Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Con Cadbury stanno ricominciando le scalate


cadbury-chocolate

 Con i prezzi di Borsa che corrono – nonostante le periodiche ripresine – era previsione facile dire che sarebbero ripartite le grandi fusioni e acquisizioni che hanno vivacizzato i listini nei primi anni 2000. Meno scontato che le aziende coinvolte sarebbero state di quelle con una forte connotazione culturale, con marchi forti che hanno un’identità spesso anche nazionale. Il primo caso è stato quello dell’operazione della Disney su Marvel Entraitenment: con un blitz – e quattro miliardi – il gigante dell’intrattenimento diretto da Robert Iger si è assicurata il controllo dell’editore di fumetti che detiene i diritti di 5mila personaggi, tutti candidati a diventare protagonisti di redditizie pellicole hollywoodiane. Ma è stata una fusione tutta americana, che magari ha lasciato perplessi alcuni fan che ora vedranno l’Uomo Ragno alle dipendenze di Topolino, ma non è diventata un caso politico.

La vicenda di Cadbury, invece, promette di andare diversamente. Come nel caso precendente c’è un numero uno del settore, cioè la Kraft, che vuole comprarsi uno storico marchio titolare di prodotti radicati nell’immaginario collettivo (britannico), con un forte investimento finanziario che promette notevoli sinergie industriali.

La prima offerta della Kraft è stata di 16,7 miliardi di dollari e già da ieri si dice stia già negoziando al rialzo, con l’amministratrice delegata, Irene Rosenfeld, che vuole completare un processo di acquisizioni iniziato tre anni fa per arrivare a costruire un gruppo con un giro d’affari di cinquanta miliardi di dollari.

Il problema è che vendere Cadbury a Kraft significa per gli inglesi cedere un pezzo della propria identità. Ha scritto David Wrighton, capo dei commentatori economici del Times: «La cosa più sorprendente dell’offerta per Cadbury è che è arrivata soltanto adesso. Il settore del cioccolato e della gomma da masticare è stato un bersaglio delle scalate da quando gli attuali azionisti indossavano i calzoni corti». L’operazione ha un senso finanziario perché nel mondo ormai sembra esserci spazio solo per due giganti dell’alimentare, Nestlé e Kraft che, da quando si è separata dal suo vecchio padrone Philip Morris, ha deciso che il suo futuro sarà tutto nelle sottilette e nei formaggini. I piccoli sono destinati a diventare appendici di multinazionali planetarie.

L’ostacolo principale, quindi, è tutto culturale e riguarda il cioccolato. Gli inglesi non hanno mai perdonato alla burocrazia americana di aver vietato ai prodotti Cadbury di considerarsi “al cioccolato”, nonostante per centinaia di migliaia di consumatori britannici il gusto di cioccolato migliore fosse proprio quello delle barrette Dairy Milk, di Cadbury. Solo che in America non veniva classificato come “chocolate”, ma con il poco attraente epiteto di “vegelate”, perché oltre al burro di cacao – che è ingrediente base del cioccolato tradizionale – l’azienda inglese aggiunge burro vegetale. Cadbury è il simbolo del junk food, il cibo spazzatura, ma come scrivono in rete molti blogger commentando la notizia, si tratta di «great junk food». È anche il simbolo di un’azienda che nella cultura industriale inglese è ricordata nei suoi momenti migliori come in Italia l’Olivetti: quando era gestita dal quacchero John Cadbury a partire dal 1824, fu una delle prime a vietare l’utilizzo dei bambini per la manutenzione delle ciminiere, a dialogare con i sindacati e a concedere giorni di riposo per i lavoratori.

Oggi un’impresa che è rimasta tra le poche industrie manifatturiere di successo nell’economia britannica sempre più terziarizzata, che ancora mantiene impianti in Gran Bretagna, sta per essere comprata dalla Kraft, sembra solo questione di tempo prima che si arrivi a un compromesso sul giusto prezzo. Com’è stato per Disney-Marvel, quindi, probabilmente le ragioni dei bilanci prevarranno su quelle identitarie (anche se i precedenti, dalle acquisizioni di Dr Pepper alla maxifusione Aol – Time Warner non hanno mai regalato troppe soddisfazioni finanziarie). Nonostante le percezioni dei consumatori e, in parte, degli addetti ai lavori, nel settore alimentare le radici sono assai meno importanti che in quello dell’automobile dove le fusioni transnazionali si sono sempre rivelate molto faticose. La stessa Cadbury si è comprata nel 2000 una delle bevande più note di Francia, l’Orangina, il cui marchio non ha subito danni tanto che poi, nel 2006, è stato rivenduto al fondo Blackstone insieme alla Schweppes e a tutto il ramo beverage per ripianare i diebiti. Le bandiere, quindi, non sono un ostacolo insormontabile. Ma da come si svilupperà la vicenda di Cadbury si avranno i primi indizi per capire quale sarà il clima di questa nuova stagione di scalate appena cominciata.

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09/09/2009 - Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , , , , ,

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