Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Quel tetto impossibile ai megastipendi pubblici


 
RINVIO. Il Consiglio dei ministri non approva il tentativo di Brunetta di limitare i salari dei dirigenti statali. Il premier non è convinto, e frena anche il responsabile dell’Economia (che pure si sta battendo contro i bonus nella finanza). Tutto rimandato alla prossima settimana.

Renato Brunetta

Renato Brunetta

Ieri il Consiglio dei ministri ha avviato l’esame del regolamento voluto dal ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, ma non lo ha approvato. Tutto rinviato alla prossima settimana e il risultato non è scontato. In seno al cdm ci sono infatti visioni diverse sull’opportunità di questo provvedimento. Secondo alcune ricostruzioni, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non è del tutto convinto del provvedimento e ha invitato alla prudenza, ricordando ai ministri il rischio di crearsi troppi nemici. Non è un grande sostenitore della misura neppure il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che da mesi ha un rapporto complesso con Brunetta, come dimostra la vicenda della scelta del nuovo presidente dell’Istat, con Brunetta che non è riuscito a imporre il proprio candidato (l’economista Fiorella Kostoris), pur spettando a lui la proposta. Alla fine Tremonti ha ottenuto un presidente di mediazione a lui non sgradito, Enrico Giovannini.

Sul tetto agli stipendi dei manager pubblici si stanno sviluppando nuove tensioni. Il progetto di Brunetta è simile a quello del governo Prodi che, nella legge di bilancio 2007, riuscì a bloccare gli stipendi dei dirigenti pubblici al livello di quanto percepisce un primo presidente di Cassazione, circa 290 mila euro. Questa volta il ministro Brunetta si è mosso preparando il terreno: a giugno è entrata in vigore una legge che vincola le amministrazioni pubbliche ad aumentare la trasparenza per quanto riguarda le retribuzioni dei massimi dirigenti che, finora, non erano pubbliche a differenza di quelle dei vertici di società partecipate dallo Stato (cioè dal Tesoro) che invece sono accessibili. Il passo successivo, dopo aver reso omogenei e confrontabili gli stipendi, dovrebbe essere la fissazione del tetto a 290mila euro. «Da cittadino mi auguro che Brunetta ce la faccia, anche se mi farebbe da soffrire perché la mia parte politica non è riuscita a fissare quel tetto», dice Massimo Villone che nella scorsa legislatura, da senatore della Sinistra democratica, era riuscito a introdurre il tetto dei 290mila euro insieme a Cesare Salvi. Ma non ha retto. Prima c’è stato il caso Sanremo: a Pippo Baudo e Michelle Hunziker, i due presentatori del festival, sono stati promessi compensi di 750mila e 1,6 milioni rispettivamente e il blocco degli stipendi metteva a rischio la trasmissione visto che contrastava con i contratti firmati. Dopo molte pressioni, l’allora ministro della Funzione pubblica Luigi Nicolais cede e, con una circolare, accetta che si faccia un’eccezione. Le sue argomentazioni sono quelle che di solito vengono addotte da parte liberale per denunciare l’impossibilità di fissare dall’alto gli stipendi: «L’eventuale applicazione del tetto previsto altererebbe il normale esplicarsi del confronto aziendale, ponendo la società a prevalente partecipazione pubblica [la Rai] in una situazione dei svantaggio alterando significativamente le regole del mercato e della concorrenza».

A dimostrare quanto sia difficile – se non impossibile – l’impresa di fissare questi limiti c’è il fallimento del successivo tentativo: nella Finanziaria 2008 il tetto viene fissato, ma vale solo per le persone fisiche: ne sono quindi esclusi tutti gli artisti televisivi che si fanno rappresentare da società o da agenti terzi. Poi è arrivato il nuovo governo Berlusconi e, nella prima legge Finanziaria triennale firmata da Tremonti, il tetto è stato rimosso in attesa di essere riformulato. La scadenza era lo scorso ottobre, ma ancora il governo non ha trovato una mediazione. «Il tentativo di Brunetta è un po’ tardivo, perché il limite agli stipendi dei manager pubblici c’era già ed è stato proprio il governo di cui fa parte a rimuoverlo», commenta Carlo Podda, segretario della Cgil Funzione Pubblica.

Il nuovo tentativo di Brunetta, che ancora non è stato ufficialmente presentato ma di cui si conoscono le grandi linee, si è già riempito di deroghe ed eccezioni – pare – anche su pressione di Tremonti che deve gestire, oltre ai manager delle partecipate (non toccati dal provvedimento) molti dirigenti nominati dal Tesoro. Per il momento le prime eccezioni riguardano chi allo stipendio pagato dall’ente pubblico di cui è dirigente già riceve una pensione o un’altra retribuzione dallo stesso ente, che non verranno conteggiate per determinare lo sforamento dei 290mila euro. Sono escluse anche le attività con una tariffa professionale e quelle professionali non continuative, proprio come quelle dei megacontratti televisivi che fecero saltare il primo tetto. Oltre a eventuali circostanze eccezionali, giudicate tali dal ministero della Funzione pubblica. Questo è il testo che arriverà al Consiglio dei ministri, la prossima settimana, ma non è sicuro che sarà quello che ne uscirà, visto che lo scetticismo di Berlusconi e Tremonti potrebbe affossarlo.

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10/09/2009 - Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , , , , , , , ,

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