Stato&Mercato

L'economia del "Fatto Quotidiano". Il blog di Stefano Feltri

Quali sono i progetti di Tremonti sulle banche?


Questo è il mio editoriale apparso sul giornale di domenica, in ritardo causa festeggiamenti di compleanno.

 

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti deve spiegarsi meglio. Che cosa intendeva dire ieri quando, a margine del G20 finanziario di Londra, ha affermato che le banche italiane non devono essere troppo grandi e che «questo punto andrà risolto»?

In Italia ci sono solo due grandi banche, Unicredit e Intesa Sanpaolo, nate dopo fusioni accolte come l’ingresso della finanza italiana nell’età adulta.

Sia la banca guidata da Corrado Passera sia quella di Alessandro Profumo sono società quotate in Borsa e reduci da un anno di crisi che ha eroso prima il valore del titolo e poi gli utili: il ministro auspica forse una cura spezzatino e il ritorno agli istituti locali di una volta? Le sue parole possono legittimare negli osservatori questo sospetto e, visto che quello che dice il ministro dell’Economia è tenuto in una certa considerazione da chi lavora nella finanza, potrebbero anche avere conseguenze sull’andamento delle azioni. Il triennio di fusioni che ha portato l’Unicredit a inglobare Capitalia – operazione fatta a carissimo prezzo e non priva di effetti collaterali ma di cui nessuno nega la rilevanza sistemica – e la milanese Intesa a unirsi con la torinese Sanpaolo, rendendola meno sabauda e più nazionale, è stato considerato una tappa fondamentale nella marcia verso la modernità del sistema bancario. Dalle banche pubbliche a gruppi transnazionali, con una divisione de facto dei compiti: a Unicredit quello di sfruttare le opportunità della globalizzazione espandendosi a Est e a Intesa il ruolo di banca di sistema, partner del Governo nelle operazioni (redditizie) politicamente sensibili. Tremonti vuole tornare indietro? E se sì, come? Il breve revival delle nazionalizzazioni è passato, intervenire ora su due società che sono solo in parte italiane nella proprietà sarebbe percepito come un’intollerabile prevaricazione più che come una rivendicazione della supremazia della politica. Ma certamente il ministro non intendeva questo.

È più probabile che la sua fosse una sollecitazione – come quelle che sono venute in passato anche da Confindustria – a prestare maggiore attenzione alle esigenze del territorio, conservando quella flessibilità di approccio che ha sempre contraddistinto gli istituti che conoscono i loro clienti e sono partecipi delle loro vicende imprenditoriali. Un appello sempre utile anche se forse è troppo presto per trarre conclusioni da questa crisi: gli imprenditori raccontano di piccole banche locali, da sempre al loro fianco, che all’improvviso hanno voltato loro le spalle perché non potevano più rischiare nulla, mentre i grandi gruppi – più burocratici ma più solidi – grazie alla dimensione e alla diversificazione del rischio continuavano a garantire, magari a prezzo maggiorato, credito e servizi.

Quanto all’altro punto toccato da Tremonti, l’eccessiva influenza delle grandi banche sulla politica, risulta un po’ controintuitivo: nell’ultimo anno è stato il Tesoro a ingerirsi – secondo molti anche con qualche diritto – nella gestione aziendale, con i Tremonti bond, sollecitando moratorie sui debiti e accordi con le piccole e medie imprese, allestendo osservatori sul credito per mettere sotto tutela i direttori di filiale, attaccando publicamente i banchieri – come ha fatto ieri sui bonus eccessivi – quando pensava se lo meritassero. Ma non si è avuta la percezione che le grandi banche condizionassero la politica economica. A meno che Tremonti non alludesse a un altro tipo di banca che, questa sì, è sempe più attiva ed efficace nel dettare l’agenda e influenzare il dibattito politico. Cioè la Banca d’Italia di Mario Draghi.

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08/09/2009 - Posted by | Articoli, Il Riformista | , , , , ,

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