi a braccio; la richiesta di Draghi di alzare l’età pensionabile e le risposte del governo (“la riforma è già stata fatta”); le critiche della Banca d’Italia allo scudo fiscale con replica del ministro; la creazione della Banca del Mezzogiorno voluta da Tremonti che aggira il potere autorizzativo della Banca d’Italia sulla creazione di nuove istituzioni creditizie. Con un paio di mesi di anticipo, a luglio, il servizio studi della Banca d’Italia aveva pubblicato un working paper dal titolo “Quali politiche per il Sud? Il ruolo delle politiche nazionali e regionali nell’ultimo decennio” che si può leggere come  una bocciatura preventiva dei nuovi piani regionali vagheggiati dal governo Berlusconi di cui la Banca del Mezzogiorno è il cardine.

IL POTERE. Proprio dal servizio studi bisogna partire per capire il potere presente di Draghi che serve a mettere le basi di quello futuro, a palazzo Chigi o all’Eurotower di Francoforte, dove ha sede la Bce. Draghi ha riorganizzato il pensatoio della Banca d’Italia in quattro sezioni, statistica, economia reale, finanza pubblica, economia monetaria. A capo c’è sempre Salvatore Rossi che, però, dai tempi di Antonio Fazio, è salito di grado e ora è direttore centrale per la ricerca economica. La tempistica dei quaderni di ricerca della Banca d’Italia è stata negli ultimi due anni troppo precisa per essere casuale, basti ricordare quest’estate lo studio sui divari di reddito e prezzi tra Nord e Sud Italia che ha chiuso il dibattito sulle gabbie salariali volute dalla Lega, rafforzando quel ruolo di via Nazionale che alcuni osservatori definiscono di “Cassazione dell’Economia”. I maliziosi dicono che ormai il servizio studi è la clava che Draghi cala sul dibattito politico per conquistarne l’egemonia. Chi conosce personalmente il governatore, invece, lascia intuire un’altra interpretazione. Franco Bruni, economista della Bocconi tra i più autorevoli, negli anni Settanta studiava al MIT di Boston insieme a Draghi e Mario Baldassarri (ora con il Pdl) alla scuola del premio Nobel Franco Modigliani: “Erano i primi tempi in cui si usava l’econometria, passavamo le nottate con i computer a schede a far girare modelli, ma riuscivamo a non perdere il contatto con la realtà, anche italiana, grazie a Modigliani che discuteva con noi i suoi editoriali per il ‘Corriere della Sera’. Dovevamo anche aiutare Bob Solow e Paul Samuelson, due futuri Nobel, a preparare i loro appunti per le audizioni al Congresso”. A tutti e tre i giovani dottorandi resta l’imprinting: la ricerca, anche al più teorica, deve essere declinata in qualcosa di utile, cioè suggerimenti di politica economica. All’epoca Baldassarri era il più portato per gli aspetti concreti, l’unico a sapere a quanto ammontasse il Pil dell’Italia. Draghi era a metà tra la fascinazione per la teoria e la propensione a diventare un uomo del fare.

Dopo gli anni da direttore generale del Tesoro, in cui ha maturato grande esperienza per gli equilibri di potere romani e si è procurato anche parecchi nemici, Draghi sembra ver trovato ora l’equilibrio che più si addice alle sue inclinazioni caratteriali. Alla Banca d’Italia ha formato il suo ‘governo’, cioè il direttorio che è l’organo di comando di via Nazionale. Ignazio Visco, economista di fama internazionale, rappresenta l’anima più accademica, il teorico del gruppo. Annamaria Tarantola è stata promossa da Draghi, prima donna nel direttorio, dalla vigilanza dove è ricordata come uno dei cani da guardia più feroci dell’operato delle banche italiane. Giovanni Carosio, già numero due del comitato di Basilea che ha fissato negli scorsi anni le regole di patrimonializzazione delle banche (ora contestate da più parti) ha avuto da poco una chiamata “ad personam” di rilievo: guida il Comitato europeo per la supervisione bancaria, il Cebs, che sta costruendo la nuova vigilanza bancaria europea cui spetta il compito di riempire  le falle evidenziate dalla crisi. Chi ha gestito il delicato equilibrio tra funzioni nazionali e internazionali di via Nazionale è Fabrizio Saccomanni, il sessantasettene direttore generale della Banca d’Italia che due giorni fa – in una delle sue rare prese di posizione pubbliche – ha analizzato lo scudo fiscale davanti alle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato: lo scudo – ha detto – può avere effetti positivi sulla ripresa se i capitali degli evasori rimpatriati vengono investiti nelle imprese, ma potrebbe anche incentivare l’evasione futura. Immediata replica di Tremonti che ha detto “provvedimenti come questo ci sono in tutti i Paesi”.

Il compito più difficile di Saccomanni è stato in questi mesi conciliare le due cariche del governatore, evitando l’impressione che ne trascurasse una: oltre a essere alla testa della Banca d’Italia, Draghi presiede il Financial Stability Forum che dopo il G20 di Londra dello scorso aprile è diventato Financial Stability Board, promosso a principale foro di dialogo economico dove si discute del futuro dell’architettura finanziaria mondiale. Ne fanno parte banchieri centrali, capi di Stato e di governo e ministri dell’Economia (o loro rappresentanti) e i vertici delle principali istituzioni internazionali finanziarie. Sono i “topi a guardia del formaggio”, come li ha definiti una volta Tremonti con una delle sue battute più pungenti, sostenendo che la soluzione alla crisi non poteva arrivare da chi aveva applicato fino a ieri le regole alla base del tracollo.

LE REGOLE. Dai working group del Financial Stability Forum sono arrivate le proposte sui limiti alle retribuzioni dei manager, sui nuovi criteri di capitalizzazione e sulla disciplina da applicare agli strumenti finanziari derivati. L’ascesa del FSB è stata parallela alla progressiva prevalenza del G20 sul G8, sintomo dell’impossibilità di gestire la nuova governance globale della finanza senza il coinvolgimento dei Paesi emergenti. Il successo – anche di immagine – della presidenza Draghi del FSB lo rende un candidato più credibile del suo rivale Axel Weber, governatore della Bundesbank, per la poltrona della Bce. Draghi è sempre a tutti i summit che contano, dal G20 al G8, dai vertici europei di politica economica alle riunioni dei banchieri centrali come Jackson Hole, in Wyoming. Saccomanni, che è stato al Fondo monetario internazionale e responsabile dei rapporti con l’estero della Banca d’Italia, lo supporta sulla scena internazionale e si assicura che il governatore sia sempre informato e adeguatamente attivo nelle faccende italiane. Draghi, nella sua doppia veste, può  tradurre in suggerimenti di politica economica le suggestioni teoriche che gli derivano dai simposi internazionali e, viceversa, sviluppare considerazioni derivanti dalla pratica quotidiana in principi generali che devono ispirare la ristrutturazione della finanza globale. “Nei prossimi anni la guida del Financial Stability Board potrebbe essere per Draghi un compito più affascinante rispetto alla Bce, soprattutto quando sarà completato il riassetto del Fondo moentario internazionale e delle altre istituzioni”, dice il professor Bruni. Anche sulla scena internazionale Tremonti ha cercato il confronto con Draghi, promuovendo il suo global legal standard, la carta dei principi per una nuova finanza che, almeno negli ultimi vertici internazionali, non è riuscita a conquistare la testa dell’agenda.

LE PROSSIME TAPPE. Draghi, quindi, potrebbe anche decidere di restare alla Banca d’Italia e alla guida del FSB, se sarà riconfermato nel 2012, quando scade il suo mandato (non più a vita dopo l’esperienza di Antonio Fazio). “In fondo – spiega un esperto conoscitore di via Nazionale – i casi di governatori che hanno lasciato la poltrona più alta per prendere la guida del governo sono pochissimi: Carlo Azeglio Ciampi nel 1993, ma quelli erano tempi di vera emergenza, Luigi Einaudi, che diventò vicepresidente del Consiglio prima di andare al Quirinale, e Lambeto Dini, che però era direttore genrale. Gli altri passaggi dall’istituzione alla politica sono stati più graduali”. Qualunque cosa decida di fare Draghi, però, nel suo presente continua la dialettica con il ministro Tremonti: prossimo match alla giornata del risparmio, il 29 ottobre, quando entrambi parleranno delle condizioni della finanza italiana.

19/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Con un filo di voce.info

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“Silete, economisti”, auspica spesso il ministro Giulio Tremonti adattando l’invito perentorio che Carl Schmitt rivolgeva ai giuristi dalla prigione. E tra quelli la cui voce risulta meno amata dal ministro (e non solo da lui, anche da chi lo ha preceduto su quella poltrona) ci sono, appunto, quelli de lavoce.info il sito animato dal professor Tito Boeri che il 4 luglio 2010 dovrebbe compiere otto anni. Condizionale d’obbligo (o almeno scaramantico), perché anche lavoce.info è a suo modo vittima della crisi. Sul sito è comparso un articolo che si rivolge “agli amici della Voce” in cui si legge: “Per continuare a garantire la qualità che vi offriamo abbiamo il bisogno urgente che ritorniate a manifestarci in modo tangibile e continuativo il vostro consenso e il piacere di leggere le nostre analisi, i dati che vi proponiamo e le nostre critiche ai potenti di turno con i vostri tanti piccoli contributi”.

Tito Boeri spiega al “Fatto” l’origine del problema: “Per la prima volta, quest’anno abbiamo fatto la convenzione per avere il 5 per 1000 e molti lettori che prima ci sostenevano con donazioni occasionali hanno scelto quella formula per aiutarci. E quindi i piccoli versamenti che finora erano stati la nostra principale entrata sono crollati, anche perché con la crisi ci sono meno soldi da spendere. Ma le risorse del 5 per 1000 arriveranno dallo Stato solo tra due o tre anni”. Boeri, economista della Bocconi, si è inventato sette anni fa La Voce per dare una piattaforma agli economisti che vogliono partecipare al dibattito pubblico. Gli autori degli articoli non sono retribuiti, ma anche una rivista virtuale come La Voce ha bisogno di una (minima) redazione: ci sono due persone per la comunicazione, Ludovico Poggi e Davide Baldi, due editor che verificano forma e contenuto scientifico degli interventi (Sandra Bellini e Roberto Ceredi), poi c’è la redazione di 25 professori, ma quella è a costo zero perché le riunioni si fanno via mail o su Skype. “Potremmo trovare soldi senza problemi da qualche grande sponsor, per esempio andando a bussare alla porta di una fondazione bancaria, ma preferiamo non farlo, perché questo sarebbe contrario allo spirito dell’iniziativa”, dice Boeri. L’idea de lavoce.info, infatti, è quella di fare da cane da guardia della politica economia – Boeri lo dice all’inglese, “watchdog”- al di fuori delle linee editoriali che influenzano i commenti dei quotidiani. “E infatti ci attaccano spesso, sia da da destra che da sinistra a seconda di chi è al governo, perché noi ci mettiamo, per natura, sempre un po’ all’opposizione”, spiega Boeri che, come molti altri dei membri del nucleo centrale del sito è editorialista di un grande giornale. Lui di “Repubblica”, Francesco Giavazzi del “Corriere”, Marco Onado del “Sole 24 Ore”, Pietro Garibaldi della “Stampa”. Ma questo non compromette l’indipendenza dell’analisi, giura Boeri . Resta agli atti un fondo di Eugenio Scalfar” nel 2007 in cui il fondatore di “Repubblica” se la prendeva con gli “economisti indipendenti e silenti” che criticavano Romano Prodi mentre erano stati troppo morbidi con il governo Berlusconi, Critiche di segno opposto sono arrivate in questa legislatura, da ricordare soprattutto la polemica sulle stime del costo del mancato election day (la separazione tra voto europeo e referendum sulla legge elettorale). L’attacco è arrivato soprattutto da giornali come “Milano Finanza” che avevano preso sul personale la battaglia della voce.info per l’applicazione della direttiva europea che impone la pubblicazione on-line delle informazione sensibili per la Borsa (con conseguente perdita di introiti per i giornali economici che ora le ospitano a pagamento). Visto che scrivere su lavoce.info garantisce una maggiore notorietà e autorevolezza, i redattori del sito che ottengono collaborazioni si auto-tassano per sostenere la causa comune. Il ricavato della rubrica che Tito Boeri tiene su “Internazionale” – spiega l’interessato – viene devoluto alla Voce. Ma ora non basta più. Se lavoce.info fosse stata un’impresa con l’obiettivo di produrre utili, forse, ne avrebbe ottenuti parecchi.

L’intuizione di Boeri ha generato diversi spin-off, come li chiamano alla Bocconi. In Francia è nato Telos, dichiaratamente ispirato alla Voce che ha la sua università di riferimento in Sciences-Po, così come la Voce ce l’ha, di fatto, nella Bocconi. Poi c’è Voxeu.org, la versione più accademica e internazionale del sito italiano, dove i ricercatori pubblicano sintesi dei propri paper e dibattono di questioni anche teoriche (mentre lavoce.info si occupa soprattutto di questioni concrete di politica economica o regolazione finanziaria). “Adesso ne sta nascendo anche una versione spagnola che si chiamerà Sociedadabierta e una olandese, Neiudice, poi c’è il progetto di una Voce tedesca, ma ancora non si è concretizzato”, dice Boeri. Dal mondo della Voce è uscito anche il Festival dell’Economia di Trento, già arrivato alla quarta edizione. E di tutto questo ha beneficiato anche il sito internet: i contatti giornalieri oscillano tra 7.600 e punte occasionali di 16mila, che significano circa 2,5 milioni all’anno per un totale di 7,3 milioni di pagine viste. “Vogliamo manentere lo spirito di public company della testata – spiega Boeri – quindi chiediamo piccoli contributi: chi si impegna a versare 10 euro al mese tutti i mesi diventerà una specie di abbonato e quindi avrà diritto a partecipare a un convegno annuale e a strumenti di ricerca più mirati per consultare il nostro archivio che sta diventando sempre più ampio.”

15/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , | Lascia un commento

CHE VUOL FARE D’ALEMA

Massimo D'Alema

Massimo D'Alema

 

Ieri sera si poteva fare un esperimento: cercare tra le agenzie di stampa un commento del Pd al discorso del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi sulla necessità di alzare l’età pensionabile. Zero. Tra postumi da congresso, pre-tattica per le primarie, negoziati preventivi per il dopo, il Partito democratico era troppo indaffarato. Soprattutto perché a Roma c’era un evento che monopolizzava l’attenzione: parlava Massimo D’Alema. Tutti – o almeno tutti all’interno dell’area culturale del partito – aspettavano di capire come sarebbe proseguito lo scontro dialettico tra D’Alema (“mi attacchi per andare sui giornali”)  e Dario Franceschini (“semini zizzania). Che è poi una sublimazione di quello tra Franceschini e Pierluigi Bersani, già troppo unitario per combattere davvero la battaglia delle primarie. 

Dell’intervento romano di D’Alema resteranno agli atti i seguenti concetti: “La revisione dello statuto non è un’eresia”, la candidatura di Bersani è “l’unica che possa portare novità nel partito” (di cui fa parte, contando i cambiamenti di nome, da un quarto di secolo), lo schricchiolamento “del modello lideristico anche a destra se è vero, come è vero, che anche Gianfranco Fini chiede un partito vero” e che dopo le primarie serve “uno scatto di qualità” non meglio precisato. Parole non diverse da quelle che aveva detto al blogger Zoro, il giorno prima, quando si era lasciato scappare che il suo profilo Facebook era gestito da collaboratori perché lui con il web non ha grande familiarità, essendo “un uomo del novecento”.

Cosa abbia fatto nel ventesimo secolo, nel bene e nel male, è noto. Quali siano i suoi progetti per il ventunesimo un po’ meno. La leadership di Bersani, che salvo sorprese verrà sancita dalle primarie, sta nascendo sotto tutela di un leader del passato che non ha e sembra non ambire a cariche formali. Si discute della presidenza del Pd post-primarie che sembra non andrà a Romano Prodi (forse a Rosy Bindi, molto popolare dopo l’attacco di Berlusconi e pure bersaniana) ma non è detto che D’Alema sogni quella poltrona, dopo aver sperimentato i limiti della diarchia quando faceva il presidente dei Ds. La sua caratteristica di “riserva della Repubblica” sembra durata soltanto una stagione e il successo della sua strategia necocentrista di flirt con l’Udc ancora da dimostrare.

Mentre ci si interroga sui suoi disegni, il Pd si dimentica di commentare le pensioni, di votare in aula e del record del debito pubblico. “Io non ho mai impedito a Franceschini di fare opposizione”, ha detto D’Alema lunedì.

15/10/2009 Posted by | Articoli, IL FATTO POLITICO, Il Fatto Quotidiano | , , | Lascia un commento

Tremonti all’angolo

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

 

Da ieri la posizione di Giulio Tremonti negli equilibri interni al governo si è complicata un altro po’. “Il Giornale” di Vittorio Feltri ha sparato in prima pagina “La lettera della discordia tra Silvio e Giulio”. Si tratta dell’invito a una conferenza dell’Aspen, l’istituto per le relazioni transatlantiche presieduto dal ministro dell’Economia, per un incontro dell’8 ottobre scorso, a Roma. Tema: “Costruire il dopo e rinnovare la leadership”. Una conferenza – come sempre per l’Aspen – a porte chiuse, anche se un po’ meno del solito, visto che tra gli invitati c’erano new entry come Ignazio Marino e Umberto Veronesi. Un summit “irrituale”, secondo uno dei partecipanti. “Il Giornale” maligna: discutere “del dopo” a ventiquattr’ore dalla sentenza sul lodo Alfano non è stato elegante e Silvio Berlusconi non ha gradito. In realtà l’incontro era già in programma da tempo, tanto che la lettera d’invito è stata spedita il 7 settembre (quando l’unica scadenza nota era la presentazione del think tank di Luca di Montezemolo Italia Futura il 7 ottobre).

A irritare Berlusconi sembra sia stato soprattutto un passaggio troppo esplicito della lettera, il riferimento a “una leadership complessiva sul piano di un consenso che non sia solo immediato e mediatico”. E quanti tipi di leadership mediatica ci sono in Italia? La notizia del giornale, che poteva essere argomento di un retroscena o di un commento, viene sparata in copertina con un’enorme foto di Tremonti. Visti i precedenti, da Dino Boffo a Gianfranco Fini, la scelta editoriale ha anche una rilevanza politica. E Tremonti da giorni temeva che potesse esplodere il “caso Aspen”, soprattutto con una tempistica così infelice: domani, infatti, il ministro dell’Economia sottopone al Consiglio dei ministri il progetto della Banca del Sud, atteso da mesi. Vedere i giornali che si occupano solo dei rapporti con Berlusconi invece che del merito del provvedimento non può che irritare Tremonti.

Anche perché i primi dettagli diffusi dal ministero, tra cui il coinvolgimento delle Poste Italiane e dei loro sportelli, fanno pensare che i prossimi mesi saranno già difficili a prescindere dalle tensioni politiche. Se la Banca del Sud sarà un’istituzione privata, come annunciato, garantire il suo accesso alla rete dei 15mila sportelli postali può creare problemi di concorrenza e perplessità antitrust (sia a livello europeo che italiano), visto che le altre banche potrebbero lamentare una concorrenza sleale sponsorizzata dal governo. I tempi, comunque, non saranno brevissimi: ieri il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola ha smentito ogni contrasto con Tremonti, ma ha spiegato che entro Natale “si attiverà una cabina di regia a palazzo Chigi” per decidere un piano di interventi per il Sud.

Chi segue da vicino le mosse tremontiane invita a non sopravvalutare la questione Aspen, perché sull’agenda del ministro ci sono temi più urgenti di una successione a Berlusconi (sulla quale, comunque, il ministro riflette da tempo). Il primo è proprio la Banca del Sud, una misura strutturale – e non solo anticrisi – che serve a Tremonti per rifarsi delle difficoltà recenti su altri dossier. “La sconfitta che gli brucia di più è quella sul global legal standard, i principi per riformare la finanza internazionale proposti dal G8 italiano che sono caduti nell’irrilevanza nel dibattito internazionale”, dice una persona che lo conosce bene. Quella più politica, però, è la questione dei Tremonti-bond, le obbligazioni sottoscritte dal Tesoro che le due grandi banche Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno rifiutato. Alessandro Profumo, di Unicredit, ha già spiegato che era meglio fare un aumento di capitale e tenere il ministero fuori dal bilancio e quindi dalla gestione. Banca Intesa ieri ha comprato un’intera pagina del “Foglio” per spiegare che è perfettamente in grado di finanziare le piccole imprese anche senza i Tremonti-bond (che a questo dovevano servire, oltre a rafforzare la patrimonializzazione delle banche). Il ministro, poi, non ha gradito che il presidente dell’Associazione bancaria italiana, Corrado Faissola, si sia incontrato con Gianni Letta a sua insaputa proprio nei giorni in cui Tremonti discuteva del futuro della leadership e Berlusconi, stando ai “si dice”, all’ultimo Consiglio dei ministri, avrebbe esordito salutando i “provvisoriamente ministri” (e in mano avrebbe avuto la lettera di invito al seminario dell’Aspen). Ci si è messa anche l’Unione europea a complicare la vita del ministro che nei mesi della crisi si è presentato come la vestale dell’austerità contabile: lui, che ha negato ogni spesa di emergenza e ha imposto tagli a quasi tutti gli altri ministeri, ha dovuto incassare l’apertura della procedura di infrazione contro l’Italia perché ha sforato il deficit e che dovrà trovare 15 miliardi di euro all’anno per i prossimi tre-quattro anni, tra riduzioni di spesa e nuove tasse. Il tutto mentre il debito pubblico marcia verso il 118 per cento del Pil.  

Nei corridoi si racconta che Tremonti abbia sempre pronta una lettera di dimissioni, da usare come arma contrattuale. Anche se, nella sintesi del convegno Aspen, si legge che “un leader responsabile è innanzitutto consapevole di quanto il processo di ‘costruzione del dopo’ debba e possa dipendere dalla conoscenza e dalla gestione del processo nel presente”. Tradotto: il leader del futuro è più credibile se già oggi ha la possibilità di stare al governo

15/10/2009 Posted by | Articoli, Il Fatto Quotidiano | , , , , , , | Lascia un commento